L’arroganza di far tacere le ambulanze

Chi scrive convive da tempo con la dolente sinfonia delle sirene. Affacciandosi su una strada che collega i maggiori ospedali di Napoli e del Sud il noto e ormai familiare suono segnala il passaggio, spesso faticoso, delle ambulanze con il loro carico di sofferenza e di speranza. In tempi normali. Da un anno, capirete, la musica è cambiata, naturalmente d’intensità e durata. L’orecchio vigile si è abituato a intuire l’andamento della pandemia. In certi giorni e in certe ore non occorrono le statistiche per capire che non va bene. La pena è grande soprattutto quando, ancora nel buio che non cede alla luce, il suono fa pensare a chi è dentro quel veicolo, in primo luogo il paziente, che forse sta per intraprendere l’ultimo doloroso viaggio e, con la fame di aria che lo angustia, ipotizza questo lugubre scenario senza neanche il conforto di una moglie o di un figlio, ma anche agli altri viaggiatori che, per quanto allenati per professione, faticano a nascondere la solidarietà e anche la preoccupazione per il contagio.

Chi scrive farebbe a meno di questa colonna sonora e potrebbe tranquillamente trasferirsi in quartieri e strade meno… rumorose. Ma sa che si è parte di una comunità, nel bene e nel male, nella gioia e nel dolore. Ed è grato a un paese che ha tra i suoi comandamenti lo stato sociale, la cura della salute, l’assistenza ai più fragili e deboli, ai malati di ogni ceto e condizione, e la prevenzione delle malattie. Pur con tutti gli errori, i ritardi, le storture, le intromissioni affaristiche, deprecabili e intollerabili ma che non ledono il principio su cui si fonda la sanità pubblica. E quelle sirene suonano le note di questa religione civile. Meglio non sentirle, soprattutto perché si spera che non ce ne sia la necessità, ma ci sono e siano benedette.

Ora, come si fa a digerire l’oscena provocazione di quegli scooter che minacciosamente gironzolano, come sentinelle della quiete camorristica, attorno alle ambulanze! Questo cancro che vive intorno e insieme a noi, con la sua metastasi devastante, ce ne fa vedere di tutti i colori. L’elenco è lungo ed è a tutti noto. Spazi pubblici occupati e inviolabili, stese, spaccio, pizzo, guerre tra i clan e tutto il vocabolario della sopraffazione spicciola e organizzata. L’ostentazione del potere è emblematica in murales e altarini che, trasformando giovani delinquenti in eroi, condannano questi per la seconda volta: non solo per essere stati allevati, incolpevoli, in un ambiente che non gli offriva molte scelte, ma anche per assegnargli da morti un marchio atroce e indelebile. E tralasciamo l’altra faccia della medaglia: lo stucchevole spettacolo delle autorità, dal ministro al magistrato e al prefetto, impotenti a imporre il ripristino del decoro prima ancora che della legalità a un Comune che scarica sui condomini il cerino acceso della responsabilità di rimuoverli. Tralasciamo? Si fa per dire.

Ma questa contro le sirene è una performance che va oltre. Perfino peggio delle violenze ricorrenti negli ospedali da parte di parenti contro medici, infermieri e dipendenti sanitari, perché queste, pur nella loro odiosa manifestazione, potrebbero… ripetiamo, potrebbero avere una spiegazione vuoi per una malintesa cattiva assistenza vuoi per comportamenti ritenuti inadeguati. Le sirene che danno fastidio sono un gradino in più in questa escalation. E, mentre rappresentano l’ostentazione di un potere supremo, sono anche autolesioniste perché un intralcio, che sia quello di strade invase da auto selvaggiamente parcheggiate o di un’azione per silenziare le ambulanze, potrebbe eventualmente ritardare l’assistenza anche alle famiglie dei camorristi. O in quel caso si puniranno gli autisti delle ambulanze perché non si sono fatti sentire a sufficienza? Si sa, prepotenza e stupidità vanno a nozze.

*Articolo pubblicato il 3 febbraio 2021 sul Corriere del Mezzogiorno

Piazza Spartaco, cento anni fa la strage

Ci sono date che segnano la storia e ci sono luoghi in cui eventi significativi assumono valenza che supera i propri confini, come Castellammare dove in tempi non lontanissimi anche un’elezione locale poteva indicare una tendenza nazionale tant’è che in qualche partito si analizzavano con attenzione i dati per capire dove stesse andando il Paese. Ora accade che si debbano celebrare a distanza di un giorno ben due centenari: la nascita del Pci che il 21 gennaio 1921 si scindeva dal Psi e, il giorno prima, i fatti di Piazza Spartaco, vale a dire l’assalto dei fascisti provenienti da tutta la provincia al Comune amministrato da qualche mese dai socialisti. Fu, questo, l’episodio meridionale che faceva il paio con quello avvenuto due mesi prima a Bologna dove la neonata giunta di sinistra era stata battezzata con scontri, morti e l’assalto al Municipio sempre da parte dei fascisti.

A Castellammare il giorno dopo la strage, mentre era ancora in corso la caccia a quelli che avevano difeso Palazzo Farnese, fioccheranno le adesioni al partito che in quelle ore vedeva la luce nel teatro San Marco di Livorno. Chi coniò l’appellativo “Stalingrado del Sud” evidentemente pensava a questi trascorsi. Che ora si riassumono nella perfetta sincronia dell’anniversario del Pci e di quello degli scontri di Piazza Spartaco.

Antonio Barone, il compianto professore di lettere del liceo classico e poi convinto dall’autore di questo articolo a divenire lo storico del movimento operaio stabiese, ha ricostruito quelle vicende non edulcorando “gli errori, le ingenuità, le mosse affrettate”, si direbbe “infantili” secondo la lettura leniniana, che l’amministrazione socialista compì nei primi passi della sua attività, soprattutto in materia di politica sociale, che aveva allarmato la piccola e media borghesia locale, soprattutto i “bottegai”. Ma la delibera che, come un provvidenziale pretesto, provocò la reazione, aveva essenzialmente un valore simbolico: cambiare il nome di piazza Municipio, che fino a quel momento non ne aveva, in piazza Spartaco. Il riferimento era alla lega di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht intitolata allo schiavo romano, emblema del coraggio proletario. Il consiglio comunale votò il provvedimento il 18 gennaio, in due giorni i fascisti di Napoli e provincia organizzarono una marcia su Castellammare con l’obiettivo manifesto di arrivare davanti al Municipio e cancellare con qualsiasi mezzo l’onta.

