Una lettera di Carlo Franco

Carissimo Matteo,
a poche ore dalla presentazione vomerese di “…casomai avessi dimenticato” – in uno spazio, la Libreria Iocisto, che mi è caro, tra l’altro – sento il bisogno, dopo decenni di lavoro gomito a gomito, di rivelarti cosa davvero penso di te e del modo straordinariamente limpido e rigoroso con il quale intendi e pratichi il giornalismo. Ma anche l’appartenenza ad un partito.
È roba che rimuginavo​ da tempo (navighiamo​ nello stesso mare da molti decenni e la bracciata è ancora in qualche modo​ vigorosa anche se non vediamo avvicinarsi​ il traguardo), ma la tua performance mi costringe a rompere il silenzio. Sopra ogni cosa il giudizio estremamente positivo scaturisce dal fatto che ho apprezzato, oltre la qualità della scrittura e la forza evocativa dei racconti, il coraggio​ civile di prendere di petto la vita che pensiamo di esserci​ lasciati alle spalle e che, invece, ci segue. E di rimetterla in discussione per trarne insegnamento.
Avevo tenuto per me questo stato di animo​ ripromettendomi di parlarne in seguito con te, chi sa quando e chi sa come, ma stamani, come un lampo, mi è venuta, irresistibile, la voglia di rompere ogni indugio. E di affermare che il vissuto di ognuno di noi è parte vitale del nostro presente: il volo di Mimmo – il suicidio di Mimmo Maresca, un affermato quadro del Pci ma anche un tuo compagno dei sogni giovanili – è la chiave per capire tutti gli avvenimenti che come uno splendido mosaico compongono la trama del libro.
E io aggiungo anche​ un’altra considerazione che per onestà intellettuale​ tu non fai: ognuno nella vita​ si trova a dover superare​ una prova estrema, il problema, come ammonisce​ Renzaccio Arbore, è avere il telecomando​ giusto. A te accadde a Torino e tu dici che fu la bontà del compagno Pino​ a salvarti. È vero, probabilmente, ma il figlio del “compagno Saul” era venuto su forte e rigoroso. E avrebbe saputo ritrovare una strada senza ponte. Carlo Franco

Dopo Siani tutto uguale, i cronisti restano soli

di Raffaele Schettino

Dicono che c’è sempre una correlazione tra la data di nascita e il nostro destino. Scorriamo il ‘49, anno di Matteo Cosenza, giornalista e scrittore: la Nato, Superga, il Sant’Uffizio e il divieto di assoluzione per comunisti e atei. Ecco, direttore, forse un indizio l’abbiamo trovato.

(Sorride). «E pensare che il mio prossimo libro s’intitola Padre Pio, il miracolo vero».

Cosa c’entra un ateo con il frate santo?

«Era il ’79, l’anniversario della morte. Fui inviato a San Giovanni Rotondo e m’interrogai sul taglio da dare al racconto della veglia. Non potevo leggerla da fedele e non potevo considerarla un fenomeno da baraccone. Restai sulla soglia e i pezzi funzionarono. Piacquero a mia madre e al direttore: diventai l’esperto di Padre Pio».

Allora, qual è il miracolo vero del frate?

«La potenza del suo messaggio sta nella sua stessa vita. Ha incontrato Cristo, ha sfidato la Chiesa, ha lasciato in eredità la fede che è una forza straordinaria da contrapporre alla sofferenza. Un dono immenso che però io non ho».

Fosse stato il ’49 avrebbe rischiato la scomunica.

«Non sono ateo per moda. Ho letto la Bibbia e il Corano. Dell’Islam m’è rimasto poco, della Bibbia invece tutte le gemme che contiene. L’Ecclesiaste, il Libro di Giobbe. Dio mette tutti alla prova e alla fine persino i lutti sono accettati come atto di fede. Ho riflettuto ma non ho cambiato il mio agnosticismo. Però ne è valsa la pena leggere quei testi».

Leggere vale sempre la pena, anche perché è un verbo in disuso.

«Già. Più che leggere ora preferiamo guardare o sentire. Che poi non sempre significa ascoltare».

Questo ha impoverito anche il giornalismo.

«L’informazione ci scivola addosso. Il cronista è superficiale e il lettore, che ha la percezione di sapere tutto, alla fine non s’interessa di niente. Prima le notizie arrivavano lente, si vivevano. Leggendo del Vietnam immaginavamo di costruire una scritta gigante sul castello che domina Fincantieri: “No war” oppure “Pace”. Pensavamo di incendiarla per farla leggere da Napoli. No, oggi non c’è più trasporto, tutto è piatto».

Piatto come lo schermo di uno smartphone.

«Esatto. Basta entrare in un ristorante per capire dove siamo finiti. Tra un piatto e l’altro solo il telefonino. Poche conversazioni, zero emozioni. Un disastro».

Si vive più nei social che nella vita reale.

«Il problema è l’uso che facciamo dell’innovazione. Anche l’energia nucleare aveva finalità benevole eppure ci costruirono le bombe sganciate sul Giappone. I social accorciano le distanze, restituiscono familiari e vecchi amici, ma diffondono anche odio, celebrano il qualunquismo, mettono a rischio la sicurezza dei bambini. Forse abbiamo perso la misura».

Oppure il popolo della rete non è maturo abbastanza per apprezzare i valori della democrazia e della libertà?

«Questo è un quesito perenne però la democrazia è sempre il modello migliore dello stare insieme, sebbene imperfetto. Certo, sarebbe meglio avere più rispetto, meno slogan e meno volgarità».

Ce l’ha coi politici?

«Ce l’ho con chi ha interesse a veicolare messaggi deviati e orientamenti politici o commerciali. Noi utenti dobbiamo essere più critici ma per esserlo dobbiamo leggere e approfondire per avere gli anticorpi giusti. Lo dico sempre ai giovani».

Per fortuna i ragazzi hanno più anticorpi degli adulti.

«Loro sono il futuro al quale aggrapparci. Hanno una marcia in più e sono pure più rispettosi dell’ambiente che noi invece abbiamo consumato avidamente».

A proposito di futuro e di giovani: che fine farà il giornalismo?

«Serve una svolta. Questo mestiere straordinario ha perso appeal. Il giornalismo da scrivania ha sostituito quello che consumava le suole, il dogma non è più la verifica delle notizie ma la velocità di pubblicazione. C’è troppa superficialità».

E c’è poca qualità.

«Il giornalismo d’inchiesta costa ma editori e direttori devono crederci, rispettando i contratti e recuperando l’autonomia di pensiero. Servono cronisti che sanno raccontare i particolari, che sanno leggere nelle pieghe delle storie. Il giornalismo scadente allontana i lettori e mina anche la democrazia e la libertà».

Nel suo libro «Casomai avessi dimenticato» ha dedicato un intero capitolo a Giancarlo Siani.

«È una storia tormentata da tante ombre. Sull’inchiesta è come se dopo 10 anni qualcuno avesse detto: “fermiamoci qui”. Sul resto dico che Siani non fu tutelato dal suo giornale. Ma da allora non è cambiato nulla: anche oggi i cronisti sono soli».

