Il coraggio di dire “no” nella città delle sagre

Che scandalo quell’albero di Natale di ferro! Che guaio aver scherzato con la sorte impedendo la realizzazione del “corno” più grande del Colosso di Rodi! Ci consoliamo con una pizza da quattro euro, dopo aver fatto una scorpacciata di baccalà che, se abusato, può anche disturbare, e in attesa di addentare bocconi di mozzarella di bufala incuranti del latte che cola dal mento. A seguire si spera in una rivincita in grande stile del per e ‘o musso con succo di limoni di Sorrento e sale abbondante o in una colata di soffritto statutariamente piccante semmai con versione di spaghetti conditi con il medesimo sugo. Poi ci sarà tempo per prendere in considerazione la cucina di mare e, con il dovuto riguardo, Sua Maestà il Sartù.
La città dei tavolini, selvaggi e autorizzati, brinda al turismo ritrovato non solo nell’accorsato lungomare, dimenticando spazi deputati alla bisogna come la Mostra, ma anche in ogni piazza, strada e vicolo dalla pianura alla collina perché la Napoli obliqua ha trovato una comune identità nel rendere privati gli spazi comuni, grandi o piccoli che siano, in virtù del bene primario del commercio e incurante del diritto alla quiete dei residenti e delle pesanti ricadute sul traffico già congestionato di suo.
Il “nocchiero” Manfredi, che inaugura la qualsiasi, lascia correre non si sa se per bypassare le decisioni, permissive o proibitive non fa differenza, che sono sempre impopolari per una parte o per l’altra, o perché convinto che la fiera di sagre, friggitorie e movide sia un fattore decisivo della ripresa economica e sociale della città dopo anni difficili. Governare è un mestiere complicato. Il valore spesso risiede nei no piuttosto che nei sì o peggio nei silenzi. Sarebbe impietoso ricordare che il sindaco del Rinascimento per prima cosa chiuse piazza Plebiscito nonostante una folla di automobilisti infuriati perché impediti di attraversarla o per collaudata prassi di deporvi in sosta la propria appendice veicolare. Altri tempi, altre storie e, va detto, anche altri errori.
I confronti servono a poco, ogni sindaco ha la sua cifra, poi contano i fatti che devono seguire alla speranza del cambiamento, dopo che su chi ha preceduto si è detto peste e corna. Qualche dubbio sorge spontaneo se l’alternativa alla linea del lasciar correre di passata memoria è quella del numero chiuso nelle striminzite spiagge libere e controllato dagli esercenti balneari che è come – letta su un social – affidare a Dracula la gestione dell’Avis, o di fare la parata dei vigili se è di passaggio qualche ministro. E lasciamo stare i nodi da sciogliere nella distribuzione di incarichi quando la morsa del caleidoscopio di liste e interessi, decisivo per la vittoria plebiscitaria, si trasforma in una invalicabile linea Maginot.
Allo stato delle cose un cittadino che legge annunci di grandi e affascinanti programmi e che nel frattempo soffre di tutti i disagi di una città disorganizzata mentre sul lungomare si banchetta con primo, secondo, contorno e cocomero, può solo dire al suo sindaco, che l’abbia votato o meno, di amministrare con coraggio anche a costo di scontentare qualcuno. La sindacatura è ancora lunga e c’è il tempo per ridare vento alle vele prima che mestamente si affloscino. E servono anche esempi che diano concretamente il senso del cambiamento tanto atteso. Però senza cialtronerie – mi perdoni d’Errico se gli rubo il termine – come quella di consolare Daniel Auteuil scippato di un Patek Philippe di 39 mila euro con un orologio di un centinaio d’euro con l’efffiige di Pulcinella accompagnato da una plateale risata dell’assessore che avrebbe fatto piangere la nostra maschera più famosa.

*Articolo pubblicato il 30 giugno 2022 sul Corriere del Mezzogiorno

La violenza resa banale

È di una banalità sconcertante la deriva delinquenziale, soprattutto giovanile, che attraversa da un capo all’altro Napoli e spesso, anche con più virulenza, ampie aree della sua provincia. Banalità, sia chiaro, non per gli effetti che sono gravi e inquietanti bensì per le cause, che per tappe sono state analizzate e approfondite. Ora è colpa dello Stato troppo assente o distratto, ora della scuola che limita prevalentemente al suo spazio fisico e temporale la funzione educativa, ora della famiglia distratta o troppo permissiva, ora naturalmente dei media di vario genere che diffondono modelli suggestivi, non solo quelli di Gomorra, tali da alimentare una devastante emulazione. Poi ovviamente c’è il lavoro che manca e che fa da sfondo al malessere di generazioni di ieri e di oggi, ma bisogna mettere nel conto anche la lezioncina di chi obietta che un lavoro retribuito in maniera non sempre dignitosa non sarebbe preferibile non dico al reddito di cittadinanza ma ai guadagni facili delle occupazioni illegali che per di più, a parte i rischi di finire in carcere o al cimitero, garantiscono il “rispetto”. Sia come sia, sui rimedi, sul che fare il dibattito, per quanto ripetitivo, si ripropone con una banalità, ripeto, avvilente.

Il sindaco Manfredi avverte che non intende militarizzare la città. Gli diamo torto? No, perché la città-caserma sarebbe la sconfitta della società, della politica, delle istituzioni, dei cittadini. Dopo di che torna la domanda: che si fa? Azioni sociali, promozioni positive, mobilitazione di parrocchie e centri di aggregazione, iniziative nelle scuole e quanto è possibile escogitare di buono? Certo, l’azione dal basso è indispensabile, ma non basta. Intanto perché questa è una strada lunga e prima che sortisca risultati tangibili e generali ce ne vuole e non è neanche scontato che tutti siano intenzionati a percorrerla. Ma intanto persiste, sempre più granitico, lo scoglio dell’illegalità diffusa a tutti i livelli, dai piccoli gesti di egoismo o strafottenza alle grandi prepotenze. Soffermiamoci su uno dei tanti modelli comportamentali acclarati e accettati ormai supinamente da tutti o quasi. Non parliamo ovviamente di coltelli, acidi e pistole ma di un elementare fattore di convivenza civile: il rispetto delle regole, per esempio del codice della strada da parte dell’esercito crescente (per necessità visto il disordine e la conseguente immobilità della mobilità urbana): i mezzi su due ruote.

