Cosenza, la vita è impegno tra politica e giornalismo

di Ugo Cundari

Impegno politico e giornalismo, sempre con la schiena diritta, sono le colonne sulle quali regge il racconto autobiografico “Casomai avessi dimenticato” (Rogiosi. pagine 212. curo 16) dello stabiese Matteo Cosenza, con illustrazione di copertina realizzata da Riccardo Marassi. Si inizia con i ricordi di tanti uomini della sinistra, che allora voleva dire soprattutto Pci: Mario Palermo, «uno dei più pregiati fiori all’occhiello del partito che a Napoli vantava entrature di prim’ordine nella borghesia colta e operosa», Maurizio Valenzi. Giorgio Napolitano, Guido De Mardno, Gerardo Chiaromonte, Antonio Bassolino, con molte pagine dedicate al giornalista Ruggero Zangrandi «venditore di verità ingrate, e la verità più grande l’ha raccontata sul carattere degli italiani, il camaleontismo». Cosenza da giovane lavorava in fabbrica a Torino. «per fare l’esperienza di tanti compagni, con il rischio di finire schiacciato da un sacco di cinquanta chili e i capi che ti chiamano meridionale di merda». Negli anni 70 scoppia il fuoco sacro della passione del giornalisrmo, a vent’anni lavora alla «Voce della Campania». Qui, tra i tanti giovani che faranno carriera, c’è anche Giuseppe D’Avanzo, già allora autore di inchieste sui poteri forti come il Banco di Napoli di Ventriglia. L’obiettivo della testata è di scovare una «identità di comunità» di una regione come la Campania, entità fumosa, indefinibile. Questo è uno dei passaggi più significativi del libro. L’Identità di comunità che cerca Cosenza è anche quella di Napoli e del Sud, sulla scia delle ricerche sul Meridione di Gramsci vero nume tutelare dell’autore, insieme al padre, il compagno Saul. La «Voce della Campania» lancia una serie di progetti inediti, come i 30 fascicoli sulla storia della Regione da allegare al giornale, poi un’analoga iniziativa sulla geografia della Campania, infine 44 fascicoli per dare valore al suo «patrimonio custodito e sedimentato nel tempo». Nel ’79 Cosenza passa alla redazione napoletana di «Paese sera», le riunioni politiche si fanno più accese, la sua voce spesso fuori dal coro lo espone a diversi attacchi di chi, nel partito, vorrebbe posizioni più malleabili. Arriva il declassamento all’edizione pomeridiana per due anni, poi «l’espiazione ha fine» e Cosenza diventa capo dell’edizione napoletana del giornale. Qualche anno e passa a «Il Mattino», dove lavora per sedici anni come inviato e capo della redazione di Salemo, della Grande Napoli e degli Interni: l’impegno più importante, il giornale più importante della sua caniera» le redazioni più numerose da guidare allo scoop. Poi la direzione de «Il Quotidlano della Calabria», poi… un libro per ricordare quanto fatto e quanto scritto Casomai avessi dimenticato. Recensione pubblicato su “Il Mattino” il 22 luglio 2020

Politica e giornali il viaggio autobiografico di Matteo Cosenza

di Antonio Ferrara 

Non è un saggio né un romanzo. Con “Casomai avessi dimenticato” (Rogiosi editore, 200 pagine, 16 euro) Matteo Cosenza manda in stampa un’autobiografia storicizzata, nella quale protagonisti e vicende politiche tra Castellammare di Stabia Napoli e la Calabria vengono letti attraverso l’attività politica e professionale dell’autore, dagli esordi da giovanissimo attivista della Fgci all’esperienza di asse soie all’urbanistica nella sua città e poi di consigliere provinciale di Napoli fino alla scelta del giornalismo. 

L’autore ha diretto il quindicinale “La voce della Campania”, la redazione napoletana di “Paese Sera”, ha lavorato per 16 anni al “Mattino” e dal 2006 al 2014 ha guidato “Il Quotidiano della Calabria”, oggi scrive per il “Corriere dei Mezzogiorno”. 

Questo attraversamento umano e professionale che dagli anni Sessanta del ginnasio giunge fino all’esperienza calabrese è scandito da scambi epistolari, ricordi e annota zioni che Cosenza ricostruisce attraverso quelle “”carte che hanno affollato una vita. Ogni frase, ogni riga – scrive – contiene una storia, un incontro, un fatto, delle persone”. Attingendo a questa vasta raccolta di documenti che il politico-cronista Cosenza ha archiviato per decenni, ecco prendere forma episodi e vicende che inquadrano il secondo Novecento.

Sullo sfondo il rapporto complesso con il Pci e con una generazione di dirigenti politici che dal padre Saul (operaio e dirigente comunista) fino a Napolitano, Valenzi, Berlinguer e altri hanno incrociato la sua vita. Alcuni di questi non furono facili, come quelli con Napolitano, segretario della Federazione napoletana che lo rimprovera (siamo nel 1965, Cosenza ha l6 anni) per aver organizzalo come Fgci a Castellammare una conferenza di Ruggero Zangrandi. antifascista che aveva dedicato libri di inchiesta sulla fuga dei Savoia e la mancata difesa di Roma dopo il 1943, ma era inviso a Mario Palermo e agli intellettuali comunisti per le sue posizioni critiche sulla pacificazione post-bellica in Italia. Sin da subito Cosenza non nasconde la consapevolezza della sua indole fortemente indipendente che lo porterà a una convivenza non facile con il partito comunista, manche con i genitori e la sua città. La sua passione per la parola Letta e scritta (che è alla base della sua attenzione per l’archiviazione di documenti) verrà incanalata nel giornalismo. 

Ecco i primi giornali ciclostilati, come “Nuova Iskra”, poi il periodico stabiese “Cronache”, infine il salto a Napoli con “La Voce della Campania”, dove incrocia tanti giovani, compreso Giuseppe D’Avanzo, che Cosenza portò con sé a “Paese Sera”, dove entrò nel 1979. Due anni prima, Co-senza aveva rinunciato a trasferirsi a Milano dove aveva avuto un colloquio con Michele Tito, vicedirettore del “Corriere della Sera”, dalle comuni origini stabiesi. Nelle pagine del libro scorrono questo e tanti altri episodi e personaggi, da Pier Paolo Pasolini a Francesco De Martino, da Giorgio Amendola a Giacomo Mancini, da Gerardo Chiaromonte ad Antono Gava, da Giancarlo Siani a Mimmo Maresca.

Recensione pubblicata su Repubblica il 13 luglio 2020

La meglio gioventù di via Cervantes

di Marcelli Ciarnelli

Fare il giornalista è bello. Fare politica lo è altrettanto. Se nella vita ti capita o, meglio, riesci a fare tutt’e due mettendo l’impegno delle parole al servizio della militanza e viceversa, non c’è che dire, ti è andata bene. Ed hai un sacco di fatti, persone, delusioni, avventure, gioie da raccontare.

Lo ha fatto questo percorso, la cronaca di un bel pezzo di vita, un giornalista di rango con un passato intenso da politico, anche se non si smette mai di essere né giornalista né politico. Matteo Cosenza, classe 1949, che da Castellammare di Stabia dov’è nato ha compiuto il suo percorso prima nella sua città, poi a Napoli e poi in Calabria. E lo racconta nel libro “Casomai avessi dimenticato” edito da Narratori Rogiosi, che è un condensato di ricordi personali e vicende politiche dagli anni ’60 a venire in avanti.

Nelle quasi duecento pagine scorrono le vicende del ragazzo Matteo all’ombra del grande (in tutti i sensi) padre, il compagno Saul, l’operaio con la mente politica, cui il discolo di casa riservò tante preoccupazioni ma altrettante soddisfazioni. L’impegno dell’uomo Matteo militante e gran professionista. Ma anche la storia, col Vesuvio come quinta, di un partito, il Pci, dei suoi dirigenti, molti figure di spicco nel panorama nazionale. Da Giorgio Napolitano a Gerardo Chiaromonte, da Maurizio Valenzi ad Andrea Geremicca e Antonio Bassolino. Si incontrano in quelle pagine anche i socialisti Francesco De Martino e Giacomo Mancini. E anche Antonio Gava, un nemico di quelli in grado però di riconoscere le capacità dell’avversario politico.

