Il commissario e il comunista

«In quel quadrato di mondo Annone non intercettò un filo di disperazione. Non c’erano fabbriche rumorose, volti ermetici di operai incalliti dalle fatiche, massaie che si spaccavano i piedi sul selciato per riempire mezzo litro d’acqua. Pure i pescatori, che dal mare si arrampicavano in piazza Tasso scalando vicoli angusti, si portavano dietro una calma e una fiducia che i loro simili a Castellammare avrebbero solamente sognato; non c’erano sirene di fine turno, grida, muri diroccati e cortei di manifestanti del Fronte Popolare con i fazzoletti intorno al collo e la faccia di Garibaldi sbandierata ai quattro venti. Da quando era sceso dal treno il commissario si era imbattuto solo in una sfilza di manifesti con il simbolo dello scudo crociato. Erano affissi a ogni angolo della città e sembravano una corte di legionari pronta a contrastare l’avanzata dei rossi della penisola.  Su uno di questi, in parte annerito dalla pioggia, si leggeva: “Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no!”».

Castellammare, anche anni dopo quel periodo tempestoso, era considerata –  così la racconteranno i dirigenti nazionali del Pci calati con assiduità nella città – l’Emilia rossa in un Veneto bianco dove questo ultimo era esattamente la Penisola Sorrentina. Dopo il cantiere navale e Pozzano, appena entrati nella Statale 145, con il Vesuvio a destra che si specchiava nel mare, non cambiava solo il panorama. Che distanza siderale tra la tranquillità di Sorrento e la città delle fabbriche, dei partiti, della lotta politica, degli scontri, della cronaca ad un passo da diventare storia! Angelo Mascolo con il suo nuovo romanzo (“Il comunista”, Homo Scrivens editore, pagine 258, euro 15) fa di questo contrasto il pretesto per attraversare e scandagliare Castellammare e svelarne nel bene e nel male la sua valenza nazionale.

Il suo è un giallo, il secondo con il commissario Vito Annone, costruito come un congegno ad orologeria che ruota attorno all’omicidio del candidato del Fronte Popolare alla Camera nella settimana infuocata delle elezioni del 1948.

Rossi, bianchi e neri. Le macerie materiali e morali della guerra sono più che un ricordo anche se non si sentono più i fragori delle bombe sul cantiere navale e sulla città ma nuovi ordigni hanno minato l’unità nazionale, alimentato la divisione, avvelenato il clima politico. La campagna elettorale a Castellammare ne è la prova, il delitto di Catello Savarese, il candidato del Fronte, fa il resto.

Personalità complessa, una sorta di candidato “indipendente” di altri tempi, operaio del cantiere navale, sindacalista, intraprendente, orfano, un matrimonio eccellente che fa scandalo: sposa una donna ricca e bella, di una delle famiglie più in vista della citta. Mascolo fa dire a uno dei suoi personaggi: «Ai compagni poteva andare bene che uno di loro, uno che lo stesso partito aveva scelto per la sua lunga militanza nel sindacato, se la facesse con i borghesi?» (vent’anni dopo, tanto per stare ai ricordi personali, ancora faceva discutere che un giovane dirigente comunista potesse fidanzarsi con una ragazza di una nota famiglia democristiana).

Il commissario si muove in questo mondo. La sua investigazione mette a fuoco le varie ipotesi e si sviluppa in piena campagna elettorale fino a due giorni prima del voto quando con un colpo di scena, esemplare per il significato storico e politico, scopre l’assassino. Sul suo cammino incontra il fascista irriducibile che, finita la paura della sconfitta e approfittando della generosa amnistia togliattiana, baldanzosamente rialza la testa e le mani, l’imprenditore che di un orfanatrofio devastato da un crollo vuol fare un affare di cemento sul mare (tema ricorrente e sempre attuale nella città), il medico che disprezza i bolscevichi e chiede voti scambiandoli con promesse e favori, l’avvocato comunista, il professore del liceo classico trasformatosi in ghostwriter di Savarese… La fabbrica, i cortei, i pestaggi, le minacce, i depistaggi: lo sguardo di Mascolo mette a fuoco situazioni e persone ma soprattutto un clima incandescente, quasi una guerra come di fatto sostiene.

Ma era davvero una guerra? Era l’odio il sentimento prevalente? Si potrebbe rispondere affermativamente se si pensa soltanto che appena tre mesi dopo ci fu l’attentato a Togliatti che non si trasformò in un’insurrezione perché il segretario del Pci dalla barella ordinò ai compagni di stare calmi. In quei giorni a Castellammare accadde di tutto, si pensò addirittura, scarseggiando armi e bombe a mano, di prelevare del tritolo dalle cave di Pozzano. In realtà la “Stalingrado del Sud”, in sintonia con il paese, era dentro un passaggio della storia, dal sogno della rivoluzione proletaria alla piena consapevolezza democratica quando il partito che più di tutti aveva combattuto contro il fascismo e i nazisti l’acquisì nel 1956 con la linea della “via italiana al socialismo”. Un po’ alla volta se ne convinsero tutti, dal compagno che per anni, munito di martello e scalpello, andava in giro per i comuni confinanti e “cancellava” dai pali della luce gli stemmi del fascio, all’altro che, appena dopo la nascita dell’Msi, si fece espellere per aderire al neonato partito e rubare gli elenchi degli iscritti.

La città non era e non è mai stata monocolore. Neri, rossi e bianchi si sono battuti e confrontati, ma non solo odio e violenza, perché la passione politica e ideale è stata il sale e il pepe della sua storia. Il libro di Angelo Mascolo, un giallo ben scritto, con la precisione dell’archeologo qual è e il ritmo del podista, come quello sicuro e determinato del suo commissario, un personaggio ricco di dolore e di saggezza, ne racconta un bel pezzo. Annone è tornato e ne è valsa la pena.