E la solitudine è una condanna.

«Soprattutto per i corrispondenti che vivono la realtà che raccontano».

Nel libro racconta anche di una società che non c’è più. Quella della Castellammare coi ragazzini in bermuda.

«Il declino è iniziato con la crisi della classe operaia che esercitava anche una funzione etica e sociale. Poi il terremoto e la guerra di camorra hanno generato sguaiatezza, invivibilità e crisi culturale».

Ma c’è la sfida di Stabia Capitale della Cultura.

«Grande iniziativa ma partecipare a una competizione prestigiosa non basta. Bisogna recuperare il centro antico, ricostruire la vivibilità, far tornare a pulsare i rioni-cuore della città. Qui servirebbe una visione grandiosa».

 

Intervista-recensione realizzata dal direttore Raffaele Schettino sul quotidiano Metropolis e pubblicata domenica 4 ottobre 2020

Cosenza, utopia e potere delle parole

di Floriana Guerriero

È un racconto che attraversa la storia del giornalismo, di una generazione e insieme del paese quella che consegna Matteo Cosenza in “Casomai avessi dimenticato”, Rogiosi edizioni. Una narrazione che consegna la forza del giornalismo e insieme la fatica di un mestiere, che non ha mai smesso di raccontare la società in cui viviamo. Tanti i protagonisti della politica e del mondo del giornalismo che fanno la loro comparsa nelle pagine, da Maurizio Valenzi a Enrico Berlinguer fino a Giancarlo Siani. Cosenza, una vita dedicata al giornalismo, dal Mattino alla guida del Quotidiano della Calabria, racconta di aver scoperto per caso come la storia di Siani abbia intrecciato la sua. Una scoperta avvenuta leggendo il soggetto del film di Maurizio Fiume “E io ti seguo” sull’assassinio del giornalista del Mattino.

«Oggi sono andato – scriveva Giancarlo – a prendere Matteo Cosenza per portarlo al liceo Umberto per una lezione. Matteo voleva sapere perché ogni giorno dal Vomero vado a Torre. Sorridendo ho risposto: visto cosa mi tocca fare per diventare giornalista ed entrare al Mattino». Siani aveva infatti collaborato tra il 1983 e il 1984 attivamente con Lamberti sia al corso di giornalismo che all’Osservatorio sulla camorra. «Lo conoscevo bene – scrive Cosenza – per gli articoli che scriveva da Torre Annunziata per il Mattino, che ogni tanto mi costringevano a fare qualche rimprovero al nostro corrispondente. Il suo, come si sa, non era il lavoro spesso un po’ routinario di cronaca locale, lui leggeva la realtà, collegava, ricostruiva, scavava, resocontava e commentava». Inevitabile il richiamo alle polemiche su una morte che poteva forse essere evitata e sulle responsabilità del Mattino. «Penso che il direttore del Mattino – scrive Cosenza – sia stato tormentato da questi pensieri e si sia convinto davvero che Siani fosse stato mandato allo sbaraglio. Si chiedeva “Abbiamo sbagliato qualcosa?” Pietro Gargano gli rispondeva: “Sbagliammo tutto”». Eppure, ricorda Cosenza, l’errore era nel sistema, l’essere abusivi era una strada obbligata anche se si poteva contare su una raccomandazione. Una strada, quella di Cosenza, direttore de La Voce della Campania e poi di Paese Sera Napoli, che abbraccerà presto quella del Mattino, dap-rima con la querela per un articolo diffamatorio sul caso Siani pubblicato da Paese Sera, risolto con una cena e poi con la proposta di entrare nella squadra. «Eravamo al dolce – racconta Cosenza – quando Calise si rivolse al nonno e gli chiese: Direttò ma quanno c’o pigliammo a Matteo?. Dalle reazioni capii che l’unico a sorprendersi ero io. Infatti, il direttore del Mattino rispose con tutta calma “Se lui è d’accordo, si può fare”. Iniziò così il mio viaggio non facile verso il giornale della città». 

Tra storie, voci e volti a prendere forma è una riflessione sul giornalismo: «Quando ero entrato al Mattino avevo cercato una risposta ad una domanda che mi facevo da sempre: perché quello era il giornale per antonomasia della città, da dove derivava il suo radicamento fino a farlo diventare un suo imprescindibile punto di riferimento, quasi uno dei monumenti di Napoli?… Una volta dentro quel palazzo una risposta me la diedi: a quel tempo – negli anni poi molte cose sono cambiate – realizzavano il giornale persone che rappresentavano Napoli nei suoi vari aspetti, che in essa erano intrecciate con una fitta trama che consentiva di cogliere umori, sensibilità, storie e notizie. Nel bene e nel male». 

Ma il libro è soprattutto il racconto di come sia nata la passione per il giornalismo, autobiografia e memoria si fondono, così grande e piccola storia, Matteo spiega come sia nata in lui la passione per la lettura, frutto di una malattia che lo costrinse a letto, una passione che viaggia di pari passo con quella per la politica, ereditata dal padre, operaio comunista, tanto che presto Cosenza si ritroverà costretto a scegliere tra le due. «Perchè all’inizio, nella mia Castellammare, non erano gli altri a chiedermi di fare i giornalisti bensì ero io a caccia di loro per far crescere l’egemonia culturale prima che politica del mio partito nel territorio». Fino alla fuga a Torino, dopo una lite con i suoi per toccare con mano la fatica del lavoro, la disperazione dei tanti che emigravano al Nord in cerca di fortuna ma non sempre la trovavano. 

O ancora la scommessa de La Voce della Campania che sceglieva di pubblicare la Storia della Campania, riunendo intorno ad un tavolo il gotha dell’Università campana. Una scommessa strettamente legata al sogno del riscatto delle aree interne, impreziosita dalla partecipazione di Giuseppe Galasso. Era proprio Galasso a sottolineare come «un punto di unificazione regionale c’è stato soprattutto negli ultimi mille anni più che in precedenza quando Napoli ha svolto le funzioni di capitale del Regno in modo da fungere da centro metropolitano di tutte le altre province del Mezzogiorno e non soltanto di quelle tre più vicine di cui parliamo nel caso della Campania… Dopo la fine del Regno, Napoli si è trovata esposta ad una quasi insuperabile difficoltà di convertirsi da capitale del Regno a capitale del territorio diversamente definito».

O ancora la risposta di Enrico Berlinguer alla lettera di Cosenza che gli manifestava il disagio di un compagno sconcertato per le trame visibili o nascoste intorno a Paese Sera, dopo le dimissioni di Andrea Barbato e l’ombra di una società di import-export europeo che incombeva. «Caro Cosenza – rispose Berlinguer – ci sono diversi compagni che lavorano in giornali che non sono del partito e alcuni di essi non sempre si comportano da comunisti. Pur comprendendo i sentimenti che ti hanno spinto a scrivermi non vedo perché debba sentire disagio un compagno per il fatto di lavorare a Paese Sera. Tieni conto, fra l’altro che la linea e gli atteggiamenti politici del giornale saranno influenzati in misura notevole dal lavoro e dell’orientamento dei redattori». La sera del 3 aprile del 1983 l’editore annunciava la chiusura di Paese Sera che però giornalisti e poligrafici decisero di tenere in vita.