Si fa più presto a contare i “centauri” corretti, basterebbero le dita di una mano. Chiunque vive a Napoli sa di che parlo. Sbucano dappertutto perfino con arroganza, spesso con una mano sullo sterzo e un’altra all’orecchio con annesso telefonino, da soli o in compagnia, anche bambini, apparentemente indifferenti alla sicurezza perché sicuri che gli altri (automobilisti e pedoni) devono pensare non solo alla propria ma anche alla loro. Naturalmente i divieti di accesso o i sensi contrari per loro non sono neanche raccomandazioni ma amenità di buontemponi. E non fanno differenza tra strade e marciapiedi tanto per loro sono la stessa cosa sia per transitare sia per parcheggiare. Delle strisce pedonali se ne fregano e chi attraversa (a proposito, in un mondo rovesciato a Napoli i pedoni ringraziano gli automobilisti che li lasciano transitare) pensa di avercela fatta avendo superato l’auto quando si si vede sbucare uno scooter davanti ai piedi. Un viaggiatore del Grand Tour che ritornasse oggi dalle nostre parti ne scriverebbe come in tempi lontani fece sugli scugnizzi a piedi scalzi.

Tutto questo, si sa, non è folclore ma la constatazione che un fattore di semplificazione degli spostamenti in una città così congestionata si è trasformato in un elemento di ulteriore aggravamento del disordine generale (ovviamente meno per i protagonisti). Credo che lo stesso malcapitato “viaggiatore” non mancherebbe di notare che nessun uomo in divisa (sempre che se ne veda qualcuno in giro) agisca, anche quando si ritrovi di fronte a uno scooterista in una strada a senso unico, per ricordargli, non dico punire, che sta commettendo così platealmente un’infrazione davanti a lui. Di sicuro Manfredi non si riferisce a questo quando parla di militarizzazione, perché vada pure che non si debba far intervenire l’esercito ma almeno qualche vigile urbano sì.

Questa “banale” descrizione di vita quotidiana consente di sottolineare da un altro versante un motivo della deriva di cui si diceva all’inizio. La domanda: ma qualcuno ha ricordato a questi innocenti e costanti trasgressori delle regole che ci sono le regole? E prima ancora di chiederlo a scuola, società e Stato bisognerebbe parlarne con le famiglie, in primis i genitori. A quali valori hanno educato i loro figli? Il rispetto delle leggi e prima di tutto degli altri, che è la condizione decisiva per una convivenza civile tale da non ledere gli interessi di nessuno, ha fatto parte del bagaglio educativo fatto di consigli e di esempi? O talvolta hanno dato anche loro il cattivo esempio?

Naturalmente qui non si intende criminalizzare il più “innocente” dei trasgressori in servizio permanente effettivo e dargli la colpa dei mali della città, ma solo ricordare come tutto si tenga dal momento che quando i freni spariscono anche chi ne sia provvisto può finire con l’ignorarli per semplice bisogno di sopravvivenza. Insomma, uno strappo oggi, uno domani e via via il salto è compiuto.

Che fare, dunque? Tante, troppe cose. Ma in tutte le direzioni perché i guasti di questa città, che non è ingovernabile per fattori naturali, sono troppi, hanno cause maturate in tempi lunghi e sono note e studiate. Non vorrei caricare sulle spalle, non so quanto robuste, del sindaco Manfredi compiti così gravosi ma credo che in una scala di responsabilità a lui spetti il compito di sollecitare un “rinascimento” prima di tutto morale e poi fattivo dei soggetti fondamentali del governo reale di una città così complicata: Stato, scuola, famiglia, giovani, cittadini, associazioni, parrocchie. Una volta, di tanto in tanto, c’era la Politica, certo con limiti ed errori, ma capace di parlare ed essere ascoltata. Ora bisogna far leva su quello che passa il convento. Senza militarizzare ma anche senza compiacenze e dimenticanze (famiglie) che alla lunga diventano complicità.

