Flessibilità ma anche rigore

«Stiamo lavorando ad un progetto senza ideologie o integralismi, nel segno della flessibilità». È quanto dice a Anna Paola Merone, che lo intervista, l’assessore Edoardo Cosenza anticipando le imminenti decisioni sul piano traffico per il Lungomare. Questo dovrebbe, infatti, essere flessibile nel senso che in giorni prestabiliti circolerebbero le auto (non tutte) e in altri no. Ora, senza entrare nel merito del dispositivo che sicuramente vede favorevoli e contrari, pesiamo quel termine, flessibilità, che Cosenza (nessuna parentela… che io sappia) ha utilizzato e che evidentemente può essere anche riferito a una linea di condotta più generale. Nel 1992, alla vigilia delle Olimpiadi, chi scrive visitò Barcellona e, provenendo da una città caratterizzata da un tappeto di auto parcheggiate in luoghi straordinari come, uno per tutti, piazza Plebiscito o in improbabile movimento nelle sue arterie piccole e grandi, rimase impressionato fin dal primo impatto quando con la sua vettura penetrò nel cuore della capitale della Catalogna scoprendo che in alcune grandi arterie urbane le corsie destinate ai due sensi di marcia, regolati da semafori intelligenti, variavano di numero a seconda dei volumi di traffico, per cui potevi ritrovarti con due corsie in un senso e sei nell’altro o, due ore dopo, con quattro e quattro e così via. Un’innovazione per quei tempi nel segno, appunto, della flessibilità.

Dunque, nessun pregiudizio ideologico o di altra natura sul proposito dell’assessore Cosenza. La città non è un corpo ingessato e tutto quanto congiura a renderla più vivibile, sicura ed efficiente garantendone caratteri e bellezza, ben venga. Poi si giudicherà dai risultati sperando che si abbia anche la capacità di ritornare sui propri passi se non dovessero essere quelli sperati. Ciò detto, va però consigliato all’amministratore di aggiungere un’altra parolina, non affatto scontata a Napoli, in modo che lo slogan suoni così: nel segno della flessibilità e del rigore. E non è assodato che la flessibilità venga prima del rigore, anzi c’è da ritenere che sia vero il contrario.

Il disordine della città e i mille abusi che avvengono in ogni angolo fino a rendere faticosa e a volte insopportabile la vita degli abitanti, al tempo stesso vittime e carnefici, sono tanto evidenti che non serve rifarne il noioso e stucchevole elenco. Da anni, da troppo tempo, salvo qualche passeggero sprazzo di legalità, sono parte integrante del panorama. Certo sarebbe bello e auspicabile che gli abitanti facessero la loro parte con comportamenti rispettosi dei diritti degli altri, ma ciò non avviene e, dunque, occorrono controlli e consigli dove i primi sono indispensabili considerato che i secondi sono… consigli. Diamo la colpa a loro? Certo, anche a loro. Prendiamo ad esempio il ruolo dei vigili urbani e lasciamo stare la scusa del loro esiguo numero perché le cose non andavano diversamente quando non erano a ranghi ridotti. Diamo la colpa a loro? Certo, anche a loro? Ma essi sono la base di una piramide risalendo la quale si arriva agli ufficiali, al comandante, all’assessore (il collega di Cosenza) e al sindaco. E il rigore deve venire dall’alto per diventare una regola di comportamento e, nel caso in esame, di ingaggio, che poi si rifletterà inevitabilmente sui cosiddetti utenti, i cittadini, che devono uniformarsi alle regole per convinzione o per necessità.

Siamo appena all’inizio di una fase, si spera nuova, della vita cittadina, non sappiamo ancora se questa amministrazione comunale, stante la situazione finanziaria e, non dimentichiamolo mai, sanitaria, possa muovere i suoi passi come è necessario. Ma serve partire con il piede giusto. Sicuramente con scelte razionali e anche flessibili ma rigorosamente. Non per creare una situazione poliziesca e comprimere diritti e bisogni, bensì per tutelare i diritti di tutti e la bellezza della città. Poi discutiamo pure di Terzo, Primo e di Tutto Il Mondo, tanto in questo siamo bravi e vinciamo a mani basse il campionato del nulla.

*Articolo pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno l’1 dicembre 2021

 

 

 

 

Due nodi per Manfredi

I due nodi che il nuovo sindaco è chiamato a sciogliere sono i soldi e il personale. Come farà e se ci riuscirà non si sa ma in ogni caso non potrà prescindere da queste strettoie: al Comune di Napoli servono circa cinque miliardi di euro per onorare i debiti e qualche migliaio di dipendenti per far funzionare la macchina. Si vedrà. Ma se questi obiettivi in toto o in parte saranno raggiunti ci si dovrà anche chiedere come evitare che un disastro di tale portata sia replicabile in futuro, anche perché Napoli non si trova per la prima volta in queste condizioni come ci insegna il ricorso o richiamo a leggi speciali. Nel frattempo la città, dal Banco di Napoli all’Italsider, ha via via perso i presidi che le garantivano prestigio, agibilità finanziaria e lavoro, e non è detto che il passaggio dall’acciaieria alle friggitorie sia stato un buon risultato. Basta che ce sta ‘o sole… Beh, bisognerebbe finirla con questo unguento sulle ferite se poi ti ritrovi in coda alla classifica della vivibilità. Un dato del bilancio comunale appena approvato va messo bene in evidenza: solo un napoletano su tre paga le tasse. A parte i portoghesi padroni del nostro sistema di trasporto su gomma, piaga forse sanabile con i tornelli alla salita sui bus e con i carabinieri all’uscita dagli stessi, parliamo piuttosto di tasse. Quell’unico napoletano che le paga è vessato molteplici volte: lo fa, ma poi paga in buona parte anche per i due che mancano all’appello. E spesso e volentieri si sente ribollire dalla rabbia quando, essendo un contribuente raggiungibile, se malauguratamente viene richiesto di sanare un errore è sottoposto anche alla beffa di una sanzione spesso molto onerosa dopo file e attese scoccianti. Intanto le casse del Comune languono.. Colpa del personale carente che non stana gli evasori? Ma ciò accadeva anche quando negli uffici non c’erano posti a sedere. Anni fa in un’inchiesta giornalistica sulle pratiche di abusivismo piccolo e grande che giacevano impolverate negli scaffali, il dirigente si appellò alla mole spropositata dell’arretrato e alla mancanza di impiegati: gli fu replicato che se nei 365 giorni dell’anno, sottratti festivi, riposi e ferie, l’ufficio avesse evaso due-tre pratiche al giorno quella montagna sarebbe diventata una collinetta e nel giro di qualche anno una pianura. Sorrise.