Il viaggio di Matteo Cosenza è partito da un fatto pratico. La necessità di fare spazio. Di liberarsi (per affrontare più leggero un trasloco) di gran parte delle carte, appunti, lettere, biglietti, accumulati fin qui, praticamente una vita. È un fatto strano che un giornalista conservi in un modo così accurato le tracce della sua professione. Ma a volte capita. In questo caso si può dire fortunatamente, dato che sono sopravvissute con i libri di casa all’assalto delle termiti.

Cosenza ha fatto diversamente dai più, e ora chi vuole si ritrova a leggere e a ammirare, ispirati da “tutte le carte della mia vita”, tredici affreschi di vita, evocati con l’acuta penna del cronista ma anche con il cuore di chi ha creduto nelle sue battaglie. In sintonia, ma a volte anche no, con quelle del Pci, un partito destinato a restare per sempre dentro chi ne è stato militante.  È lì, magari in un angolino, confuso tra mille cambiamenti. Ma c’è.

Quella che Matteo racconta è la storia di un ragazzo avventuroso, anche ribelle, capace di andare a scoprire tra grandi difficoltà la Torino del nord operaio, per poi tornare al suo sud e dare sfogo all’ autentica passione per il giornalismo. Per la carta fondamentalmente, vale lo stesso per i libri, anche se le tecnologie alla fine hanno piegato lui e quanti di noi sono stati molto resistenti a cedere ad esse. Impaginare, sfogliare, la tipografia…

Da “Gioventù democratica”, il primo giornalino in ciclostile fino al “Quotidiano della Calabria”. Passando per “La voce della Campania”, “Paese sera” e “Il Mattino”. Una lunga carriera, anche con incarichi di direttore, per avere ora l’impegno di editorialista del “Corriere del Mezzogiorno”.

Sono affascinanti i racconti di Matteo. Ci sono i tempi della Napoli conquistata dalla sinistra, un evento impensabile solo pochi anni prima. Il gusto dell’individuare l’essenza dei personaggi attraverso quanto è meno pubblico, le loro case, guardando con loro i panorami che sono stati compagni di vita e di pensieri mai resi pubblici. Ci sono le dispute giornalistiche. I confronti politici con i compagni di un’avventura indimenticabile. L’essenza dell’essere giornalista e comunista, di cui c’è testimonianza in un breve carteggio con Enrico Berlinguer.

Ci sono curiosità e testimonianze. Il ricordo di chi non ce l’ha fatta, come Mimmo Maresca, e si è lasciato andare lasciando come eredità ai sopravvissuti la sensazione di non aver compreso una richiesta di aiuto. L’indignazione per la morte violenta, l’omicidio vigliacco di Giancarlo Siani, giovane precario ma già giornalista di grande coraggio e spessore.

Dal mio punto di vista sono le persone, i colleghi che l’autore cita nelle pagine del libro a suscitare il più affettuoso interesse e tanti ricordi. Via Cervantes 55 è stato il recapito di un sogno per più di una generazione di giornalisti napoletani. Noi stavamo all’Unità, altri alla Voce, poco distante Paese Sera. L’elenco è lungo, l’autore ne ricorda tanti. Antonio Polito e Gigi Vicinanza, i ragazzi di Castellammare scesi in campo poco prima della generazione dei Ragone. Eleonora Puntillo, Sergio Gallo, Ennio Simeone, i maestri. Franco Barbagallo l’avamposto dei professori, Fulvio Milone, Enzo d’Errico, l’indimenticabile Peppe D’Avanzo. Com’è stato bello ritrovarli assieme a tutti gli altri. Assieme ai politici con cui abbiamo condiviso l’appartenenza e la passione. Grazie Matteo.

Recensione pubblicata su Foglieviaggi il 25 settembre 2020

Il giornalista e la memoria

di Vladimiro Bottone

Sono nato in una famiglia della piccola borghesia impiegatizia, abitavo nella Napoli vecchia e bassa. Ebbi diretta cognizione della classe operaia al secondo anno di liceo. I miei amici di militanza ed io eravamo stati un po’ malandrini. Un plotone di metallurgici si recò dall’Italsider a piazza del Gesù, per presenziare e presidiare. Nonostante l’elettricità palpabile, non mi dispiacevano quelle figure in tuta ed elmetto che brandivano massicci strumenti da lavoro. Non avevano il gusto masaniellesco di eliminare gli avversari in un irrazionale, isterico furore da linciaggio. La classe operaia non faceva giustizia sommaria; casomai si garantiva l’agibilità politica con la fisicità di quei corpulenti lavoratori. Era gente che si guadagnava il pane, sostentava la famiglia e attingeva alla passione ideale per menare, se co-stretta, le mani. Rispetto senza subordinate, da parte mia Altre volte, in quegli anni, ho sfiorato la classe operaia. Sui treni della Circumvesuviana, nella tratta da Sorrento, dove villeggiavo, a Napoli. Erano adulti vestiti con dignità e, spesso, con la testata dell’Unità dispiegata davanti al volto. Frugali, con un velo di maturità precoce, altre volte discutevano e scherzavano fra loro, sempre senza passare i limiti (niente da spartire con il plebeismo del lumpenproletariat anarcoide che vivacizza le serate a piazzetta Bellini). Scendevano tutti a Castellammare, quegli operai. Addetti presso una cantieristica parte integrante dell’Italia manifatturiera, oltreché di quell’industrializzazione del Mezzogiorno predestinata ad affrontare il mare procelloso fra Maastricht e il Wto, Scilla e Cariddi. I cantieri navali stabiesi, si diceva. Con quel peculiare skyline di scafi, carroponte, bracci di gru che incornicia i primi capitoli di questo autobiografico Casomai avessi dimenticato (Rogiosi editore).

Lo firma Matteo Cosenza: giornalista stabiese di lungo corso, affabulatore fluidissimo ed uomo di strenua fedeltà alla dimensione della Politica vista come progettazione e cantiere – appunto! – della vita associata. Casomai avessi dimenticato è un titolo eloquente. Lo scritto che introduce, difatti, sorge per intero dalla memoria. La memoria di un giovanissimo militante del Pci che, grazie al padre, respira in famiglia la politica e la metterà in pratica soprattutto nelle redazioni di quotidiani e periodici. L’Unità e Paese Sera nell’edizione napoletana, La Voce della Campania, Il Mattino. Un viaggio attraverso la carta stampata – e, prima, ciclostilata — che prende spunto narrativo dal riordino di un archivio privato, stratificatosi in mezzo secolo. La carta, ancora: il supporto da cui tutt’oggi, nelle prime stesure di un testo, Cosenza non riesce a prescindere. In questo limite-virtù si racchiude il mio e il suo non essere dei nativi digitali. Il che implica privilegiare la materialità sul virtuale, il pensiero di lunga durata sulla volatilità, la consistenza sulla liquidità. Tutte caratteristiche, le prime, che tradotte in chiave politica rimandano alla forma-Partito e, trasposte in chiave sociologica, rinviano alla nozione di Classe. Cosicché la biografia esistenziale ed intellettuale di Matteo Cosenza può, a mio avviso, venire allineata su questa concatenazione: Classe-Partito-Progetto politico. Alla Classe e alla sua moralità si riagganciano i capitoli sugli anni di formazione stabiesi fra sezione, comizi, piccole avventurose pubblicazioni capaci di richiamare l’attenzione del gruppo dirigente. Al Partito si rifanno i medaglioni, mai agiografici o piatti, dedicati a Berlinguer, a Napolitano, ad Antonio Bassolino. Al Progetto politico si richiamano, invece, i passaggi riservati al ceto intellettuale con il quale Cosenza 

ha incrociato molte tappe della sua vita (belle in particolare le pagine rievocative di una figu-a irregolare e, insieme, emblematica del Novecento italiano come quella di Ruggero Zangrandi). 

Se nella nozione di intellettuale includiamo tutti coloro i quali elaborano e trasmettono conoscenza, in questa categoria dovremo finire per inscrivere non poche delle figure che, a vario titolo e grado, innervano l’autobiografia generazionale di Cosenza. Dunque giornalisti di frontiera come Giancarlo Siani (pieno di pudore e sottigliezza morale il bel capitolo a lui consacrato); di-rettori di quotidiani e articolisti, fino a studiosi eminenti quali Francesco de Martino, Giuseppe Galasso, Biagio De Giovanni. Personalità, queste ultime, che non esitarono ad abbinare una copiosa attività culturale e la partecipazione al processo di direzione politica del Paese. Di agire, pertanto, da classe dirigente saldamente ancorata ad una società nazionale, con una chiara visione 

dell’Italia ed una penetrante capacità di interpretare gli interessi di ceti e gruppi sociali, orientandone la coscienza. 