È lo stesso Cosenza a spiegare il senso del volume che ribadisce la forza delle idee e delle passioni e insieme il potere delle parole: «Io lo intendo come un tributo alla carta, alla parola scritta e dattiloscritta, a quella stampata, al nero su bianco che mi ha accompagnato da sempre. Non senza qualche tormento e tradimento. Quando in uno stanzino di Paese Sera comparvero tre postazioni video dove noi giornalisti portavamo i nostri articoli dattiloscritti per vederli trasformati in caratteri verdi che comparivano su uno schermo nero, eravamo curiosi, scettici, perplessi”. 

Recensione pubblicata sul “Quotidiano del Sud” edizione Irpinia domenica 27 settembre 2020 – VISUALIZZA ARTICOLO

Ma Matteo non ha dimenticato proprio nulla

di Lino Zaccaria

Matteo Cosenza viene da molto lontano. E lo dimostra con il libro “Casomai avessi dimenticato” (196 pagine, Rogiosi Editore), una sorta di autobiografia che si snoda attraverso molteplici flash back, tasselli della sua straordinaria esperienza professionale e di vita.
L’ancoraggio delle reminiscenze, tratte dagli appunti rigorosamente conservati nel cassetto, è Castellamare, la città dove è nato e dove si è formato, seguendo le orme del padre, il compagno Saul, un monumento della storia del Pci stabiese (e non solo).
Matteo è un ragazzo precoce, cresciuto a pane e politica. Ingaggia un duello personale con l’insegnante di italiano, che lo boccia perché a suo dire non sa scrivere e lo provoca con il contenuto dei suoi compiti in classe. Ma il ragazzo ha grande orgoglio, passa l’estate a leggere di tutto, divora migliaia di pagine dei libri della biblioteca di casa, messa su dall’operaio Saul ed imprime una svolta alla sua vita. Il professore di italiano è duramente sconfitto.
Contemporaneamente Matteo si autoproclama segretario giovanile cittadino del Pci, si ritaglia un posto nella sede del partito e ne combina di tutti i colori, compreso un “chiarimento” telefonico con l’allora segretario della federazione napoletana, Giorgio Napolitano. E’ di quegli anni la rocambolesca conoscenza con Ruggero Zangrandi, un grande inviato di Paese Sera. Matteo è un vulcano, seppure ancora ragazzo esorbita dalle attribuzioni, incide sulla vita del partito a Castellamare, prova il brivido della ribellione, fugge di casa nella chimerica impresa di trovare un lavoro della Torino operaia della Fiat. Ma la rivolta dura poco. A Castellammare c’è l’humus della sua esistenza, ci sono gli affetti. Ritorna e scopre in sé il sacro fuoco del giornalismo, abituato com’è ad avere sotto mano tutti i giorni L’Unità, Paese Sera ed anche Il Mattino. Si inventa un ciclostile, poi avvia la collaborazione alla “Voce della Campania”, di cui diventa ben presto direttore e dove prende sotto la sua protezione due ragazzi che ne faranno di strada, Antonio Polito e Gigi Vicinanza, ma anche, tra gli altri, Enzo Ciaccio, Procolo Mirabella, Giuseppe D’Avanzo e Michele Santoro.
Nel ripercorrere i passaggi più importanti della carriera Matteo svela un episodio che non ha timore di rivelare e che ribadisce quella profonda onestà intellettuale che è una caratteristica pregnante del suo atteggiamento etico e civico. E’ il 1979, il direttore di Paese Sera gli offre un contratto a tempo indeterminato e soprattutto la prospettiva di diventare, nel breve, responsabile dell’edizione napoletana del giornale. È al bivio tra giornalismo e politica. Fa parte anche della direzione regionale del partito, Bassolino ne è il segretario. Si riunisce il comitato regionale, oltre al segretario è presente anche il dirigente nazionale Giorgio Napolitano. Il Pci è reduce da una serie pesante di sconfitte elettorali. Cosenza prende la parola e legge le dieci pagine di fuoco della sua relazione. Ne ha per tutti e lancia i suoi strali contro le scelte politiche, o meglio contro le mancate scelte. Ma il “tribunale” del partito, attraverso un’apposita commissione, non perdona, arriva la “condanna” per iscritto. Attorno a lui, improvvisamente, si fa il vuoto. E quella promessa di nominarlo capo della redazione di Napoli tale rimane per due lunghi anni.

Per non dimenticare proprio nulla Cosenza ripercorre altri momenti decisivi del suo percorso umano e professionale: il confronto con il “nemico” Antonio Gava, la lunga esperienza al “Mattino”, e svela i particolari del suo passaggio al più importante quotidiano del Sud, i suoi rapporti con Pasquale Nonno, la sua conoscenza, quando lavorava ancora a Paese Sera con Giancarlo Siani. Ne ha anche per citare la sua straordinaria esperienza alla direzione del “Quotidiano di Calabria”, culminata con l’organizzazione di una spettacolare e gremitissima marcia contro la ndrangheta.
Oltre alla prefazione di Enzo d’Errico il volume si articola in tredici capitoli. Si legge tutto d’un fiato, la frammentazione numerica cui è ricorso l’autore è solo apparente. Tutta l’opera appare come un unico avvincente capitolo di una storia che non è finita. Perché il “sacro fuoco” del giornalismo non si è spento, e Matteo Cosenza continua ad esibirsi dalle colonne del “Corriere del Mezzogiorno”. I suoi fondi colpiscono, fanno sempre discutere.

Recensione pubblicata su Quotidiano Napoli” il 5 agosto 2020

Caro Matteo,

di Nando Morra*

ti rubo tempo con una “particolare“, atipica, lettera personale che mette insieme il “ tu “ e l’Autore. Parlo, al contempo, con l’amico Matteo, compagno d’arme, e “vedo“ lo scrittore a modo mio .

Ho letto “ Casomai…” con immaginabile partecipazione e coinvolgimento, nel verde e nella quiete del mio “buco” cilentano . Bellissimo. Più che un libro, un “lavoro” dell’anima. È impresa ardua definire una antologia fatta di avvenimenti, persone, sentimenti, idee e valori, caposaldi e sintesi di un percorso lungo e impegnativo in circa duecento pagine connesse con l’immateriale ma robusto filo rosso proprio del DNA. Certo, sorregge l’esperienza dello scrittore non neofita e del giornalista di alta caratura, ma sempre impresa grande è. Il libro è opera notevole. Complimenti davvero. Sei bravo.

Penso che un libro non sia solo esercizio di buona scrittura; nel caso, leggera, lineare ma intensa, capace di parlare alla testa e al cuore e, soprattutto, di indurre nei lettori emozioni forti che intrecciano il tuo vissuto e le tue esperienze, in qualche occasione, anche con mie personali assonanze. Ne parleremo.

Anche se carente di specifici accreditamenti culturali e accademici”, mi permetto ritenere il testo non solo un originale intreccio di rimembranze indelebili ma anche espressione di significativa “cifra“ letteraria. Questa opinione ha radici in mio profondo convincimento. Consentimi una digressione. Poi ritorno alla tua opera.