Cambiamo orizzonte ma non argomento. Le cronache prima ancora delle serie televisive ci ricordano quanto grave sia la presenza della camorra. Ma poi c’è la camorria, un veleno insidioso e contagioso evidenziato da una sterminata casistica di piccoli e grandi episodi di egoismo, prepotenza, abusi, violazione di regole civili e leggi. Prendiamo la sosta in doppia fila. Da sempre, quando si è chiesto al comandante dei vigili urbani come mai la città fosse così poco controllata la risposta è stata: abbiamo pochi uomini. Sia quando erano molti sia ora che sono davvero pochi. Ma qualche amministratore si è mai posto il problema di domandargli, per esempio, come mai le auto in doppia fila siano una piaga d’Egitto con conseguenze devastanti sul traffico, la mobilità e la tranquillità dei cittadini? Riflettete sull’automobilista che dal negozio dove è andato a fare compere o a prendere un caffè giunge trafelato dicendo che va via, al quale il vigile non fa la multa dal momento che la vettura è stata spostata. Ma che accade dopo? La doppia fila si riforma e sparisce solo di notte perché tanto c’è la scappatoia se si è appena vigili e si sta attenti a guardare casomai dovesse arrivare il… vigile. Invece se si facessero drasticamente le contravvenzioni, si ridurrebbe via via il numero dei trasgressori e forse sparirebbe anche la sosta in doppia fila, mentre ora per eliminarla occorrerebbe non un vigile di quartiere bensì uno fisso di strada. Responsabilità dei vigili o delle regole di ingaggio?

I napoletani fanno bene ad augurarsi che il Comune sia messo nelle condizioni finanziarie adeguate ai bisogni della città ma il sindaco si dovrà preoccupare non prima né dopo bensì contestualmente e risolutamente delle procedure e modalità di funzionamento della macchina comunale partendo dalle fondamenta: far pagare le tasse (e i biglietti) a tutti e non solo a un terzo dei napoletani, garantire il rispetto delle regole elementari per l’agibilità e il decoro della città, verificare che le direttive dai vertici agli uffici siano precise, rigorose e valide, che i controlli siano costanti e chiedere conto dei risultati. Senza questi presupposti, che dovrebbero essere scontati ma non lo sono affatto, il pur necessario ragionare di progetti e di futuro rischia di essere una fuga in avanti. E poi continueremo, di tanto in tanto, a risentirci quando ci muovono l’accusa, gratuita per una ex capitale e oggi faro di creatività culturale, di essere una città del Terzo Mondo.

*Editoriale pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno venerdì 19 novembre 2021

Napoli Irrisolta

Per avere una cognizione precisa della Napoli Irrisolta basta osservare il funzionamento dei trasporti tenendo presente che in pochi altri campi come questo si può tranquillamente parlare anche di quella Napoli metropolitana che esiste concretamente al di là del finora carente assetto istituzionale. Napoli Irrisolta come immagine della perenne contraddizione tra eccezionalità e ordinarietà, tra genio e sciatteria, tra generosità e egoismo. Ora che Napoli vanti una rete su ferro di prim’ordine, tra le più ricche nel confronto con le grandi città italiane e non solo, e sicuramente con primati storici, è un dato inconfutabile. Da ormai qualche decennio si lavora a un obiettivo strategico: riportare a circolarità e razionalità la rete, mediante nuove tratte e raccordi, in modo tale da consentire agli utenti di andare da un capo all’altro della città e di molte aree extraurbane con un trasporto sicuro e su linea propria. Considerando la situazione attuale e i miliardi spesi si può dire che siamo ormai a un buon punto e, previsioni alla mano, nel giro di qualche anno il sistema andrà a regime. Per di più ci siamo presi il lusso, tanto per onorare quel genio che è in noi, di curare anche l’impatto con una straordinaria presenza di arte e architettura in punti strategici. Ma come si misura poi l’efficienza del sistema? Certo con la citata possibilità di muoversi in città e dintorni avendo a disposizioni stazioni e linee ferroviarie, ma questa se ne va all’aria se manca il requisito cruciale della certezza e, in misura minore, della comodità, non che viaggiare uno addosso all’altro sia un piacere. E qui si ripresenta l’altro e perenne corno del problema.

Se prendessimo la collezione annuale di un giornale non so quanto pochi sarebbero i giorni in cui non si segnali un disservizio più o meno grave. Le foto dei passeggeri della Circumvesuviana, qualcuno anche con carrozzino, che cercano di raggiungere la stazione più vicina facendo gli equilibristi tra sassi, traversine e binari, non sono un unicum. L’assalto ai tornelli della Linea 1 della Metropolitana sembra in linea con il suo funzionamento a singhiozzo per il quale si è persa anche la voglia di protestare. Le funicolari, vanto secolare della città, sono più chiuse che in funzione a causa di fattori tecnici e anche di salute dei dipendenti. Aspetti i magnifici treni spagnoli che dovrebbero consentire più una frequenza da metropolitana che da diligenza e pure questi si guastano prima di entrare in esercizio. E si potrebbe continuare fino alla noia rotta solo dal piacere di sostare tra opere d’arte spettacolari quasi si fosse in un museo.