Con il che siamo dunque lontanissimi – la chiosa è solo mia, si badi – dall’odierno fantasma dell’intellettuale-star. Per solito un letterato fluttuante nella nebulosa di un’élite transnazionale dalle residenze molteplici. Uno strato sociale senza radici che non ha occhi se non per le moltitudini altrettanto sradicate, oltre che per quei «diritti cosmetici» funzionali a imbellettare i reali rapporti di forza tra i dominanti e l’universo pulviscolare dei dominati. Quei dominati — primi fra tutti le partite Iva sole dinanzi ai meccanismi di mercato — che non riescono a rappresentarsi e riconoscersi come classe. 

Che conclusione trarre, allora, dalla lettura di queste circa duecento pagine, scritte con un’efficacissima economia stilistica e un altrettanto ammirevole dispendio di passione? Dobbiamo rassegnarci a considerare queste opere memoriali solo in chiave di epicedio nostalgico dei «Trenta gloriosi» (1945-1975), da consegnare – è il caso di dirlo – alle carte d’archivio? Personalmente ritengo che il rimpianto sia dannoso come l’eccesso di salatura mentre la Memoria, come nel lavoro di Cosenza, può rappresentare il sale della terra e della vita. La Memoria può indicare che ebbe luogo un mondo diverso da oggi; che l’esistente non è un eterno presente e che domani potrebbe ribaltare quanto ora risulta – alla lettera – fuori discussione. Non è un peccato –tutt’altro – ricordare con Matteo Cosenza che vi fu un tempo in cui gli intellettuali giocavano un ruolo politico. E, aggiungo io, i romanzieri erano anche degli intellettuali (senza per giunta condannarci a leggere, come oggi, sempre la solita storiella). 

Recensione pubblicata sul Corriere del Mezzogiorno il 7 luglio 2020 – VEDI ARTICOLO

Per non dimenticare

di Gianni Cerasuolo

Matteo Cosenza, giornalista e anima inquieta della sinistra napoletana, ha raccolto in un libro riflessioni e ritratti che ruotano intorno all’identità partenopea. Che è fatta soprattutto di contraddizioni, da Eduardo a Giancarlo Siani

 La sera, anzi la notte, quando le pagine del giornale erano chiuse e pronte per la stampa nella tipografia che era sotto di noi, spesso si rimaneva a chiacchierare, io e lui, nel suo bello studio di direttore. Ci raccontavamo le nostre storie di giornalisti di lungo corso, una vita spesa dentro le redazioni, frammenti di una esistenza piena di persone e di fatti, di incavolature e di esclusive, di pacchetti di sigarette e di pasti irregolari. E lui spesso aggiungeva un sorta di “tutto il dolce minuto per minuto”, la descrizione accurata di come faceva un dolce, un uovo di cioccolata oppure una pastiera per la Pasqua.

Perché Matteo Cosenza, oltre a essere una buona penna di scrittore, è anche un ottimo cuoco (ed Anna, sua moglie, non gli è da meno). Quelle conversazioni notturne nella sede del Quotidiano della Calabria a Cosenza (eh sì, nomen omen) furono delle piccole anticipazioni di quanto ho ritrovato scritto in questo casomai avessi dimenticato (Rogiosi editore, 200 pagine, 16 euro), un libro dalla elegante copertina con una sfiziosa caricatura dell’autore fatta da Riccardo Marassi, pagine di un flash back tra le carte di una vita, un cofanetto di ricordi che Matteo si porta dentro di sé attorno alle sue grandi passioni: la politica e il giornalismo.

In realtà, protagonista di queste pagine è la Memoria, la testimonianza di una generazione che ha cercato di rendere la vita bella a questo Paese. Riuscendovi solo parzialmente. C’è un abisso tra quello che ha vissuto Cosenza, e tanti altri come lui, e la realtà che ci circonda. Non perché sono passati tanti anni e le trasformazioni sociali e di costume sono inevitabili. Non perché c’è la nostalgia a far da velo. È che le dimensioni culturali e politiche hanno assunto altre dimensioni, più superficiali, meno sofferte, non ideologiche. O semplicemente sono altro.

Cosenza è stato un giovanissimo comunista di Castellammare di Stabia, un “compagno” a volte scomodo con il suo caratterino non sempre docile, e un giovane giornalista sempre curioso. Ha diretto La Voce della Campania, una gemma dell’editoria che gravitava attorno al Pci negli anni Settanta e Ottanta, un quindicinale battagliero e culturalmente “alto”; ha guidato la redazione napoletana di Paese Sera; è stato per sedici anni nel principale giornale del Sud, Il Mattino, poi si è spostato in Calabria al Quotidiano. E siccome tene l’arteteca, vale a dire non si ferma un attimo, oggi è editorialista del Corriere del Mezzogiorno, la costola napoletana del Corsera. Matteo ha “allevato” generazioni di ottimi giornalisti: Antonio Polito, Gigi Vicinanza, Enzo Ciaccio, Peppe D’Avanzo, Michele Santoro. Ha avuto incontri ravvicinati con politici e intellettuali di primo piano: Giorgio Napolitano (più scontri che incontri, in questo caso), Enrico Berlinguer, Gerardo Chiaromonte, Francesco De Martino, Giacomo Mancini. Ma anche amicizie come quella con Ruggero Zangrandi, singolare figura di giornalista in rotta di collisione con il gruppo dirigente del Pci che mal sopportava le denunce sulla tragedia dell’8 settembre e sulle responsabilità di Badoglio e dei militari. E sul male atavico degli italiani: il camaleontismo. Un bubbone non estirpato che aveva consentito agli alti funzionari dello Stato fascista, con il silenzio della sinistra, di restare ai loro posti anche nell’Italia democratica.

Ribelle come lo siamo stati un po’ tutti in quegli anni, e come è giusto che lo siano i giovani se accoppiano alla rivolta la ragione e l’utopia, Matteo scappò a Torino dopo una discussione in famiglia (suo padre, Saul, è stato una figura carismatica del Pci di Castellammare e del napoletano), nella città della Fiat, il mito della fabbrica, degli operai, degli emigrati che allora, leggiamo in uno dei capitoli migliori e più teneri di casomai avessi dimenticato, potevano essere anche veneti e non necessariamente «dei meridionali di merda». La fabbrica rimase lontana, si ritrovò a fare lo scaricatore di tubi di Eternit e di quintali e quintali di mais. Durò poco. Presto tornò a casa, a Castellammare, a Napoli.

