L’unità serve, la responsabilità è indispensabile

Ogni tanto si sente evocare lo spettro della seconda guerra mondiale per dire che siamo in piena terza guerra mondiale. I paralleli in storia sono rischiosi e quasi sempre azzardati come il vecchio Marx ci ha insegnato sostenendo che la seconda volta la tragedia diventa farsa. Ma quella che stiamo vivendo è già una tragedia e l’evocare un precedente cruciale del secolo scorso serve solo a rappresentarne la devastante drammaticità e non già la continuità. Da qui dovremmo partire tutti in questi giorni di smarrimento e di grave sbandamento.

Tutti contro tutti, non siamo alla caccia all’untore, c’è chi ancora nega il pericolo se non addirittura l’esistenza del virus e la ragione sembra si sia defilata dalla nostra vita. Da settimane, mentre la pandemia se ne sbatte delle nostre ansie, si discute come sei mesi fa, come un anno fa, come in questi anni di folle ricerca di un taumaturgo – fosse il popolo o un suo surrogato – capace di fare quello che noi non sappiamo o non vogliamo fare. Ma se prima di Wuhan era sopportabile adesso non più. Tutti dovrebbero darsi una calmata.

Prendiamo Napoli e l’Italia. Si recita su palcoscenici diversi ma in comune hanno la distanza, l’incomprensione, l’incomunicabilità. A Napoli si rappresenta il paradosso: due signori, di area relativamente comune (possiamo dire sinistra?), pur avendo la responsabilità del destino l’uno di un’intera regione e l’altro della città più importante non solo demograficamente, si ignorano se non al massimo si scambiano velenose parole e atroci accuse. Non sono, inutile ricordarlo, solo esponenti di parti politiche bensì i rappresentanti al massimo livello delle due istituzioni fondamentali sul territorio. E non si parlano. L’uno vive nella torre d’avorio delle sue decisioni monocratiche, non nascondendo il fastidio delle architetture democratiche. Se fa bene va bene anche per noi. Se fa male sono guai per noi. L’altro, che ieri finalmente ha inviato un messaggio al “rivale”, vive per lo più in televisione e sembra interessato soprattutto alla propria sorte politica. No, così non va. E poco importa se hanno il loro temperamento, anche nolenti dovrebbero, devono parlarsi e trovare forme di collaborazione istituzionali insostituibili sempre e soprattutto in una fase come questa.

Ma in Italia succede, con altre forme e protagonisti, non molto di diverso. Non so se sarebbe necessario un governo di unità nazionale, ma sicuramente dovrebbe cambiare il clima tra le forze politiche. Le responsabilità dei due maggiori partiti di opposizione sono evidenti e si sono manifestate nei mesi e negli ormai ultimi due anni dopo il vertiginoso cambio di alleanze. Ciò detto, come si fa a dargli torto quando chiedono di essere coinvolte e non solo sentite dal governo? Il premier Conte, nei cui panni credo pochi vorrebbero stare in questi giorni, ripete ormai come un mantra ad ogni Dpcm di aver consultato le opposizioni. No, non basta. L’educazione parlamentare sarebbe apprezzabile in tempi normali, ora serve ben altro. Ripeto, non mi azzardo a parlare di governo di unità nazionale, ma alla consultazione dovrebbe seguire l’ascolto e in qualche modo il coinvolgimento, mediante e facendo proprie le proposte condivisibili. Ci sarà poi tempo per dividersi di nuovo, sempre che quando usciremo da questo tunnel ci saremo ancora tutti.

Sarebbe, questo, il segnale più importante in questo momento per il paese. Qualsiasi decisione non è semplice e non ce n’è una che non presenti controindicazioni, ma al disagio, alla paura e alle attese dei cittadini, soprattutto quelli che temono per la loro salute e la loro sopravvivenza sociale e rischiano di veder trasformata in rivolta eversiva la loro legittima protesta, si risponderebbe ispirando la fiducia che deriva più che dalla concordia, impossibile evidentemente, dal senso di responsabilità. Per esempio, il coraggio, come chiedeva ieri Sergio D’Angelo su queste colonne, di chiudere tutto subito per non farlo quando sarà troppo tardi. Ed è una cosa deciderlo coralmente ben altra se ognuno resta sulla propria barricata.