*Editoriale pubblicato il 4 giugno 2022 sul Corriere del Mezzogiorno

Il mio Berlinguer

Ho avuto tre segretari della Fgci, Achille Occhetto, Claudio Petruccioli e Gianfranco Borghini, e quattro segretari del Pci, Luigi Longo, Enrico Berlinguer, Alessandro Natta e Achille Occhetto, e tutti, senza che lo sapessero, hanno segnato gran parte della mia esistenza. Di alcuni ho anche ricordi personali ma, come è capitato a tanti, chi è entrato davvero nella mia vita è stato Berlinguer. Milioni di italiani lo piansero quando finì su quel palco di Padova, milioni di italiani lo ricordano in questi giorni. E tanti si interrogano, ognuno dando una sua risposta, sui motivi della popolarità di quest’uomo. Lo faranno ancora, spero anche i giovani che verranno, perché la sua fine ha creato un vuoto incolmabile e la sua vita così piena, ricca e coerente è entrata nella migliore storia d’Italia.
Fare confronti con l’oggi non ha senso, di sicuro però sappiamo che quella politica, di cui Berlinguer è stato un protagonista assoluto, non c’è più traccia. E sarebbe più che azzardato un po’ bizzarro immaginare che cosa avrebbe fatto uno come lui nei nostri amari tempi. Meglio accontentarsi dei ricordi sapendo che abbiamo avuto il privilegio di vivere per tanti anni in sintonia con lui.
I suoi comizi, i suoi articoli, le sue interviste, le relazioni negli organi del partito, le sue scelte hanno riempito l’agenda di molte nostre vite. La mia di militante del partito che, anche quando per l’attività professionale dovevo tenere ben distinta dal lavoro, trovava un ascolto attento nel segretario generale. Qualche lettera, di una su “Paese Sera” ho scritto in un libro, è tra i documenti più preziosi che serbo nella cassaforte della memoria. Questo Berlinguer era mio come lo era dei militanti e degli elettori, in un rapporto di fiducia, se si può dire, totale, come il padre buono, severo, responsabile e previdente di un’immensa famiglia.
La famiglia, poi, nel caso mio c’è entrata dalla porta principale e non in senso metaforico. Quando mio padre tornò da Roma dove era stato invitato da Rinascita ad una tavola rotonda del vicesegretario del partito, Berlinguer in quel momento, con gli operai delle grandi fabbriche, era così felice e fiero da impegnare le discussioni di pranzo e cena per giorni. E qualche giorno dopo da Botteghe Oscure arrivò la comunicazione a via dei Fiorentini che il compagno Saul era stato cooptato nel comitato centrale delpartito, un incarico che valeva per lui più di qualsiasi carica pubblica.
Fu tra i due un incontro felice, la rappresentazione concreta del partito della classe operaia. Papà era fisicamente il doppio di Berlinguer, faceva impressione vederli insieme. E se era scontata la stima di mio padre per il segretario, quella che manifestava quest’ultimo era davvero sorprendente. Antonio Bassolino, che ha frequentato i due come pochi altri, mi ha raccontato di un pranzo a Castellammare da “Ciccio di Pozzano” tra loro tre. In quei giorni si dovevano decidere incarichi di primo piano nel partito della Campania e Berlinguer voleva consigli da Saul, il quale non solo glieli dava (per esempio: “Antonio serve a Napoli, lo si deve fare segretario”) ma lo faceva con una perentorietà che “solo lui – mi ricordava sempre Bassolino – poteva permettersi con il segretario generale”. E c’era anche tanto affetto tra loro. Quando con il terremoto crollò la nostra casa, Berlinguer venne appositamente a Castellammare per fargli sentire la sua vicinanza. L’ultima foto del “compagno Saul” lo ritrae insieme a lui. E quando papà qualche settimana dopo morì, il segretario lo ricordò con parole che mettevano insieme un giudizio politico e un sentimento profondo che non nascondeva la commozione.
Capite ora perché parlo di un Berlinguer di famiglia. E, per quanto cerchi di distinguere tra il Berlinguer di tutti e, quindi, anche mio, e il Berlinguer che ha attraversato come un vento fresco, pulito, amichevole, fraterno, l’esistenza di mio padre, non riesco a fare una sintesi più politica e una valutazione storica. Ma forse la grandezza di Berlinguer è proprio questa: lo spessore politico e culturale, una forza ideale immensa e una profonda umanità.
25 maggio 2022

Una classe (poco) dirigente

Sostiene l’assessore comunale Edoardo Cosenza che per ovviare al disastro dei treni della Metropolitana serve un mago. Ovviamente è una “voce dal sen fuggita” o, volendo malignare, la scoperta di “Alice nel paese delle meraviglie” dove queste ultime potrebbero anche leggersi come orrori. Continuando lungo tale china potremmo immaginare che ci sia un diavolo che si aggiri tra rotaie, convogli e depositi del metrò o tra le funi e i motori delle funicolari, o anche sui bus costretti a tornare mestamente ai depositi e lì a permanere, o ancora tra giardini, parchi e ville per impedire potature e innaffiamenti e semmai consentire troncamenti mortali di pini e conifere varie, o, via di questo passo, per bendare vigili, ufficiali e comandante in modo da non fargli vedere il tappeto di auto in sosta più che selvaggia che trasforma arterie capienti in vicoletti e vicoletti in arditi passaggi pedonali, o, perdonate questo limitato elenco di magie all’incontrario, in un’area strategica come Bagnoli (si legga l’editoriale di Claudio Scamardella) in un deserto di intenzioni e chiacchiere nascoste sotto la coltre di iniziative giudiziarie, o, per concludere davvero, nella testa dei ricercatori dell’Istat in modo da fargli dipingere (si rimanda ancora a un editoriale, quello di Enzo d’Errico) il nostro territorio come il ricettacolo di tutti i primati negativi.

Certo sarebbe divertente spiegare i fallimenti ricorrendo alla magia e alle diavolerie e verrebbe da consigliare a Vittorio Del Tufo di aggiungere una voluminosa appendice al suo “Napoli magica”, ma, dubitando di maghi e diavoli, voliamo basso e ci atteniamo alla Napoli alla nostra portata, quella vera, bellissima e invivibile allo stesso tempo. Perché questo splendore si coniuga con la difficoltà del vivere la città? Forse perché le due cose si tengono insieme e così facendo la rendono unica? Si sente anche questo ovviamente nel dibattito perenne, specie sui social, che si accende ogni volta che qualcuno, specie di fuori, del Nord s’intende, si permette qualche critica ma anche quando i sussurri negativi vengono dall’interno.

Diciamola tutta: troppo facile prendersela con il decennio demagistrisiano o con il settennato deluchiano, pur dovendo riconoscere che il primo fortunatamente è alle nostre spalle e il secondo è purtroppo in pieno svolgimento. Anzi a proposito di quest’ultimo si minacciano nuove opere faraoniche (vedi progetto della sede della Regione in zona Garibaldi) quando primaria sarebbe l’esigenza di far funzionare quello che c’è e garantire una decorosa manutenzione della città.

La domanda probabilmente più pertinente è: ma esiste una classe dirigente o, più precisamente, questa cosiddetta è all’altezza dei compiti elementari e straordinari richiesti da una città per quanto complicata anche antropologicamente come Napoli? La risposta è implicita e va da sé che il ceto politico è speculare a detta classe dirigente, tant’è che gli insuccessi della prima fanno da contraltare alle regole di improvvisata formazione del secondo.