Oggi si discute di Gomorra, «e se la fiction… nuoccia  o meno a Napoli addirittura attribuendo alla rappresentazione la responsabilità della realtà che essa rappresenta», allora ai tempi della Voce della Campania ci si divideva sulla “napoletanità” polemizzando, come fece Cosenza, con Antonio Ghirelli che a metà degli anni Settanta pubblicò un saggio-inchiesta che aveva per titolo proprio la Napoletanità. «Mi sembrava, il suo saggio, un monotono ritorno a uno stereotipo tutto sommato comodo per giustificare i difetti, esaltandone i pregi, del popolo napoletano, dimenticando – si legge nel libro – le novità pur presenti come l’emergere di nuove energie sociali, politiche e culturali». Ma Mimì Rea rinfacciò al giornalista stabiese le sue tesi di «marxista convinto», insinuando, forse a ragione, non pochi dubbi «specie quando vedo che la gente fa la fila per entrare nel Teatro 2000, tempio della sceneggiata, e quando apprendo che sul San Ferdinando pendono cinquantamila prenotazioni di persone ansiose di rivedere la “napolitaneria” illustrata di Eduardo De Filippo». Una discussione – che non si è mai conclusa né potrebbe finire – alimentata allora anche da Pier Paolo Pasolini che nel saggio di Ghirelli scriveva: «Non so se tutti i poteri che si sono susseguiti a Napoli, così stranamente simili tra loro, siano stati condizionati dalla plebe napoletana o l’abbiano prodotta. Certamente c’è una risposta a questo problema: basta leggere la storia napoletana, non da dilettanti o casualmente, ma con l’onestà scientifica. Questo io finora non l’ho fatto, perché non mi si è presentata l’occasione, o forse perché non mi interessa. Ciò che si ama tende a imporsi come ontologico. Io so questo. Che i napoletani oggi sono una grande tribù, che anziché vivere nel deserto o nella savana… vive nel ventre di una grande città di mare». E si spiegava così: «Questa tribù ha deciso – in quanto tale, senza rispondere delle possibili mutazioni coatte – di estinguersi, rifiutando il nuovo potere, ossia quella che chiamiamo la storia, o altrimenti la modernità». La vecchia tribù «…continua, come se nulla fosse successo, a fare i suoi gesti, a lanciare le sue esclamazioni, a dare nelle sue escandescenze, a compiere le proprie guappesche prepotenze, a servire, a comandare, a lamentarsi, a ridere, a sfottere…». Nel frattempo la tribù stava diventando altra anche per il diffondersi del benessere («irrisorio») e per le trasformazioni urbanistiche «…finché i veri napoletani ci saranno, quando non ci saranno più, saranno altri (non saranno dei napoletani trasformati). I napoletani hanno deciso di estinguersi restando fino all’ultimo napoletani, cioè irripetibili, irriducibili e incorruttibili». Dunque, si chiede Cosenza, trasferendo il ragionamento di Pasolini su Napoli alla Calabria, che cosa si deve mettere in scena? «Gli splendori o le miserie?». I “banditi” di Cutro, come li chiamava il poeta friulano, e i boss di Gomorra, oppure fare come gli struzzi e mettere la testa nella sabbia?  Osserva il giornalista: «Non so se i napoletani siano una tribù, sono piuttosto convinto che quando si assolvono o quando si flagellano, due sport molto ricorrenti, di fatto deformino la lettura della loro condizione e della loro città, un po’ come abbiamo visto accadere in Calabria. Paradossalmente sono due modi opposti di fare come gli struzzi. Sarà, anche questo, un pezzo dell’identità che si cerca? Nostalgia del domani, ci ricorda Macry. Forse perché si sogna un futuro che sia come il passato che si vuole, a occhi bendati, sempre splendido splendente, bypassando il presente di cui si è parte e in qualche modo responsabili».

Non mise la testa sotto la sabbia Giancarlo Siani, il giornalista “precario” del Mattino ucciso dai “banditi” della camorra la sera del 23 settembre del 1985, un tragico fatto a cui Cosenza dedica un delicato e intenso capitolo del suo libro (“In auto con Giancarlo”). Siani fu lasciato solo. Allora l’autore del libro era a Paese Sera e criticò il direttore del quotidiano napoletano, Pasquale Nonno, per quasi nove anni alla guida del giornale. Nonno si era chiesto in un editoriale, ma anche nel corso di un dibattito televisivo in uno “speciale” del Tg1 dopo l’omicidio, «Perché proprio lui?»: «L’agguato ha le caratteristiche della camorra. Da ultimo Giancarlo si era occupato di droga. Ma se anche queste fossero ipotesi, e non possono esserlo, ancora resterebbe senza risposta quel perché… e non possiamo non domandarci se abbiamo sbagliato qualcosa o se forse non abbiamo mandato allo sbaraglio, senza accorgercene, questo nostro collega così giovane e indifeso». Riflette ora Matteo Cosenza: «Probabilmente non era nelle intenzioni di Nonno, ma l’effetto fu sconcertante perché sembrava quasi che Giancarlo avesse sbagliato qualcosa al punto da provocare la decisione della camorra di eliminarlo». Ma forse c’era anche l’angoscia di un uomo che sentiva la responsabilità di aver esposto troppo un giovane collaboratore, peraltro nemmeno assunto, mandandolo in quella Torre Annunziata, “regno” del clan Gionta. «Sbagliammo tutto» è la risposta che alcuni si sono dati anche all’interno del giornale. «L’errore, però, era nelle cose, era nel sistema», è la sottolineatura dell’autore. «Per un giovane, diventare giornalista era un sogno e un’impresa. L’abusivato era, ed è ancora, un percorso che poteva far aprire qualche porta. Ed era una strada obbligata anche se si poteva contare su una raccomandazione, perché per un direttore, ma anche per un redattore capo o un capo servizio, era più facile favorire qualcuno mandandolo per qualche mese in periferia o in provincia a fare la gavetta, affinché potesse mettersi in mostra ed essere infilato nel “pacchetto” di assunzioni che periodicamente veniva contrattato con i comitati di redazione… Procedura discutibile… un giovane si sentiva ripagato dalla firma sul giornale, da compensi modesti e dalla possibilità di entrare nel giro… Giancarlo era uno di questi giovani e andò a Torre Annunziata non sapendo che quella era la prima e ultima tappa della sua “via crucis”. Era bravo anche troppo. Pulito, perbene, colto, entusiasta. Solo. Soprattutto solo…».

Quando chiudi questo libro, vorresti chiedere a Matteo di continuare a raccontare. Di sicuro starà imbastendo qualche altra trama.

Recensione pubblicata sul sito “Succede oggi” il 1° agosto 2020

Ovidio in napoletano

Cominciamo dal dato che solitamente, ma non sempre, si mette tra parentesi: il prezzo. Cinque euro, che questo prezioso libretto, che sta bene in una tasca della giacca, li vale abbondantemente. È una deliziosa e colta escursione nel mondo dei profumi con una chiave inedita. Questa volta Carlo Avvisati, giornalista e studioso, ha fatto i conti con Ovidio, il poeta della “Metamorfosi” e dell’”Ars amatoria” “relegato” per punizione in Romania e riabilitato solo duemila anni dopo, nel 2017, dal consiglio comunale di Roma. E lo riabilita a suo modo anche Avvisati compiendo un’operazione ardita e suggestiva: la traduzione in napoletano del “Medicamena faciei femineae” (“ll’arte ‘e se pittà”, Arte’m editore). Al titolo è aggiunta un’ulteriore specificazione, “L’arte del trucco tradotto in napoletano”, perché il testo ovidiano («di cui resta un frammento di cento versi», ci ricorda Concetto Marchesi) viene scandito dal ritmo delle strofe (ogni strofa un distico), riunite a gruppi: per ognuno dei quali c’è il testo latino, sotto quello in italiano e a nella pagina a fronte la versione napoletana. Inutile dire che è un interessante e divertente esercizio, specie per chi il latino lo studiò a scuola, confrontare i tre testi e comprendere fino in fondo la peculiarità della traduzione in napoletano che non è, e non poteva essere quella letterale: ne avrebbe perso efficacia e freschezza, forse sarebbe risultata incomprensibile se non impossibile. 

Vediamo che succede. Per esempio il pavoneggiarsi: Scrive Ovidio: «Laudatas hominis volucris pinnas explicat, et forma muta superbita vis”. In italiano: «L’uccello sacro a Giunone fa la ruota con le penne ammirate dall’uomo e insuperbisce tutto con la sua muta bellezza». La versione di Avvisati: «Vuie facite lu pavone ca pe ll’ommo cheja la rota, e nne regne d’arbascia, zitto, ll’arma, là pe llà». E così si procede, passando poi da un intruglio all’altro. E se il napoletano risultasse più “difficile” del latino le note vi salveranno con aggiunte preziose, per esempio saprete che ‘ncannaccate sta per «appendete al collo, da ‘ncannaccare (dall’arabo kannaqa: collana di perle o granate» e che le «prete sono pietre preziose».

A parte le dotte e amichevoli presentazioni e prefazioni di Stefano De Caro e Pietro Gargano e le considerazioni dell’autore, di quest’ultimo va sottolineata l’escursione, quasi un saggio finale, sul mondo dei profumi, delle creme e dei belletti dalle prime apparizioni a oggi, dalla Bibbia a Plinio il Vecchio, da Roma alla Persia, dall’Egitto a Capua «quando non era ancora città romana ed era tra le capitali profumerie dell’epoca». Dov’è chiaro che cambiano, e non sempre le tecniche, se solo si ricorda che col dropex a base di pece, praticamente una ceretta, avveniva la depilazione, ma non muta il desiderio di bellezza che è legata al trucco e ai suoi segreti. Segreto per segreto, chiudiamo con due distici di Ovidio, ma solo con il testo in dialetto napoletano e chi non capisce pazienza: «’E marite ca tenite, mo’ so tanti ‘nnacchennelle e, stentanno, putarrite mette’ ‘a ‘coppo, p’èsse’ belle… Nteressa ca ve prucurate nuvielle nammurate e lle vulite bene! Pecché si uno è scicco, de córpa nun ne tene».