Avremmo bisogno di un Churchill, ma quelli erano altri tempi e anche nel suo paese si è visto che di eredi con quello stile e quella autorità non c’è neanche l’ombra, anzi… Ma, per dire, ci basterebbero un Moro o un Berlinguer, il cui alto senso dello Stato e dell’interesse nazionale piuttosto che di quello di parte sono un nostro straordinario patrimonio. Di quest’assenza e dei propri limiti sarebbe opportuno che fossero consapevoli Conte e Salvini, Zingaretti e Meloni, Di Maio e Berlusconi e, nel nostro ambito relativamente piccolo, De Luca e de Magistris. Ovviamente i primi ad operare di conseguenza, in uno spirito adeguato alla situazione, dovrebbero essere coloro i quali in questo momento hanno la responsabilità del governo a tutti i livelli. Altrimenti l’onda sarà devastante.

Articolo pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno il 31 ottobre 2020

Tonino Perna, dopo Reggio perché non la Calabria?

Mi capita spesso di sentirmi chiedere come mai sia così forte e radicato per un napoletano consapevole e irriducibile come me il rapporto con la Calabria. Potrei dire semplicemente che quella terra e quei mari ti entrano nel cuore e nell’anima, ma, nonostante la definizione di “razza maledetta”, il pregiudizio al quale un intellettuale del calibro di Vito Teti ha fatto ricorso per smontarlo pezzo a pezzo pur non nascondendo le colpe della sua gente, io ho conosciuto persone straordinarie da quelle parti. Ci ho pensato molto in questi giorni quando un caro amico, Mimmo Rizzuti, mi ha sottoposto una sua idea a proposito delle prossime elezioni regionali. «Che pensi di una candidatura di Tonino?», mi ha chiesto. Gli ho risposto che sarebbe un bene per la Calabria ma non so quanto la condizione poco felice in cui versa il largo fronte di quella sinistra dal perimetro così indefinito renda praticabile e vincente una sua discesa in campo. Ora leggo che il neoeletto sindaco di Reggio, Giuseppe Falcomatà, ha nominato suo vice proprio lui, Tonino. E Tonino è Tonino Perna. Una di quelle persone che mi hanno fatto amare la Calabria.

Il suo profilo parla pur per cenni parziali da solo: 73 anni. reggino doc, trascorre molto tempo attraversando lo Stretto perché lavora a Messina nella cui università è professore emerito di sociologia economica e della cui città è stato assessore alla cultura nella giunta Accorinti, presidente della Sinistra EuroMediterranea, candidato alle elezioni europee nella lista con Sipras, e mi fermo qui perché occorrerebbe un terzo di questo articolo per dire soli i titoli della sua biografia, i libri, le iniziative, gli incarichi. Con due aspetti che voglio sottolineare: sempre nel segno della coerenza e della concretezza. Su questo secondo punto ricordo che da presidente del Parco Nazionale dell’Aspromonte mise in atto un efficace modello di protezione dagli incendi che sciaguratamente fu dimenticato come le tante cose buone dalla Regione.

Aggiungo ancora che è un giornalista di valore come dimostrano i suoi fondi sul Manifesto, qualità di cui mi avvalsi con assiduità nel mio lavoro al “Quotidiano della Calabria”. Per capirci, racconto un episodio a dir poco singolare. Pochi minuti dopo le 14 di lunedì 25 febbraio 2013 sulla mia posta elettronica arrivò una sua mail: conteneva un articolo, più precisamente un editoriale di analisi del voto che con il clamoroso successo dei Cinquestelle avrebbe segnato la storia politica italiana di questi anni. Lui commentava il risultato con la precisione, fatta eccezione per i numeri che non riportava, di chi invece sembrava avere a disposizione proprio quei numeri. Lo chiamai con non poca sorpresa per chiedergli: ma che hai scritto? I seggi sono ancora aperti, lo spoglio inizia tra un’ora e tu già scrivi come si è votato. E lui: «Puoi già metterlo in pagina, questi saranno i risultati, le cose sono andate esattamente così». Parlammo un po’, poi lo lasciai con un certo sconcerto anche perché non era a conoscenza di sondaggi e all’epoca quelli che furono fatti sbagliarono clamorosamente. Andò come diceva lui, non si dovette cambiare una virgola al suo pezzo che pubblicai come editoriale con un codicillo per sottolineare i tempi e le modalità del suo invio. Insomma, un signore con i piedi per terra, con la mente lucida, la curiosità sterminata e l’esperienza derivatagli da spessore culturale, esperienza e militanza politica. È superfluo dire della sua onestà cristallina e della stima che lo circonda da sempre.