Ricordiamo poi il trasporto su gomma che teoricamente e traffico permettendo dovrebbe completare e razionalizzare quello su ferro. Anche qui le linee non mancano ma, come è noto ai napoletani, “ingarrare” giorno e corsa giusta è come prendere un terno al lotto. Ah, il traffico, la sosta selvaggia, i controlli all’acqua di rose… che ne parliamo a fare?

A tavolino, vedendo carte, progetti e resoconti di cose realizzate, non si possono avere dubbi: abbiamo le carte in regola per rendere vivibile, comoda, funzionale, moderna una città tanto bella e invidiata nel mondo. Poi lasci la sedia, esci di casa e ti ritrovi in un’altra realtà dove c’è tutto quello che hai visto nei documenti ma ti rendi conto che qui per un motivo là per un altro le cose non vanno bene, il sistema spesso e volentieri non funziona o funziona male e non perché c’è stato un cataclisma ma forse solo perché qualcuno non ha previsto, non è intervenuto per tempo, non ha fatto il proprio dovere. E anche tu, uno del milione e passa di cittadini, dopo avere imprecato, sopporti e ti adegui e se del caso dai il tuo contributo non rispettando il semaforo e la fila, parcheggiando dove ti pare e fai i tuoi comodi pensando di fare il furbo.

Napoli Irrisolta è servita. L’eccezionalità in tutti i campi fa a pugni con l’ordinarietà e la relativa responsabilità individuale e collettiva. Tra i tanti consigli che da tutte le parti si stanno dando al nuovo sindaco questo probabilmente li riassume tutti. Un’impresa titanica, se la si vuole intraprendere, ma senza la quale saremo sempre a metà dell’opera.

*Editoriale pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno sabato 16 ottobre 2021

La camorra che violenta la politica

Come da tradizione, quella notte era destinata all’affissione dei manifesti. Era venerdì e a mezzanotte era stata chiusa la campagna elettorale, bisognava andare a dormire ma a quel tempo non si usava e ognuno cercava di ricoprire quanti più tabelloni e muri in un tripudio di simboli, prevalenti la falce e martello del Pci e lo scudo crociato della Dc. All’incrocio di via Regina Margherita con viale Europa ci ritrovammo schierati noi comunisti da una parte e i democristiani dall’altra. Tensione alta, non era chiaro il motivo, di sicuro era forte la voglia un po’ guasconesca di prevalere. Ed era evidente la preoccupazione dei dirigenti dell’uno e dell’altro fronte anche perché tra i galoppini, molti pagati, della Dc e tra qualcuno dei nostri non si aspettava altro che di venire alle mani. Non mancavano teste calde. Tra noi c’era “palla ‘e sciore”, un pregiudicato che compariva solo dopo il comizio di chiusura delle campagne elettorali per dare una mano a quello che diceva era il suo partito. Cacciarlo? Non era semplice, in ogni caso si sapeva che come era comparso all’improvviso, così il lunedì sera, a schede scrutinate, sarebbe sparito. Fatto sta che platealmente mise le mani in tasca ed estrasse una “cordamiccia” agitandosi per innescarla con la brace di una sigaretta e minacciando di lanciarla sugli avversari. Si evitò il peggio grazie a un dirigente con le spalle solide e, sull’altro schieramento, al parlamentare calato da Gragnano.

Castellammare viveva di pane, lavoro e politica. Nelle fabbriche non c’era spazio per i delinquenti, sarà così per decenni e quando al tempo del terremoto la camorra tentò di mettere le mani sulle ditte appaltatrici del cantiere navale la difesa fu tanto granitica che un sabato mattina la città fu svegliata dalla bomba che esplose al Supercinema dove doveva tenersi – e si tenne! – una manifestazione del Pci annunciata da un manifesto che a caratteri cubitali intimava: “Giù le mani dal cantiere”. Non che la camorra non ci fosse stata nei decenni precedenti, essa era rigorosamente confinata nell’angolo benché alcuni suoi esponenti svolgessero attività bene in vista, anche alberghiere, e ambissero a loro modo al “rispetto”. Ma il rispetto, per dirla tutta, ce l’avevano, anche loro, per i partiti, i sindacati e le altre organizzazioni del tessuto democratico, in uno strano sistema di convivenza.

Poteva accadere che il futuro boss antagonista e sconfitto del clan D’Alessandro, Mario Imparato, addirittura svolgesse attività politica prima di dileguarsi nei boschi tra Quisisana e Pimonte dove trovò la morte. E ancor prima che il futuro suocero del boss di Torre Annunziata venisse incautamente proposto come funzionario di partito mentre scriveva sonetti politici. E si potrebbe continuare.

Un po’ ci giustificavamo ricordando spesso una frase attribuita a Togliatti: siamo un fiume in piena che lungo il suo corso accoglie di tutto ma via via si depura e arriva pulito e trasparente alla foce… Un giallo fresco di stampa, “Il comunista” di Angelo Mascolo, ambientato nella settimana delle elezioni politiche del 1948, ne racconta qualche frammento.