Le “anime nere” di Gioacchino Criaco

Questo è un libro da maneggiare con cura per tanti motivi. Sicuramente è da leggere. Intanto perché è ben scritto, perché è avvincente, perché c’è la storia che è forte di suo, di quello che si legge e anche dell’ansia di andare avanti per capire che cosa riserva. Poi è un’opera prima e come tale si avvantaggia dell’effetto sorpresa. A seguire, c’è lui, l’autore, Gioacchino Criaco, che un bel giorno ha deciso di darsi alla narrativa, e non è chiaro se più per la voglia di fare lo scrittore o per la necessità di raccontare cose che lo riguardano e cercare di spiegarne agli altri il significato profondo: a tratti sembra che voglia fare i conti con se stesso in pubblico, quasi una confessione per quanto trasfigurata dalla narrazione apparentemente di fantasia. L’editore Rubbettino ci ha messo il suo con una cura certosina – immagino anche un delicato e prezioso lavoro di editing – e con una copertina intrigante dove i boschi delle “Anime nere” sembrano voler dialogare con i coltelli rosa di “Gomorra”.

Ma più che a “Gomorra” di Saviano, da cui è molto lontano, sebbene l’attualità imponga inevitabilmente il confronto, “Anime nere” fa pensare ad un film straordinario di Martin Scorsese, “Quei bravi ragazzi”, dove in maniera anche scanzonata si raccontano le gesta di una banda di delinquenti che a New York passa di efferatezza in efferatezza con naturale leggerezza: donne, denaro e sangue. Uno sguardo sbagliato ti fa finire nel bagagliaio di un’auto, un ordine mal compreso può costare la vita ad un povero ragazzino che fa il cameriere in una bisca per mano di un divertito Joe Pesci. E chi racconta questo inferno, che sembra un paradiso, sottolinea come tutto questo fosse normale per lui. Vero è che alla fine si pente e fa arrestare tutti i suoi amici. Ma quello che conta non è il finale ma il racconto: vedete – dice questo mafioso italo-irlandese – questo era il mondo che avevo conosciuto, non ne concepivo un altro, questo era diventato l’unico mondo possibile per noi, c’era il nostro mondo e poi c’era il mondo degli altri da cui attingere con la prepotenza e la violenza tutto quello che ci serviva.

L’incipit, forte e importante, di “Anime nere” è perfettamente simbiotico con questa concezione, perché l’io narrante, una figura inventata o lo stesso Criaco?, racconta il suo mondo possibile: «Camminavamo veloci, gli scivolavo dietro come una slitta trainata da cani, era così da ore. L’appuntamento era notturno, e notturna, ovviamente, doveva essere la traversata. Di questo si trattava, percorrere la regione lasciando la vista di un mare per vederne un altro». Poi prosegue: «Avevamo munto le bestie e dopo averle ricoverate e riposto il latte alle prime ombre della sera eravamo partiti. La consegna del porco doveva avvenire a molti chilometri di distanza, lui agli appuntamenti arrivava sempre in abbondante anticipo. Attraversammo nell’ordine boschi di lecci, bassi e fitti, pieni di cespugli spinosi che a volte vincevano lo spessore degli abiti e segnavano la carne…». La descrizione è dettagliata e spiega perché «una tale traversata – siamo di nuovo nel libro -, anche se fatta di giorno, sarebbe stata per occhi inesperti una pazzia, se non un suicidio: boschi inestricabili, viscide rocce, torrenti impetuosi, dirupi maligni, recinti di filo spinato. Lui entrava in simbiosi con quella natura che poteva apparire ostile, vi s’immergeva completamente e ne faceva parte, ne era un elemento essenziale: la montagna che respinge le ostilità, lo accettava, e lui l’amava più di ogni altra cosa al mondo. Lui e la montagna, ne era convinto, odiavano solo due cose, le querce e i porci, entrambe distruttive per l’ambiente. La quercia rendeva il terreno sul quale cresceva arido e desertico, e il suo frutto ingrassava il porco, che distruggeva boschi, argini, fungaie, colture e pascoli. Lui conosceva ogni passo, albero, ruscello, falesia, ricovero e trabocchetto, come solo un nativo dei luoghi poteva. Lì era nato e cresciuto. Poi se ne era allontanato ma, inesorabilmente, la montagna lo aveva riattratto. Chi là nasceva là moriva. E soprattutto due erano le cause di morte, la fatica e il piombo, a esse era difficile sfuggire. Lui era mio padre. Rappresentava il prodotto tipico di quella terra, tarchiato, forte e resistente, indurito e fragile allo stesso tempo. Soprattutto determinato a resistere, a qualsiasi costo e prezzo, regola legale o morale. Divoravamo la strada che portava al porco, nutrimento avvelenato, forse, per la nostra terra». Seguono l’incontro, la consegna e la marcia a ritroso verso la porcilaia, scavata appositamente per custodire per mesi quelle “bestie” prelevate da un altro mondo, perché «a quel tempo – chiarisce l’io narrante – ci sembrava normale chiamare porco un uomo, quello era il nome coniato dai rudi e cinici pastori della montagna per gli ostaggi che numerosi soggiornavano negli intricati boschi dell’Aspromonte».

Questo è il mondo, l’humus, la coltura da cui prendono le mosse il libro e la vita delle anime nere, i tre ragazzi che giurano di non separarsi mai, cani sciolti della ‘ndrangheta che alternano gli studi con furti, rapine, postriboli e, passo dopo passo, con gli omicidi. La strada è segnata, tutto avviene con naturalezza, in maniera giocosa, fino a diventare «il frutto avvelenato e letale – leggiamo ancora – che noi eravamo: distruttori di vite, tranquilli e senza violenza ostentata, i più pericolosi. Fuori dai nostri affetti tutti erano nemici, e sacrificabili. Fra di noi eravamo affettuosi, premurosi, quasi dolci. Ci avessero creato, o fossimo geneticamente predisposti, la nostra violenza ha portato dolore, oltre a noi stessi, in posti e a persone che da noi pensavano di essere al riparo. A diciannove anni avevamo rubato, rapinato, sequestrato e spezzato vite. In un mondo che rifiutavamo, perché non era il nostro, tutto quello che volevamo ce lo siamo preso». Il primo omicidio sembra quasi liberatorio: «Ci portò con se Sante e andammo contenti. Superammo l’ultima soglia della pietà umana interrompendo il gioco di un’animata partita a briscola. Lasciammo due picciotti a terra e da lontano udimmo lo strazio di madri e sorelle accompagnarci su una strada ormai senza ritorno. Dopo non si videro più fantasmi. Non ci si svegliò urlanti di notte. Si passò felici e contenti in un’altra dimensione, un gradino sopra gli altri. Ripetei l’esperienza dopo qualche mese, da solo».

E quali fantasmi avrebbe dovuto vedere? Quelli che erano estranei ad una società fortemente dominata da valori semplici e chiari pur nella loro brutalità? Che cosa fa dire Mario La Cava alla madre di Duccio Malintesa, che ha ucciso la sorella per liberarla dalle sofferenze e dai maltrattamenti che subiva dai parenti, se non un tragico e impietoso rimprovero: «O figlio sventurato che hai dato inizio al tuo dolore ma non sai dargli un termine giusto». E al padre: «Finché sarai vivo, la mia mano cadrà su di te, ora ti colpirà nella sua durezza. Ti inseguirò con i miei passi di uomo». La colpa va purificata con la morte, e, se questa tarda, anche un padre è legittimato ad agire fino ad uccidere il proprio figlio.

Le gesta delle anime nere sono il filo conduttore del libro. Un passaggio coglie un tema cruciale della storia calabrese, il senso di non appartenenza allo Stato, anzi il sentirlo lontano, estraneo, nemico. Leggiamo: «Il lavoro dei sequestri sta per finire, lo Stato non può sopportare che i suoi più ricchi contribuenti vengano nei nostri monti a ingrassare malandrini e pastori. Ai figli dell’Aspromonte sta mostrando nuove e più facili vie. Fra un po’ i figli dei pastori saranno tutti qui a vendere bustine». I pastori – anche il padre dell’io narrante – diventano forestali, quindi dipendenti pubblici, mentre i figli studiano per amore dei libri e della cultura: «Del resto -leggiamo ancora – non eravamo diventati ciò che eravamo per colpa loro o perché la società era sporca, brutta e cattiva. Vi erano pochi uomini sporchi, brutti e cattivi. La loro cultura era dominante. C’era una miseria pesante. Non v’era porta della Locride che non avesse conosciuto gli scarponi della benemerita, e questa era la sola faccia conosciuta dallo Stato». E dopo l’analisi l’invettiva: «Se per decenni l’unica persona conosciuta positivamente, prodotta da quel territorio, è stata Corrado Alvaro, significa che i suoi abitanti sono geneticamente tarati o che vi è un interesse, storicamente riproducentesi, alla perpetuazione in serie di criminali».