Ecco chi è il nuovo vicesindaco di Reggio Calabria. Una di quelle persone che mi hanno fatto amare la Calabria. Uno che ha un’idea della sua terra: proiettata verso l’Europa e radicata nel Mediterraneo, perché quei quattrocento chilometri di montagne che scendono in mare da un lato e dall’altro, non sono un pezzo residuale del paese ma una piattaforma naturale che mette in relazione mondi diversi per trasformare paure e preoccupazioni in risorse. Io mi auguro che la nomina al Comune di Reggio sia solo un passaggio e che il suo nome venga preso in considerazione per la prossima vicina scadenza elettorale. Dopo tanti fallimenti la Calabria ha il diritto di scommettere sulla qualità umana, culturale, politica dei suoi uomini più validi. E non sembri velleitario. Anche perché questi sono tempi instabili, ci sono ovviamente i soliti sistemi di potere, conviviamo con pericoli che un anno fa neanche immaginavamo, ma forse è matura la necessità di un cambiamento reale.

Noi, specie protetta

Appartengo a una specie protetta, quella degli anziani e dei nonni. E vivo giorni amari. Vedo cadere amici carissimi, l’ultimo, Carlo Franco, se n’è andato all’improvviso benché lottasse l’ultima inutile battaglia da qualche giorno nel letto di un ospedale, sono saltati per sempre gli appuntamenti che ci eravamo fissati appena pochi giorni fa, neanche la possibilità di dargli l’ultimo saluto come insieme abbiamo fatto purtroppo tante volte, l’ultima ai funerali di un altro gigante del mestiere, Luigi Necco: una privazione grandissima per me, figuriamoci per i suoi cari. E un altro amico, compagno di una vita, sempre presente in tutti i momenti importanti pubblici e privati, combatte in un altro ospedale e mi tiene nell’ansia e nel timore di una telefonata atroce.

Penso all’isolamento fisico, visivo, acustico di chi viene colpito e isolato e ai familiari soli e disperati in attesa di notizie, sempre centellinate e raramente rassicuranti. Ma soprattutto, e ne scrivo perché va al di là della testimonianza personale, c’è il rischio che nel senso comune si consolidi l’opinione che tutto sommato gli anziani la loro vita l’hanno vissuta e che se qualcuno deve pagare è meglio che tocchi prima a loro. In questa terribile teoria, intendiamoci, c’è anche del razionale perché essa si allinea pragmaticamente al corso della vita, al suo inizio, sviluppo e esito. Del resto, è naturale che i figli vedano la morte dei genitori, non lo è ed è insopportabile che siano i padri a piangere i figli. Pur tuttavia sappiamo che la civiltà di una comunità si misura dal modo con il quale tratta i bambini e i vecchi, e naturalmente i deboli e i malati. E la nostra è sicuramente una civiltà degna di definirsi tale perché, al di là delle contraddizioni, il modello di società è stato orientato molto in questa direzione. Anche in questi giorni, perché negli ospedali un esercito di persone lavora, si sacrifica e mette a rischio più di chiunque altro la propria vita per salvare la vita di altri, anche di tantissimi anziani che entrano nel loro tunnel dal quale, per un nemico infido e per ora invincibile, non riescono sempre o quasi mai a uscire. La sanità pubblica, al di là di quello che non ci va e che critichiamo ogni giorno, è un vanto del nostro paese e risponde appunto all’idea di società giusta, equa e solidale appena ricordata.

Siamo in un tempo complicato, ma il prossimo, quello immediatamente alle porte se non già iniziato, sarà difficile per tutti. E ognuno dovrà fare nel suo piccolo o nel suo grande la sua parte. Senza mai cadere nella tentazione di pesare la morte. Anche perché su quella bilancia ci saliremo tutti. Poi a chi tocca tocca.

21 ottobre 2020

 

Se Bassolino cade in trappola

Se in mezzo non ci fossero questi cinque anni si potrebbe dire che l’incontro di ieri tra Antonio Bassolino e il segretario del Pd napoletano Marco Sarracino sia stato positivo rispetto alle attese dei due. Ma nel 2016 ci furono le primarie “farlocche”, come le ha sempre definite l’ex sindaco “trombato” con metodi prossimi al codice penale dai predecessori del nuovo dirigente Pd. Furono una trappola nella quale il pur esperto Bassolino cadde con la conseguenza di bruciarsi la possibilità di scendere in campo e tentare la sfida: non con il senno di poi, perché lo pensai ed ebbi anche modo di dirlo all’interessato, in quella situazione non era improbabile la possibilità di andare al ballottaggio con de Magistris. Oggi il Pd le primarie non intende farle ma anche se le facesse sicuramente Bassolino avrebbe poche tentazioni a frequentarle direttamente. Ma c’è altro.