Come una tragedia annunciata gli eventi si susseguirono in una giornata campale. Mentre il corteo dei fascisti proveniva dal cantiere navale, una folla di socialisti era davanti al Municipio ed altri erano all’interno. Lo scontro sarebbe stato inevitabile se polizia e carabinieri non avessero impedito il contatto, ma ciò non avvenne. Volarono oggetti, si verificarono sfondamenti, a nulla valse il tentativo di evitare che accadesse il peggio da parte del vicesindaco Pasquale Cecchi (sarà il primo sindaco comunista venticinque anni dopo) sceso da Palazzo Farnese.

«Due denotazioni – scrive Barone – lacerano l’aria. Il giovane maresciallo dei carabinieri, Clemente Carlino, si accascia a terra in una pozza di sangue, fulminato da un colpo alla fronte». Il seguito fu una vera e propria guerra con il Municipio che diventò un Forte Apache, in una confusione non più governabile. Il bilancio finale sarà di cinque morti (anche tre operai) oltre il carabiniere Carlino e di oltre cento feriti.

I socialisti, c’era anche il nonno di chi scrive, resistettero dentro il municipio fino alle 18, quando, dopo l’arrivo di rinforzi di cinquanta carabinieri e cinquanta guardie regie da Napoli, decisero la resa. Qualcuno riuscì a dileguarsi mentre si procedeva all’arresto di 150 persone. Fermi e arresti proseguirono nelle strade della città mentre veniva invasa la Camera del Lavoro, i cui dirigenti riuscirono a indire uno sciopero generale per il giorno dopo. Barone conclude così la cronaca della giornata: «Verso l’una di notte terminano i trasferimenti degli arrestati verso il carcere locale, mentre risuonano sul selciato i passi dei soldati in pattugliamento, in un’atmosfera di desolazione resa ancora più triste dal freddo e dalla pioggia che continua a cadere imperterrita senza riuscire a cancellare in piazza Spartaco le macchie di sangue di coloro che – come ricorderà tanti anni dopo l’indimenticabile compagno Luigi Di Martino – col martirio semplice, ma fulgido di gloria, diedero l’esempio di quanto amarono la libertà e i diritti del popolo». Nel processo, che si svolse nel febbraio 1922, tutti gli imputati furono assolti.

Si è detto degli errori “infantili”, ma quel consiglio comunale era stato liberamente eletto dai cittadini e democraticamente aveva approvato quella delibera che era nelle sue prerogative. Pur tuttavia le spiegazioni storiche sono più complesse come sottolineò Giorgio Amendola ricordando che il movimento operaio era, nelle sue varie componenti, impreparato a comprendere il fenomeno fascista e che la divisione nella sinistra era prevalente e fu decisiva per l’ascesa di Mussolini. Basti pensare alle assenti o tiepide reazioni ai fatti stabiesi. Il “Soviet”, il giornale del napoletano Bordiga, fresco di nomina a primo segretario del Partito Comunista Italiano, solo quindici giorni dopo vi dedicherà un articolo per scrivere: «Il Comune è ritornato alla borghesia: vi è il commissario prefettizio, il quale ha ripreso la pratica dei favori, delle protezioni, delle clientele. Bene, bene, bene! I lavoratori guardano e giudicano». Sarà invece una settimana dopo l’”Ordine nuovo” di Gramsci ad assegnare a Castellammare il ruolo nazionale più volte riconosciutole: «Senza esagerazione possiamo affermare che il movimento sindacale e politico stabiese è il migliore della Provincia e non indegno di essere ricordato affianco ai vecchi di classe italiana».

Ma c’è anche un’altra storia, molto italiana anche questa. Dopo l’assalto piazza Spartaco ritornò ad essere piazza Municipio. Nel dopoguerra una giunta di sinistra la intitolò nuovamente a Spartaco, un nome che non era più soltanto il modo per ricordare lo schiavo e la sua rivolta ma anche l’eccidio di quel lontano giorno. Durò non molto perché un’amministrazione democristiana, con un colpo di astuzia raffinata, cambiò di nuovo il nome chiamandola piazza Giovanni XXIII. E anni ancora dopo una nuova giunta di sinistra, non potendo ferire i sentimenti popolari verso il “papa buono”, denominò piazza Spartaco un’altra piazza della città. Ma gli stabiesi, più furbi di tutti, generalmente chiamano il luogo simbolo della loro città piazza Municipio.

E per chiudere una terza nota molto personale. Quando si inaugurò al Corso Vittorio Emanuele la nuova sezione del Pci non fu difficile convincere il pittore stabiese, Antonio Gargiulo, a realizzare un affresco nel salone delle riunioni che ricordasse quel pezzo straordinario di storia cittadina e italiana. Ha resistito, la sua opera, a molti cambi di denominazione, questa volta del partito e non di una piazza, e sta ancora là. Non sapendo come andrà a finire non sarebbe inopportuno che si ponesse un vincolo a quel dipinto anche perché la politica è una cosa e la storia un’altra.
*Articolo pubblicato il 19 gennaio 2021 sul Corriere del Mezzogiorno

 

Per Ugo invece del murale meglio la memoria privata

Da anni nel portafogli di mia moglie c’è la foto di un ragazzo. Si chiamava Marco Altomare, aveva diciassette anni, faceva il rapinatore ma la fedina penale era ancora pulita, i carabinieri lo inseguirono e lo uccisero in via Vicinale Piscinola mentre scappava insieme a un complice a bordo di Bmw rubata. Era stato un suo studente alla “Carlo Levi” di Scampia. Lo conoscevano bene le mie figlie essendo andate più volte in quella scuola media in occasione delle innumerevoli iniziative didattiche che i docenti organizzavano. Ed anche io posso dire di conoscerlo perché a casa mia se ne parlava spesso mentre si pranzava per decantarne l’intelligenza e gli sforzi che si facevano per liberare lui e altri suoi coetanei dai rischi del mondo di fuori. La sua morte fu un lutto familiare e mi toccò rincuorare più volte mia moglie che riteneva quel tragico epilogo anche un fallimento della sua missione educatrice. Ma, le dicevo, si sbagliava perché non solo la scuola, non solo la famiglia, non solo la società, non solo lo stato, ma solo lo sforzo corale di tutti questi soggetti poteva sradicare il male che naturalmente rischiava di infettare tanti ragazzi innocenti.