Infine la domanda delle domande: ma questa classe dirigente in senso lato è migliore o peggiore di chi le assicura la dominante (egemone sarebbe troppo) posizione? Per la risposta non rimandiamo al mago bensì a un indovinato titolo di questo giornale: “Nessuno può dirsi innocente”.

*Editoriale pubblicato il 26 aprile 2022 sul Corriere del Mezzogiorno

Se la sinistra divora se stessa

Quando e come finirà la parabola di Vincenzo De Luca, sarà possibile trarne un giudizio più vicino alla storia che alla cronaca, meglio restare ai fatti che, per quanto testardi, in tempi di confusione generale lasciano aperte le porte a più di una previsione. Dal 1970 la Regione ha avuto due presidenti di sinistra: Antonio Bassolino e De Luca. Quasi coetanei, sono militanti e dirigenti del Pci e via via seguono anche da protagonisti le trasformazioni di quel partito. Personalità assolutamente diverse sotto molteplici profili, a partire dallo stile e dal carattere: combattivo ma tutto politico il primo, al quale non sono mai scappate un’offesa a un avversario o un cedimento nel rispetto delle istituzioni; brutale e arrogante il secondo che al confronto preferisce il comizio, specie se televisivo, condendolo con sberleffi e colpi di teatro. Ambedue sindaci apprezzati per anni nelle loro città, Napoli e Salerno, lasciano i rispettivi municipi nelle mani di persone chiaramente volte a continuarne l’opera. E tutt’e due approdano alla Regione per due mandati, conclusi per Bassolino, in corso quello di De Luca. Sono uomini della Prima Repubblica, della Seconda e chissà di quale altra in corso o all’orizzonte, e soprattutto attraversano spesso da protagonisti la crisi della politica e dei partiti: anche una breve esperienza di ministro l’uno e di sottosegretario l’altro. Quanto alla loro considerazione dell’impegno di governo della Regione la differenza non è irrilevante: Bassolino, pur essendosi ricandidato per la seconda volta, non vedeva l’ora di arrivare a conclusione e ha riconosciuto di aver commesso un errore quando lasciò prima della fine del mandato il ruolo di sindaco; De Luca è di tutt’altro avviso considerato che intende candidarsi per la terza volta provocando un acceso dibattito contro la proposta di rendere possibile il terzo mandato.

Ora, non so quanto sia azzardato analizzare un altro aspetto, vale a dire l’azione di contrasto alle loro esperienze di governo regionale. Da tempo va crescendo un vasto e qualificato movimento di opinione che intende limitare il potere di De Luca e il sistema non solo familiare che gli ruota attorno. Anche la popolarità conquistata durante la pandemia incomincia a scricchiolare proprio in materia sanitaria. In altri ambiti ormai monta la protesta. Si è detto del terzo mandato che ha fatto scendere in campo figure della cultura e della politica di rilievo, ma ancora più eclatante (il terzo mandato sarà pure un errore ma va detto che esiste potenzialmente già in altre regioni) è il terremoto che sta avvenendo in un settore, in cui il presidente svolge pure le funzioni di assessore, la cultura in questa comprendendo con un po’ di arbitrio spettacoli, feste e sagre. Non è dato prevedere che cosa questa protesta possa sortire, tenuto conto che i numeri alla Regione sono quelli che sono, ma è un fatto nuovo dopo anni di grigiore, assuefazione, silenzi e convenienze.

Ed è altrettanto un fatto che molti protagonisti di questo movimento sono, per quanto il termine più che desueto risulti incerto, di sinistra o, volendo largheggiare, di centrosinistra se non comunisti o, meglio, ex comunisti. Tanti nomi, uno per semplificare: Isaia Sales, che è un saggista di grande valore specie per i suoi lavori sulla criminalità, e che è stato un dirigente salernitano del Pci e poi del Pds, deputato, e che fu consigliere economico di Bassolino alla Regione dal quale poi dissentì tanto da dimettersi.

Bassolino, appunto. Lui ha vissuto più vite, sicuramente uno spartiacque furono le ultime fasi della sua seconda esperienza regionale. Con i rifiuti per le strade fu investito da uno tsunami, corredato da diciannove inchieste giudiziarie che si sono concluse con assoluzioni. Massiccia fu l’azione del suo “mondo” che o non lo difese o lo contrastò senza risparmio fino a contemplare la discesa in campo, con interventi dal Quirinale e da Villa Rosebery, del presidente Napolitano. Lunga è stata la fatica per risorgere ma a modo suo è sempre presente sulla scena.

Queste due storie, diverse per molteplici e sostanziali fattori e dall’esito per quella di De Luca ancora tutto da vedere, hanno in comune la rivolta all’interno dello stesso mondo di cui i due hanno fatto e fanno parte, il che risulta ancora più rilevante se si ricorda il non sempre deciso impegno delle forze di opposizione. E allora viene da chiedersi se non sia anche questa una conseguenza della crisi della politica, del tramonto dei partiti e della personalizzazione dei processi decisionali per cui quel mondo vagamente di sinistra alla maniera di Crono genera figli e poi li divora.

*Editoriale pubblicato il 6 aprile 2022

Spiagge, un bene non comune

Scena prima: «Guardate che incanto… era nascosto a tutti, sebbene sia nel cuore del paese… Oggi abbiamo iniziato a pulirla, con il tapiro. Oggi l’abbiamo curata, riportata alla luce. Oggi è continuata la rimozione degli abusi. E torna la bellezza. Passateci, scendete in spiaggia, toccate l’acqua. È vostra, è di tutti. Adesso è di nuovo un patrimonio del popolo… E di chiunque ama la nostra terra. Passeggiate. Andateci. Ammirate le albe ed i tramonti. State lì con il vostro fidanzato, correte con gli amici, giocate con i bimbi. Portatevi asciugamano e ombrelloni. Portate le sedie a sdraio. Andate con un panino a pranzo, una pizza la sera».