In questi cinque anni non si è avuta traccia di un ruolo del Pd sui problemi di Napoli. Mentre la città prendeva la china disastrosa che è sotto gli occhi di tutti il partito di Amendola (Enzo, non il grande che fu) stette a guardare le stelle che non ricambiarono l’attenzione. Voto? Non possibile per assenza dell’esaminando. Semmai sono state più le volte che a de Magistris sono arrivate, specie attraverso la mano romana, aiuti “democratici” provvidenziali che gli hanno consentito di arrivare al termine dei secondi cinque anni di sindaco.

Tutto questo ha pesato nel faccia a faccia di un’ora e mezza alla Fondazione Sudd. Bassolino aspira a un sostegno del Pd, il Pd vuole un Bassolino non candidato sindaco in cambio di un ruolo prestigioso (quale? boh!). Lui, Bassolino sa benissimo che questa volta, in forma diversa da cinque anni fa, potrebbe finire di nuovo nella tagliola e sempre a causa del partito alla cui fondazione contribuì. In tal modo vanificherebbe il paziente, meticoloso, incessante, intelligente passo dopo passo che gli ha permesso di fare una “campagna elettorale” senza precedenti. Certo, non deve farsi illudere dalla risposta di tutti quelli che ha intercettato in questo lungo viaggio, sempre positiva, spesso amichevole e pure affettuosa. C’è anche un’altra città, quella che pare gli abbia ricordato Sarracino, che è lontana da questi scenari e che ragiona in altro modo, per di più in un tempo così complicato e drammatico come quello che stiamo vivendo.

Va detto, però, che Napoli è anche sorprendente. Lo fu quando, in pieno deserto di Mani Pulite, Bassolino tornò da Roma e in pochi mesi costruì la sua ascesa trionfale a Palazzo San Giacomo, lo è stata quando, e perfino con una replica, con astuzia Luigi de Magistris scese in campo e approfittando della situazione di marasma dell’area di centrosinistra costruì il suo successo. Insomma, nulla è scontato. Finora nel totosindaco che impazza i soggetti non sono pochi e neanche tutti, per lo più sono dotati di debolezze più che di certezze, alcuni anche di storia. E la storia continua, nonostante tutto. Con passi in avanti e anche indietro come ci è stato insegnato.

20 ottobre 2020

 

Una luna di miele già finita

La luna di miele è già finita anche se questa prevedibile svolta non cambia il quadro politico: De Luca è stato appena eletto presidente della Regione e ha davanti a sé cinque anni di governo assicurati da una salda maggioranza. Dunque, almeno da questo punto di vista non ha nulla di cui preoccuparsi. Ora, però, rischia di vedersi ritorcere contro la sua forza, che era consistita in una comunicazione esagerata ma efficacissima in un momento di grande emergenza per il paese. Durante quei mesi che sembrano già lontani, per una serie di circostanze la Campania era riuscita a cavarsela, pur con perdite, come meglio non poteva, tanto da conquistare consensi e apprezzamenti nazionali e internazionali: il voto quasi plebiscitario ne è venuto di conseguenza.

Appena pochi giorni fa De Luca aveva minacciato di chiudere tutto se si toccava la soglia dei mille contagi. È stato di parola. Siamo di nuovo entrati nella fase del “serrate le file”, si è incominciato dalla scuola, già martoriata dalla pandemia come se non di più dell’economia e anche dalle ricorrenti chiusure per pioggia e vento particolarmente temibili per la nota assenza di manutenzione generale della città.

Ormai è chiaro che si procederà anche in altre direzioni ma per ora, fino a nuove ormai inevitabili limitazioni, sono gli studenti, i docenti, il personale ausiliario a rimanere a casa. E poiché non c’è l’obbligo di restare nelle mura domestiche, alcune decine di migliaia di persone potranno circolare non si sa con quante garanzie di sicurezza collettiva maggiori rispetto allo stare in scuole dove comunque, pur con qualche pecca, vigevano misure di prevenzione più dettagliate e imposte a tutti. Si spera nella paura, che sembra già produrre i suoi effetti, e anche nel fatto che tanta gente non sarà costretta a utilizzare il trasporto pubblico nelle stesse ore. D’altro canto lo sfascio del sistema dei trasporti è tale da non consentire programmi graduati di utilizzazione.

Teoricamente fa bene il sindaco de Magistris a lamentare che Napoli, la città la cui importanza nel contesto regionale è scontata, sia tenuta fuori perfino dalle consultazioni sulle misure anti-pandemia. E sempre teoricamente il presidente De Luca sbaglia a decidere tutto anche per suo conto (il concetto si può estendere ad altri comuni). Nella pratica si ripete anche in una fase così difficile e drammatica uno scontro antico che ha nuociuto a tutti e di cui ora, per quanto si sia alla vigilia delle elezioni amministrative nel capoluogo, non si avverte il bisogno.