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La saggezza è condizione della felicità

Parricidio, incesto, infanticidio… il pensiero va a Edipo e alle tragedie di Sofocle che ne hanno reso eterno il dramma. Storia nota, visitata e rivisitata, assurta a gettonata materia scientifica nell’omonimo complesso freudiano, memorabile l’omonimo film in cui Pasolini confessa, alla sua maniera, di essere Edipo. Si può ancora scriverne senza correre il rischio di ripetere cose risapute? Evidentemente sì se non si smette di produrne. Appena qualche mese fa Luciano Violante con “Insegna Creonte” ha ricomposto con un’intrigante lettura la sua esperienza di magistrato e di politico. Ma già prima, tre anni fa, insieme a Marta Cartabia aveva affrontato il tema con “Giustizia e mito”, qui facendo i conti con Antigone, Edipo e Creonte, e i rispettivi conflitti tra coscienza individuale e ragion di stato, tra colpa e errore, tra la legge e la sua violazione. Ed ecco fresco di stampa un nuovo libro, “Cháos“ (editore Marcianum Press, 102 pagine, euro 13). Lo ha scritto Raffaele Bussi che ritorna, dopo l’intermezzo del libro sul suo concittadino stabiese Michele Tito, all’amata cultura classica greca già raccontata in “Ulisse e il cappellaio cieco”.

Si sa, Laio, re di Tebe e marito di Giocasta, apprende dall’oracolo di Delfi che il suo prossimo figlio lo avrebbe ucciso e avrebbe sposato la madre. Crede alla profezia, e fa deportare il figlio in una foresta. Salvato da un pastore e allevato poi dal re di Corinto, Polibio, il bambino viene chiamato Edipo per il piede gonfio a causa delle ferite procurate dai morsi delle bestie. Da grande Edipo incontra Laio e, ignorando che fosse il padre, lo uccide. Diventa poi re di Tebe, dopo aver risposto all’enigma della Sfinge, che impediva a chiunque di entrare nella città, ricevendo in cambio il trono da Creonte e sposandone la sorella Giocasta, ignaro che fosse sua madre. Dal matrimonio nascono quattro figli dei quali lui è padre e fratello. Quando si scopre la verità Giocasta si impicca e lui si acceca e poi se ne va mendicando nell’Attica accompagnato dalle figlie Antigone e Ismene.

Bussi inizia da qui il suo viaggio “sui passi di Edipo”. La forma è quella agile e serrata del dialogo platonico che, con uno sguardo sull’oggi, ricostruisce il tormentato percorso di Edipo, il quale sa che «la sventura farà ricadere la colpa anche sui figli” che pagheranno gli errori di chi li ha generati. Moriranno, infatti, i due figli-fratelli nel contendersi il potere a Tebe e morirà Antigone, “murata in una grotta”, per aver disobbedito all’ordine di Creonte di lasciare insepolto il fratello Polinice che gli si era opposto.

La tragedia mescola colpe ed errori, ma è al tempo stesso – questo il filo del libro – espressione di un mondo disordinato, il “cháos”, che è inevitabile quando «la mente cancella le norme del buon governo… barattandole con le proprie… Creonte non ha esitato a proporci una tirannia che di democrazia aveva solo la facciata». All’arroganza del potere si oppone la sola Antigone infrangendo la “legge” del re. Il capo dei saggi può concludere: «Tebani, la saggezza è la prima condizione della felicità. Attenti a commettere empietà contro gli dei, ma anche contro gli esseri umani, come ha fatto Creonte contro il povero Edipo venendone ripagato con la stessa moneta». Violante la spiega così: «La democrazia non esiste in natura, essa è frutto di una costruzione dell’intelligenza, della voglia di libertà delle persone». E saggezza e intelligenza non fanno mai rima con il delirio di onnipotenza in pubblico e in privato.

*Articolo pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno il 14 aprile 2021

 

 

Padre Pio, un miracolo della fede e degli affari

di PIERO ANTONIO TOMA
La bufala sulla cultura che non paga potrebbe essere assimilata a quella sulla fede. Matteo Cosenza, giornalista di lungo e autorevole corso, ce lo conferma nel corso di un ampio reportage pubblicato la prima volta sul ” Mattino” e cadenzato in 18 tappe dal 23 settembre 1998 al 2 luglio 2004: qui si snocciolano nascita, vita e morte di Padre Pio e soprattutto ciò che è successo fino agli onori degli altari. Lungo questo straordinario viaggio nello spazio e nel tempo ci sono vicende umane che ci toccano nel profondo. Non è solo uno scandaglio nelle certezze della fede, ma anche nei dubbi che essa alimenta.
Fra i tanti pellegrini ( in questi anni più di Lourdes e di Loreto), che a San Giovanni Rotondo vengono anche a piedi, e col desiderio di sapere che muove anche da paesi lontanissimi, si aggiungono non credenti e agnostici ( a farne parte è lo stesso autore che non va alla ricerca della verità ma della conoscenza e delle ” storie di sofferenza e di ansia”).
Perché? «La chiesa è l’unica istituzione che dà speranza alla gente», spiega un vecchio ateo. Ed è proprio questo un altro miracolo della fede che non solo paga con ospedali, chiese (specialmente quella di Renzo Piano, la prima della sua carriera), volontari, pellegrini (otto milioni all’anno) e commercianti di oggetti, rosari, statuine, olio, vino, eccetera; ma anche con i suoi eccessi: cementificatori con duecento alberghi e interi quartieri, finanziatori senza scrupolo, e col rischio di un “Padre Pio fenomeno da baraccone”.
Oltre ai tantissimi miracoli in vita (nonostante l’ostracismo del Sant’Uffizio) e da morto, egli paga anche con la sua statua che suona le campane e soprattutto con “la fede (che) dilaga come un fiume in piena”. Interessanti poi le differenze fra San Giovanni Rotondo arricchitasi “esageratamente” e Pietrelcina, dove egli nasce, rimasta più povera e che ogni tanto raccoglie le suppliche e le affida a un “portavoce” perché le porti a Padre Pio.
Esemplari, tra i tanti, due miracoli. Il primo ci racconta di un ragazzo di sette anni guarito all’istante da una meningite fulminante. Il secondo riguarda il cardinale Wojtyla, arcivescovo di Cracovia, che nel 1962 gli invia una lettera affinché preghi per una donna affetta da un irredimibile cancro alla gola. “Il frate dei miracoli e delle stimmate”, diventato ” un mito planetario”, risponde di sì. All’improvviso il cancro sparisce “misteriosamente. E quindi per una dovuta coerenza, è lo stesso cardinale, una volta eletto papa, a beatificarlo e a santificarlo nel 2002. Qui a San Giovanni ” i miracoli se non li cerchi, sono loro a inseguirti”, commenta l’autore .
°Articolo pubblicato su “Repubblica” il 15 febbraio 2021