Che c’entra questo amarcord con i fatti di questi giorni? L’arrivo della commissione di accesso agli atti del Comune è un vulnus per la città. Si vedrà quanto ci sia di vero nel sospetto che le attività amministrative siano condizionate dalla camorra, ma l’immagine che viene fuori dalle inchieste di questi anni, propedeutiche alla decisione del prefetto Valentini e del ministro Lamorgese, è quella di una città di camorra. Se un clan da tre generazioni spadroneggia in ogni direzione, dominando da un quartiere collinare trasformato in una fortezza inaccessibile, qualche domanda bisogna farsela: sullo Stato, sul Comune, sugli imprenditori, sulla politica, sui cittadini, sulla scuola. Mentre le terme restano chiuse, le acque minerali sono a rischio, l’industria è abbarbicata al suo cantiere-simbolo, l’antica fertile campagna è ridotta al lumicino dalla disordinata e spesso selvaggia espansione urbanistica, un capillare sistema di tangenti è un normale fattore dell’economia e minacce e perfino due omicidi hanno investito il mondo della politica e del Comune, da anni una battaglia più sotterranea che pubblica è in corso sul destino delle aree dismesse, specialmente quelle in prossimità del mare dalle parti di via De Gasperi: una vicenda su cui si sono giocate, vinte e perse tante campagne elettorali. Che quegli spazi, così appetibili, debbano essere utilizzati non ci piove ma l’incognita è su che cosa e come fare e chi debba tenere le redini del comando. Gli squarci che le recenti inchieste giudiziarie hanno gettato sull’operazione non lasciano tranquilli.

In uno scenario di progressivo decadimento della città e di incertezze sul suo destino si registra una presenza della camorra, non più ai margini ma soprattutto dal terremoto in avanti asfissiante e insopportabile anche se ad essa, fatta salva l’iniziativa meritoria ma ancora inadeguata degli apparati dello Stato e la schiena diritta di tanti sindaci e amministratori, in qualche modo ci si è fatto il callo.

Il simbolo di questa deriva dell’etica pubblica è in quanto accaduto nell’ultimo Consiglio comunale, la proverbiale goccia che ha portato alla nomina della Commissione d’accesso, quando il neo eletto presidente del Consiglio comunale ha elogiato il padre, un camorrista a termini di legge. Le sue parole non sono l’aspetto rilevante perché un figlio che ricorda il genitore, dei cui errori non porta responsabilità, può essere criticato ma anche umanamente compreso. Di grave c’è stato l’applauso dei consiglieri di maggioranza. In quella sala dedicata a Falcone e Borsellino era l’ultima cosa che doveva accadere.

La città, promette lo stemma comunale, deve risorgere. Con un bagno di verità. Si è troppo lasciato correre, lo si faceva anche in quel tempo di cui scrivevo all’inizio, ma, pur tra contraddizioni, esisteva un presidio democratico forte e articolato. Quando la camorra decise di non stare più alla porta ma di scendere in campo con crescente spregiudicatezza e prepotenza – Castellammare vantò anche il primato di un consigliere comunale “giustiziato” in quanto capo locale della Nuova Camorra di Cutolo – tra paure, complicità e sottovalutazioni si è intrapreso un cammino più che accidentato. E tutto questo è intollerabile in una città baciata dalla natura e storicamente resa vitale dalla passione e dalla maestria dei suoi abitanti. Sui social imperversano con successo gruppi che ricostruiscono non senza nostalgia per immagini e documenti il passato. “Libero Ricercatore”, una banca della memoria attivissima, ha pubblicato una foto della Villa Comunale splendidamente ombreggiata da un “bosco” di platani. Dava fresco, stimolava identità, invitava a stare insieme in quello spazio della cultura, della politica, della vita. Pure quello ora è un dolce e amaro ricordo.

*Articolo pubblicato il 29 maggio 2021 sul Corriere del Mezzogiorno

Napoli, si discute dei nomi non dei progetti

Un nuovo sindaco? Una nuova amministrazione? Per fare che? Soprattutto, per quale Napoli? Domanda più che lecita almeno per due motivi: il chiacchiericcio interminabile sui candidati senza uno straccio di discussione – e non parliamo di idee – sui programmi, e la constatazione che la città da decenni è ferma al palo, sottoposta a cambiamenti per lo più dettati dalle circostanze. L’unica opera di valore strategico – qui c’è per davvero un’idea di futuro – è la metropolitana il cui completamento va faticosamente realizzandosi. Ma pensiamoci un attimo, essa è il frutto di un colpo di mano geniale: il buco che Maurizio Valenzi e Luigi Buccico fecero a piazza Medaglie d’Oro quarantacinque anni fa. Furono dileggiati come la “banda del buco”, ma Napoli è così, una città dialettica, molto dialettica, e chi rompe gli indugi deve attendere il riconoscimento tardivo della storia, spesso post mortem. A dire il vero, in quegli anni, tra un colera e un terremoto, si progettò anche altro per il futuro. Un’interminabile discussione non fu inutile perché produsse una scelta urbanistica che ha definito il nuovo skyline della città: il Centro Direzionale progettato da Kenzo Tange, il primo agglomerato di grattacieli realizzato in Italia.

È molto? È poco? Complicato rispondere. Perché in una città così riccamente stratificata non è facile, per esempio, scegliere tra un’opera di rammendo, come raccomanda Renzo Piano, che poi architettonicamente fa scelte a suo modo rivoluzionarie, o interventi radicali sul tessuto urbano degradato. Sarebbe comunque un modo, sia l’uno che l’altro, per un’operazione urbanistica volta a migliorare la qualità della vita, il fatto è che Napoli da tempo non è rammendata – e come ce ne sarebbe bisogno! – ma al tempo stesso non è destinataria di alcun intervento di programmazione. A conti fatti la più importante scelta strategica, mentre il suo destino industriale è stato compromesso in profondità e vastità, fu la variante urbanistica generale fatta approvare da Vezio De Lucia, assessore della prima giunta Bassolino.