Spesso nelle mie molte vite e nel mio lungo cammino che ha attraversato il secolo con oltre sessanta anni di “vita pubblica”, mi capita riscontrare come, da tante parti, alcune “categorie sono ancora considerate sulla base di stereotipi stagionati e stantii per cui un medico, un ingegnere, un giornalista stesso, non può essere portatore, per definizione, di altri profondi interessi e specificità culturali o artistiche . Nemmeno a parlare dei “sindacalisti. Nella vulgata una categoria prigioniera di angusti schemi e forti limiti culturali. È per molti esercizio difficile immaginare che possono anche esserci, gli esempi sono tanti, politici o sindacalisti come degli “intellettuali atipici (anche considerando le università, differenziate per livelli di responsabilità, di Frattocchie, di Ariccia e anche della Verna nel Casentino per i DC…), formatisi come lettori appassionati (io, come te ragazzo…) a 360°; di avere letto e riletto classici, controclassici, russi, americani, contemporanei o di altri mondi. Ne conosciamo tanti; per me Maestri, da Trentin a Peppino Vignola a Antonio Lombardi, ex operaio ma un pozzo vero di cultura, a Lama, a Foa, a Bodrato, a Mario Ciriaco, Geppino Castaldo e tanti altri…

Ed anch’io come te e altri, non sono ”dottore”: per quattro esami non sono laureto in Economia… ho anche qualche trenta sul libretto che conservo, matricola 3068, Università allora in via Partenope… La CGIL mi assorbiva al midollo, poi a Roma e poi nelle Istituzioni… sono stato anche a lungo componente il CdA della Federico II e dell’Orientale, ma non ho mai pensato di utilizzare la posizione… Un errore “storico”, comunque, anche di presunzione. Ma anch’io ho studiato e letto tanto; ancora oggi i libri sono la mia passione… L’ultimo comprato il 13 agosto a “ Iocisto “: il tuo…

Libri non soprammobili ma quali testimoni del tempo e suscitatori di pulsioni reali derivanti, appunto, da continue e attente letture; oltre duemila testi nelle librerie di casa (tutti letti, compresi “La leggenda di Thyl Ulenspiegel“ e “Don Chisciotte“ che ancora troneggiano nella libreria centrale; meno, confesso, qualche tomo del Capitale, della Storia d’Italia e dello stesso Lenin…); proprio stamane ho fatto l’inventario, dopo aver chiuso con il tuo testo, dei volumi che abbiamo nella libreria al “buco“ cilentano: 80. Sarebbero 81 con il tuo ma lo porto dietro a Napoli… Una galleria, da Saramago a Boll, a Fante, Starnone, Marai, Rea, Baricco, ecc. ecc.

Persone che leggono o capaci come te ed è bello ritrovare identità anche… operative di raccogliere non solo libri ma di catalogare documenti e articoli. Circa 1300 oltre i dispersi (dal primo intervento scritto a mano, nel 1962 per il convegno CGIL sui “Tecnici nella industria elettrica“ a Parma ad oggi) classificati per anni e per temi . Oppure essere interessato da sempre alla musica ed all’arte, visitando i musei del mondo, maggiori e minori, o di dedicare le vacanze della estate 2019 alle città d’arte, grandi e piccole, della ex Germania Est o Polonia.

O di sostenere le arti visive, come ho fatto da rappresentante istituzionale, sostenendo l’Accademia, il Conservatorio e tanti giovani diventati nel tempo star internazionali della Foto d’Arte come Antonio Biasucci, Rafaela Mariniello, Gianni Fiorito e altri oggi assai noti o supportando mostre e aprendo la Mostra d’Oltremare agli allievi delle Belle Arti per la prima volta chiamati ad arredare il nuovo Palazzo dei Congressi con le loro opere scelte dai loro diretti Maestri. Esposizione pubblica meritata per giovani artisti.

Ancora: di avere battagliato con Luigi Compagnone (eravamo amici e mi ha passato tutti i suoi libri con dedica…) dalle colonne del “ Mattino “ per fare conoscere il capolavoro di Enzo Striano (Maestro di un giovanissimo Nando, accolto come cronista sportivo nella redazione dell’Unità, edizione Napoli),”Il resto di niente“, ignorato dalla cultura e dalla critica “ufficiale“, o anche le tante sollecitazioni pubbliche e private per John Fante, allora “milite ignoto“, oggi finalmente, ritrovato da tanti con Festival nel Molise dove nacque .

Tutto questo sproloquio è per farmi capire e per ribadire che pure senza essere, con il giusto rispetto, “accademicamente patentati “, ritengo possibile intervenire con qualche notazione di merito su un lavoro letterario o, come si è anche verificato, su alcune importanti mostre. Rientro in picchiata sul tuo libro.

Ecco, dico subito che il tuo lavoro, anche se con sintesi attenta che svela il giornalista di classe, esprime compiutamente la tua “identità“ complessiva e, insieme, le idealità e i valori che hanno radici solide e antiche e esaltanti (in primo luogo il Compagno Saul che, sai bene, stimavo molto ed al quale ero legato da affetto schietto ) e riesce a dare il senso di un percorso importante e impegnativo. Connota la “vita bella, intensa e appassionata“ (Luciano Lama) che emerge nella sua compiutezza dalle pagine nitide e dalla calibrata sequenza dei capitoli .Un film con colonna sonora di rara qualità e riscontro: la sincerità.

Quando un libro ti “prende“ e non si fa lasciare significa che “funziona“. E se funziona non è solo per i contenuti e temi non sorpassati ma di stringente attualità che propone e affronta con analisi dura ma anche pregna di umanesimo; suscita interesse in quanto è capace di innescare e donare emozioni .

Emerge la capacità di narrare, declinando al contempo ricordi, realtà, dolori, disincanto, riflessioni, esperienze positive o amare, con piena libertà intellettuale, politica e professionale; con la lievità di una scrittura trasparente e la forza della verità anche nel rivivere e proporre situazioni e passaggi di peso strategico e politico rilevante .

È questa tonica “leggerezza dell’essere“, da scrittore autentico per dirla con Kundera, che rende possibile proporre fatti e situazioni complesse, difficili, scomode, con la serena consapevolezza di contribuire alla conoscenza della verità: su tutto e tutti, avvenimenti, uomini, partiti .

I capitoli si presentano come gouaches che con colori, intensità e sfumature diverse, raccontano le “tue“ storie“ fatte di persone vicine o lontane, personalità autorevoli o semplici compagni e amici, cardini di una vita in prima linea, dalla Sezione Lenin alle redazioni, da giovane cronista precario e speranzoso alle responsabilità della direzione; dalla lotta politica anche sorda e ambigua, nel PCI sulle “liste di lotta“; dal positivo e poi conflittuale e difficile percorso di “Paese Sera” alla “emigrazione verso Sud “, alla “marcia“ di Reggio Calabria contro la criminalità e a sostegno delle Istituzioni.