‘Padre Pio: il vero miracolo, un laico che s’accosta al sacro

di RAFFAELE BUSSI

“Padre Pio: il vero miracolo” è il titolo del recente saggio di Matteo Cosenza, giornalista di lungo corso, saggista e critico, che l’editore Rogiosi ha di recente mandato in libreria. L’Autore, inviato de “Il Mattino” a San Giovanni Rotondo (in Puglia, provincia di Foggia), ripristinando numerosi articoli che ricoprono l’arco di tempo dal 1998 al 2004 ed un saggio finale Io e la fede, narra la sua lunga esperienza maturata nella terra del frate di Pietrelcina. E lo fa in modo autentico, da inviato di razza, senza pregiudizi, essendo la sua persona intrisa di una laicità che si coniuga con la non credenza. Si attesta sull’uscio, osserva il contesto ambientale, appropriandosi delle testimonianze di chi è stato folgorato dal fenomeno Padre Pio. Alla fine del viaggio tira le somme. A trent’anni dalla morte del frate, all’arrivo a San Giovanni Rotondo, lo scenario di varia umanità che si presenta alla vista di Cosenza è da record: migliaia di pellegrini sui luoghi del taumaturgo in trepida attesa con occhi velati dalla fede nel loro santo, pronti ad ignorare e a non interrogarsi di fronte a spettacoli anche poco edificanti.

Con felice penna, Cosenza passa in rassegna il lunario dei meno abbienti, gli ultimi della terra che, non trovando molte volte risposte in chi è deputato a darle, si affida alla fede nel santo nella speranza di ottenerle. Una folla oceanica che nell’arco della settimana sull’arida montagna del Gargano va alla ricerca di aiuto per lenire le sofferenze che la quotidianità riserva all’indifeso umano.

È il popolo di Padre Pio.Il popolo dei deboli. Anziani in cerca di certezze, ammalati, persone preoccupate per la salute di qualche caro, portatori di handicap, tanti esclusi che in una società che alle soglie del Duemila trasmette messaggi di opulenza, avvertono tutta la fragilità della vita, si sentono minacciati dalla violenza, dal dolore, dalle ristrettezze, e vedono una salvezza nell’umile fraticello.

E il vero miracolo? La risposta dell’Autore non si fa attendere. Il vero miracolo risiede nella fede! Quella che accompagna folle immense sui luoghi del santo, tra il “ciclopico” ospedale voluto fortemente da Padre Pio, un’eccellenza nella sanità del Mezzogiorno, la sua tomba, la cella, la grotta fino alla nuova chiesa il cui progetto è stato affidato a Renzo Piano. Ecco il miracolo che ha consentito a un piccolo e sconosciuto borgo dell’arida montagna appenninica di assurgere a importante sito del turismo religioso.

Le storie dei singoli accompagnate dalle guarigioni hanno accelerato il passaggio dalla beatificazione alla canonizzazione, attraverso un racconto dove spicca la testimonianza di Karol Wojtyla, futuro Giovanni Paolo II, che chiedeva attraverso una lettera, al frate cappuccino di pregare per una sua amica Wanda Poltawska, affetta dal male inguaribile alla gola. Una successiva lettera informava Padre Pio che la donna prima di entrare in sala operatoria risultava misteriosamente guarita. La donna, in visita alla tomba del santo, annotò che Papa Wojtyla pregava per la canonizzazione di Padre Pio, una preghiera che si univa a quelle dei tanti fedeli nel mondo che trovavano ristoro nella fede attraverso l’invocazione al loro protettore. La riconferma che la santità è di questa terra.

Ma cosa assillava Cosenza? È lui stesso a darci la spiegazione.
«Durante il viaggio pensai a lungo come comportarmi. Il mestiere ti aiuta sempre, ma in quel caso non era proprio semplicissimo. Potevo scegliere sicuramente tra due strade. Fare quello che tanti facevano: mischiavano fede e professione, ma, soprattutto privilegiando la prima, trasmettere al lettore resoconti per così dire ‘inginocchiati’, più da fedeli che da giornalisti. La via più facile, ma ovviamente non era nelle mie corde, e pensai che era esattamente quello che Paolo Graldi non voleva. L’altra soluzione era quella di operare come gli inviati di tanti giornali nazionali, qualcuno lo vidi all’opera, che arrivavano in quella rocciosa e arida montagna rossa del Gargano, con quattro pennellate descrivevano quello che vedevano come un fenomeno da baraccone e se ne tornavano nel loro civilissimo mondo di persone colte e moderne. Soluzione scartata, e non ho neanche bisogno di spiegarne il motivo.»

Una lezione di giornalismo, questa di Cosenza, la lezione di un corrispondente dalla schiena dritta, dalla professione non approssimativa e raccogliticcia e che riporta la mente al comune amico e Maestro Michele Tito e alle sue innumerevoli corrispondenze da ogni angolo del mondo. Un’esperienza, quella di Tito, dalla quale abbiamo attinto la lezione dell’approccio corretto alla notizia, dalla cronaca della notizia fino all’introspezione intimista dei personaggi del contesto narrativo.

Questo insegnamento gli consente di andare alla ricerca, per poi trovarlo, del vero miracolo, quello che sicuramente voleva il direttore Graldi. La fede! Quella fede che pur trascina con sé, lungo l’arco dell’umana esistenza, dubbi e interrogativi i quali, prima che l’ultimo granello di sabbia abbia attraversato la clessidra, assillano il povero mortale, senza riceverne a volte risposta. Il dubbio! È anch’esso preludio alla fede, come riferiva Agostino d’Ippona?