Ricordate il “Regno del Possibile”? In questi giorni, a seguito di uno scambio di messaggi, l’architetto Gerardo Mazziotti, che ancora non ha digerito la fine ingloriosa di quel progetto, mi ha indotto a riprendere i molti volumi che raccolgono il piano, il dibattito, la cartografia e tutti i documenti della società “Studi Centro Storico Napoli”. Il suo presidente, Enzo Giustino, non edulcorò la pillola e pubblicò un volume conclusivo in cui puntualmente si dava conto di tutte le posizioni. Le accuse furono pesantissime: l’operazione fu definita da un fronte vasto e qualificato una nuova edizione di “mani sulla città” e gli imprenditori privati che avevano lanciato la proposta si videro affibbiare propositi di ogni tipo, in sintesi esclusivamente speculativi. La città, la cultura e la politica si divisero, non si fecero desiderare gelosie accademiche e l’esito fu zero più zero. Quell’immenso lavoro non fu bocciato perché non fu mai esaminato in una sede istituzionale, semplicemente finì nel nulla (Raffaele Cantone una volta ha affermato che “Napoli è la città in cui si decide il Nulla”).

Andrea Geremicca, il dirigente comunista ricordato in questi giorni, anni dopo dichiarò che «il “Regno del Possibile” fu un tentativo di modernizzare la città e anche di sperimentare collaborazioni nuove tra privati e amministrazione pubblica», e rammentò che «negli Anni Quaranta Luigi Cosenza, certo non sospettabile di simpatie speculative, aveva proposto un piano regolatore che prevedeva lo sventramento dei Quartieri Spagnoli con l’apertura di una parallela di via Toledo». Severo fu il giudizio di Gerardo Chiaromonte: «Non vorrei che un giorno dovessimo rimpiangere l’occasione mancata di un dibattito serio e responsabile». Aldo Masullo: «È immorale, incivile e impolitico, per opporsi al male (le mani sulla città) difendere il peggio (la sofferenza delle persone e l’immobilismo mortale della città). Se ne discuta almeno».

Chiude questa piccola antologia (ci fu anche un clamoroso scambio di messaggi tra Gorbaciov e il sindaco Lezzi) Giuseppe Galasso: «L’urbanistica è la via per cui Napoli può stendere il ponte di cui ha bisogno tra il suo passato (che è tutt’altro che da rimpiangere in blocco) e il suo futuro (che è ancora tutt’altro che chiaro), ed essa è ormai, assai più di ieri, anche una lotta contro il tempo. L’adulterazione dell’identità e dell’immagine di Napoli sarebbe, lasciando passare il tempo infecondamente, assai più grave di altri attentati ad essa».

Città dialettica, molto dialettica? Stando a quel dibattito non si direbbe, ma discutere e non decidere, compresa naturalmente la bocciatura, non è la sintesi tra una tesi e la sua antitesi. A ben vedere anche lo stucchevole dibattito di questi mesi attorno al futuro sindaco è figlio di tale modo di procedere. Prima, e non subito, i nomi e poi, a parte rituali e scontati impegni per il verde, l’ordine, la pulizia e… l’innovazione, si vedrà per fare cosa, per esempio se aprire o chiudere via Caracciolo o la Galleria Vittoria.

*Editoriale pubblicato il 12 maggio 2021 sul Corriere del Mezzogiorno

 

 

Il Pd ora ha un problema

Con la discesa in campo di Sergio D’Angelo, ultimo in ordine di tempo dopo Alessandra Clemente e Antonio Bassolino, a sinistra c’è, potrebbe esserci, una folla di candidati a sindaco di Napoli, dove quel condizionale è legato al filo sottilissimo dell’eventualità di qualche “riconciliazione” in corsa o nel probabile ballottaggio. E naturalmente ci sarà un quarto, il candidato di Pd e Cinquestelle, o perfino, ipotesi allo stato più vaga, un quinto se questi all’ultimo momento dovessero prendere strade diverse. Dunque il Pd ha un problema politico prima ancora che elettorale. Finora è stato attento soprattutto a procedere con passo felpato tra le contraddizioni interne, gli accordi sulla scacchiera nazionale e innanzitutto la convivenza con De Luca, ed esterne, la complicata interlocuzione con i Cinquestelle . In questo estenuante lavorio, quasi la costruzione di un traballante castello di carte, ha chiuso molte porte. In una logica di ammiraglia ha fatto capire a tutti: al centro ci siamo noi, voi siete pedine, o vi acconciate alla bisogna o non andrete lontano.

Un messaggio che forse è stato ascoltato con attenzione da Alessandra Clemente, candidata da de Magistris ancora prima dell’apertura dei giochi. Lei ora si trova in una condizione non facile: quando fu lanciata dal sindaco questi era ancora sulla piazza, ma poi, con un colpo, va detto, geniale e, forse, anche vincente, si è candidato alla presidenza della Regione Calabria dove è in piena campagna elettorale per cui la sua presenza e il suo sostegno saranno oggettivamente ridotti. Chissà se quando sono circolate voci a proposito di un eventuale suo ritiro non sia stata questa preoccupazione ad alimentarlo.

Quanto a Bassolino il Pd ha rotto i ponti definitivamente con lui. L’ex sindaco era stato beffato cinque anni fa quando, sbagliando, partecipò alle primarie, poi da lui stesso definite generosamente “farlocche” al punto da ritenere irripetibile un’esperienza del genere. In tutto il tempo in cui Bassolino faceva intendere che sarebbe sceso in campo i dirigenti a vario titolo del Pd lo hanno prima ignorato, poi hanno iniziato a blandirlo: torna a casa, sei una risorsa e via complimentando. Lui ha pensato che fosse un modo per irretirlo costringendolo poi ad accettare e sostenere le loro soluzioni che chiaramente avrebbero teso ad accantonarlo, insomma una trappola. E così, tra avvertimenti e segnali, si è andati avanti per mesi fino alla sua decisione – è pur sempre uno dei fondatori del Pd – di candidarsi.

Infine Sergio D’Angelo. Anche questa era una candidatura annunciata da mesi. E che il numero uno del Terzo Settore, una persona esperta, di pluridecennale esperienza e di provate capacità non ne impedisse la circolazione era un segnale chiaro. Poteva essere sentito. Almeno ufficialmente c’è stato il silenzio che non si sa quanto giustificato dalle precedenti e da tempo concluse collaborazioni con de Magistris. In tremila, si sa, hanno sottoscritto un appello per chiedergli di candidarsi e lui lo ha fatto.