Da Africo a Milano, la droga, l’incontro con una società opulenta e con la politica della “Milano da bere”, le donne, le prepotenze, i grandi traffici con Bolivia e Colombia, l’incontro con un palestinese che pare venire da lontano ma che si vuole invece vicino al travaglio dei calabresi, la vicenda giudiziaria, il carcere, gli omicidi spietati con corpi che vengano devastati dai pallettoni fino a spappolarsi, il libro scorre e si legge tutto d’un fiato. Ma è tra il punto di partenza, di cui abbiamo parlato, e l’epilogo inaspettatamente tragico della storia che si trovano spunti per riflessioni. La fine è segnata dalla trattativa con lo Stato, quasi una resa, ma lo Stato ha il volto dell’uomo in divisa che è anche lui figlio di quella terra e in qualche modo della stessa cultura. Tutti i ragazzi vengono consegnati e si consegnano allo Stato, quando è il turno dell’io narrante c’è il colpo di scena che lui stesso consapevolmente provoca per impedire la propria resa, per quanto la sconfitta sia nelle cose. Kyria, il protagonista di un sogno, diventa il simbolo di una voglia di riscatto che non si materializza. La Calabria viene descritta come la terra che nella sua storia ha dovuto subire ogni angheria e sopraffazione culturale prima ancora che materiale. Tutte le dominazioni che l’hanno stravolta assumono alla fine il volto dello Stato, per l’appunto lontano, assente o presente e nemico. «Ci hanno cercati – ecco il cuore del romanzo -, non siamo andati noi a chiamarli. Noi stavamo bene con la nostra fame, le nostre malattie, la nostra arretratezza, non volevamo aiuti. Sono venuti nei nostri pascoli ad attaccare cartelli, divieto di caccia, divieto di pesca, divieto di pascolo, tutto diviene un divieto. Perché un popolo non può scegliersi il futuro e vivere come crede, sulla propria terra? Non volevamo la loro integrazione, il loro progresso, la loro lingua, i loro soldi. Loro hanno aperto le porte al demone».

Kyria – o, se non sbaglio, Criaco? – vuole ritornare indietro e cancellare secoli di storia immaginando il suo Aspromonte come un Eden.

Dicevo che questo è un libro da maneggiare con cura. Sembra, per quanto con la formula della narrativa, l’analisi di un anatomo-patologo che viviseziona i fatti e anche quello che passa per la mente di chi li provoca. Da questo punto di vista è un documento importante che fornisce elementi che consentono di penetrare in una cultura profondamente radicata tra la gente di questa terra. Ma, detto questo, fa correre il rischio di incorrere nella decantazione apologetica della cultura stessa e dei fatti e misfatti che produce. Anzi, con l’invettiva contro lo Stato e con la favola di Kyria-Criaco sembra quasi una sorta di giustificazione o di autogiustificazione di tutto il male che c’è stato e che c’è. Peccato che dai sequestri si sia passati alla droga, verrebbe da dire. Un po’ quello che tante volte ho sentito ripetere dalle mie parti, a Napoli: che disastro i camorristi di oggi, almeno quelli di una volta avevano un loro codice etico…

Quello che, a mio avviso, manca nel libro è la presa di distanza, se posso dire, la condanna. Per questo, “Anime nere” è così lontano da “Gomorra” ma anche dalla conclusione del film di Scorsese, al quale pure rassomiglia tanto. E per questo avvince e inquieta. Verrebbe voglia di chiedere a Criaco di dire qualcosa in più – e lo faccio pure in questa sede -, ma non posso ignorare il fatto che il libro è questo e trasmette il messaggio che, nero su bianco, contiene nelle sue pagine. Al di là di quello che penso io e di quello che può dire il suo autore.   

* Mio intervento alla presentazione del libro “Anime nere” di Gioacchino Criaco a Lamezia il 31 ottobre 2008. Il libro lo avevo già recensito sul “Quotidiano della Calabria” prima dell’uscita in libreria.

Bassolino: la forza della salita,
 l’insidia della discesa

GATTI, figli e nipotini, montagne e mare, corse e politica. E soprattutto Napoli, immensa, amata, impareggiabile nel suo splendore e nella sua bellezza, nella sua miseria e nella sua nobiltà, la città-mondo di cui gli chiede avidamente notizie Arafat. Antonio Bassolino ha scritto un romanzo, che è anche un libro di memorie e di incontri, di malattie e sofferenze, in cui si intrecciano passato e presente, soprattutto i decenni più vicini e la parte della sua vita a cui tiene di più: l’esperienza di sindaco di Napoli.
“Le Dolomiti di Napoli” (editore Marsilio, pagine 206, euro 15), mette quasi tra parentesi i dieci anni di presidente della Regione Campania. Ne parla all’inizio per ricordare la crisi dei rifiuti «che nei mesi a cavallo tra il 2007 e il 2008 precipita in modo grave». Lui già da tempo non ha più responsabilità, ma «ogni distinzione è travolta. Era come se fossi sempre io il commissario. Anzi, ero commissario, presidente, sindaco di Napoli e di tutti i 551 comuni della Campania, presidente di tutte le province, e magari anche premier e intero governo nazionale. La vicenda viene usata per colpirmi, nel centrosinistra perfino più che nel centrodestra».
Con lui sindaco «per diversi anni Napoli era diventata una delle grandi città italiane più pulite» e «i molti turisti che venivano da tante parti del mondo restavano impressionati positivamente proprio dalla pulizia, dall’antica bellezza nuovamente valorizzata, dal restauro di piazze e di monumenti, da un risveglio sociale oltre che culturale. La città aveva ritrovato una sua identità e riconquistato un suo posto, giusto e meritato, nella considerazione nazionale e internazionale».
Il libro ruota attorno a un’idea, che gli dà poi il titolo. Le Dolomiti sono sicuramente un riferimento concreto di un’esperienza personale, perché Bassolino è uno scalatore da ferrate. Il racconto, denso e preciso da scrittore di razza, è appassionante quando si inerpica su montagne leggendarie, compresa la ferrata di poco più di un mese fa sul Monte Zebrù dove poche settimane prima avevano trovato la morte sei esperti alpinisti. Ma le Dolomiti assumono simbolicamente il valore del carattere dell’uomo e del suo rapporto con la complessità di una città come Napoli. Perché la montagna è fatta di salite e discese e, quando si vuole o si può, di risalite.
In un passaggio dedicato ai due gattini, che gli riempiono casa e vita, l’ex sindaco di Napoli dà la chiave di lettura del libro: «Ginger sale sugli alberi, mentre Fred si esibisce in salti spettacolari. Felici, rincorrono farfalle, insetti e lucertole. Dopo aver preso confidenza con un piccolo ulivo, Ginger sale su uno più grande e alto. È incredibile quanto sia agile: sembra un acrobata, quasi una piccola scimmia. Poi si accorge che scendere è molto più difficile che salire, come sappiamo tutti; soprattutto chi frequenta la montagna e raggiunge i luoghi più difficili e le cime più affascinanti dove sembra di toccare con il corpo l’infinito».
Bassolino ha scalato le Dolomiti di Napoli, in anni di guida della città rischiarati da luci più che da ombre. Le inconfondibili radici popolari della città si fusero con la riscoperta di una tradizione artistica e culturale di valore europeo. Si respirò una bella aria in quegli anni. Piazza Plebiscito si trasformò in un luogo centrale dell’arte mondiale, si impresse un’accelerazione alla realizzazione della metropolitana, che oggi è già, e nel giro di due anni lo sarà definitivamente, la più grande opera di tra sporto urbano su ferro del nostro paese, e contemporaneamente un museo con le più belle stazioni d’Europa.
“La Salita” è anche l’episodio del film in cui Mario Martone gli fa scalare, nei panni di Toni Servillo, il Vesuvio ponendogli domande insidiose sulla politica, l’ideologia e il governo della città.
Poi la discesa, più difficile, come lui ammette, della salita, che avviene negli anni del governo regionale, soprattutto della seconda legislatura che, ammette, avrebbe fatto bene a evitare: «Anni difficili. La fase più drammatica della crisi dei rifiuti, purtroppo, cancella tutto… Giorgio Napolitano pronuncia da Capri parole ingiuste, in quei giorni. Ingiuste come quelle sui “giorni tra i peggiori per Na poli”, dette nel novembre 2006 in riferimento a gravi fatti di ordine pubblico».
Ora questo libro, che racconta salita e discesa, e che forse prelude ad una risalita, ad un ritorno. In mezzo ci sono pagine memorabili come quelle sul rapporto tra Napoli, San Gennaro e il Vesuvio, sull’emorragia che lo portò ad un passo dalla morte, e poi vicende politiche tormentate, e tanto, tanto privato. Da questa miscela di vita scaturisce una conclusione che è insieme una confessione e una riflessione: «Per tanto tempo, per molti di noi la vita coincideva con la politica, con l’agire collettivo, con la voglia di cambiare il mondo. La dimensione politica resta importante ma non può essere l’unica e nemmeno dominante. Combattere le disuguaglianze, valorizzare la qualità del lavoro e fare avanzare le forze deboli della società restano grandi finalità da perseguire in modo moderno e con animo appassionato. Ma senza la pretesa di caricare sulle nostre spalle l’intero mondo e l’illusione di cambiare perfino la vita stessa delle persone nelle sue diverse espressioni. Fuori dalla politica c’è tutto un mondo, c’è tanta vita, e forse cercare di cambiare la propria vita è anche un modo per mettere su basi più giuste un rapporto tra politica e vita.
Tutto questo appare forse più chiaro, perfino più naturale se si guarda il mondo con gli occhi dei figli, di quei propri figli ai quali non sono stati dedicati tutta l’attenzione e tutto il tempo che avrebbero meritato. Se si impara a guardare il mondo con gli occhi dei bambini che preparano il futuro!