Non saprei rispondere, caro Matteo. Al di là di tutti i dubbi, e dell’accorato appello di Renzo Piano, progettista della nuova chiesa a non fare cattivo uso dell’opera, una certezza resta. L’aver offerto, attraverso il tuo racconto, una testimonianza unica sul personaggio Padre Pio, ma soprattutto per aver mostrato, al contrario di altri, rispetto per uomini e donne, protagonisti di un dramma nel quale navigherà nel tempo una umanità sempre più povera di valori. E’ quanto conferma Padre Gian Carlo Bregantini, Arcivescovo di Campobasso-Boiano, nella sua prefazione di grande profondità di pensiero, per sdoganare l’Uomo dal male endemico di sempre: la maldicenza, che consente a chi giudica di guardare alla pagliuzza negli occhi altrui, e non alla trave che alberga nei propri.

*Articolo pubblicato il 26 gennaio 20121 su “Altritaliani.net”

«Mia madre leggeva sperando che mi convertissi»

di ROBERTO LOSSO
È difficile da maneggiare, l’ultimo libro di Matteo Cosenza («Padre Pio, il vero miracolo», Rogiosi Editore). Leggerlo non basta. Bisogna viverlo. Quasi fosse la rappresentazione riflessa di emozioni e sensazioni che, nel tempo, hanno attraversato anche la nostra esistenza. E bisogna, poi, inserirlo nel contesto più ampio di quello che normalmente si esplora scrivendo una recensione. Perché è la prosecuzione di un cammino di memoria e identità che affonda le proprie radici nelle vicende umane e politiche che l’Autore ha attraversato da protagonista. Ogni articolo, ogni inchiesta, ogni editoriale è un tassello di questo suo complicato percorso di vita e di pensiero. È necessario, quindi, mettere in fila tutti i suoi lavori, il suo impegno politico, la sua leadership nella gestione delle notizie. Avendo, peraltro, cura di soffermarsi sulla sua innata tendenza ad interpretare in maniera globale il ruolo di direttore inquieto e curioso. Ne ha dato testimonianza in una terra difficile come la Calabria, assolvendo alla triplice responsabilità di (1) raccontarla così com’era, (2) aiutarla a far crescere al proprio interno la speranza di un futuro migliore e (3) dare fiducia ad una “covata” di giovani giornalisti che, oggi, interpretano al meglio questa passione civile.
Da dove partire, allora? Dalla «dedica». A chi poteva pensare nella delicatezza e nell’emozione di ritrovare e mettere insieme tanti «ritagli» della meglio gioventù, nel mentre la pandemia si porta via una generazione di persone che hanno trasformato le macerie del dopoguerra in cattedrali di operoso benessere e pacifica convivenza? «A mia madre che avidamente leggeva i miei articoli, sperando, invano, che mi convertissi». Riecheggia pudica la compostezza dei sentimenti che il nostro Matteo conserva, sia pure nascondendoli, nel tramestio dei tempi che cambiano e che, spesso, ci spingono oltre i confini dell’umano divenire. Un percorso faticoso, quest’ultimo, che, comunque, arricchisce qualcosa che già c’è e che ha difficoltà a dispiegarsi compiutamente nella sua armonia spirituale. Perché, nel frattempo, le ingiustizie del mondo ci spingono a sporcarci le mani. Perché intorno a noi c’è tanto altro da fare. E perché, innanzi tutto, avvertiamo il peso della responsabilità sociale che appartiene agli uomini di buona volontà. Eppure, anche questo diverso approccio altro non è che una continua ricerca di quel «soffio d’infinito» che è dentro di noi. E che può essere diversamente declinato e vissuto, esercitando la facoltà del libero arbitrio.
Fino a qualche tempo fa, ciò era motivo di solitudine. Non è più così. Dice, infatti, Papa Francesco nella sua conversazione con Austen Ivereigh («Ritorniamo a sognare – La strada verso un futuro migliore»): «Quello che vede le contrapposizioni come contraddizioni è un pensiero mediocre che si allontana dalla realtà. Lo spirito cattivo – lo spirito di conflitto, che compromette il dialogo e la fraternità – cerca sempre di trasformare le contrapposizioni in contraddizioni, pretendendo che scegliamo e riducendo la realtà in semplice coppia di alternative. È questo che fanno le ideologie e i politici senza scrupoli. Dunque, quando ci imbattiamo in una contraddizione che non ci consente di avanzare verso una soluzione, sappiamo di trovarci di fronte a uno schema mentale riduttivo e parziale che dobbiamo cercare di superare». Il «compito del conciliatore», invece, è quello di «sopportare il conflitto e, attraverso il discernimento, guardare oltre le ragioni del disaccordo, aprire chi è implicato alla possibilità di una nuova sintesi, che non distrugga nessuno dei due poli, ma conservi in una nuova prospettiva ciò che è buono e valido di entrambi».
Eccolo, dunque il «vero miracolo». Gioioso e fraterno. La comprensione, l’incontro, la contaminazione. Sono questi, appunto, i sentimenti che ritroviamo nel libro di Matteo Cosenza. Sentimenti, peraltro, che non nascono da una circostanza o da un momento di personale sconforto. Gli articoli che lo compongono, infatti, sono frutto e conseguenza del suo essere giornalista. Non dipendono, pertanto, dallo smarrimento che può nascere dentro di noi, quando affrontiamo questioni che diventano ferite. Matteo Cosenza era lì, perché il direttore de “Il Mattino”, Paolo Graldi, decise che fosse proprio lui a raccontare Padre Pio nel trentennale della scomparsa. Era un lavoro come un altro. Poteva scadere nel folklore, ove gli fosse mancato il senso dell’equilibrio o l’umanità necessaria per rendersi conto che tanta gente avvertiva come un valore profondo la beatitudine del Frate e dei luoghi che lo circondavano. L’ha respirata, quella bellezza spirituale. Ed è riuscito a trasmetterla ai suoi lettori. Così com’era. Sottraendosi alla tentazione di metterci del suo, d’inventarsi suggestioni, di manipolare i ragionamenti di persone come Renzo Piano. Osservava la realtà e ne scriveva. Laicamente. Non senza emozione, però. Ce ne accorgiamo, leggendolo. C’è una metrica nel suo racconto che va oltre il mestiere e le capacità personali. Così, il linguaggio del cronista spesso diventa poesia alta e solenne.
È lo stesso modo di scrivere che ho avuto modo di apprezzare in un altro suo libro (Il Compagno Saul, Rubbettino Editore, 2013), «con la “ù” rigorosamente accentata», sottolinea il giornalista e scrittore Luigi Vicinanza nella prefazione. Perché anche lì Matteo Cosenza commuove e si commuove, pur nel rigore della ricostruzione storica e politica che, a volte, assume anch’essa l’intensità della preghiera laica. Anzi. Sembra quasi che ci sia una continuità umana e morale tra il libro che racconta di un comunista all’antica, il compagno Saùl di Castellamare di Stabia, e quello che testimonia il suo vagare alla ricerca del «vero miracolo» di Padre Pio di Pietrelcina. C’è, in entrambi, un lungo gravoso viaggio nei luoghi inesplorati delle grandi scelte di vita e delle capacità di viverle con coerenza e fino in fondo.
Ma chi era Saùl? Ne parla in terza persona, Matteo Cosenza: «Più volte il Pci nazionale gli chiese di candidarsi al parlamento o, quanto meno, di trasferirsi a Napoli per assumere un ruolo di primo piano nella segreteria del partito. Rifiutò. Pensava, infatti, di essere più utile nella “sua” fabbrica e nella “sua” città. Il suo rifiuto fu categorico anche quando, nel 1976, il segretario della federazione di Napoli, Andrea Geremicca, si recò personalmente a Castellamare per convincerlo a lasciare i cantieri. Erano preoccupati per il suo stato di salute. Un medico anch’egli comunista, il cardiologo Remo Raddi, li aveva informati riservatamente che il compagno Saul aveva il cuore malandato. Niente da fare. Restò al suo posto. Fino al momento dell’ultimo saluto, che gli rivolse Giorgio Napolitano, il 12 gennaio del 1981, in Piazza Spartaco “davanti ad una folla straripante – oltre diecimila persone – che non riusciva a ripararsi da una pioggia inclemente che accompagnò l’intera cerimonia». Quel Saùl era suo padre. Eppure, nel libro, e solo sul finire del racconto, si lascia andare ad un momento di intimità chiamandolo “papà”. Liberandosi di una commozione così intensa da richiamare quella ugualmente penetrante che traspare dal suo incontro con Padre Pio e con il suo popolo. Ne scrive estasiato Monsignor Giancarlo Bregantini, arcivescovo metropolita di Campobasso-Boiano, rimasto nel cuore dei calabresi per il suo impegno anti-‘ndrangheta. Un motivo in più per leggere l’ultimo libro di Matteo Cosenza con il necessario «stupore» del cuore e della mente.