Scena seconda: sedici lotti, sedici spazi per i privati dove poter allestire lidi balneari, qualche chilometro di arenile urbano interdetto ai cittadini che, se non pagheranno, la loro spiaggia la potranno vedere in cartolina.

Succede nel golfo di Napoli, ma, se la prima è un’eccezione, la seconda è norma, o quasi, un po’ dappertutto. Ora, se togliamo al sindaco di Bacoli, Giosi Della Ragione, l’enfasi del discorso, compendiamo che l’aver recuperato dopo mezzo secolo una spiaggia di tremila metri quadri e soprattutto l’averla messa a disposizione dei cittadini senza il vincolante acquisto di servizi non sono fatti che rientrano nelle nostre consuetudini. Il caso vuole che nello stesso giorno a Castellammare venga presentato il nuovo piano spiagge che dovrebbe privatizzare un arenile vastissimo e appetibile, nonostante sia solo da qualche tempo utilizzabile mentre il mare dovrebbe ritornare prima o poi balneabile. Il piano interessa tutta la linea di costa, dagli ex Cantieri Metallurgici, quasi al confine con Torre Annunziata, fino alla Villa Comunale. E la quota obbligatoria per legge del trenta per cento di spiaggia libera è prevista di fronte alla Villa Comunale, dove una barriera di stabilimenti balneari sarebbe impensabile oltre che oscena, mentre tutta l’area a nord fino alla “Marina di Stabia” verrebbe riservata ai privati. Solo per inciso va ricordato che alle spalle di questa linea di costa da anni, anche con rilevanti strascichi giudiziari, insiste una vasta e appetibile area in attesa di futuro. Infine sull’altro versante, direzione penisola sorrentina, è in forse il destino pubblico delle due uniche spiagge libere attrezzate che furono il risultato di una mobilitazione popolare di esattamente cinquant’anni fa in cui chi scrive ebbe un ruolo.

Sia chiaro, Castellammare è solo una tessera di un mosaico di sdemanializzazione di fatto a uso privatistico che contraddistingue gran parte delle nostre coste, e non solo regionale, qui se ne parla per la coincidenza temporale delle due notizie, ma in verità la notizia davvero nuova è quanto accaduto a Bacoli perché assolutamente in controtendenza e, chissà, se durerà nel tempo, perché, come si dice dalle nostre parti, «dicette ‘o pappice vicino a’ noce, ramme ‘o tiemp’ ca te spertose». Previsione, questa, molto realistica se solo si tiene presente la campale battaglia condita di polemiche, carte bollate e sentenze in atto da mesi sulla durata delle concessioni delle spiagge ai privati e dell’idea degli stessi di considerare le medesime loro proprietà a vita. Un po’ come le strade e i marciapiedi di tante nostre città, Napoli in testa, invasi da gazebo gastronomici di variegata qualità che un po’ alla volta diventano parte della cartolina iconica con la differenza che il pino prima o poi lo abbatti mentre lo scempio lo conservi gelosamente.

 

*Articolo pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno l’11 febbraio 2022

Flessibilità ma anche rigore

«Stiamo lavorando ad un progetto senza ideologie o integralismi, nel segno della flessibilità». È quanto dice a Anna Paola Merone, che lo intervista, l’assessore Edoardo Cosenza anticipando le imminenti decisioni sul piano traffico per il Lungomare. Questo dovrebbe, infatti, essere flessibile nel senso che in giorni prestabiliti circolerebbero le auto (non tutte) e in altri no. Ora, senza entrare nel merito del dispositivo che sicuramente vede favorevoli e contrari, pesiamo quel termine, flessibilità, che Cosenza (nessuna parentela… che io sappia) ha utilizzato e che evidentemente può essere anche riferito a una linea di condotta più generale. Nel 1992, alla vigilia delle Olimpiadi, chi scrive visitò Barcellona e, provenendo da una città caratterizzata da un tappeto di auto parcheggiate in luoghi straordinari come, uno per tutti, piazza Plebiscito o in improbabile movimento nelle sue arterie piccole e grandi, rimase impressionato fin dal primo impatto quando con la sua vettura penetrò nel cuore della capitale della Catalogna scoprendo che in alcune grandi arterie urbane le corsie destinate ai due sensi di marcia, regolati da semafori intelligenti, variavano di numero a seconda dei volumi di traffico, per cui potevi ritrovarti con due corsie in un senso e sei nell’altro o, due ore dopo, con quattro e quattro e così via. Un’innovazione per quei tempi nel segno, appunto, della flessibilità.

Dunque, nessun pregiudizio ideologico o di altra natura sul proposito dell’assessore Cosenza. La città non è un corpo ingessato e tutto quanto congiura a renderla più vivibile, sicura ed efficiente garantendone caratteri e bellezza, ben venga. Poi si giudicherà dai risultati sperando che si abbia anche la capacità di ritornare sui propri passi se non dovessero essere quelli sperati. Ciò detto, va però consigliato all’amministratore di aggiungere un’altra parolina, non affatto scontata a Napoli, in modo che lo slogan suoni così: nel segno della flessibilità e del rigore. E non è assodato che la flessibilità venga prima del rigore, anzi c’è da ritenere che sia vero il contrario.

Il disordine della città e i mille abusi che avvengono in ogni angolo fino a rendere faticosa e a volte insopportabile la vita degli abitanti, al tempo stesso vittime e carnefici, sono tanto evidenti che non serve rifarne il noioso e stucchevole elenco. Da anni, da troppo tempo, salvo qualche passeggero sprazzo di legalità, sono parte integrante del panorama. Certo sarebbe bello e auspicabile che gli abitanti facessero la loro parte con comportamenti rispettosi dei diritti degli altri, ma ciò non avviene e, dunque, occorrono controlli e consigli dove i primi sono indispensabili considerato che i secondi sono… consigli. Diamo la colpa a loro? Certo, anche a loro. Prendiamo ad esempio il ruolo dei vigili urbani e lasciamo stare la scusa del loro esiguo numero perché le cose non andavano diversamente quando non erano a ranghi ridotti. Diamo la colpa a loro? Certo, anche a loro? Ma essi sono la base di una piramide risalendo la quale si arriva agli ufficiali, al comandante, all’assessore (il collega di Cosenza) e al sindaco. E il rigore deve venire dall’alto per diventare una regola di comportamento e, nel caso in esame, di ingaggio, che poi si rifletterà inevitabilmente sui cosiddetti utenti, i cittadini, che devono uniformarsi alle regole per convinzione o per necessità.