Un acre odore di aglio

Quando sono stato invitato a presentare questo libro  di Mimmo Gangemi, non lo avevo ancora letto. Ho dato la mia disponibilità per stima e amicizia verso l’autore e anche per ricambiare la sua partecipazione alla presentazione di un mio libro a Gioiosa Ionica. Confesso che un po’ mi pesava il dover affrontare un viaggio da Napoli. Poi ho iniziato a leggere “Un acre odore di aglio” (Editore Bompiani) e man mano che andavo avanti ho quasi dimenticato il mio impegno a venire qui. Poteva essere, questo voglio dire, una lettura per così dire professionale, come le tante che capita di fare, ma così non è stato. Perché di libri se ne scrivono e se ne pubblicano tanti, direi troppi, che durano spesso il tempo necessario per leggerli e di cui presto si perdono traccia e memoria. Questo libro no, questo è un libro – ed è facile profezia – che resterà. Mi auguro che resti anche nelle future edizioni l’immagine di copertina, una mirabile foto in cui la cara Adriana Sapone ha messo tutto il suo mestiere e anche la sua passione civile, è l’opera di una grande artista della fotografia: nel volto, nelle rughe, nei capelli, nelle orecchie, nella mano, c’è la storia della Calabria, c’è il senso del libro, e la scelta del grigio è perfetta perché la Calabria ha tanti colori ma, se si osserva in profondità, il grigio è quello che prevale, che la tiene sospesa, quasi in bilico.

So, e ho letto, che sono molteplici i richiami che si sono fatti a scrittori e opere che hanno un posto di riguardo nella letteratura. Un po’ mi ci sono ritrovato, un po’ no. Ho pensato subito anche io a “Cento anni di solitudine” di Marquez (cent’anni di aglitudine?), dove si narra l’epopea straordinaria di una famiglia, che diventa speculare a quella di un popolo, meridionale anch’esso per quanto di un altro continente, con una lingua fresca e scorrevole, articolata magistralmente e che  segue i canoni classici della grande letteratura. Se dovessi pensare a qualche scrittore che, al di là degli esiti, si sia richiamato didascalicamente a questo modello penso soprattutto al lucano Raffaele Nigro, che con “I fuochi del Basento” vinse anche il Premio Campiello nel 1987. E ho pensato naturalmente alla roba, ai lupini, al verismo di Giovanni Verga, e all’altra roba, quella calabrese, vale a dire l’ulivo e l’olio di Gangemi, sacri e non sempre affidabili regolatori dell’esistenza dei protagonisti del suo romanzo.

Potrei anche dire che sull’opera aleggia la lezione sempre attuale del “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa: cambia tutto, poi non cambia nulla. E, volendo, non mancherebbero altri possibili riferimenti. Ne faccio ancora uno, che mi sembra più vicino a noi. Penso, infatti, a Saverio Strati, alla sua scrittura senza fronzoli e al suo guardare severo nell’animo dei suoi conterranei. Ma dopo averli fatti abbondantemente anche io, dico subito che qui siamo di fronte a un’opera originale, con una sua cifra non riconducibile a modelli per quanto di rango elevatissimo. Oso dire che una lettura comparata sarebbe sbagliata. Chi legge “Un acre odore di aglio” legge questo romanzo, legge un’opera che è il punto di maturità di Gangemi, colto in un periodo di fertile attività, ma anche la promessa di altri gioielli.

Partirei dalla scrittura. Gangemi ha scarnificato la lingua, lavorando di cesello, parola su parola, aggettivi quelli che servono, periodi asciutti come le vite dei protagonisti, verbi che inchiodano i concetti. Mi permetto di dire, considerata la sua professione, che la sua è stata anche un’opera di alta ingegneria, una costruzione in cui risaltano la purezza delle linee, la solidità delle strutture, i collegamenti tra i piani, il rapporto con il contesto. Il risultato è impressionante. Se davvero si volessero fare confronti, direi che in duecento pagine a corpo grande ha raccontato i cento anni di una famiglia come altri hanno fatto, altrettanto mirabilmente, in lunghezze più che triple. 

La narrazione. Poteva scrivere molto di più, avrebbe potuto, per esempio, riempire gli intervalli con altre storie e vicende. Ma cosa sono quei vuoti? Piuttosto,  ci sono vuoti nel romanzo? Me lo sono chiesto immaginando che cosa uno di noi, persona normale e non dall’esistenza leggendaria, che volesse raccontare la propria vita, potrebbe scrivere di così originale. Sebbene la normalità della vita non sia mai banalità poiché anche una giornata ordinaria, come Joyce ci ha insegnato, può diventare memorabile. Ma la scelta di Gangemi, immagino, è stata quella del ritmo, di un ritmo incalzante, fulminante, che desse un senso all’inizio e un senso alla fine, che fosse coerente con la storia, in qualche modo esso stesso ritmo la storia. Il ritmo dà la sensazione che questo romanzo sia a tratti una costruzione in versi. Sentite: «Lei non rispondeva, se non con un sorriso lieve e la mano a carezzarlo». Leggiamo: «Si diressero verso la montagna, carovana appresso ai due muli condotti da Turuzzo e dal figlio quindicenne. Percorsero una ripida mulattiera, costeggiando dirupi da cui distogliere gli occhi e puntando la dorsale, dove ciuffi di alberi si opponevano, ombre più scure, al cielo che già aveva liquefatto la notte e si colorava di violaceo». E ancora: «L’orto davanti alla macchina induceva tristezza, incupito com’era da un cielo grigio e chiuso su ogni lato, indeciso di pioggia. I rami degli alberi da frutto vestivano poche foglie ingiallite, restie a lasciarsi cadere. I rugosi tralci di vite somigliavano a serpi scure attorcigliate ai pali di sostegno. Il pino verdeggiava solitario e stendeva al suolo un’ombra tenue. Dalle colline gli spari dei cacciatori rintronavano cupi». 