Un problema politico prima che elettorale. Tre candidati, in particolare Bassolino e D’Angelo, di grande spessore e storia, “gente di sinistra” come li definisce Luigi Roano sul Mattino, che se ne vanno per conto proprio, “si allontanano fino a diventarne avversari”. Il Pd punta al campo largo, una sorta di casa per più fedi, ma poi abbandona vaste aree della prateria nella quale dovrebbe trovarsi il suo popolo. Lo ha fatto già cinque e dieci anni fa regalando la città a de Magistris. Perché? Anni fa Moretti chiedeva a D’Alema di dire “una cosa di sinistra”, ora si osanna Fedez che pare ne abbia detta una. Prossimamente su questo schermo.

*Editoriale pubblicato il 5 maggio 2021 sul Corriere del Mezzogiorno

 

 

 

Sindaco e presidente uniti dallo “spoils system”

Per quanto deprecabile, soprattutto quando riguarda funzioni tecniche, lo “spoils system” è una pratica politica acclarata e raramente contestata. Chi vince si prende il bottino, per stare all’etimologia, e governa per il tempo del mandato con l’ausilio di persone ritenute più congeniali al proprio disegno di gestione e, ovviamente, più affidabili. Il sindaco di Napoli in scadenza prorogata (i consiglieri comunali che gli hanno consentito di bypassare l’inciampo del bilancio farebbero bene a tacere) forse ha pensato di salvaguardare almeno per un triennio la fine del suo impero decennale. Da qui le sue scelte sulle aziende pubbliche comunali con un giro di valzer che renderà stabili appunto per tre anni le poltrone che ora si stanno per assegnare. Tutto lecito, sia chiaro, e da un ex magistrato non ci si potrebbe attendere comportamento diverso, ma è evidente che così facendo imbriglia le decisioni di chi, chiunque sia, sarà chiamato dai cittadini ad amministrare per cinque anni a partire dal prossimo autunno. A pensar male c’è anche il sospetto che in tal modo si rafforzerebbe la candidatura del suo vicesindaco, Alessandra Clemente, che per la verità, stando a qualche sondaggio che già circola, non sembra avere molte chances. Va però obiettato che se si conquista la simpatia dei nuovi amministratori si perde anche quella dei vecchi per cui il conto va in pareggio e può essere perfino controproducente come si vede dalla moria di assessori durante il lungo impero ora finalmente alle ultime battute.

Di “spoils system” non si preoccupa l’inquilino di Santa Lucia che essendo all’inizio del secondo mandato se lo può fare secondo gusti e necessità. Oltretutto, avendo generosamente caricato sulle proprie spalle una molteplicità di deleghe normalmente ricoperte da assessori, e incontrando pochi intralci in un Consiglio regionale assiso sugli spalti più che sulle seggiole istituzionali, può ben dire che lui la riforma costituzionale – governatore piuttosto che presidente della Regione – l’ha fatta in corso d’opera. Non mette conto ricordare le discusse decisioni in tema di cultura operate da Vincenzo De Luca… ce n’è sempre una fresca di giornata come quella della guida della Fondazione Ravello dove forse l’onnipotente, nonostante giocasse in casa, pare abbia trovato nel sindaco del delizioso comune un interlocutore resistente. Dalla cultura all’acqua la salernitanità, non disgiunta da complicati equilibri politici, è onorata dall’odierno rinnovo dei vertici della Gori, la società idrica che raggruppa un’ottantina di comuni dell’area vesuviano-sarnese e il privato Acea.

Nell’insanabile scontro di questi anni tra le due massime figure istituzionali della Campania, il presidente della Regione e il sindaco di Napoli, pur con caratteristiche, modalità e risultati diversi, si intravede qualche punto di contatto in questa gestione del potere fortemente caratterizzata. Storie e vite diverse le loro, caratteri forti e alternativi, profili professionali non assimilabili, il politico e il magistrato, in comune la visione politica essendo o essendo stati ambedue comunisti, alla fine inconciliabili al punto di prescindere totalmente dallo spirito di collaborazione più che doveroso operando ambedue nello stesso territorio. Ora questo duello sta per concludersi ma potrebbe addirittura continuare dal momento che de Magistris, che se ne sta andando in Calabria, nel prossimo futuro potrebbe confrontarsi da pari grado con De Luca. Si vedrà, ma ora e qui che cosa resta sul terreno? Molte macerie e una grande domanda di normalità. Più che speranza una necessità.

 