Siamo appena all’inizio di una fase, si spera nuova, della vita cittadina, non sappiamo ancora se questa amministrazione comunale, stante la situazione finanziaria e, non dimentichiamolo mai, sanitaria, possa muovere i suoi passi come è necessario. Ma serve partire con il piede giusto. Sicuramente con scelte razionali e anche flessibili ma rigorosamente. Non per creare una situazione poliziesca e comprimere diritti e bisogni, bensì per tutelare i diritti di tutti e la bellezza della città. Poi discutiamo pure di Terzo, Primo e di Tutto Il Mondo, tanto in questo siamo bravi e vinciamo a mani basse il campionato del nulla.

*Articolo pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno l’1 dicembre 2021

 

 

 

 

Due nodi per Manfredi

I due nodi che il nuovo sindaco è chiamato a sciogliere sono i soldi e il personale. Come farà e se ci riuscirà non si sa ma in ogni caso non potrà prescindere da queste strettoie: al Comune di Napoli servono circa cinque miliardi di euro per onorare i debiti e qualche migliaio di dipendenti per far funzionare la macchina. Si vedrà. Ma se questi obiettivi in toto o in parte saranno raggiunti ci si dovrà anche chiedere come evitare che un disastro di tale portata sia replicabile in futuro, anche perché Napoli non si trova per la prima volta in queste condizioni come ci insegna il ricorso o richiamo a leggi speciali. Nel frattempo la città, dal Banco di Napoli all’Italsider, ha via via perso i presidi che le garantivano prestigio, agibilità finanziaria e lavoro, e non è detto che il passaggio dall’acciaieria alle friggitorie sia stato un buon risultato. Basta che ce sta ‘o sole… Beh, bisognerebbe finirla con questo unguento sulle ferite se poi ti ritrovi in coda alla classifica della vivibilità. Un dato del bilancio comunale appena approvato va messo bene in evidenza: solo un napoletano su tre paga le tasse. A parte i portoghesi padroni del nostro sistema di trasporto su gomma, piaga forse sanabile con i tornelli alla salita sui bus e con i carabinieri all’uscita dagli stessi, parliamo piuttosto di tasse. Quell’unico napoletano che le paga è vessato molteplici volte: lo fa, ma poi paga in buona parte anche per i due che mancano all’appello. E spesso e volentieri si sente ribollire dalla rabbia quando, essendo un contribuente raggiungibile, se malauguratamente viene richiesto di sanare un errore è sottoposto anche alla beffa di una sanzione spesso molto onerosa dopo file e attese scoccianti. Intanto le casse del Comune languono.. Colpa del personale carente che non stana gli evasori? Ma ciò accadeva anche quando negli uffici non c’erano posti a sedere. Anni fa in un’inchiesta giornalistica sulle pratiche di abusivismo piccolo e grande che giacevano impolverate negli scaffali, il dirigente si appellò alla mole spropositata dell’arretrato e alla mancanza di impiegati: gli fu replicato che se nei 365 giorni dell’anno, sottratti festivi, riposi e ferie, l’ufficio avesse evaso due-tre pratiche al giorno quella montagna sarebbe diventata una collinetta e nel giro di qualche anno una pianura. Sorrise.

Cambiamo orizzonte ma non argomento. Le cronache prima ancora delle serie televisive ci ricordano quanto grave sia la presenza della camorra. Ma poi c’è la camorria, un veleno insidioso e contagioso evidenziato da una sterminata casistica di piccoli e grandi episodi di egoismo, prepotenza, abusi, violazione di regole civili e leggi. Prendiamo la sosta in doppia fila. Da sempre, quando si è chiesto al comandante dei vigili urbani come mai la città fosse così poco controllata la risposta è stata: abbiamo pochi uomini. Sia quando erano molti sia ora che sono davvero pochi. Ma qualche amministratore si è mai posto il problema di domandargli, per esempio, come mai le auto in doppia fila siano una piaga d’Egitto con conseguenze devastanti sul traffico, la mobilità e la tranquillità dei cittadini? Riflettete sull’automobilista che dal negozio dove è andato a fare compere o a prendere un caffè giunge trafelato dicendo che va via, al quale il vigile non fa la multa dal momento che la vettura è stata spostata. Ma che accade dopo? La doppia fila si riforma e sparisce solo di notte perché tanto c’è la scappatoia se si è appena vigili e si sta attenti a guardare casomai dovesse arrivare il… vigile. Invece se si facessero drasticamente le contravvenzioni, si ridurrebbe via via il numero dei trasgressori e forse sparirebbe anche la sosta in doppia fila, mentre ora per eliminarla occorrerebbe non un vigile di quartiere bensì uno fisso di strada. Responsabilità dei vigili o delle regole di ingaggio?

I napoletani fanno bene ad augurarsi che il Comune sia messo nelle condizioni finanziarie adeguate ai bisogni della città ma il sindaco si dovrà preoccupare non prima né dopo bensì contestualmente e risolutamente delle procedure e modalità di funzionamento della macchina comunale partendo dalle fondamenta: far pagare le tasse (e i biglietti) a tutti e non solo a un terzo dei napoletani, garantire il rispetto delle regole elementari per l’agibilità e il decoro della città, verificare che le direttive dai vertici agli uffici siano precise, rigorose e valide, che i controlli siano costanti e chiedere conto dei risultati. Senza questi presupposti, che dovrebbero essere scontati ma non lo sono affatto, il pur necessario ragionare di progetti e di futuro rischia di essere una fuga in avanti. E poi continueremo, di tanto in tanto, a risentirci quando ci muovono l’accusa, gratuita per una ex capitale e oggi faro di creatività culturale, di essere una città del Terzo Mondo.