Il murale di Ugo ai Quartieri Spagnoli mi ha fatto ricordare Marco e sollecitato una domanda: poteva avere anche lui analogo tributo pubblico? E che cosa avrei pensato? O, meglio, mi sarei indignato come ho fatto ora? Vedere il mondo solo in bianco e nero non è quasi mai, se non mai, il metodo giusto di valutare, per cui anche in questo tormentato caso prudenza e ragionamento sono necessari. Si parla per Ugo come per Marco di ragazzi che sono in ogni caso vittime, perché prima ancora di accertare se ci sia stato un eccesso da parte dei tutori dell’ordine e della sicurezza pubblica, cosa che va fatta con rigore come è necessario in un paese in cui il diritto è sacro, sappiamo bene che colpe certe ricadono sul contesto familiare, ambientale, sociale in cui sono cresciuti. Dico banalità ma non c’è nulla di più vero e spesso tragico della banalità.

Dunque, non era nel Dna di Ugo e Marco diventare rapinatori, considerare la prepotenza e la violenza valori, immaginare il proprio futuro di piccoli o grandi boss agiati e rispettati, come non è merito del Dna essere persone perbene, morigerate e educate bensì di chi aiuta a vivere e crescere con i valori corrispondenti. Pertanto ricordare con rispetto i caduti di una guerra nella quale giovanissime vite sono state spinte si può dire da quando sono nate e poi alimentate con il latte dell’illegalità, dell’abuso e del reato, è un modo non solo per restare umani ma anche per chiedersi e tentare di capire il perché.

L’immagine di quel ragazzo su un muro si presta a questa sola lettura? Se così fosse resti lì. Ma, decontestualizzata, essa diventa, se non da subito, nel tempo il simbolo di un sacrificio, di un eroe, di un mito, di un esempio. Ci sono, e ci devono essere, ben altri modi per dimostrare che quella morte non possa essere archiviata come un incidente di percorso, ed è troppo facile per tutti lasciare che quel volto assolva da responsabilità collettive. Per capirci io su quella parete disegnerei il viso sorridente di Giancarlo Siani, uno che ha sacrificato la propria vita per combattere l’illegalità e chi mandava e manda i “muschilli” al macello. La foto di Ugo, come quella di Marco, la lascerei all’affetto e al ricordo di chi ha spazio nel portafogli.

 

Arcolo pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno l’11 novembre 2020

Peppe, nel nome del padre

Innanzitutto era una persona buona. Lo so per me ma so che mai lo mosse un sentimento cattivo nei confronti di qualcuno. Scaturiscono da questa convinzione il dolore e le lacrime che, alla notizia che ci aspettavamo e che speravamo mai arrivasse, non sono stati trattenuti da quelli che, e sono un popolo, lo hanno conosciuto e frequentato nella sua lunga esistenza. Una vita pubblica, ecco l’altro elemento, perché lui le mani se le sporcava sempre riuscendo ad attraversare i mari spesso tempestosi della politica con una trasparenza, direi un’innocenza, che ti lasciava interdetto. Mi ricordava un suo grandissimo compagno e amico, il più amato in assoluto da lui, a me più che vicino, che con lo stesso candore si sporcava le mani senza che uno schizzo di polvere, il fango non era nell’ordine delle cose, potesse depositarsi sulla sua persona. E poi la cultura che dava sostanza e profondità alle prime due sue immense qualità. Una cultura fatta di curiosità e non di ostentazione, di competenza e non di presunzione, di specializzazione e di onnicomprensività.

Io lo conoscevo bene, Peppe Bruno, e lo piango non già per la sua morte, che è nell’ordine delle cose per noi di una certa età, ma per il modo atroce, sicuramente per le sofferenze anche se voglio sperare che, intubato e sedato per tanti giorni, non se ne sia accorto. Ma quando l’ho sentito prima che si infilasse nel tunnel senza uscita quei patimenti annunciati erano nella sua mente e nel suo cuore. “Ti voglio bene, ti ho sempre voluto bene”. Me l’aveva detto tante volte ma questa volta, pur non sapendo ancora che il virus con la falce era già entrato nel suo corpo, ho sentito che c’era molto di più, c’era sicuramente l’angoscioso dolore per l’amata moglie allettata e priva di conoscenza da troppo tempo, per i figli, per i nipoti, anche per la loro sicurezza perché lui che di lavoro era riuscito a dispensarne tanto si era trattenuto dal favorire chi gli era più vicino. C’era, l’ho capito dopo, quasi un lascito, un testamento non scritto all’amico di una vita. Che qui io cerco di onorare.

Avevo quindici o sedici anni quando lo conobbi. Io già facevo politica e lui era con Alfonso di Maio, Giuseppe Ghiandi, Giovanni Fioretti, Mario Acerra, Renato Tito, uno stimato dirigente dello Psiup. Era naturale che quasi tutti loro confluissero nel Pci ma io non aspettai che Peppe venisse nella nostra casa perché fummo subito in sintonia. Grazie a tante battaglie, anche all’invenzione non coronata da fortuna della Consulta giovanile nella quale, mentre i partiti degli anziani litigavano, noi più o meno giovani discutevamo insieme per fare qualcosa indipendentemente dal fatto che fossimo comunisti, socialisti, repubblicani o democristiani. Per anni poi, per la comune militanza e frequentazione degli stessi spazi, ci vedevamo tutti i giorni. Lui era “attratto” soprattutto dal “compagno Saul”. Ovviamente lo coinvolsi nella realizzazione dei giornali che sfornavamo a pieno ritmo. E indimenticabili furono le “riunioni di lavoro” a casa mia per prima impostare i contenuti del numero del giornale da realizzare e poi per leggere, correggere e sistemare tutti insieme (c’erano con noi Antonio Barone, Franco Perez, Luigi Vicinanza, Enrico Fiore, Antonio Polito) gli articoli che sarebbero stati pubblicati. Facevamo notte e, come ho scritto di recente, Anna ci nutriva più che spartanamente perché non navigavamo nell’oro.