*Articolo pubblicato il 24 aprile 2021 sul Corriere del Mezzogiorno

Unical, buon compleanno

Cinquant’anni di vita e, si può dire, non li dimostra. L’Università della Calabria nacque da una vicenda tragica, gli scontri per Reggio capoluogo, uno stato d’assedio senza precedenti nella storia repubblicana, concluso con la sfilata dei carri armati per le strade della città e sancito da un compromesso, il Pacchetto Colombo, che spezzò in due la nascente Regione, con sede del governo a Catanzaro e sede del consiglio a Reggio: al riguardo va detto con il senno di poi – ma le cose erano chiare anche allora – che non c’era modo migliore per far fallire la nuova e tanto attesa articolazione dello Stato. Piuttosto va sottolineato il ricordato pacchetto Colombo: centro siderurgico a Gioia Tauro (mai nato mentre venivano distrutti terreni altamente produttivi per far posto al porto), un po’ di mance qua e là e la nascita dell’Università a Cosenza. L’ateneo fu poi realizzato sulla collina di Arcavacata nel comune di Rende, dall’altra parte del pianoro su cui sovrasta con gli splendori del passato la vecchia Cosenza.
Nacque come qualcosa di nuovo, un campus, grazie a una personalità straordinaria quale Beniamino Andreatta ma il parterre, se pensiamo solo a Paolo Silos Labini, era di prim’ordine. E tali furono i progettisti e poi i docenti che calarono su quei cubi e su quel ponte per scommettere sulla Calabria delle idee e delle competenze e su un altro Sud.
Scommessa vinta? Bisogna chiederlo alle migliaia di studenti che lì si sono fatti le ossa e si sono laureati. Molti sono andati via, e continuano a farlo, ma questo è un altro problema che non attiene alle responsabilità dell’Università, che forse nel tempo ha accumulato il limite della separatezza, vale a dire la carente ricaduta del suo ruolo sulla società calabrese nei suoi vari aspetti, politica in primis.
Se ne può discutere, ma su un fatto non ci sono dubbi: per quanto dentro un compromesso che alla fine è risultato un fallimento per la Calabria, quella scelta fu giusta. La Calabria sarebbe davvero altra cosa senza quell’ateneo, che è un patrimonio concreto di intelligenza e di studio, di competenze e di cultura, anche di tensioni gravi e in qualche modo vitali se solo si ricordano gli anni tempestosi del terrorismo quando da quelle parti si aggiravano arcavacanti e lupi mannari.
Nei miei anni di lavoro in Calabria, terra che frequentavo anche prima e continuo a farlo con gioia immensa, ho sempre pensato che quell’università potesse essere la leva per invertire la storia calabrese, nel senso di rinnovarla, darle un colpo d’ala, liberarla dalle catene del pregiudizio e della cattiva percezione interna ed esterna. Finora non è stato così o lo è stato solo in piccola parte, ma sono sempre convinto che da lì potrebbe venire la sterzata che cambia in profondo lo stato di cose. L’augurio è che ciò possa avvenire nei prossimi cinquant’anni ma da subito e non tra cinquant’anni, soprattutto che i giovani non si sentano in transito in quelle aule: vadano pure altrove in un mondo senza confini ma possano anche ritornare altrimenti la loro sarebbe una fuga, il peggio che possa capitare e che finora è capitato troppo spesso.

Aria nuova (e promettente) nella Chiesa di Napoli

Soffia, fresca e promettente, l’aria nuova nella Chiesa napoletana. Napoli è un territorio, meglio ancora un mondo sterminato di storia, umanità, contraddizioni, simboli, credenze, passioni, miserie e splendori tale da incutere timore, ansia, forse anche un sentimento di inadeguatezza, ma don Mimmo Battaglia non s’è perso d’anima e ha fatto da subito quello che faceva da sempre: stare tra la gente, piegarsi sulle piaghe, ascoltare, pronunciare parole chiare e vere, sottolineare doveri e diritti, andare al cuore dei problemi, infondere la speranza che non attende e che si fa impegno, invitare al coraggio che vince le paure. È la chiesa di Francesco, del papa che il venerdì, a sorpresa, entra nei luoghi della sofferenza professando misericordia con una mano sulla testa, un abbraccio, una carezza, un sorriso agli ultimi, agli umiliati e offesi, agli scarti. La chiesa che fa il suo mestiere di sempre quando non si incartapecorisce trasformandosi in potere tra i poteri.

Neanche il virus, che pure lo ha toccato fisicamente, ha fermato il nuovo vescovo di Napoli. Anzi. La sua è già una presenza viva nella città dei mille problemi, le sue giornate sono piene di incontri, di visite, di discorsi, di appelli, di progetti. E, come avviene soprattutto nei periodi difficili, il tam-tam produce rapidamente i suoi effetti e così dagli operai della Whirlpool ai mercatali, dai singoli ai gruppi il suo intervento è richiesto, ascoltato, rispettato. Lui non si sottrae. Tra la denuncia e l’implorazione si fa strada la richiesta, tutta politica, di soluzioni e non di prebende. Per poveri e povertà, che “non sono categorie sociologiche”, propone una “cordata sociale”. A chi gli segnala che in una chiesa sono ancora ben esposti i quadri regalati dai Nuvoletta, gli assassini di Giancarlo Siani, non risponde con il silenzio o parole inutili bensì con l’ordine di rimuovere quei doni sgraditi e “grondanti sangue”. Uomo del nostro tempo, chatta quotidianamente con i cinquecento sacerdoti della sua diocesi. Ai ragazzi di Procida che hanno “salvato la processione del Venerdì Santo” scrive: «Ogni volta che penso ai ragazzi e ai bambini, mi torna alla mente la tavolozza dei colori che utilizzano i pittori per le loro opere. Voi ragazzi e bambini siete un mix di colori in grado di dare vita anche alle giornate più buie. Siete un dono immenso e prezioso per noi adulti e, forse non ve lo diciamo spesso, ma guardare a voi, al vostro modo di affrontare e vivere la vita, è un grande esempio per noi adulti».

Viene, ricordiamolo, dalla Calabria dove i colori, bellissimi, sono intensi pur in aree spesso su altro versante troppo opache o dipinte come tali. In quella terra, più nota per le aree grigie e martoriata da una perenne considerazione negativa di dentro e di fuori, uomini di chiesa di valore hanno fatto e fanno sentire la loro voce. Certo, ci sono quelli che consentono profanazioni simboliche ai boss della ‘ndrangheta, ma da Pino Demasi a Ennio Stamile, da Pietro De Luca a Giacomo Panizza un foltissimo gruppo di parroci difende l’integrità della missione pastorale senza timore di finire nel mirino dei potenti e dei malavitosi e si misura con i drammi delle ingiustizie e della povertà. Battaglia è cresciuto in questo mondo lasciando tracce importanti nella sua Satriano che è parte della diocesi di Catanzaro-Squillace, retta da Vincenzo Bertolone, che, tanto per dire, è stato il postulatore della causa di beatificazione di don Pino Puglisi.