*Editoriale pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno venerdì 19 novembre 2021

Napoli Irrisolta

Per avere una cognizione precisa della Napoli Irrisolta basta osservare il funzionamento dei trasporti tenendo presente che in pochi altri campi come questo si può tranquillamente parlare anche di quella Napoli metropolitana che esiste concretamente al di là del finora carente assetto istituzionale. Napoli Irrisolta come immagine della perenne contraddizione tra eccezionalità e ordinarietà, tra genio e sciatteria, tra generosità e egoismo. Ora che Napoli vanti una rete su ferro di prim’ordine, tra le più ricche nel confronto con le grandi città italiane e non solo, e sicuramente con primati storici, è un dato inconfutabile. Da ormai qualche decennio si lavora a un obiettivo strategico: riportare a circolarità e razionalità la rete, mediante nuove tratte e raccordi, in modo tale da consentire agli utenti di andare da un capo all’altro della città e di molte aree extraurbane con un trasporto sicuro e su linea propria. Considerando la situazione attuale e i miliardi spesi si può dire che siamo ormai a un buon punto e, previsioni alla mano, nel giro di qualche anno il sistema andrà a regime. Per di più ci siamo presi il lusso, tanto per onorare quel genio che è in noi, di curare anche l’impatto con una straordinaria presenza di arte e architettura in punti strategici. Ma come si misura poi l’efficienza del sistema? Certo con la citata possibilità di muoversi in città e dintorni avendo a disposizioni stazioni e linee ferroviarie, ma questa se ne va all’aria se manca il requisito cruciale della certezza e, in misura minore, della comodità, non che viaggiare uno addosso all’altro sia un piacere. E qui si ripresenta l’altro e perenne corno del problema.

Se prendessimo la collezione annuale di un giornale non so quanto pochi sarebbero i giorni in cui non si segnali un disservizio più o meno grave. Le foto dei passeggeri della Circumvesuviana, qualcuno anche con carrozzino, che cercano di raggiungere la stazione più vicina facendo gli equilibristi tra sassi, traversine e binari, non sono un unicum. L’assalto ai tornelli della Linea 1 della Metropolitana sembra in linea con il suo funzionamento a singhiozzo per il quale si è persa anche la voglia di protestare. Le funicolari, vanto secolare della città, sono più chiuse che in funzione a causa di fattori tecnici e anche di salute dei dipendenti. Aspetti i magnifici treni spagnoli che dovrebbero consentire più una frequenza da metropolitana che da diligenza e pure questi si guastano prima di entrare in esercizio. E si potrebbe continuare fino alla noia rotta solo dal piacere di sostare tra opere d’arte spettacolari quasi si fosse in un museo.

Ricordiamo poi il trasporto su gomma che teoricamente e traffico permettendo dovrebbe completare e razionalizzare quello su ferro. Anche qui le linee non mancano ma, come è noto ai napoletani, “ingarrare” giorno e corsa giusta è come prendere un terno al lotto. Ah, il traffico, la sosta selvaggia, i controlli all’acqua di rose… che ne parliamo a fare?

A tavolino, vedendo carte, progetti e resoconti di cose realizzate, non si possono avere dubbi: abbiamo le carte in regola per rendere vivibile, comoda, funzionale, moderna una città tanto bella e invidiata nel mondo. Poi lasci la sedia, esci di casa e ti ritrovi in un’altra realtà dove c’è tutto quello che hai visto nei documenti ma ti rendi conto che qui per un motivo là per un altro le cose non vanno bene, il sistema spesso e volentieri non funziona o funziona male e non perché c’è stato un cataclisma ma forse solo perché qualcuno non ha previsto, non è intervenuto per tempo, non ha fatto il proprio dovere. E anche tu, uno del milione e passa di cittadini, dopo avere imprecato, sopporti e ti adegui e se del caso dai il tuo contributo non rispettando il semaforo e la fila, parcheggiando dove ti pare e fai i tuoi comodi pensando di fare il furbo.

Napoli Irrisolta è servita. L’eccezionalità in tutti i campi fa a pugni con l’ordinarietà e la relativa responsabilità individuale e collettiva. Tra i tanti consigli che da tutte le parti si stanno dando al nuovo sindaco questo probabilmente li riassume tutti. Un’impresa titanica, se la si vuole intraprendere, ma senza la quale saremo sempre a metà dell’opera.

*Editoriale pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno sabato 16 ottobre 2021

La camorra che violenta la politica

Come da tradizione, quella notte era destinata all’affissione dei manifesti. Era venerdì e a mezzanotte era stata chiusa la campagna elettorale, bisognava andare a dormire ma a quel tempo non si usava e ognuno cercava di ricoprire quanti più tabelloni e muri in un tripudio di simboli, prevalenti la falce e martello del Pci e lo scudo crociato della Dc. All’incrocio di via Regina Margherita con viale Europa ci ritrovammo schierati noi comunisti da una parte e i democristiani dall’altra. Tensione alta, non era chiaro il motivo, di sicuro era forte la voglia un po’ guasconesca di prevalere. Ed era evidente la preoccupazione dei dirigenti dell’uno e dell’altro fronte anche perché tra i galoppini, molti pagati, della Dc e tra qualcuno dei nostri non si aspettava altro che di venire alle mani. Non mancavano teste calde. Tra noi c’era “palla ‘e sciore”, un pregiudicato che compariva solo dopo il comizio di chiusura delle campagne elettorali per dare una mano a quello che diceva era il suo partito. Cacciarlo? Non era semplice, in ogni caso si sapeva che come era comparso all’improvviso, così il lunedì sera, a schede scrutinate, sarebbe sparito. Fatto sta che platealmente mise le mani in tasca ed estrasse una “cordamiccia” agitandosi per innescarla con la brace di una sigaretta e minacciando di lanciarla sugli avversari. Si evitò il peggio grazie a un dirigente con le spalle solide e, sull’altro schieramento, al parlamentare calato da Gragnano.