Padre Pio, un giornalista e il miracolo della fede

di ClAUDIA PRESICCE

Un giorno di molti anni fa un giornalista del Mattino venne chiamato dal direttore, a quel tempo Paolo Graldi, per un nuovo incarico. Doveva andare a San Giovanni Rotondo per assistere alla veglia dei trent’anni dalla morte di Padre Pio. Molti altri suoi colleghi avrebbero fatto carte false per raggiungere quei luoghi: il quotidiano era di aria democristiana e la maggior parte dei redattori erano cattolici praticanti. Lui invece, Matteo Cosenza, non aveva il dono della fede. E, forse proprio per evitare articoli inginocchiati ed estatici di fronte a quell’evento, era stato proprio lui il prescelto.

Cominciò così una lunga storia, di articoli e di vita, ricostruita oggi nelle sue tappe essenziali da Cosenza in “Padre Pio. Il vero miracolo” (Rogiosi Editore Pagg.112 Euro 12.50). Il libro segue la narrazione del giornalista del percorso dal 1998 al 2004, dalla speranza alla beatificazione di Padre Pio voluta fortemente da Papa Wojtyla, passando per la costruzione della grande chiesa di Renzo Piano a San Giovanni Rotondo. Cosenza fu l’autore delle cronache di avvenimenti fondamentali di quegli anni, raccolse storie dei tanti fedeli, ma non nascose la deriva speculativa e l’eccessiva mercificazione nata intorno a questa figura, soprattutto in quell’angolo di Puglia. Dall’altra parte a Pietrelcina invece su Padre Pio a quel tempo sembrava essere stato fatto davvero troppo poco.

«Non ero andato in Puglia per convertirmi e non mi sono convertito – scrive Cosenza – sui miracoli, che in quel luogo ti ritrovavi a ogni passo che facevi, non mi avventuro, ho le mie opinioni e non sono cambiate, ma un miracolo io lo trovai e lo raccontai, e credo sia il vero grande miracolo di Padre Pio, e chissà che non fosse proprio questo ciò che il direttore voleva che io raccontassi…».

Il vero miracolo era la fede della massa umana che il giornalista incrociava per le vie di San Giovanni Rotondo, gente innamorata di quel fraticello arrivata lì da chissà dove per andare a pregarlo. Le testimonianze intrecciate alle speranze, il dolore e la sofferenza affidati al frate con le stimmate.

«Ognuno può pensarla a suo modo, ma quella fede era essa stessa il miracolo. La religione della speranza affidata ad una preghiera, identificata in un umile fraticello diventato un mito planetario», spiega ancora.

Un fenomeno di grandi proporzioni che Cosenza ha trattato come un cronista oculato. «La gente accorre. E Matteo la registra – scrive nella prefazione padre Giancarlo Bregantini, arcivescovo di Campobasso-Boiano – ne evidenzia i passi, ne descrive le emozioni, ne raccoglie le lacrime e gli entusiasmi. Ore di attesa, per confessarsi facevano quando Padre Pio era vivo. Adesso le ore le fanno per entrare nella sua tomba. Per poter pregare con calma, per trovare uno spazio alla confessione».