Fisicamente ci perdemmo quando decisi di interrompere l’attività politica e fare il giornalista a tempo pieno. Mio padre soffrì molto e Peppe, pur senza mai dirmelo, soffrì altrettanto anche per solidarietà con mio padre. Ed è stato molto tenero non molto tempo fa quando mi ha raccontato le chiacchierate che faceva con lui su di me, di come papà fosse addolorato e al tempo stesso orgoglioso. Non vado oltre perché l’emozione non me lo consente…

Fisicamente, dicevo, ma in realtà non ci siamo mai lasciati. Lui è stato una presenza costante della mia vita, un approdo dove trovare sincerità, franchezza, affetto, amicizia, stima, sentimenti tutti ricambiati con gli interessi. Neanche alcuni mesi fa, quando poteva accadere, ci fu un’ombra nel nostro rapporto. Mi riferisco ad un articolo che scrissi per il “Corriere del Mezzogiorno” su Castellammare e il suo declino. Qualcuno ricorderà che per qualche settimana si sviluppò una discussione pubblica molto intensa. Poiché io parlavo anche della situazione delle Terme, di cui lui era stato amministratore unico, e accadeva anche che, ma non io, si potesse fare di tutte le erbe un fascio, mi disse: “Ma mò la vogliamo finire?” La risata che seguì mi fece capire che c’era sì un appunto ma anche l’ammissione che qualche responsabilità poteva pure esserci. In realtà nel tramonto politico di una certa Castellammare le responsabilità sono state individuali, collettive e anche derivate da un mondo che cambiava (pensiamo solo alla scomparsa delle Partecipazioni statali su cui si reggevano quasi tutte le attività imprenditoriali comprese le Terme), ma qui non voglio parlare di questo piuttosto voglio ribadire quanto fosse limpido, aperto, sincero il rapporto tar me e Peppe. Ci dicevamo tutto, lui a me e io a lui, e posso dirvi che persone più oneste, belle e competenti ne ho incontrate poche nella mia vita.

Competente lo era. Quando entrò nell’Acquedotto di Napoli, allora nella sede di via Costantinopoli, era un fresco laureato in ingegneria. Ne divenne nel tempo uno stimato direttore e se il servizio idrico della nostra terra è sicuramente uno dei nostri vanti lo si deve anche al suo contributo, tanto apprezzato da avergli consentito di avere responsabilità pubbliche fino ad oggi anche dopo aver lasciato l’Arin, poi diventata Abc. Competente e colto, ma non lo esibiva. A mia memoria non ricordo un solo gesto di presunzione, di alterigia, di superbia. Compagno fino in fondo lo era anche in questo.

E poi che compagno! Dopo un mio intervento “fuori ordinanza” in un Comitato regionale del Pci particolarmente importante me lo dimostrò senza tentennamenti. Copio qui quanto ho scritto nel mio libro: “Quando tornai al mio posto capii che l’avevo fatta grossa. Le sedie accanto, davanti e dietro la mia furono libere per tutto il giorno fino alla conclusione della riunione, solo uno – e lo cito proprio perché fu un’eccezione – ogni tanto mi faceva compagnia non tanto per condivisione e antica amicizia quanto, pensai e penso, per solidarietà: Giuseppe Bruno, dirigente stabiese del partito”.

Questo era Peppe, questo era Peppe per me. E sono disperato perché non posso salutarlo per l’ultima volta almeno per ricambiargli il tributo che lui diede al “compagno Saul” che nel suo cuore considerava un padre e che per questo me lo ha fatto sentire fratello.

Pino Simonelli e la scorza d’arancia sorrentina

Una foto e una poesia scritta a mano. Le ho ritrovate tra le “carte” e i ricordi sono riaffiorati limpidamente e ho rivisto con gli occhi della memoria Pino Simonelli. Di lui quattro anni fa, grazie a Francesco Ruotolo, sono stati raccontati i molteplici interessi della sua breve e ricca esistenza. Era nato il 29 febbraio 1948 e festeggiava il compleanno ogni quattro anni, se ne andò all’età di 38 anni. Aveva tanto da dare ma il tanto che già aveva dato era una promessa di futuro che è mancata alla cultura napoletana. Poeta, uomo di teatro, animatore culturale, giornalista, apparteneva a quella generazione dei tanti straordinari protagonisti dello spettacolo, della letteratura, della cultura che fanno di Napoli un unico nazionale e anche planetario. Pensate, quando a Napoli si mettevamo in scena solo il teatro nazionale e quello in dialetto e Eduardo veniva una volta l’anno, apriva il San Ferdinando per un mese e poi se ne tornava, lui, Pino, insieme a suoi coetanei poi di gran successo, dava Genet, Brecht, Hofmammsthal. Docente, autore di opere antropologiche con Luigi Lombardi Satriani, giovanissimo redattore di “Papè Satán, critico teatrale, militante politico, grande amico degli intellettuali svedesi, è davvero difficile imbrigliarlo in una definizione. Se la malattia, atroce e insopportabile, non ne avesse tarpato per sempre le ali oggi lo avremmo come un grande protagonista della nostra cultura.

Io ho avuto la fortuna di conoscerlo e di frequentarlo nell’ultima stagione della sua vita, in realtà era lui che frequentava me perché scriveva per “Paese Sera” critiche teatrali, articoli di cultura che mi portava regolarmente sedendosi a lungo davanti alla mia scrivania. Veniva generalmente sul tardi, quando avevo chiuso il giornale, e, quindi restavamo a chiacchierare. Negli ultimi mesi ci faceva compagnia, non desiderata, un altro ospite: la sua malattia di cui erano sempre più visibili le manifestazioni. Me ne parlava a volte come se fosse altra cosa da sé, un modo per conviverci, ma restavo agghiacciato quando di tanto in tanto si abbandonava alla sofferenza angosciosa del dover finire presto i suoi giorni. Una volta non si trattenne e se la prese con l’ingiustizia della vita, della sua vita, non riuscendo a trattenere qualche lacrima e facendomi il regalo di non nasconderla. Nelle ultime settimane diradò il suo pellegrinaggio prima faticosissimo e poi impossibile verso piazzetta Matilde Serao, mi telefonava per annunciarmi l’invio dell’articolo tramite amici. E poche ore prima della sua fine sentii ancora la sua voce. Una grave perdita per il giornale, per Napoli.

Ecco, dunque, questa foto. Bellissima, come lui: gli fu scattata – scrisse con matita sul retro – all’Università di Stoccolma. E questa poesia che mi volle far leggere. Ciao Pino.

 

per André Gide

Nel verziere giardino che sedevi, compagno

d’un oscuro tedesco, mi ritrovo al tuo posto

dominante l’affollata distesa d’un bagno

intento a ricomporre l’incomposto

disegno che hai lasciato ed alla scorza

d’arancia sorrentina, quello stesso

nutrimento terrestre che la forza

alla terra sottrae, quanto più spesso

è stato il desiderio che hai nascosto

d’un frutto più proibito. Il grano è morto

prima che la vendemmia desse il mosto.

Amico Gide, ti è stato di conforto

tradire il tradimento che ai normali

pesava, il condimento più sottile

dei tuoi versi perversi e coloniali?