Sfilano e si intrecciano in controluce ma con nette connotazioni, schizzi che interpretano con rigore intellettuale passaggi e momenti di vita vissuta e protagonisti e partecipi della “storia” personale dell’Autore: il ragazzo bocciato; Chiaromonte, sempre netto nelle posizioni, un dirigente politico da riconsiderare; Berlinguer, Napolitano, Gava con il riconoscimento e rispetto reciproco della valenza culturale e politica; Nonno con i suoi tardivi tormenti per il dramma di Giancarlo Siani; Mimmo Maresca vittima della solitudine politica; Pino, il “torinese“ e poi Luigi Vicinanza, Antonio Polito, Enzo d’Errico, Nora Puntillo, punte di diamante della valida “Scuola di giornalismo “ nata nelle redazioni napoletane dell’Unità e di Paese Sera.

Una galleria dove c’è anche Michele Santoro che deve tanta parte del suo successo alla incapacità dimostrata di potere essere un valido dirigente politico o direttore di giornale. La “punizione” da parte del PCI della Campania (ero, all’epoca, membro della segreteria) di… trasferirlo a Rai3 fu la sua fortuna insieme alla sua intuizione che era tempo del giornalismo tv di assalto più che di inchiesta.

Oltre la eccellenza narrativa e la cifra letteraria è da sottolineare la valenza culturale e politica del contributo alla verità che “Caso mai avessi dimenticato” apporta con assoluta nettezza critica alla comprensione di talune vicende “storiche“ che hanno investito il PCI della Campania. Lo stile narrativo dell’Autore declina con eleganza e senza infingimenti, le tensioni e le torsioni del gruppo dirigente del PCI napoletano e campano su tanti punti focali, togliendo impietosamente il velo agli opportunismi personali o del partito nel suo insieme. L’Autore ha il merito di non fare sconti; espone lasciando il giudizio al lettore.

Sono le questioni relative a Zangrandi-Badoglio-Palermo; di Francesco De Martino e Giulio; l’etica e la pulizia politica e morale di personalità come Chiaromonte, Mola e Amodio; il PCI e la Lega Cooperative; la storia dolorosa di Paese Sera e il Berlinguer che risponde a Cosenza ma appare in pantofole come celebrato da nota vignetta e altro.

Senza usare l’accetta ma con colpi precisi e secchi di fioretto come nel suo stile, Matteo Cosenza punta episodi, persone e dirigenti del PCI proponendoli nella loro a volte disperante realtà fatta di un mix di opportunismo e pseudo-rigorismo di facciata che insacca e ingabbia i problemi eludendoli e, dunque, aggravandoli e non risolvendoli.

Un lavoro importante, un libro dai pensieri schietti, tutto da leggere. Un romanzo di formazione, ma atipico e particolare in quanto interseca e intreccia il vissuto dell’Autore e un mondo di “infiniti mondi“: adolescenza, militanza, lotta politica, emigrazione, giornalismo, responsabilità istituzionali, cultura, società, Famiglia. Che non è ultima ma prima nella scala di valori di Matteo Cosenza. Lo dimostrano e confermano i richiami commossi al “Compagno Saul “, alla Madre, ad Anna compagna di una vita, la dedica ai nipoti. Cioè ai giovani perché abbiano e conservino memoria delle radici. Un libro anche per i giovani, da portare e leggere nelle scuole: per discutere e capire.

Ha ragione, dunque, Enzo d‘Errico nella fascinosa, essenziale eppure corposa prefazione quando scrive: «Immagino sia vicino il giorno in cui un ragazzo comincerà a sfogliare le pagine del libro e ne verrà rapito».

Recensione in forma di lettera ricevuta il 31 agosto 2020

* Nando Morra nella foto

Matteo e noi ragazzi di via Cervantes

di Procolo Mirabella

Consiglio a tutti la lettura dell’ultimo bel libro di Matteo Cosenza “Casomai avessi dimenticato”. Giornalista di razza qual è sempre stato Cosenza, Matteo, come per me e per gli amici e i colleghi che hanno avuto la fortuna di incrociarlo nella vita e nel lavoro è affettuosamente e inequivocabilmente sempre stato chiamato, lo riconosci nell’incedere della narrazione. Leggi e senti la voce rotonda e intelligentemente sorniona, ironica, mai banale, appassionata a tratti sinceramente commossa di Matteo che racconta e ti fa ricordare. Naturalmente, non voglio minimamente entrare nei contenuti, negli spunti, tanti, politici, storici, giornalistici, sociali che l’amarcord della sua vita professionale propone al lettore. No. Voglio rimanere sull’onda delle emozioni che la narrazione ti, o quantomeno, mi smuove dentro. E qui posso garantire che lo scossone c’è tutto. Un salto nel tempo che il titolo preannuncia e nel quale chi legge viene catapultato, come in un velocissimo ed efficacissimo flash back. Mi fermo qui per non rovinare la sorpresa di chi leggerà. Ma non senza qualche ultima notazione e qualche ricordo personale che voglio dedicare io a Matteo. 

Innanzitutto, un doveroso riconoscimento all’amico, collega e mio primo direttore alla “Voce della Campania”: perché ,quasi certamente, senza di lui e senza l’iniziale apprendistato in quella specialissima palestra, la “Voce” appunto, ricordata da Matteo, giornalisti, io e tanti altri futuri bravi professionisti non saremmo mai stati. E infine qualche aneddoto, davvero personalissimo. Su tutti un episodio per cui Matteo mi ha sfottuto per anni. Io in verità non mi ricordo sia andata proprio così. Ma siccome era il direttore gliel’ho sempre fatta passare. Ero da pochissimo semifisso, semiabusivo come tutti i ragazzi di via Cervantes 55 nella redazione della Voce. Timidissimo, timorosissimo di sbagliare qualcosa. E un giorno Matteo mi fa: esco un attimo, vedi se squilla il telefono. Esce e quando torna mi chiede: allora? Ha squillato? Sì, gli rispondo. E chi era? Ah questo non lo so, avrei detto io all’incredulo direttore: mi hai chiesto di controllare se squillava, non di rispondere… Avendo preso più confidenza, qualche anno dopo, mi vendicai, e alla fine del pranzo che facevamo nella pausa del lavoro di tipografia in un ristorante vicino alla mitica “Arti grafiche Boccia”, a Pontecagnano, Salerno, dove si stampava il quindicinale, io e quello scapocchione di Marino Marquardt facemmo servire a Matteo il caffè condito col sale… ci voleva uccidere, prima che tutto finisse in una irrefrenabile risata collettiva. Erano quelli gli anni. Eravamo ragazzi. I ragazzi di via Cervantes 55. E grazie a Matteo per avercelo ricordato.

Noi ragazzi di via Cervantes

 di Giuseppe Improta 

Le recenti presentazioni e le recensioni sui quotidiani del nuovo libro di Matteo Cosenza (Casomai avessi dimenticato, Rogiosi editore) hanno evidenziato l’impegno politico costante ed il contributo dato dall’autore, per alcuni decenni, al giornalismo di qualità campano e meridionale.

Un contributo sottolineato anche da diversi post apparsi su Facebook, dove Matteo, con interventi quasi quotidiani continua a farci apprezzare la sua fluida penna e lucida mente.