In questi giorni si discute a tutte le latitudini del nuovo sindaco di Napoli: scenari, ipotesi, alleanze, nomi, chi più ne ha più ne metta. E si attende la prossima primavera, quando si voterà, come una sorta di panacea per tutti i mali accumulati in questo decennio (a ben vedere la datazione dovrebbe essere estesa molto più all’indietro, almeno al tempo delle montagne di rifiuti fino ai primi piani dei palazzi)). C’è da chiedersi: ma come ci arriviamo a quell’appuntamento? Che si fa ora e qui? Possiamo chiedere all’irresponsabile virus di farsi carico delle nostre alchimie, delle nostre divisioni, delle nostre strategie per il mondo che sarà?

Forse può servire il ricordo di una persona e della lezione che diede. Quando Napoli fu investita dal colera si creò una situazione drammatica, benché non estesa come quella attuale che non ha confini e certezze. Il Comune di Napoli non so se stava in condizioni migliori di quelle attuali, sta di fatto che il sindaco democristiano e la sua amministrazione potevano essere travolti dalla congiuntura che si era determinata. Ebbene, un avversario politico, il comunista Andrea Geremicca, mise da parte la consueta polemica politica e lanciò un messaggio chiaro: ora è il momento di agire, di essere uniti per superare l’emergenza. E così fu. Ricordate le ordinatissime e lunghissime file per la vaccinazione? Avete presenti gli infermieri inventati al momento, perché solo militanti politici, che facevano vaccinazioni non avendo titolo per farle? Tra “l’angoscia e la speranza” l’arma fu l’unità, il tirarsi su le maniche nell’interesse collettivo che al momento era preminente. Sarebbe bene far tesoro di quell’esperienza perché da lì si potrebbe ricavare anche maggiore impulso alla responsabilità dei singoli cittadini che, tra titubanze e scetticismi e anche tanti cattivi maestri, in questi mesi hanno abbassato la guardia. Non tutti, naturalmente, altrimenti la situazione sarebbe ben più grave, ma sono stati abbastanza per farci ripiombare nell’incubo.

Editoriale pubblicato il 17 ottobre 2020 sul Corriere del Mezzogiorno

Noi discutiamo, il virus no

Preoccupazione, ansia, paura. Sono sentimenti di questi giorni, di queste ore, mentre, in assenza di campionati di calcio degni di essere seguiti, indugiamo sugli unici numeri che se ne fregano dei dibattiti da bar dello sport e ostinatamente dettano legge. Sapevamo, non perché siamo scienziati ma solo perché ci avevano avvertito, che in autunno il virus avrebbe ribussato nelle nostre vite e così si sta verificando. Dovevamo essere più previdenti e prudenti, più rigorosi con noi stessi, e invece, non tutti sia chiaro, abbiamo pensato che il peggio fosse alle nostre spalle. Non è così, quei numeri sono una pugnalata quotidiana alla nostra serenità.

Dovremmo chiederci un sacco di cose. Ma noi siamo molto bravi a fare gli allenatori di calcio anche se non sappiamo tirare un rigore, e ci mettiamo poco ad essere anche presidenti del consiglio, ministri, amministratori. Si sono lette e sentite, si leggono e sentono tante di quelle corbellerie che, se non stessimo in piena tragedia, ci potremmo fare risate a crepapelle. Un giro sui social è istruttivo.

Non so se gli attuali governanti siano tiranni o sciagurati, molti li ritengono tali. Potrei non difenderli perché, per le mie idee, avrei preferito altro, ma loro sono lì e dall’inizio dell’anno stanno gestendo una situazione senza precedenti a cui richiamarsi, dove se scegli bianco forse avresti fatto meglio a preferire il nero, dove non sai mai se quella decisione è davvero la migliore possibile nella situazione data. E poi, per dircela tutta, bisogna sempre fare i conti con una macchina burocratica che rallenta qualsiasi operazione e procedura e della cui esistenza eterna porta la responsabilità il Paese da sempre perché, se da un lato questo intralcio permanente ci fa arrabbiare, dall’altro lascia aperti i varchi per privilegi, affari, corruzione e quant’altro.  Non credo che non ci siano stati sbagli, ma onestamente non saprei chi al loro posto avrebbe potuto dare prova di infallibilità. Devono, dobbiamo vedercela con chi parla di leggi liberticide senza arrossire o perfino con chi ritiene che ci sia una sorta di complotto demoplutocratico e scende pure in piazza per rivendicare la propria sanità mentale. Poi nel Palazzo prendono anche qualche cantonata come quella, rimessa sui piedi giusti della sola raccomandazione, del numero delle persone consentite in casa propria. E per Palazzo intendo quello di Roma ma anche quello napoletano dove impazza lo Sceriffo con il lanciafiamme e con decisioni draconiane come la chiusura delle scuole che, mentre riduce a zero un diritto fondamentale, mette in libertà decine di migliaia di giovani che ora hanno più tempo per girare liberamente per le città con le conseguenze che possiamo immaginare. Ma fatta la tara, con non poca inquietudine, di questo e altro chiediamoci come sia difficile coniugare la difesa della salute con  quella dei posti di lavoro e dell’economia. In una tempesta inarrestabile come quella nella quale ci troviamo devi inventarti soluzioni che tengano insieme anche necessità contrastanti.