Non essere credente non ha significato porsi con atteggiamento di rifiuto o sdegnoso di-stacco, né farsi travolgere dall’estasi altrui. Davanti agli occhi del giornalista stava scorrendo gran parte della storia cristiana, umana e religiosa, a cavallo di due secoli, e meritava rispetto e attenzione, prima che giudizi.

«Quel vento, che diventò un uragano, Matteo Cosenza lo ha sempre descritto senza retorica (e soprattutto senza fare sconti agli eccessi di un certo turismo religioso, al circo mediatico che spesso accompagna talune manifestazioni di fede) ma raccontando la fede, la passione popolare. E dando soprattutto voce agli uomini, alle persone, alle loro storie, alle lo-ro passioni, alle loro sofferenze» scrive nell’introduzione Vittorio del Tufo.

*Recensione pubblicata sul “Quotidiano di Puglia” il 29 dicembre 2020

Padre Pio, il vero miracolo

di FLORIANA GUERRIERO

«Non ero andato in Puglia per convertirmi e non mi sono convertito. Sui miracoli ho le mie opinioni e non sono cambiate. Ma un miracolo io lo trovai e lo raccontai e credo che sia il vero grande miracolo di Padre Pio». È uno sguardo sempre rispettoso ma profondamente laico quello che il giornalista Matteo Cosenza consegna ai suoi lettori, chiamato a raccontare come cronista del Mattino la sua ascesa agli altari. Sarà il direttore del Mattino a sceglierlo inaspettatamente per il difficile compito di raccontare la veglia dei trent’anni dalla morte e poi il lungo cammino fino alla proclamazione a santo. Comincerà allora il tentativo di comprendere il miracolo della fede, a partire dalla capacità di San Pio di muovere le folle.

«Quando scesi dall’auto davanti all’Hotel degli Angeli avevo chiaro quello che avrei fatto. Guardare, cercare, capire e raccontare stando sulla soglia, in punta di piedi con curiosità e rispetto». A prendere forma tra le pagine sono le tante storie del popolo di Padre Pio, uomini e donne in attesa di grazia, studenti orgogliosi del proprio santo o medici agnostici. C’è chi viene qui da sempre e chi arriva a San Giovanni Rotondo per la prima volta. Fin da quella veglia di preghiera a trent’anni dalla morte il 23 novembre 1998 Cosenza comprende bene come di fronte a lui c’è il popolo dei deboli: «Anziani in cerca di certezze, ammalati, persone preoccupate per la salute di qualche caro, portatori di handicap, tanti esclusi che in una società che alle soglie del Duemila trasmette messaggi di opulenza, avvertono tutta la fragilità della vita, si sentono minacciati dalla violenza, dal dolore».

Con una candela, un rosario, un libretto sono quasi insensibili al freddo. Ripetono che «siamo più vicini a Dio attraverso Padre Pio». «È uno dei profeti di questo nostro secolo nel quale ci sono tanti falsi profeti». Donne come Rosanna Bani che da cinque viene a San Giovanni Rotondo: «Non chiedo niente, salvo che mantenere la fede e la serenità. Qui mi sento una spinta, una carica». Un racconto nel quale entrano con forza anche le storie di miracoli, come quello di Consiglia Di Martino e della sua guarigione inspiegabile, di Wanda Poltawska, affetta da un tumore alla gola, Papa Wojtyla chiese a Padre Pio di pregare per lei, per poi informarlo che la dottoressa Poltawska «prima di entrare in sala operatoria è misteriosamente guarita». Sarà, poi, la dottoressa polacca a visitare la tomba e a scrivere sul registro dei pellegrini: «Sono felice per questo giorno. Il Santo Padre mi ha detto che ogni giorno prega per la canonizzazione di Padre Pio». Ma è anche un universo in cui c’è chi continua a specula-re sulla fede per Padre Pio, la cui imma-ine viene venduta in ogni dimensione, come spiega Padre Pacifico Giuliano, direttore della Libreria di Padre Pio: «Non se ne può più. Stamattina è venuto uno che voleva comprare l’olio di Padre Pio, gli ho detto di andare al supermercato. E poi chi vuole il profumo, chi la tabacchiera».

Senza dimenticare gli alberghi, i negozi, i ristoranti che hanno occupato tutto ciò che si poteva attorno al santuario. Cosenza non esita a parlare di scempio, dal progetto di costruzione di 91 alberghi per portare i 1800 posti letto e ad oltre seimila agli indici di fabbricabilità saltati, fino alle deroghe al Piano Regolatore con gli alberghi fatti passare per opere di pubblica utilità. Il tutto intorno alla chiesa di Renzo Piano, autentica meraviglia dell’architettura contemporanea. Quello che non è Pietrelcina, dove la comunità ha scoperto tardi la portata del fenomeno Padre Pio e fa ancora fatica a farci i conti, a rispondere alla forte domanda di turismo religioso. Eppure Pietrelcina con la sua dimensione francescana è ancora una tappa fondamentale dell’itinerario di fede, dove si continua a respirare il senso più autentico della fede.

Un racconto, quello di Cosenza, che non può dimenticare il tripudio di fuochi d’artificio, i 50.000 fazzoletti e cappelli che sventolano nella piazza di San Giovanni Rotondo per salutare la beatificazione di Padre Pio mentre trasmettono le immagini del Pontefice in Piazza San Pietro do-ve sono altri tremila sangiovannesi fino all’esposizione della statua in chiesa «poiché ora che è beato è finalmente possibile». O ancora l’incontro con i pellegrini in marcia dall’Abruzzo verso Monte Sant’Angelo per pregare nella grotta di San Michele fino al manipolo di fedeli guidati da Padre Antonio Gambale che marciano a piedi da Pietrelcina a San Giovanni Rotondo per ricordare i tanti pellegrinaggi a piedi che i pietrelcinesi facevano da decenni su carri, muli e biciclette per andarlo a trovare a San Giovanni Rotondo e il trasferimento in elicottero della statua della Madonna della Libera dalla chiesa madre alla sala della tomba del beato. Tra loro c’è anche chi come Egidio Cavallucci è un medico dell’ospedale Rummo di Benevento, da sempre schierato a sinistra, che non esista a definirsi ateo: «Mi intriga la sua figura per le masse che mette in movimento. La fede non ce l’ho, semmai invidio loro che ce l’hanno. Io faccio l’anestesista rianimatore e sono a contatto con la morte. Quando in una notte spirano tra le due braccia tre persone io ne esco distrutto e senza spiegazioni, mentre vedo i parenti addolorati e sereni perché hanno la fede». Non ha dubbi Cavallucci: «La fede è l’unica ancora in grado di dare speranza agli ultimi».