Nel suo post Procolo Mirabella si è soffermato, da ex redattore, sulla “creatura” fatta crescere e sviluppare da Matteo negli anni Settanta: la rivista La Voce della Campania. L’ex giornalista RAI per ricordare quei primi suoi anni di esperienza giornalistica presso il quindicinale napoletano ha premesso un simpatico titoletto, “Noi ragazzi di via Cervantes”, con riferimento alla strada che al n. 55 ed al 12° piano ospitava la sede della redazione. Un titoletto ricco di ricordi.

C’ero anch’io, infatti, tra quei “ragazzi”. Fresco di laurea, mentre completavo il servizio militare a Caserta, fui presentato a Matteo Cosenza da Giovanni Squame, allora segretario della sezione Pci di Ponticelli (la rivista, pur nella sua autonomia, era finanziata dal Pci).

Matteo, che proveniva da quell’esperienza politica nella Fgci di Castellammare efficacemente illustrata nel suo libro, accolse sempre con interesse ed attenzione ogni mia proposta. Mi occupai così del “dissenso cattolico”, della crisi e dei vari gruppi interni alla Dc, dei “Cristiani per il socialismo, delle comunità di base, della rivista “il tetto”…

Per me e per gli altri “ragazzi” La Voce della Campania fu una palestra di giornalismo. Ma anche un “cenacolo politico-culturale” (con esperienze ed età diverse), in cui insieme si scandagliava la società e la politica del tempo, andando al di là delle cronache politiche quotidiane. L’obiettivo era quello di dare un contributo di analisi e proposte alla società, alla Sinistra, al Pci.

Da qui indagini, inchieste, “speciali”, dibattiti, interviste… Come, per ricordarne qualcuna, la mia inchiesta in otto puntate sui “Gruppi”, partiti e movimenti extraparlamentari di quegli anni (la si può leggere sul mio sito www.giuseppeimprota.it), lo “speciale” sul ’68 a Napoli, l’inchiesta sul “Potere a Napoli”, utilizzata da Percy Allum nel suo capitolo per la “Storia della Campania” pubblicata dalla rivista a fascicoli (seguiranno la “Geografia della Campania” e “ Cultura materiale, arte e territorio in Campania”)…

Non posso elencare i vari collaboratori e redattori. Potrei ometterne qualcuno. Ricordo solo lo scomparso Ubaldo Grimaldi e le sue approfondite analisi del mondo della scuola, che gli permisero in breve di diventare consulente e collaboratore de Il Sole 24 Ore (due anni fa ne ho parlato nel mio libro L’amico preside Ubaldo, Il Quartiere edizioni).

Uno dei tanti bei risultati di cui, insieme con molto altro, può ben essere soddisfatto Matteo Cosenza!