Castellammare viveva di pane, lavoro e politica. Nelle fabbriche non c’era spazio per i delinquenti, sarà così per decenni e quando al tempo del terremoto la camorra tentò di mettere le mani sulle ditte appaltatrici del cantiere navale la difesa fu tanto granitica che un sabato mattina la città fu svegliata dalla bomba che esplose al Supercinema dove doveva tenersi – e si tenne! – una manifestazione del Pci annunciata da un manifesto che a caratteri cubitali intimava: “Giù le mani dal cantiere”. Non che la camorra non ci fosse stata nei decenni precedenti, essa era rigorosamente confinata nell’angolo benché alcuni suoi esponenti svolgessero attività bene in vista, anche alberghiere, e ambissero a loro modo al “rispetto”. Ma il rispetto, per dirla tutta, ce l’avevano, anche loro, per i partiti, i sindacati e le altre organizzazioni del tessuto democratico, in uno strano sistema di convivenza.

Poteva accadere che il futuro boss antagonista e sconfitto del clan D’Alessandro, Mario Imparato, addirittura svolgesse attività politica prima di dileguarsi nei boschi tra Quisisana e Pimonte dove trovò la morte. E ancor prima che il futuro suocero del boss di Torre Annunziata venisse incautamente proposto come funzionario di partito mentre scriveva sonetti politici. E si potrebbe continuare.

Un po’ ci giustificavamo ricordando spesso una frase attribuita a Togliatti: siamo un fiume in piena che lungo il suo corso accoglie di tutto ma via via si depura e arriva pulito e trasparente alla foce… Un giallo fresco di stampa, “Il comunista” di Angelo Mascolo, ambientato nella settimana delle elezioni politiche del 1948, ne racconta qualche frammento.

Che c’entra questo amarcord con i fatti di questi giorni? L’arrivo della commissione di accesso agli atti del Comune è un vulnus per la città. Si vedrà quanto ci sia di vero nel sospetto che le attività amministrative siano condizionate dalla camorra, ma l’immagine che viene fuori dalle inchieste di questi anni, propedeutiche alla decisione del prefetto Valentini e del ministro Lamorgese, è quella di una città di camorra. Se un clan da tre generazioni spadroneggia in ogni direzione, dominando da un quartiere collinare trasformato in una fortezza inaccessibile, qualche domanda bisogna farsela: sullo Stato, sul Comune, sugli imprenditori, sulla politica, sui cittadini, sulla scuola. Mentre le terme restano chiuse, le acque minerali sono a rischio, l’industria è abbarbicata al suo cantiere-simbolo, l’antica fertile campagna è ridotta al lumicino dalla disordinata e spesso selvaggia espansione urbanistica, un capillare sistema di tangenti è un normale fattore dell’economia e minacce e perfino due omicidi hanno investito il mondo della politica e del Comune, da anni una battaglia più sotterranea che pubblica è in corso sul destino delle aree dismesse, specialmente quelle in prossimità del mare dalle parti di via De Gasperi: una vicenda su cui si sono giocate, vinte e perse tante campagne elettorali. Che quegli spazi, così appetibili, debbano essere utilizzati non ci piove ma l’incognita è su che cosa e come fare e chi debba tenere le redini del comando. Gli squarci che le recenti inchieste giudiziarie hanno gettato sull’operazione non lasciano tranquilli.

In uno scenario di progressivo decadimento della città e di incertezze sul suo destino si registra una presenza della camorra, non più ai margini ma soprattutto dal terremoto in avanti asfissiante e insopportabile anche se ad essa, fatta salva l’iniziativa meritoria ma ancora inadeguata degli apparati dello Stato e la schiena diritta di tanti sindaci e amministratori, in qualche modo ci si è fatto il callo.

Il simbolo di questa deriva dell’etica pubblica è in quanto accaduto nell’ultimo Consiglio comunale, la proverbiale goccia che ha portato alla nomina della Commissione d’accesso, quando il neo eletto presidente del Consiglio comunale ha elogiato il padre, un camorrista a termini di legge. Le sue parole non sono l’aspetto rilevante perché un figlio che ricorda il genitore, dei cui errori non porta responsabilità, può essere criticato ma anche umanamente compreso. Di grave c’è stato l’applauso dei consiglieri di maggioranza. In quella sala dedicata a Falcone e Borsellino era l’ultima cosa che doveva accadere.

La città, promette lo stemma comunale, deve risorgere. Con un bagno di verità. Si è troppo lasciato correre, lo si faceva anche in quel tempo di cui scrivevo all’inizio, ma, pur tra contraddizioni, esisteva un presidio democratico forte e articolato. Quando la camorra decise di non stare più alla porta ma di scendere in campo con crescente spregiudicatezza e prepotenza – Castellammare vantò anche il primato di un consigliere comunale “giustiziato” in quanto capo locale della Nuova Camorra di Cutolo – tra paure, complicità e sottovalutazioni si è intrapreso un cammino più che accidentato. E tutto questo è intollerabile in una città baciata dalla natura e storicamente resa vitale dalla passione e dalla maestria dei suoi abitanti. Sui social imperversano con successo gruppi che ricostruiscono non senza nostalgia per immagini e documenti il passato. “Libero Ricercatore”, una banca della memoria attivissima, ha pubblicato una foto della Villa Comunale splendidamente ombreggiata da un “bosco” di platani. Dava fresco, stimolava identità, invitava a stare insieme in quello spazio della cultura, della politica, della vita. Pure quello ora è un dolce e amaro ricordo.

*Articolo pubblicato il 29 maggio 2021 sul Corriere del Mezzogiorno