Ma, dopo aver fatto ad ogni piè sospinto l’esame severissimo a chi governa e gestisce, qualche domanda sui nostri comportamenti ce la facciamo? In assenza di vaccini e medicine risolutive ci è stata consigliata, e ora hanno dovuto imporcela per legge, l’adozione da parte di ognuno di noi di quelle misure minime di attenzione per ridurre (solo ridurre, perché al momento non possiamo sperare di meglio) il rischio: evitare gli assembramenti, tenere le distanze tra le persone (non tra le classi), usare la mascherina, lavarsi continuamente le mani, sanificare i luoghi dove viviamo e tutto quello che il buon senso e l’esperienza consigliano. L’abbiamo fatto? O meglio ci siamo adeguati tutti a queste regole? Forse queste secondo molti procuravano fastidio o avrebbero limitato la libertà?

Io partirei da qui prima di parlare d’altro. Puliamo ognuno il proprio uscio e tutto il resto sarà in gran parte più pulito o, per dirla con un famoso presidente americano, prima di chiederci che cosa fa il paese per noi chiediamoci che cosa facciamo noi per il paese. Ripeto, sarebbe troppo facile sparare sulla croce rossa ricordando lo stato delle strutture sanitarie, le difficoltà nell’adeguamento delle sedi scolastiche, i controlli e le indagini sui contagi e via elencando. Ma intanto facciamo la nostra parte. Io non vorrei stare nei panni di chi governa. Non dormirei la notte e non so se loro dormono tranquilli. Di una cosa nella mia ignoranza sono certo: non è più tempo di scherzare.

Non sarò… clemente

Quando si fa una premessa generalmente si sa anche inconsciamente che in quello che si sta per dire può esserci un pregiudizio, ma voglio correre questo rischio. Dunque, il sindaco Luigi de Magistris, ormai in vista del traguardo dei dieci anni di governo di Napoli, ha messo sulle spalle del vicesindaco Alessandra Clemente la responsabilità di chiedere ai cittadini di darle la fiducia per amministrarli per chissà quanti anni ancora.

Primo: in quello che sto per scrivere non c’entra neanche lontanamente il fatto che Clemente sia una donna, spero che tante donne possano assumere dappertutto responsabilità che spesso noi maschi abbiamo dimostrato e dimostriamo di non meritare.

Secondo: il fatto che sia la figlia di Sandra Ruotolo – e qui la premessa vale paradossalmente al contrario -, pur avendo condizionato sempre il mio giudizio, deve essere messo da parte. Che la mamma sia stata uccisa dalla camorra va sempre ricordato ma non può essere un titolo per assumere incarichi di tale responsabilità.

Dunque, il giudizio sulla designazione demagistrisiana deve essere scevro da qualsiasi condizionamento che non sia quello dei meriti amministrativi dell’interessata. E questo giudizio, almeno il mio, non è positivo. Esso deriva esattamente dal fatto che in tutti questi anni lei non è stata solo la bandiera del sindaco ma anche il suo braccio destro. Non è facile trovare assessori che abbiano mai avuto tanti e così delicati ruoli. Incarichi di sostanza, non di facciata, non marginali. Di fatto la valutazione del lavoro di de Magistris è esattamente riproponibile, a parte aspetti caratteriali, sul suo principale collaboratore. E poiché questa valutazione nasce dall’esame dello stato della città essa è, purtroppo per noi napoletani, molto negativa. Lo stato comatoso dei servizi fondamentali, il disordine finanziario, le condizioni delle aziende collegate al Comune, gli aspetti pratici della vita dei cittadini sono dati oggettivi ormai riconosciuti a tutte le latitudini. Va detto che questo decennio amministrativo fa seguito al precedente e lo ha solo drammaticamente peggiorato. Tant’è che oggi a Napoli non serve solo un buon sindaco ma anche una svolta profonda nel modo di amministrare e di rapportarsi ai cittadini e alle altre istituzioni. Dunque, con Clemente non si vota un nuovo sindaco ma si conferma il suo lavoro in perfetta e prolungata sintonia con il sindaco che se ne va.