Recensione pubblicata sul sito www.giuseppeimprota.it il 23 luglio 2020

Innamorato della Calabria

di Franco Cimino
Per fare politica ci vuole passione. La passione è il fuoco che arde il corpo e accende gli occhi sugli ideali per i quali si darebbe la vita senza chiedere nulla in cambio. Per fare giornalismo ci vuole freddezza, forza fisica straordinaria, capacità di analisi dei fatti e di raccontarli per come sono avvenuti. Entrarci con decisione e dimorarvi il tempo necessario per cercare la verità oggettivabile e poi rapidamente uscirne per non confondersi con essi. Ci vuole costanza, spirito di sacrificio e ardore.
Per fare politica ci vuole immaginazione, forza di superamento della realtà, trasformazione della stessa, ricostruzione del reale, del già edificato, e costruzione dal reale, il reale “ impossibile”, cioè l’utopia. Ci vuole visione, la capacità cioè di vedere con la mente ciò che braccia collettive costruiranno. Per fare giornalismo occorre coraggio, anche quello della ricerca e disponibilità piena ad esporsi al rischio di qualsiasi natura.
Per fare politica occorre uscire dall’io per farsi noi, l’io con gli altri, camminare con compagni amici e sconosciuti nella stessa direzione e operare per il comune obiettivo. Per fare giornalismo occorre restare prevalentemente se stessi in quello spazio che a volte è tormento, avere la forza di resistere alla tentazione di farsi altro, figura estranea al proprio essere. O dipendere da un altro al soldo del quale stare.
Fare politica significa cercare la folla e parlarvi per ottenere il consenso, vivere una mezza vita dentro stanze in cui chiasso e fumo annebbiano la mente e impoveriscono i concetti. Fare giornalismo significa lavorare per gli altri a volte in solitudine, con lo sguardo sempre puntato sugli avvenimenti, il naso a fiutarli quando sono nascosti, e parlare solo con la macchina da scrivere e con i fogli da annerire, di inchiostro e fumo.
Matteo Cosenza voleva fare l’uno e l’altro. Infatti ha iniziato a fare quasi contemporaneamente( aveva quattordici anni appena) le due cose, che erano o sembravano, e di certo lo sono, incompatibili.
Era giovanissimo quando Matteo dovette scegliere. Scelse il giornalismo, forse perché tra le due attività consentiva di portare più sicuramente il pane a casa, quella che si sarebbe costruito nell’amore, e farsi presto un mestiere. Ovvero per la curiosità e la forza della ricerca, per uscire da Castellammare di Stabia, la sua radice più profonda mai recisa, e tuffarsi nel mondo. Scelse il giornalismo, di certo, perché la sete di giustizia e la battaglia per il riscatto dei deboli e l’affermazione di una società pienamente democratica, egli pensava di poterla meglio meglio esprimere attraverso la carta stampata.
E se la scelta l’avesse compiuta per rompere il cordone “ombelicale” con un padre capolavoro, grande quanto il suo corpo e la fatica di operaio in fabbrica e di militante comunista ricco di purezza infantile e di intelligenza saggia e profonda, quel compagno Saul, padre aperto, rigoroso e dolce, maestro di libertà e autodeterminazione? Chi può dirlo? Forse, Matteo, più esplicitamente, in questa terza fase della sua vita, quella del pensamento, della interrogazione profonda, delle risposte coraggiose, finalmente liberate.
Matteo fa la scelta più dolorosa, quindi, si separa dal partito, il corpo del suo corpo. Allora il partito era totalizzante. Lo era per tutte le militanze, lo era in assoluto per quella nel PCI. Il partito era compagno e padre, generale in battaglia, maestro di formazione. Era il pane duro e malfermo e falce per tagliare il grano nuovo, martello sul ferro da trasformare. Era libro, quel libro, in cui c’era la verità o la ricetta per raggiungerla, una e una sola. Era anche i primi libri, quelli che Matteo ragazzo, costretto da una lunga malattia a non star fuori, trovò in casa e lesse freneticamente divorandoli, una alla volta senza mai saziarsene. Dai primi “giornalini”, pochi fogli ciclostilati con il ciclostile della sezione del partito e poi nella prima tipografia quando l’impresa “ individuale” incomincia a prendere corpo insieme alla passione, a riviste più importati per approdare a Paese Sera, il quotidiano con il quale il PCI cercava di parlare a una platea progressivamente più vasta. Seguì la lunga e straordinaria esperienza al Mattino, lo storico quotidiano di Napoli per poi approdare, come finale di corsa professionale, alla direzione de Il Quotidiano della Calabria, dove diede una svolta significativa al purtroppo debole sistema d’informazione e una grande lezione di giornalismo, e di “ giornalismo politico” , purtroppo disattesa, anche nelle tre tracce che egli, dopo un decennio di esaltanti battaglie, ha lasciato impresse.
La prima, avere cura e difendere i beni più preziosi di questa terra, inaridita ma piena di frutti non colti, desertica ma ricca di beni coperti nel suolo riammantato. Lo stabiese di Napoli mette insieme, pur distanziandoli giornalisticamente, Saverio Strati, il grande scrittore abbandonato e dimenticato nella povertà estrema, e la Sibari sepolta nel fango di terra e acqua e dell’ignoranza colpevole di una politica malata e di una società insensibile. La seconda, cercare la verità come momento essenziale per contrastare un potere cinico, arrogante, connivente con il male. Prende a simbolo il capitano della Marina De Grazia di Amantea, che si batteva contro le navi dei veleni nel nostro mare, la cui morte strana rafforza più di un sospetto circa i veri motivi che quella morte hanno provocato.
E, ancora, la necessità di sostenere le donne di ‘ndrangheta, che hanno denunciato, alcune pagando con la vita, gli uomini della propria famiglia malavitosa. L’intento recondito del direttore era anche quello di aprire la via dell’unità delle donne calabresi per costruire, loro protagoniste, una società nuova, tutta orientata alla difesa della pienezza della vita, senza la quale non potrà mai esserci crescita civile ed economia. Su questa scia, fatti di Duisburg, nella mattanza delle contrapposte famiglie di San Luca, a parte, la terza traccia, la più importante. Essa ha un nome che dice tutto: la marcia dei quarantamila contro le mafie, svoltasi a Reggio Calabria, sabato 25 settembre, 2010. C’ero anch’io e me la ricordo bene. Mai vista una cosa simile dalle nostre parti. C’era la migliore gente della nostra terra, pur se se a sfilarle accanto, come ben ricorda Cosenza, c’era la “ mafia” in doppiopetto e la mafia dell’antimafia, mi permetto di aggiungere.
Matteo, dunque fa questa scelta e la veste di sé per tutto il tempo a venire, la macchina da scrivere e le gambe per cercarsi la notizia. Camminando sempre verso la verità o le verità, che erano dentro un fatto, sebbene egli, intellettualmente, attraverso uno sguardo sociologico attento sulla vita di relazione degli esseri umani, credesse che la verità sia il prodotto dalle azioni degli uomini e che queste siano determinate dalle condizioni materiali in cui vivono. E qui pulsa il cuore del politico, anzi del comunista. Del giovane che cercava il comunismo nelle lotte di classe del padre e dei compagni stabiesi.
Matteo Cosenza, ribaltando tutti gli stereotipi, compie, tra i pochi nella storia del giornalismo e della politica, il capolavoro di essere due cose in una sola persona, il politico e il giornalista.
Si badi bene, politica e giornalismo, con la e congiunzione, che lega e collega due forme separabili e non confondibili. Non la è verbo, che potesse confondere, mischiandole, l’una e l’altra. Lui non è mai stato politico e giornalista, magari sostituendo la congiunzione con il verbo.
Lo dimostra, a me lo dimostra, la sua esperienza calabrese. Io l’ho conosciuto da lontano, qualche mail e poche telefonate, le mie. Alcune di educato rimprovero, o di gentile consiglio, le sue, quando scrivevo molto, nel mio diletto protettivo di scrivere. E in continuazione quando, persa la mia “ tribuna politica” e il mio partito per il quale parlavo, la Democrazia Cristiana, per continuare a pensare alto e non impazzire di dolore per il nuovismo che avanzava sulle macerie della cosiddetta prima Repubblica, mi ero messo a scrivere. In verità, iniziai con l’ottimo suo predecessore Ennio Simeone, che mi incoraggiò molto. Matteo Cosenza mai mi chiese di accorciare i miei testi o di modularli secondo una determinata linea magari improntata alla prudenza. Ho da tempo in tasca la tessera di giornalista pubblicista. Sì, ce l’hanno in molti in Italia e in Calabria, ma io la sento forte vibrare nel portafogli perché, in qualche modo, da analista sociale, politologo o opinionista, questa vocazione io l’ho coltivata e rafforzata nel tempo. Se faccio bene o male, quel poco o molto che ho imparato, lo devo principalmente a Matteo Cosenza, il direttore.
Di lui mi colpirono subito lo spirito democratico e il rigore, la lucidità del pensiero e l’onestà radicata, la forza della scrittura e la eleganza quasi poetica del verso, il suo rispetto per la parola e lo studio severo della stessa. Mi colpirono la capacità di leggere i fatti oltre ciò che i fatti , quasi volutamente, qui in Calabria mostravano e la determinazione di andare a cercare, scavando nel monticciolo di centinaia di notizie piccole, la notizia nascosta, la più importante. Quella che altri non vedevano o non volevano vedere o che, addirittura, si facevano spostare dagli occhi, lui invece la trovava e la dava, così si dice, senza veli o filtri.
Appariva timido e riservato, discreto ed essenziale, a volte sbrigativo non tanto perché avesse mille cose da fare ma per evitare ridondanze, cerimonie e fronzoli. Il contrario del suo essere napoletano di Castellammare di Stabia. Un giorno venne a Marina di Catanzaro a tenere una conferenza nel Liceo dove insegnavo. Fu uno dei nostri migliori incontri con “docenze” esterne, non solo per la bella lezione svolta, ma per l’immagine piena di movimento dei ragazzi rimasti attentissimi incollati sulla sedia. Tutti catturati dal suo modo pacato e dolce di dire cose molto intense, a tratti dure, in cui i consigli che elargiva erano incastonati, come gemme, nei valori più alti della nostra Democrazia. Alla fine della giornata lo invitai a pranzo in un bel ristorante di pesce fresco, vicinissimo al mare. Il direttore era in compagnia della sua adorata Anna, “la compagna della mia vita”, donna dolce e premurosa.
Rivolto alla signora, pronunciai queste parole: “io amo molto, e di più stimo, questa bella persona, che vedo fisicamente per la seconda o terza volta oggi, perché è un uomo romantico, tenero, sensibile e delicato. Ama tutto ciò che è poesia. Di poesia parla quando dice e scrive della realtà che vede. E poesia scrive con i suoi articoli, in cui l’amore per la parola in ogni parola viene esaltato. Suo marito è una persona piena d’amore. Anche la fede nei suoi ideali è frutto del suo amore, così come le più accese passioni.”
Queste mie parole venivano da ciò che ho conosciuto in Matteo Cosenza. In particolare, il suo rapporto con la Calabria, le battaglie fatte in suo nome.
Il suo modo di raccontarla era da innamorato. E chi si innamora di una terra che non è la sua è un grande uomo. Dovevo scrivere del libro, ma ho finito con lo scrivere dell’autore. Me ne accorgo ora, dopo la fatica compiuta di sera sul tardi. E la stanchezza che mi prende. Un errore? Una sbadataggine? Un andare fuori traccia, come si rimprovera agli studenti? No, nulla di tutto questo. Quel Matteo è in questo libro. C’è quasi tutto di lui lì dentro. Un libro bellissimo, che si legge tutto d’un fiato. Che va letto senza alcuna anticipazione che lo disturbi. Io ne ho scritto lungamente non per lui o per chi mi leggerà. Ne ho scritto per me, casomai dimenticassi la grandezza di quest’uomo e le sue lezioni che dovrei avere imparato.