Poi la decisione di Wojtyla, il 16 giugno del 2002 Padre Pio è proclamato santo, è il padre guardiano del convento di Santa Maria delle Grazie a mettere in guardia: «La Chiesa ci propone i santi per imitarli e non certo per i loro miracoli. Ora dobbiamo essere in sintonia con gli insegnamenti che ci ha lasciato Padre Pio». Poi la folla straripante e commossa di San Giovanni Rotondo che ha fatto sì che il momento religioso avesse il sopravvento su tutto in occasione della proclamazione di Padre Pio a Santo, al di là dei timori della vigilia di isterismi e fenomeni da baraccone. In sessantamila provenienti dalla provincia o ancora da Puglia, Basilicata, Calabria, Campania, ligi alle regole, perché tutti possano partecipare alla festa. E anche in quella cerimonia di festa la sofferenza è palpabile, la si vede nelle 250 carrozzelle dell’Unitalsi, circondate da centinaia di volontari o ancora negli ammalati affacciati alla Casa sollievo della sofferenza, altra opera straordinaria realizzata da San Pio. «Qui è la civiltà – ricorda Cosenza – perché in questo luogo i diversamente abili sono persone e vengono prima degli altri». Sofferenza che è nella storia di San Pio e nel corpo del pontefice Wojtyla, piegato e dolente nell’annunciare il nuovo santo e nel rivolgere a lui una preghiera toccante: «Umile e amato Padre Pio insegna anche a noi l’umiltà del corpo».

Poi la sfida del grande architetto Renzo Piano di realizzare un luogo di culto di massa che valorizzasse lo spazio della fede. Piano tentenna, per lui non ha senso quella richiesta dei frati di costruire la chiesa come uno spazio che non sia di raccoglimento. Infine la scelta di cimentarsi in quel progetto che sembra impossibile. Oggi sorge a valle della chiesa dove Padre Pio si affacciava dalla sua cella lungo un tratto scosceso. «La pietra degli archi, il legno della copertura, l’armonia delle linee trasmettono l’immagine di una conchiglia che deve racchiudere uno spazio di religiosità». Ma è lo stesso Piano a mettere in guardia: «Mi auguro che questa chiesa venga difesa. La scommessa è di far vincere il bene sul male, di far tacere i mercanti del tempio e di avere un dialogo con sé stessi».

* Articolo pubblicato il 29 novembre 2020 sul “Quotidiano del Sud” edizione irpina

 

Viaggio nella fede degli umili

di FRANCESCO DANDOLO

Fu Gabriele De Rosa, grande storico del Novecento, a documentare che la religiosità popolare era un fenomeno complesso. Da non guardare come si faceva e si fa tutt’oggi in modo altezzoso, ma piuttosto da comprendere nel contesto socio-culturale del Mezzogiorno.

In realtà nel caso di Padre Pio, al centro del bel libro di Matteo Cosenza (“Padre Pio, il vero miracolo”, Rogiosi), si va oltre l’Italia meridionale. Infatti, la devozione attorno al Santo di Pietrelcina raduna un popolo variegato e di diversa condizione: «Non ci sono argini per contenere il fiume in piena» commenta Cosenza. Un popolo in larga parte fatto di deboli, anziani, disabili, gli esclusi o come li definisce papa Francesco gli «scarti» della nostra società. Sono loro i protagonisti di queste pagine. Gli umili e i semplici, come lo è Padre Pio. Espressione di un’umanità dolente, ma non per questo triste e arrabbiata. Lo si percepisce nelle pagine di questo libro, in cui affiora una moltitudine di fedeli contraddistinta da un’incondizionata fiducia nel Santo che da un canto trasmette un’immediata immedesimazione – parla come i semplici – e dall’altra si mostra autorevole con le sue stimmate, inconfondibili segni della presenza divina nel suo corpo. Devoti pronti a difenderlo dall’attacco delle istituzioni ecclesiastiche perché convinti di trovarsi dinanzi a una persona che già in vita emana profumo di santità. Ma in questo popolo vi sono persone di assoluto rilievo. Fra questi ha un ruolo particolare Giovanni Paolo II che nel 1962 domandò a Padre Pio di intercedere per la guarigione di una sua amica.

Si tratta di un popolo che brilla nei suoi comportamenti collettivi per compostezza e sobrietà, soprattutto quando si raduna in decine di migliaia, occasioni in cui – nota l’autore – il dolore e la sofferenza si trasformano in bene. Una domanda di guarigione che trova risposta anche nell’ospedale che nel nome di Padre Pio è una struttura sanitaria modello dell’Italia meridionale.

L’apice lo si raggiunge il giorno in cui Padre Pio è proclamato santo: si respira la cultura del prossimo nell’attesa di un miracolo, che se riversa i suoi positivi effetti sul singolo si tinge subito di una partecipazione unanime. Continua nel nome di Padre Pio l’antica devozione taumaturgica che ha riempito la storia del cristianesimo nelle regioni meridionali con un chiaro fondamento evangelico: tanta parte della vita di Gesù si caratterizza per aver compiuto miracoli. Così un’incessante invocazione pervade il libro, sussidiata da tanti volontari, per lo più giovani al servizio di chi soffre e rivelatori di un’autentica civiltà: «Perché in questo luogo questi disabili sono persone, anzi vengono prima degli altri». Innanzitutto vengono prima per la fede che li anima. La manifestazione di questa fede è la chiesa progettata da Renzo Piano che permette ai tanti che vi entrano di raccogliersi in modo intimo «nell’aura che domina questi spazi». Ed è significativo che gli archi della chiesa convergono tutti in direzione delle spoglie di Padre Pio, nell’intento di creare un legame tra il luogo della preghiera e l’intercessione di Padre Pio. Un modo di concepire l’architettura che si contrappone alle costruzioni segnate da una modernità che sull’onda del turismo religioso si mostra irrispettosa nei confronti dei sentimenti che suscita quel luogo.