O è stato poi un tormento questo vile

fuggire da te stesso, questo mito

di schiava libertà? Tento l’appoggio

nell’ardesia, ripiano all’impietrito

sconnesso tondino che è sul poggio

dove diafana andava la tua mano

del segno coniugale ancora priva

e poi ancora irriso di lontano

da Bosie e dall’antica comitiva

che ti vide amoroso. Se condanno

la tua scelta meschina, io t’accuso

di far morire il grano, se mi danno

io stesso giudicandoti, confuso,

cerco un alibi antico, un’indulgenza

nuova per la tradita mia esistenza.

Pino S.

Piano di Sorrento-Villa Arlotta 1974

 

 


Lo stemma dimenticato

di MATTEO COSENZA

In un piccolo paese calabrese c’è il primo stemma marmoreo del Vicereame di Napoli, finora poco studiato e, quindi, praticamente sconosciuto, in cui per l’ultima volta compaiono ancora le Insegne degli Angioini e attraverso il quale si può leggere la storia d’Europa in uno dei suoi passaggi cruciali. Il paese è Seminara, porta d’ingresso tirrenica dell’Aspromonte, ed è stato il teatro di eventi e di battaglie tra francesi e spagnoli che hanno segnato quel secolo. I Francesi ricordano con orgoglio la prima sconfitta che il 28 giugno 1495 inflissero agli Spagnoli con un dipinto “La bataille de Seminara” conservato a Parigi, agli Invalides. La Chiesa in cui si trova questa lastra marmorea larga 63 centimetri e alta un metro e 25 centimetri è quella di Sant’Antonio dei Pignatari.

Ci consente di svelare per la prima volta il mistero Santo Gioffrè, che è nato a pochi metri dalla chiesa che ha contribuito a restaurare; nella piazzetta antistante ha fatto collocare una statua di Leonzio Pilato, seminarese, padre dell’umanesimo, il primo traduttore in latino dell’Iliade e dell’Odissea, a cui ha anche dedicato un libro. Non è finita: lì vicino, su un suo terreno, ha costruito una spettacolare chiesa ortodossa sullo stile della Cattolica di Stilo per ribadire il valore della tolleranza tra le fedi. Medico e amministratore pubblico, è stato commissario all’Asp di Reggio Calabria ma lo hanno destituito non appena ha scoperto e denunciato che venivano pagate due e anche tre volte le stesse fatture per diversi milioni di euro. Ma, e veniamo a ciò che ci interessa, soprattutto è l’autore di romanzi storici tra cui “Artemisia Sanchez”, da cui è stata tratta la fiction tv, e “Il Gran Capitán e il mistero della Madonna Nera”.

«Io leggo le “pietre parlanti di Seminara”», mi dice e dopo avermi fatto sedere su una panca inizia a descrivere e decriptare tutti i simboli presenti in quella lastra posta su un lato della navata: «Io me la ricordo sempre qui ma sicuramente, almeno fino al devastante terremoto del 5 febbraio 1783, doveva trovarsi nella chiesa di Santa Maria dei Miracoli. Senza dubbio lo Scudo di Seminara è il più importante documento storico, inciso su marmo, esistente in Italia Meridionale del primo decennio del 1500».

Un’affermazione impegnativa?

«Documentata perché l’Arma lì incisa, che parla dei Re cattolici di Spagna e, quindi, della conquista del Regno di Napoli, ci svela le storie intricate e tragiche delle grandi casate regali d’Europa. Lo Stemma di Seminara vide sicuramente la luce dopo il 2 gennaio del 1492, vale a dire dopo la Riconquista che segnò la fine del dominio musulmano sulla Spagna perché nel triangolo inferiore vi è inciso il Melograno, simbolo della città di Granada. E, per la presenza per l’ultima volta delle Armi angioine, ci troviamo nell’Italia Meridionale, nei primi anni del Vicereame proclamato dopo l’annessione del Regno degli Aragona di Napoli alla Corona di Spagna nel 1504».

Su wikipedia ho letto che in questa chiesa si trova lo stemma di Carlo V, non si aggiunge altro. Dunque?

«Carlo V, a cui disinvoltamente è attribuito lo stemma, non c’entra. Per due segni evidenti. Nei suoi stemmi due elementi erano sempre presenti: l’aquila bicefala e in basso il montone, simbolo del Toson d’Oro, l’ordine cavalleresco di cui fu gran maestro. Come si vede dallo stemma di cui parliamo, l’aquila ha una sola testa e in basso non c’è il montone».

E che cosa rappresenta?

«Questo è, anzi era il mistero. Era il simbolo amatissimo da Ferdinando d’Aragona, il Cattolico: l’Aquila di San Giovanni che ammanta, in segno di protettorato, lo stemma. Ferdinando, dopo l’improvvisa morte (25 settembre 1506) di suo genero Filippo il Bello, figlio dell’imperatore Massimiliano d’Austria, si liberò dall’incubo della guerra civile che stava per scoppiare in Spagna, estromettendo, per presunta pazzia, la figlia Giovanna, regina di Castiglia e Leon e madre di Carlo V, e dichiarandosi lui protettore del Regno di Spagna. Ciò consente di stabilire con una certa precisione che lo stemma abbia visto la luce tra la fine di dicembre 1506 e il gennaio 1507».

Perché ci sono ancora le Armi angioine?

«Per l’esaltata superbia che pervade i conquistatori. Sono i simboli della cacciata della dinastia dei d’Angiò»,

Per quale motivo Ferdinando volle posare questo stemma a Seminara?

«Qui entra in scena il Gran Capitán Gonsalo Fernandez da Cordoba y Aquilar, il più grande generale spagnolo, con il quale Ferdinando il Cattolico fu sempre in conflitto anche se mai consumato platealmente. Gonzalo, protetto da Isabella di Castiglia, dopo aver conquistato Napoli e fondato il Vicereame nel 1504, disapprovò e si oppose alla politica oscurantista ed intollerante di Ferdinando il Cattolico con decisioni inequivocabili come quando cacciò gli Inquisitori da Napoli, mandati dallo stesso Re, proteggendo gli ebrei che fuggivano dalla Spagna».

Lei descrive dettagliatamente nel suo libro una pagina amara della sua vita.

«Sì, la ferita più dolorosa al suo prestigio, subita con la sconfitta militare nella “prima battaglia” di Seminara del 28 giugno del 1495. Lui vide massacrati dai francesi i suoi tremila Veterani, che avevano combattuto con lui e preso Granada e che aveva portato dalla Spagna in aiuto di Ferdinando II detto Ferrandino, assalito dalle armate francesi. Gonzalo stesso si salvò dopo un’odissea tra le paludose e malariche foci del fiume Petrace, accolto e protetto poi da una donna di Seminara che gli aprì tutte le porte, e che è la materia del romanzo in cui lui stesso si racconta e racconta».