Infine, una nota comportamentale o, se preferita, politica. Questa indicazione ha il segno del sovrano che decide il suo successore. In tal modo il “sovrano”, non potendo per motivi di legge continuare direttamente la propria opera, indica una soluzione che ne assicuri la continuità. Non c’è nulla di strano, solo che di fronte alle rilevanti difficoltà della città, aggravatesi da questa primavera per l’insorgere di un evento drammatico come la pandemia, sarebbe stato più saggio aspettare e cercare di trovare con altri la soluzione più valida e unitaria possibile. C’è solo da sperare che questa più che una scelta non sia una mossa tattica per spendere il nome della Clemente in un gioco che potrebbe farla passare in secondo piano: una pedina, insomma. Forse non sarà così ma se lo fosse sarebbe davvero sgradevole.

Liliana Segre, il perdono e noi

«Non ho dimenticato e non ho perdonato». Così Liliana Segre nel suo ultimo discorso agli studenti dopo trent’anni di incontri da un capo all’altro del paese, da una scuola all’altra. Un cattolico potrebbe avere da ridire perché il perdono è un pilastro del Vangelo, ma come darle torto? Come si fa a perdonare l’Olocausto, l’abiezione umana programmata scientificamente per eliminare un popolo, per dargli la caccia in ogni angolo del mondo dove si pensava potesse nascondersi, per infierire sui diversi, sugli anziani, sui bambini, su… Liliana Segre? E soprattutto non bisogna mai dimenticare. La memoria è il miglior vaccino contro il male e, purtroppo, non sempre, perché c’è anche la memoria dei malvagi.
Pensate ai negazionisti che sono sempre in attività. E poi all’obiezione ricorrente, che sottende un sentimento di condivisione più che di perdono: ma perché si parla solo dell’Olocausto e non degli stermini dello stalinismo, di altri regimi e popoli? La risposta è semplice: sono tutti da condannare, senza distinguo tranne uno che ci riguarda direttamente. E per noi intendo noi europei, noi italiani.
Quanto accadeva in Unione Sovietica riguardava da lontano la responsabilità delle altre nazioni, avveniva nei confini di un immenso paese grande quanto un continente, mentre dello sterminio degli ebrei siamo stati corresponsabili. Ci riguarda da vicino perché abbiamo applaudito le leggi razziali, abbiamo assistito o saputo che si spopolavano i ghetti, si isolavano i bambini, si vedevano sparire persone e famiglie con le quali avevamo vicinanza da sempre, in qualche caso li denunciavamo anche per farli deportare.
Noi non dobbiamo dimenticare che siamo stati infettati da quel virus. L’Olocausto graverà per sempre sulla Germania, sulla sua gente, sulla sua storia, sulla sua coscienza, ma noi non possiamo metterci nella posizione degli spettatori del dopo perché a quella partita mortale o abbiamo assistito o ne abbiamo saputo o intuito le modalità e l’epilogo.
Il perdono lo si lasci alla coscienza dei credenti, Liliana Segre ci ricorda che c’è una coscienza tout court dell’uomo che quando si fa belva del suo simile va ricordato in ogni istante. Ritenere che un proprio simile perché appartenente ad un’altra razza possa essere cacciato dalla scuola, emarginato dalla società, offeso e deriso, calpestato, deportato, schiavizzato e gasato non lo rende degno del perdono. Il ricordo è la sua condanna a vita.

Addio primarie. O no?

Addio primarie, dunque? Stando al segretario del Pd napoletano, Marco Sarracino, sarà così per le non lontanissime elezioni comunali. Il candidato del Pd, di propria espressione o concordato con eventuali alleati, non sarà sottoposto alla scelta preliminare delle primarie ma ai vertici presumibilmente del partito o dei partiti interessati.

Bene, finirà almeno una tradizione che voleva modernizzarci o, per essere più precisi, americanizzarci e che alla lunga ha dimostrato di non appartenere alla nostra storia politica e al nostro sistema elettorale. Lo sostengo, sapendo che non tutti legittimamente la pensano allo stesso modo, forse perché ho una certa età e ho memoria della politica che fu. Ma se guardo a quello che è successo ripetutamente a Napoli negli anni trascorsi credo di non sbagliarmi: brogli, accuse, veleni, soldi, truppe cammellate, addirittura il sospetto di infiltrazioni poco raccomandabili. Nulla è mancato e alla fine è andato tutto a rotoli, e il Pd è rimasto praticamente alla finestra per almeno due consigliature nelle quali si è inserito con in indiscutibile fiuto anche se con risultati non brillanti Luigi de Magistris.