Franco Cimino, un cattolico calabrese autorevole che conosce bene il nuovo vescovo di Napoli, invita a soffermarsi sui suoi occhi: profondità, dolcezza e fermezza svelano il carattere dell’uomo, ne mettono a nudo l’anima, non mentono sui suoi sentimenti e sui suoi pensieri. Una volta gli ha detto che sarebbe andato lontano, e Napoli, dopo la parentesi sannita, ha confermato la previsione, che fu bloccata drasticamente dall’interessato quando stava per diventare più ardita.  Per don Mimmo conta l’azione di ogni giorno, il qui e ora, perché è vitale percorrere «non le strade che fuggono dalla vita, non quelle del disimpegno o della resa».

https://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/napoli/cronaca/21_aprile_06/c-un-aria-nuova-promettente-chiesa-napoli-7fb721fa-96a1-11eb-9062-f607427fe665.shtml

Parricidio in salsa politica

In politica ci sono parole che generalmente si evitano trattandosi di “una scienza e tecnica, come teoria e prassi, che ha per oggetto la costituzione, l’organizzazione, l’amministrazione dello stato e la direzione della vita pubblica”. Con ciò non si nega il valore degli ideali, della passione, dei rapporti sociali e tra le persone, ma lo scopo, come il celebre fiorentino di qualche secolo fa ci ha insegnato, è preminente. Dunque, in questa interminabile e ormai stucchevole vicenda napoletana fa impressione sentir parlare di sentimenti, di ingratitudine, di intemperanze giovanili quasi come se l’amministrazione della città si confondesse con la vita e le tensioni di una famiglia. E allora si può serenamente riflettere su questo finale tormentato e anche penoso di una stagione lunga ormai un decennio e che vede la città piegata dall’incuria a cui si è aggiunta da ultima la tormenta interminabile della pandemia.

L’epilogo ha tratti psicanalitici e non suoni offensivo questo riferimento perché nelle dimissioni dell’assessore alla cultura, Eleonora De Majo, si può intravedere un parricidio, politico s’intende. C’è da dire che il sindaco in questi anni è inciampato in più di una lacerazione come risulta dalla scia di sostituzioni e abbandoni il cui elenco è davvero copioso, ma quest’ultima è probabilmente la più illuminante per la storia di chi ha sbattuto la porta e per l’investimento che rappresentava per chi la scelse: rafforzare l’alleanza con “Insurgencia” e il mondo dei centri sociali ad essa collegati. De Magistris mise alla porta uno dei suoi migliori assessori, Nino Daniele, peraltro uscito da Palazzo San Giacomo con notevole eleganza, per un evidente calcolo politico che ha ribadito in questi giorni: «Non mi pento della scelta, una scelta, tra l’altro, anche criticata in città. Rifarei la stessa cosa; tra i giovani c’è chi ha colto e ha saputo ben utilizzare questa opportunità che nessun altro mai gli avrebbe potuto dare». Un affondo impietoso, da padre adirato, che con quel “nessun altro mai” abbandona al suo destino la figlia. E che siamo nel pieno di un dramma quasi familiare è spiegato con chiarezza: «Dai giovani si possono accettare anche intemperanze ed assenze di gratitudine». A seguire la sentenza, «noi guardiamo al futuro», con la quale sancisce che l’ex assessore evidentemente guarda altrove.

Lei controbatte: «Gli sono invece molto grata – dice a Luigi Roano del Mattino – per avermi dato l’opportunità di ricoprire un ruolo così prestigioso durante questo anno e mezzo. Sbaglia il Sindaco a confondere la rivendicazione di autonomia rispetto a scelte e modalità che non si condividono più con la mancanza di riconoscenza. Sorprende soprattutto che lo faccia chi ha fatto del “non sono in vendita” uno dei mantra della sua storia politica».

Ed è al calore bianco lo scambio di messaggi a proposito dell’inchiesta giudiziaria sulla commissione per la statua di Maradona. De Magistris non era stato tenero: «Mi auguro che non sia mai venuto meno, per lei come per altri, quel vincolo di onestà avendo fatto della questione morale la ragione del mio impegno in politica pubblica». Pronta la risposta di De Majo: nelle mie dimissioni «la poca vicinanza del sindaco e della giunta ha pesato sicuramente» dal momento che «la scelta di aprire la commissione ad una rappresentanza del tifo popolare è stata da subito condivisa con il sindaco».

In realtà la “lontananza”, ora diventata incolmabile, non era di questi giorni ed era stata avviata con la candidatura di Alessandra Clemente a sindaco (“scelta non condivisa e calata dall’alto”) e ancora prima con la decisione di non partecipare alle elezioni europee del 2019.

E così anche l’ultima bandiera che il sindaco aveva fatto sventolare nel finale della sua navigazione amministrativa è stata ammainata con strappi non rammendabili mentre si scappa dall’imbarcazione. La sopravvivenza del consiglio comunale è speculare alla sua sofferta agibilità dal momento che prioritaria è diventata la presenza del numero legale dei consiglieri per poterne garantire i lavori e l’esistenza. Le condizioni della città sono note, mentre sulle spalle di Alessandra Clemente è stato caricato il peso del passato, del presente e del futuro di Napoli e sul capo di de Magistris aleggia un altro scenario, la Calabria e le sue elezioni regionali. Nel parricidio e nel suo rovescio la De Majo si riserva, con lo stesso schema lessicale del sindaco, il colpo di teatro finale quando ammette di condividere la scelta della candidatura in Calabria: «Mi auguro però che il sindaco non commetta gli stessi errori che sta commettendo a Napoli». Insomma, i napoletani hanno dato, ora tocca ai calabresi.

*Editoriale pubblicato l’11 marzo 2021 sul Corriere del Mezzogiorno