Come entra in scena Ferdinando il Cattolico?

«Quando arrivò a Napoli con l’intento di destituire il Gran Capitán e di farlo rientrare in patria per punirlo per essersi rifiutato di schierarsi dalla sua parte nell’imminente guerra civile con Filippo il Bello, Ferdinando sospettò il tradimento. Infatti si era convinto che Gonzalo volesse farsi, lui, Re di Napoli con il favore di Giovanna e del marito Filippo il Bello. Il vecchio e irascibile Ferdinando il Cattolico destituì il Gran Capitán e avrebbe voluto consumare altre e più tremende vendette, ma, temendo il prestigio che questi godeva presso l’esercito e il popolo napoletano, si limitò a servirsi di loschi personaggi che lo accusarono di malversazioni dei fondi di guerra. Accuse da Gonzalo ridicolizzate con le famose “Cuenta del Gran Capitán” che in Spagna è rimasto un modo popolare di dire per indicare un’esagerazione oppure un’accusa falsa».

E lo stemma a Seminara?

«Perché questo era il luogo dove il più grande Generale spagnolo aveva subito l’unica, rovinosa sconfitta della sua vita, ma, anche, dove un suo Generale fedelissimo, Fernando de Andrade, il 21 aprile del 1503, sempre tra le rive del Petrace, aveva annientato le Armate Francesi, pronte a portare aiuto al Gran Maresciallo di Francia, cugino amatissimo di Luigi XII, Il Duca D’Armagnac, che, da nove mesi, teneva sotto assedio a Barletta il Gran Capitán. Ferdinando volle dire, così, al Regno e all’Europa, che senza la vittoria di Fernando de Andrade non vi sarebbe stata la Battaglia di Cerignola, ove, appena una settimana dopo i fatti di Seminara, il 28 aprile del 1503, trionfò il genio militare di Gonzalo che annientò i francesi privi dei fondamentali rinforzi che dovevano giungere dall’estrema punta della Calabria Inferiore».

Una vendetta sul filo della perfidia.

«Ferdinando il Cattolico, discendente dei Bastardi Trastamera di Castiglia, intese sottolineare che, forse, immeritato fu l’inizio della gloria del Gran Capitán e che l’altezzosa superbia dei re non può mai essere messa in discussione da comuni mortali. Tutto si svolse a Seminara».

Intervista pubblicata sul Corriere del Mezzogiorno il 27 ottobre 2020

 

LA LEGENDA/ I significati dei numeri

Testo per 1 e 4

L’Arma dei Trastamera di Castiglia e Leon sul cui Trono, fino al novembre del 1504, sedette Isabella di Castiglia, moglie di Ferdinando il Cattolico. Isabella era già morta quando lo stemma fu inciso perché, negli stemmi della Corona di Spagna con Isabella viva, tra gli artigli dell’aquila c’era la scritta “Tanto Monta” (fa lo stesso), allusivo all’eguaglianza, nella gestione del potere, che intercorreva tra i due sovrani cattolicissimi.

Testo per 2 e 3

L’Arma del Regno di Sicilia del primo periodo Aragonese (1282-1410), con i Pali della Casa di Barcellona e l’Aquila degli Hohenstaufen (Svevi) dei quali gli Aragona furono gli eredi. Infatti, il Regno di Sicilia passò agli Aragona quando Pietro III sconfisse gli Angioini dopo aver sposato, nel 1262, Costanza di Hoenstaufen, figlia di Manfredi a sua volta figlio illegittimo ed erede di Federico II (si dice che ne fu anche il carnefice).

Testo per 5, 6 e 7

I simboli angioini. La Croce di Gerusalemme, Tappeto di Gigli di Francia e l’Arma d’Ungheria, casata a cui apparteneva l’ultima regina angioina, Giovanna II.

Testo per 8

Il melograno, simbolo della città di Granada.

Testo per 9

L’Aquila di San Giovanni (con una sola testa), simbolo amatissimo di Ferdinando il Cattolico.

Testo per 10

La corona

Testo per 11

Le Frecce. Stanno per Ferdinando.

Testo per 12

Un ramo di Yunco, dove per Y si intende Ysabel.

Pino Amato, il dc dallo sguardo lungo

Ha ragione Arnaldo Amato a ricordare la seconda condanna caduta sul capo dei familiari delle vittime del terrorismo, dopo quella della perdita insanabile di un padre, di un fratello, di un marito: l’oblio. O, peggio ancora, il dover assistere all’esibizione, spesso guardata benevolmente da chi la promuove, degli assassini che, talvolta sorridendo, raccontano le loro gesta senza mostrare non dico pentimento ma almeno un po’ di pietà per i morti. A questa infamia se ne aggiunge infine un’altra non meno dolorosa: la scomparsa dalla memoria collettiva dei caduti, come dire?, di serie B. Chi volete che possa occuparsi dopo tanti anni di Raffaele Delcogliano o di Pino Amato, due assessori regionali uccisi perché facevano bene, troppo bene il loro lavoro. Il primo stava operando con intelligenza nella delicata materia del lavoro, il secondo aveva colto il nodo cruciale della crisi strutturale della Regione. E di quest’ultimo, stimolato dalla bella lettera del figlio al direttore pubblicata domenica, voglio parlare.

Pino Amato fu la grande sorpresa della Regione. Quando morì erano trascorsi appena dieci anni di vita della nuova istituzione. La sua nascita era stata accompagnata da grandi speranze, la gente l’aveva colta come un’occasione di sviluppo reale, la possibilità di rimettere insieme “osso” e “polpa”, di ricucire il rapporto, mai saldo, tra zone interne e la costa, Napoli soprattutto. Lo Statuto suggellò questo cammino. Poi la delusione, ci si accorse che a Santa Lucia avevano preso il sopravvento la brutta politica e le vecchie pratiche.

Amato, direttore amministrativo del Formez, fu consigliere comunale di Napoli fino al 1975 quando venne eletto alla Regione diventando nel 1978 assessore all’agricoltura e l’anno dopo al bilancio e programmazione economica. Con Paolo Cirino Pomicino e Enzo Scotti era uno dei tre esponenti della corrente andreottiana della Dc, particolarmente attiva in quegli anni con il gruppo “Nuova Napoli” contro la corrazzata dorotea dei Gava. Anche per questo noi giornalisti di sinistra li seguivamo con particolare attenzione: ci davano sempre materia per scrivere.