Recensione pubblicata su “La Nuova Calabria” l’11 agosto 2020

Cosenza, la vita è impegno tra politica e giornalismo

di Ugo Cundari

Impegno politico e giornalismo, sempre con la schiena diritta, sono le colonne sulle quali regge il racconto autobiografico “Casomai avessi dimenticato” (Rogiosi. pagine 212. curo 16) dello stabiese Matteo Cosenza, con illustrazione di copertina realizzata da Riccardo Marassi. Si inizia con i ricordi di tanti uomini della sinistra, che allora voleva dire soprattutto Pci: Mario Palermo, «uno dei più pregiati fiori all’occhiello del partito che a Napoli vantava entrature di prim’ordine nella borghesia colta e operosa», Maurizio Valenzi. Giorgio Napolitano, Guido De Mardno, Gerardo Chiaromonte, Antonio Bassolino, con molte pagine dedicate al giornalista Ruggero Zangrandi «venditore di verità ingrate, e la verità più grande l’ha raccontata sul carattere degli italiani, il camaleontismo». Cosenza da giovane lavorava in fabbrica a Torino. «per fare l’esperienza di tanti compagni, con il rischio di finire schiacciato da un sacco di cinquanta chili e i capi che ti chiamano meridionale di merda». Negli anni 70 scoppia il fuoco sacro della passione del giornalisrmo, a vent’anni lavora alla «Voce della Campania». Qui, tra i tanti giovani che faranno carriera, c’è anche Giuseppe D’Avanzo, già allora autore di inchieste sui poteri forti come il Banco di Napoli di Ventriglia. L’obiettivo della testata è di scovare una «identità di comunità» di una regione come la Campania, entità fumosa, indefinibile. Questo è uno dei passaggi più significativi del libro. L’Identità di comunità che cerca Cosenza è anche quella di Napoli e del Sud, sulla scia delle ricerche sul Meridione di Gramsci vero nume tutelare dell’autore, insieme al padre, il compagno Saul. La «Voce della Campania» lancia una serie di progetti inediti, come i 30 fascicoli sulla storia della Regione da allegare al giornale, poi un’analoga iniziativa sulla geografia della Campania, infine 44 fascicoli per dare valore al suo «patrimonio custodito e sedimentato nel tempo». Nel ’79 Cosenza passa alla redazione napoletana di «Paese sera», le riunioni politiche si fanno più accese, la sua voce spesso fuori dal coro lo espone a diversi attacchi di chi, nel partito, vorrebbe posizioni più malleabili. Arriva il declassamento all’edizione pomeridiana per due anni, poi «l’espiazione ha fine» e Cosenza diventa capo dell’edizione napoletana del giornale. Qualche anno e passa a «Il Mattino», dove lavora per sedici anni come inviato e capo della redazione di Salemo, della Grande Napoli e degli Interni: l’impegno più importante, il giornale più importante della sua caniera» le redazioni più numerose da guidare allo scoop. Poi la direzione de «Il Quotidlano della Calabria», poi… un libro per ricordare quanto fatto e quanto scritto Casomai avessi dimenticato. Recensione pubblicato su “Il Mattino” il 22 luglio 2020

Politica e giornali il viaggio autobiografico di Matteo Cosenza

di Antonio Ferrara 

Non è un saggio né un romanzo. Con “Casomai avessi dimenticato” (Rogiosi editore, 200 pagine, 16 euro) Matteo Cosenza manda in stampa un’autobiografia storicizzata, nella quale protagonisti e vicende politiche tra Castellammare di Stabia Napoli e la Calabria vengono letti attraverso l’attività politica e professionale dell’autore, dagli esordi da giovanissimo attivista della Fgci all’esperienza di asse soie all’urbanistica nella sua città e poi di consigliere provinciale di Napoli fino alla scelta del giornalismo. 

L’autore ha diretto il quindicinale “La voce della Campania”, la redazione napoletana di “Paese Sera”, ha lavorato per 16 anni al “Mattino” e dal 2006 al 2014 ha guidato “Il Quotidiano della Calabria”, oggi scrive per il “Corriere dei Mezzogiorno”. 

Questo attraversamento umano e professionale che dagli anni Sessanta del ginnasio giunge fino all’esperienza calabrese è scandito da scambi epistolari, ricordi e annota zioni che Cosenza ricostruisce attraverso quelle “”carte che hanno affollato una vita. Ogni frase, ogni riga – scrive – contiene una storia, un incontro, un fatto, delle persone”. Attingendo a questa vasta raccolta di documenti che il politico-cronista Cosenza ha archiviato per decenni, ecco prendere forma episodi e vicende che inquadrano il secondo Novecento.

Sullo sfondo il rapporto complesso con il Pci e con una generazione di dirigenti politici che dal padre Saul (operaio e dirigente comunista) fino a Napolitano, Valenzi, Berlinguer e altri hanno incrociato la sua vita. Alcuni di questi non furono facili, come quelli con Napolitano, segretario della Federazione napoletana che lo rimprovera (siamo nel 1965, Cosenza ha l6 anni) per aver organizzalo come Fgci a Castellammare una conferenza di Ruggero Zangrandi. antifascista che aveva dedicato libri di inchiesta sulla fuga dei Savoia e la mancata difesa di Roma dopo il 1943, ma era inviso a Mario Palermo e agli intellettuali comunisti per le sue posizioni critiche sulla pacificazione post-bellica in Italia. Sin da subito Cosenza non nasconde la consapevolezza della sua indole fortemente indipendente che lo porterà a una convivenza non facile con il partito comunista, manche con i genitori e la sua città. La sua passione per la parola Letta e scritta (che è alla base della sua attenzione per l’archiviazione di documenti) verrà incanalata nel giornalismo. 

Ecco i primi giornali ciclostilati, come “Nuova Iskra”, poi il periodico stabiese “Cronache”, infine il salto a Napoli con “La Voce della Campania”, dove incrocia tanti giovani, compreso Giuseppe D’Avanzo, che Cosenza portò con sé a “Paese Sera”, dove entrò nel 1979. Due anni prima, Co-senza aveva rinunciato a trasferirsi a Milano dove aveva avuto un colloquio con Michele Tito, vicedirettore del “Corriere della Sera”, dalle comuni origini stabiesi. Nelle pagine del libro scorrono questo e tanti altri episodi e personaggi, da Pier Paolo Pasolini a Francesco De Martino, da Giorgio Amendola a Giacomo Mancini, da Gerardo Chiaromonte ad Antono Gava, da Giancarlo Siani a Mimmo Maresca.

Recensione pubblicata su Repubblica il 13 luglio 2020