Ma a questi fatti inconfutabili aggiungo anche una certa idea della politica. Penso che sia dovere di un partito (se ne può parlare visto come sono andate e stanno andando le cose?) fare le scelte sia di linea sia dei gruppi dirigenti e dei rappresentanti nelle istituzioni. Per dirla tutta, non mi è mai piaciuto che a scegliere il segretario nazionale siano stati gli elettori tout court e non i suoi iscritti variamente rappresentati negli organismi. Ripeto, le mie concezioni saranno datate ma ci deve pur essere una via di mezzo tra la nomina a vita (ma era così soprattutto nel partito comunista e non negli altri partiti) del segretario generale e l’elezione dello stesso tramite un incontrollato e talvolta troppo controllato plebiscito popolare. A conti fatti sarà stata pure questa trasformazione a decretare la sottovalutazione diffusa della forma-partito.

Un partito e segnatamente i suoi organi si devono assumere la responsabilità delle scelte e sottoporle al giudizio degli elettori. Il Pd, in un eccesso di modernità di importazione, aveva scelto un’altra strada. Ora dà segni di ravvedimento. Meno male.

Sacrifici necessari

Bisognerebbe riflettere su un fatto molto semplice: ogni giorno leggiamo notizie di personalità note di vari mondi (politica, sport, spettacolo, cultura) che presuppongono relazioni, incontri, conversazioni, confronti e sfide, risultate contagiate dal Covid 19. Vero è anche che fortunatamente costoro, quasi tutti, non vedono aggravarsi le proprie condizioni e alla fine escono dall’incubo. C’è anche chi ironizza su questa presunta selezione sociale che farebbe il virus, ma sono battute che lasciano il tempo che trovano. Perché, dunque, occorre riflettere? Perché è la dimostrazione concreta che la mancanza di prudenza o in qualche caso anche il rifiuto delle norme di protezione determinano comportamenti che possono alimentare una pericolosa virulenza della seconda ondata della pandemia.

Certo, non si possono fermare tutte le attività, la nostra società ha già subito pesantissimi colpi nella prima ondata. I timori per la scuola, l’economia, l’occupazione, la sopravvivenza di fasce sempre più numerose di popolazione sono fondati e opportunamente stanno condizionando le scelte di governo. Non si chiude, ma la condizione è chiara: tutti, non solo lo Stato, devono fare la loro parte. I primi a doverlo siamo noi cittadini, ognuno preso singolarmente nelle sue relazioni familiari, amicali, sociali.

Quindi, mascherine sempre nonostante il fastidio che esse provocano. Sappiamo bene che a volte ci sembra di soffocare o sudiamo troppo, ma è un piccolo sacrificio che possiamo fare. Quando molti anni fa a Shangai vidi gli abitanti che circolavano con le mascherine fui perplesso e soprattutto preoccupato perché la causa di quell’inconsueto indumento, lo smog, non era estranea alle nostre città. Oggi lo facciamo per la salute ma in più anche e soprattutto per la vita.

La distanza, poi, è fondamentale. Non quella sociale, ovviamente, ma quella fisica tra le persone. Nei negozi, negli uffici, nei luoghi di lavoro, e soprattutto negli incontri pubblici e nei luoghi di ricreazione e ristoro. Bisogna abituarsi, ma, ribadiamo il concetto, anche questo non è sacrificio grave.

Ancora: l’igiene dovrebbe essere normale nella nostra esistenza, oggi può sembrare maniacale, ma si può fare ed è facile farlo perché ad ogni angolo e porta c’è un dispensatore e poi, una volta a casa, una bella lavata di mani dovrebbe essere di rigore sempre, figuriamoci ora. A seguire la febbre da controllare e le altre eventuali procedure sanitarie.

Questo e tutto quello che serve ci tocca fare. Il virus è democratico, non ci sono aree protette di per sé né bolle, come giustamente si denuncia per il mondo ricco e viziato del calcio che sta fornendo uno spettacolo poco commendabile. Contestualmente dobbiamo pretendere da chi governa ai vari livelli efficienza, tempestività scelte oculate e soprattutto serietà. Senza mai dimenticare che dobbiamo passare da una vita di sacrifici ai sacrifici per la vita.