Si diceva che il vero organizzatore del gruppo fosse Amato, essendo nota l’effervescenza di Pomicino e il volare alto di Scotti, tanto alto da sganciarsi negli anni a venire dal “Divo”. Amato emerse con tutto il suo spessore da assessore regionale all’agricoltura quando produsse atti rilevanti, come è documentato dal volume che raccoglie i suoi scritti, i due documenti sull’agricoltura e le relazioni al bilancio che gli valsero la condanna a morte da parte delle Brigate Rosse.

«La Regione è bloccata da un “circolo vizioso”». Nelle relaziono al bilancio di previsione del 1980 e del bilancio programmatico 1980-1982 affondò il bisturi nel cancro. Uscite correnti esorbitanti, attorno al 70 per cento, si combinavano con l’incapacità di spesa e la formazione di residui passivi nell’ordine delle migliaia di miliardi. In secondo luogo, anche per effetto del trasferimento di gran parte del personale da Comuni, Province e altri enti locali, la Regione si era strutturata su un modello organizzativo che rifletteva i difetti degli enti di provenienza. Il risultato finale era quello di una sostanziale impossibilità di pianificare, legiferare e spendere, mentre cresceva a dismisura la funzione amministrativa, indirizzata per lo più a deliberare sulla gestione della spesa corrente, cosicché la Regione, diventando di fatto un mega-municipio, veniva meno ai suoi compiti statutari.

Le Br, molto attente a colpire i “cervelli” migliori del sistema, leggevano i suoi documenti, così come facevamo in alcuni giornali. Ero in quel periodo il responsabile dell’edizione notte di Paese Sera e seguivo anche l’attività della Regione e in particolare di Amato anche per le sue aperture al Pci. Il 17 maggio 1980, era sabato, ospitai lui e il professore Alfonso Di Maio, consigliere regionale del Pci per un “faccia a faccia” sul bilancio. Un denso confronto nella redazione di piazzetta Matilde Serao a quell’ora deserta. Poi li accompagnai alla porta, ma quel percorso di qualche decina di metri durò un’eternità. Amato parlava, si fermava, si mostrava stranamente preoccupato, io e Di Maio ogni tanto ci guardavamo un po’ meravigliati, infine restammo davanti all’ascensore del terzo piano per un tempo lunghissimo, sembrava che non volesse andarsene e stesse per dirci qualcosa. Dopo una mezz’ora mi telefonò Di Maio per commentare quel comportamento, ma non sapemmo spiegarcelo. Il giorno dopo pubblicai il resoconto di quell’incontro.

Nel primo mattino di lunedì 19, una giornata di sole, mi ero affacciato quando sentii il suono di sirene spiegate. Da piazza Plebiscito sbucarono alcune auto. Le vidi sfrecciare davanti al San Carlo, su una intravidi un corpo accasciato sul sedile posteriore. Era quello di Pino Amato, che dopo poco sarebbe stato adagiato sul marmo dell’obitorio del Pellegrini. Scrissi un articolo per il giornale che dopo poche ore era in edicola e raccontai anche quello strano commiato di due giorni prima. Nei giorni seguenti Scotti, Pomicino, Enzo Giustino, tra gli altri, vollero incontrarmi per sapere di più di quella preoccupazione che Amato aveva trasmesso a me e a Di Maio. Fui anche a casa della vedova, Mariolina, a Palazzo Cellammare. Di Maio lo sentii per telefono. Addolorati per non aver capito che cosa voleva dirci e che non gli avevamo sollecitato a dire, ci dicemmo che mentre noi eravamo con lui, nelle stesse ore alcuni giovani con il fumo in testa e le pistole in tasca stavano studiando gli ultimi dettagli dell’agguato in vico Alabardieri. Oggi sono molto ascoltati, mentre l’oblio è calato sulla vittima: una persona di valore, limpida, impegnata, una risorsa di questa terra dalla memoria spesso corta.  

Articolo pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno il 22 maggio 2018

Un clima sempre più pesante

Queste mogli di calciatori che decidono di scappare da Napoli sanno di già visto, di un vecchio e abusato copione che si ripete e che inquieta inevitabilmente anche chi della squadra di calcio, da cui le annunciate partenze avrebbero origine, non si interessa granché. Chissà se davvero ci sia una mano precisa dietro le disavventure capitate nel momento meno opportuno ad alcuni calciatori del Napoli, alle loro famiglie e alle loro cose. Ce lo diranno le inchieste e come al solito le attendiamo. Ma per dire del clima pesante, non nuovo, che si respira intorno alla squadra, non c’è bisogno di aspettare, perché, anche se non ci fosse, come ci auguriamo, una regia unica dietro gli episodi, il fatto stesso che la si sospetti non nasce dai cavolfiori ma dalla cronaca della città, compresa quella che è ormai storia.

Il copione, dicevo. Vale a dire la commistione inevitabile tra corso sportivo della squadra e cronaca non calcistica se non nera, tra campo di gioco e città. Una commistione che addolora la platea vasta e irriducibile dei tifosi, di quelli che con orgoglio e senza arrossire si dicono “malati” del ciuccio, e che dovrebbe essere risparmiata a un pubblico così fedele e invidiato in Italia e in mezzo mondo. Ma Napoli è così, divisa tra momenti sublimi e capacità masochistica di sporcarli, perché essa è quel caleidoscopio di realtà diverse, alcune repellenti, tenute insieme da un collante fatto di tolleranza, di lasciar correre, di perdono e sopportazione, di assuefazione, che alla fine diventa esso stesso, proprio quel collante, complicità, quasi uno dei caratteri peculiari della città se non il fondamentale.

Non sto a ripetere quanto si legge e sente da giorni sulla rivolta dei giocatori, sulle partenze minacciate, temute o desiderate, sull’allenatore in bilico insieme al figlio, sul presidente che invece di un manager affida anche lui, come nei migliori feudi, la gestione al figlio, sugli schemi di gioco, sulle formazioni troppo mutevoli in campo, sulle congiure di arbitri e var, anche perché ne capisco poco e non mi avventuro in giudizi, piuttosto è proprio quella fuga, quel clima, quel copione a sollecitare domande non nuove e anche un paragone non rassicurante.