Ora, per quanto oggi la Calabria possa essere diversa da quella che Gangemi ci lascia nell’ultima pagina, sospesa nei “ragionamenti” di Peppe che non riconosce più i suoi luoghi di fatica e di vita devastati dall’alluvione, il suo romanzo è un affresco, duro e impietoso, dolente e amorevole, disperato e disperante, di una Calabria immobile nel suo essere eternamente piegata sotto il peso insopportabile di ricorrenti disgrazie. E’ anche la storia della fatica, della resistenza, della voglia di risalire la china, ma è altro a prevalere. Odore acre di disgrazia e di morte. I calabresi che Gangemi racconta, sono quelli da lui ben conosciuti, quelli della sua terra, del suo Aspromonte. Duri e determinati, perennemente vinti. C’è sempre un Generale che gli mette i piedi sul capo. E loro come reagiscono? Aggrappandosi a quello che hanno fino a farlo diventare fonte di vita, a trasformare un terreno irrecuperabile in un fertile campo, per poi perderlo per una fiumara che si incattivisce. Crescendo figli che si spera possano diventare quello che i loro padri mai hanno potuto essere e che poi guerre incomprensibili ti strappano come brandelli di carne dalla tua famiglia. Onorando le donne, madri e mogli, purché culture ancestrali e relativi pregiudizi siano rispettati, pena l’impossibilità di vivere al punto da insinuare il velenoso sospetto che sia meglio farsi da parte per sempre. Cercando giustizia laddove è possibile e non rendendosi conto che quella giustizia produce altra ingiustizia. 

I calabresi vinti ma presenti, vivi ma impotenti. E lo sono anche i personaggi del romanzo benché essi, pur isolati e deboli, siano portatori di modernità di pensiero politico. Sullo sfondo c’è un’assenza pesante, il silenzio assordante dello Stato. Che si mostra solo quando, vestendosi di Patria, chiama gli uomini per immolarli nelle guerre. La descrizione è inappuntabile. La natura ciclicamente ostile e lo Stato lontano e distratto stringono un’alleanza perversa che punisce una terra separata dall’Italia dalla barriera fisica e simbolica del Pollino. Ma gli uomini dovrebbero sapere difendersi dalla prima, la natura, e costringere il secondo, lo Stato, a fare la sua parte. Ciò non accade – e questa mi sembra la Calabria che Gangemi ci consegna al di là delle sue intenzioni – perché questi uomini sono prigionieri di una società chiusa, dallo scarso dinamismo, senza ricambi di qualità, incardinata in un modello di famiglia che è al tempo stesso protettiva e asfissiante. La resa di Cola, che dopo aver voluto per una vita il diritto al voto non lo esercita quando finalmente è stato conquistato, è la rappresentazione delle speranze e delle aspirazioni che si perdono nell’aria come il fiato che precede la morte e che, al pari dell’aglio, pervade le pagine del romanzo. Di questo romanzo che non si dimentica, che è un pugno nello stomaco e la carezza di un figlio alla propria terra, sovente più matrigna che madre.  

24 aprile 2015      

Macry e la nostalgia del domani

Letto da giorni, ho lasciato decantare la prima impressione per tentare una riflessione più fredda quando, per parafrasare altri mondi, il vino buono non ci nasconde più i suoi segreti. Perché il primo impatto con questo libro di Paolo Macry, “Napoli. Nostalgia di domani”, è potente, direi ubriacante: sarà per la brevità, poco consona ai testi di storia tanto familiari all’autore, sarà per la scrittura, ben nota per la pluridecennale attività di commentatore e, quindi, di giornalista, sarà per il tema, antico e straordinariamente sempre attuale, sarà per la chiave di lettura di una città e di un popolo, della sua storia e del suo presente, dei suoi vizi, inesauribili e incorreggibili, e delle sue virtù, sfacciate e compresse, sarà per il messaggio, nonostante tutto, di fiducia nel futuro, insomma sarà per tutto questo e altro ancora ma quando arrivi alle ultime due righe – la confessione di resa – resti frastornato. Devi riprendere fiato, sospendere il giudizio e, appunto, attendere.

La galoppata in duemila e cinquecento anni di storia è veloce e avvincente, dove il cavallo è la cultura materiale di Napoli, le sue “pietre”, le stratificazioni ripetute e sempre presenti per quanto spesso e selvaggiamente violate, e in groppa c’è il suo tormentato spirito, le “intelligenze”, tutte, quelle alte e altissime e quelle basse compresa l’arte dell’arrangiarsi, di infrangere le regole, di imbrogliare e di sopravvivere, di vivere anche nell’illegalità e di sottostare alle sopraffazioni della delinquenza organizzata e non. Le tre date su cui Macry sofferma lo sguardo hanno un preciso significato: 1799 (la “storia spezzata”), 1860 (spettatori della storia che passa), 1944 (la gente che non vuole morire). Tra queste c’è una trama evidente: il ruolo del popolo, a quello delle élite verrò più avanti. Il popolo che, quando i sanfedesti del cardinale Ruffo circondarono la città, si rivoltò e con atti prolungati di “barbarie inimmaginabili” sterminò la giovane repubblica del 1799; il popolo che il 7 settembre 1860, senza lo spargimento di neanche una goccia di sangue, volse le spalle ai Borbone e si consegnò festosamente a Garibaldi e alla nuova Italia nonché alla combinata piemontesizzazione; il popolo, stremato dai bombardamenti americani, dalla fame, dalle malattie, che nel 1944, dopo un sussulto spontaneo che in quattro giorni cacciò i tedeschi che si accingevano alla deportazione dei suoi uomini mentre gli alleati erano ormai alle porte, tra miserie morali e materiali inenarrabili e con incerta convinzione entrò nella nuova Repubblica.

Ci sono poi le altre Napoli come quelle dei sovrani repubblicani, dal comandante Lauro ai viceré del pentapartito, dal “principe rinascimentale” Bassolino al re dei dieci giorni, il Masaniello De Magistris. Dunque, le avanzate e gli arretramenti, le innovazioni e le conservazioni, in un ciclico rincorrersi della storia di una città che, scrive Macry, ha anche il merito dell’innovazione politica: basti il riferimento all’attualità, all’ascesa dei populismi che qui fecondarono in tempi non sospetti.

Una Napoli che i napoletani, come mamme con i figli, non tollerino che se ne parli male, semmai lo devono fare loro. L’autore, scegliendo fior da fiore con uno spericolato volo nel tempo, ricorda il trattamento riservato al Renato Fucini di “Napoli a occhio nudo” (il Grand Tour),  alla Matilde Serao de “Il ventre di Napoli”, al Curzio Malaparte de “La pelle”, all’Anna Maria Ortese de “Il mare non bagna Napoli” fino al Roberto Saviano di “Gomorra”. Perché Napoli è un’altra, e c’è sempre un’altra Napoli a cui appellarsi per togliere i presunti o reali schizzi di fango che ne deturpano l’immagine. Meglio, par di capire, lasciare che se ne occupino Benedetto Croce o Giuseppe Galasso, Pasquale Villari o Aldo Masullo.

Ma che cos’ è Napoli? Macry, con questa sua “Napoli universale”, paga il suo debito di riconoscenza come mi pare di capire nelle prime pagine e in quelle conclusive nelle quali ricorda il suo impatto, cinquant’anni fa, quando vi giunse da giovane laureato in storia provenendo dalla sua “patria abruzzese”. Universale e “generosa”. Generosa e accogliente come poche altre città. Non riservata e chiusa, senza il riserbo di una cultura forte, e, quindi, mai presuntuosa e ostentata, una sapienza, la sua, debole, dove questo aggettivo sembra fare il paio con quello della cultura forte.

Dunque, “essere napoletani è facile”. Perché Napoli è una città inclusiva, intelligente, paziente, svelta come la sua gente. Ma è così davvero? Forse. A condizione, però, di abituarsi, affidarsi al suo ritmo e alla sua sregolatezza e, alla bisogna, comportarsi come gli altri nella vita pubblica che troppo spesso ha codici diversi da quella privata. Lasciando che, tranne rare e limitate eccezioni, vi sia una corrispondenza al ribasso tra amministrati e amministratori, tra classe dirigente e popolo. E qui vengo alle ultime due righe del libro: «E poi, volendo ci sono le élite. Raffinate e aperte, sebbene talvolta senza parole. Napoletane anche loro». In parte, aggiungo io, ancora incapaci di metabolizzare la “storia spezzata” del 1799, in larga parte comodamente dimentiche della stessa, tante volte acconciate a immagine e somiglianza del popolo con tutti i suoi peccati, spesso partecipi di un banchetto delle pubbliche cose e disinteressate all’interesse generale. Tranne, naturalmente, lodevoli eccezioni che purtroppo non cambiano la storia.