Si potrebbe pensare che sia un libro scritto da un seguace di Padre Pio. L’autore, invece, si definisce agnostico, inviato del suo giornale a San Giovanni Rotondo in occasione della veglia a trent’anni dalla morte di Padre Pio. Vi giunge senza pregiudizi, motivato da una gran voglia di capire e ascoltare. Si imbatte in una realtà inedita, osservata con molto rispetto che lo rafforza in una ricerca interiore, mai sopita. Una ricerca ancora attuale di fronte alle grandi domande della vita che traggono spunto dai semplici e umili fedeli di Padre Pio. E in effetti è proprio così: guardando gli ultimi si riscopre il senso vero della propria esistenza.

* Articolo pubblicato il 2 dicembre 2020 sul Corriere del Mezzogiorno

Il santo raccontato dal giornalista ateo

 

di PIETRO GARGANO

Un bravo giornalista deve essere una brava persona, onesta, capace di raccontare pure i fatti che si intonano alle proprie idee. Non è un ragionamento da critico ma è il primo pensiero dopo aver letto l’ultimo libro di Matteo Cosenza, “Padre Pio, il vero miracolo” (Rogiosi, pagine 112, euro 12,50). Il secondo pensiero è stato: ”Il Mattino” ha avuto e ha campioni del mestiere, avrebbe dovuto, e deve, far sentire la sua voce in tutto il Paese.

La storia cominciò quando il direttore Paolo Graldi ordinò a Matteo di fare un’inchiesta su Padre Pio, pur sapendo che egli non credeva in Dio e men che mai nei miracoli o nelle stimmate. Matteo andò, per disciplina ma pure per curiosità: voleva cercare, capire e raccontare i motivi della devozione corale per quel piccolo frate. Ora ha ritrovato gli appunti di quel viaggio e li ha ordinati in volume. Soprattutto ha risentito lo stupore. Ne spiega i quattro aspetti: la fede della gente umile, dei fragili; la sofferenza che diventava gemito; le folle che correvano alla tomba del padre e l’arte che ne ha raccolto il fascino in strutture ardite, come la basilica ideata da Renzo Piano.

Le pagine sono il frutto di un amore laico e della convinzione orgogliosa che un’inchiesta giornalistica può aiutare a svelare i misteri, perfino quella fede di popolo, battezzata con il nome di “vento”. Talora diventato uragano. Certo, c’è l’industria del sacro, a volte pacchiana. Certo, ci sono i tanti cantieri delle nuove case. Certo, ci sono alberghi e alberghetti. E finte rose blu, statuine, santini. L’urbanistica del paese ne è sconvolta, come il buon gusto. Ma è il prezzo da pagare, per onorare il santo, e per uscire dalle arretratezze del passato. In compenso ci sono un ospedale all’avanguardia, una Casa per ragazze madri, cento altre strutture di solidarietà.

Il volume è onorato dai contributi di Giancarlo Bregantini, arcivescovo di Campobasso, e di Vittorio Del Tufo, autorevole firma del nostro giornale. Aiutano a capire. Matteo spiega i suoi dubbi: «Se chiudi gli occhi senti che in cinquantamila formano un cuore solo. Esagerato? Tutto qui è esagerato. Ma o ci sei dentro con la fede o guardi da fuori e non capisci, o ti fermi sulla soglia con un piede di qua e uno di là per prendere cognizione prima ancora che comprendere».

Non mancano le tappe a Pietrelcina, con spunti originali. Ad esempio le nozze di Maria Teresa Iadanza di Pietrelcina con Matteo Manciacotti di San Giovanni Rotondo, un ponte tra i due luoghi del Frate. Ad esempio il prodigio delle campane che suonano da sole, narrato a voce bassa: «Qui l’incontro con i miracoli è quanto di più facile possa accadere. Se non li cerchi, sono loro a inseguirti».

Anche chi scrive, in un’altra epoca, andò da Padre Pio. Il guardiano del convento mi portò davanti a una statua del Frate: «In chiesa mancava un simulacro di Sant’Antonio e lo ordinammo. Aprimmo la cassa e fu uno schianto: era Padre Pio, non il santo di Padova. Avemmo quasi paura, così la cassa fu portata negli scantinati. La mettemmo qui dopo la morte del Frate. Ma non lo scrivere, tra i devoti ci sono dei fanatici, romperebbero la statua per ricavarne reliquie». La storia era bella e la pubblicai. Poco dopo mi ruppi una gamba in un incidente d’auto e mi convinsi, da superstizioso, ch’ero stato punito da Padre Pio.

Un anno dopo ero ancora a letto, la gamba non si muoveva di un millimetro. Una notte fui svegliato da un profumo di viola, quello dei miracoli. La coperta si muoveva, era il mio piede. Scoppiai a piangere, chiamai mia moglie. Mi aspettavo di rialzarmi come Lazzaro. Non fu così, ma mi rimisi in piedi. Lo racconto non per protagonismo, ma perché ho promesso di farlo, da testimone laico, ogni volta che ce n’è occasione.

La conclusione a Matteo, com’è giusto. Anche perché è un lieto fine, quasi un prodigio. Ogni giorno veniva al Chiatamone don Enzo Calabrese, navigato prete. Rastrellava giornali e tentava di rastrellare anime. Matteo lo sfrucoliava per la mania di profumarsi. Una volta gli parlò delle nozze civili e gli disse di aver intuito il desiderio della moglie Anna di sposarsi in chiesa. Don Ezio fece tutto da solo. Un giorno Matteo, Anna, le figlie e la madre andarono insieme nella grande chiesa di via Santacroce. Venticinque anni dopo il matrimonio civile, Matteo disse un’altra volta sì.

  • Articolo pubblicato il 2 dicembre 2020 su “Il Mattino”