Certo, nella sua storia il Napoli ha visto arrivare fior fiore di giocatori da tutto il mondo, anche i migliori in assoluto, ma quante volte non è stato possibile convincere calciatori di valore a venire stabilmente al San Paolo? Di alcuni si è saputo, ma probabilmente ce ne son altri di cui non si è avuta neanche notizia. Non sarà l’unico motivo, trattandosi di trattative in cui prima che il cuore spesso se non sempre contano i quattrini, ma sicuramente ha pesato più di una volta il clima, sono prevalsi i timori per le brutte faccende di questi giorni che in un baleno fanno dimenticare l’inebriante applauso dei tifosi e la bellezza folgorante di Napoli. E come non pensare, passando ad altro campo, a chi rinuncia a investire non solo nel nostro territorio ma in tanta parte del Sud, a chi vuole intraprendere un’attività imprenditoriale o commerciale e si ritrova a che fare con i delinquenti più o meno organizzati, e, se può, si ritrae dall’impresa e scappa, o subisce e paga.

Da napoletano, tifoso o meno non fa differenza, ma anche, come l’esempio appena ricordato che amplia l’orizzonte, da meridionale mi interrogherei su questo cancro che corrode e soffoca le nostre terre, e su come, Stato e cittadini insieme, ce se ne possa finalmente liberare per vivere meglio, per coltivare i nostri interessi, anche la passione per undici giovanotti in mutande che possono far sognare ma anche arrabbiare. Dovrebbe essere il calcio, bellezza. Sportivamente parlando. 

Articolo pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno il 13 novembre 2019

 

Una città senza futuro

D’accordo, maledetta napoletanità! L’invettiva di Gigi di Fiore riassume un sentimento ricorrente e rinverdito all’infinito. E ritorna il tema del restare o andarsene, al quale si acconcia opportunisticamente anche chi solo per lavoro se ne allontana. Poi c’è Pino Daniele, emblema di Napoli e in conflitto con essa perfino nella scelta della tomba. Bene, parliamone ma dobbiamo sapere che lo si fa da sempre e senza risultati tangibili sul nostro modo di essere, sulle condizioni della città, sulla sua vivibilità, sulla sua incerta modernità. Piuttosto chiediamoci altro.

Vedete, questa vicenda per molti versi allucinante della Tangenziale ci dice molto di più dei disagi che poi metabolizzeremo come i tanti a cui abbiamo fatto il callo. Ci racconta una città ferma, bloccata o sul punto di esserlo a ogni alito di vento contrario. Direte, ma c’è la metropolitana delle meraviglie, il museo a cielo coperto e anche scoperto come, strabiliati, vedremo tra un po’ ai Quattro Palazzi. Salvo a imprecare per i treni che mancano, per gli allagamenti inconcepibili, per i guasti continui, per le corse saltate, per i vagoni strapieni. E, dopo quasi mezzo secolo, aspettiamo ancora che sempre un treno della metropolitana, come avviene in tutte le città d’Italia e del mondo che ne abbiano una, conduca noi e i benedetti turisti all’aeroporto. Di un’altra linea, la famigerata ex Ltr, non si vede ancora la luce sebbene la sua turbolenta realizzazione abbia attraversato quasi mezzo secolo e e rischi di fare altrettanto con l’attuale. Stop, però, a questa scontata litania, alla lamentazione che non modifica di un millimetro lo stato delle cose e che anche il sottoscritto fa quasi con un “copia e incolla” di cose già scritte e riscritte. Piuttosto focalizziamo un altro punto.

Sono andato a rivedere qualche giornale del secolo scorso, compreso qualcuno a cui diedi un po’ di me, ho ripreso in mano opuscoli e libri di un tempo che ormai sembra preistorico, per confrontare l’oggi con l’ieri non solo per capire come eravamo ma anche per cercare, se c’era e se c’è, la direzione di marcia che seguiamo ai nostri giorni. Dico subito, onde evitare che mi venga mossa l’obiezione, che scandali e corruzione non mancavano, e che le “mani sulla città” non erano solo il titolo di un film straordinario, ma non posso non constatare che da trent’anni Napoli non ha progettato quasi più niente. Le grandi opere, a partire dalla nostra dolente Tangenziale che la Dc volle e il Pci osteggiò, sono quelle che il trascorrere del tempo ha reso insufficienti. La mente visionaria di un Luigi Buccico, che in Valenzi trovò il complice della “banda del buco” e che disegnò la linea 1 della Metropolitana, sembra appartenere a un altro mondo. E che dire del Centro Direzionale, che ha mutato anche lo skyline della città e che volle Servidio con il quale si confrontarono Andrea Geremicca e tanti politici-intellettuali di quel tempo! Ma pensate anche, volendoci allontanare dal centro, a quale inferno, che a tratti pure c’è, nella viabilità attorno al capoluogo se non si fosse concepito e realizzato l’asse mediano. Ci metto dentro, scusate la provocazione, la battaglia per ammodernare l’Italsider di Bagnoli, purtroppo diventata vecchia nel momento in cui era diventata un gioiello, al cui posto oggi c’è un deserto che inchioda le attuali classi cosiddette dirigenti alle loro responsabilità. Sto anche sfogliando i volumi che raccolsero il dibattito e le proposte del tanto contestato “Regno del Possibile”, di cui si può dire tutto il male possibile e ricordarne la controversa accoglienza ma di cui non si può riconoscere la ricchezza di soluzioni per il futuro della città a partire dal centro storico e per finire alla sua viabilità. Ne ricordo una che in questi giorni mi sembra di una stringente attualità: una strada sotterranea da via Acton fino al Consolato americano che, come avviene nelle grandi e moderne città del mondo da decenni, avrebbe consentito di liberare, e per davvero, la linea litoranea di Napoli dalle auto e creato, con gli opportuni raccordi, un collegamento funzionale e alternativo alla Tangenziale.

Progetti. Tanti. Condivisibili o no. In ogni caso idee sul futuro di Napoli. Ditemi oggi quali sono i progetti per la nostra città del domani se non il faticoso e a tratti scandalosamente lungo completamento di opere progettate e avviate tanti anni fa. Bene il richiamo costante alla cultura, al nostro inestimabile patrimonio materiale e immateriale, alla manutenzione ordinaria che migliorerebbe la nostra quotidianità; vada pure avanti il dibattito sulla napoletanità, sempre fecondo di parole e non di fatti; si esaltino lo sbarco di folle di turisti a caccia di esotismo e il proliferare di friggitorie che sostituiscono negozi prestigiosi che un tempo facevano accorrere acquirenti competenti da ogni angolo del Mezzogiorno: ma poi? Il fatto è che una città che non ha progetti e non ha sogni se non il primato della sua squadra di calcio, è come il paese che non fa più figli. Non crede nel futuro e se ne sta, silente e paziente, in coda su una strada. 

Articolo pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno il 29 ottobre 2019