Il Quaderno

Era il 1975. Sindaco di Castellammare il socialista Antonio Capasso, ci si apprestava a preparare il bilancio di previsione per il 1976. Io ero consigliere comunale. Mi venne l’idea di coinvolgere i cittadini in una maniera inconsueta e, inutile nasconderlo, in grado di creare un clima favorevole alla purtroppo risicata maggioranza di sinistra che amministrava la città: renderli direttamente partecipi dei contenuti del bilancio che si preparava per il loro Comune. Ne parlai con Liberato De Filippo, capogruppo del Pci e futuro sindaco per un brevissimo periodo nel quale io fui assessore all’urbanistica, e con Giovanni La Mura, assessore alle finanze. E li convinsi precisando anche che io non avevo le necessarie cognizioni tecniche e che sarebbe stato indispensabile il loro contributo. «Io vi chiederò – dissi loro – tutto: numeri, cifre, concetti, problemi, leggi. Voi mi risponderete su tutto e poi io realizzerò un quaderno da consegnare a tutti i cittadini con il bilancio del loro Comune». Si fidarono di me.

Ci vedemmo un pomeriggio inoltrato nello studio di Giovanni in via Nocera, lontano dal Municipio per poter lavorare in pace. Facemmo quasi l’alba. Sul mio taccuino una montagna di numeri e di appunti, tra i quali mi sembrava arduo raccapezzarmi ma che faticosamente rielaborai in un testo apparentemente semplice pur essendo complesso e non lineare. Poi mi rivolsi a mia sorella Ersilia, di cui conoscevo la bella calligrafia, e le chiesi di scrivere su un quaderno di scuola elementare di aritmetica (parlavamo di numeri!) il testo sviluppandolo graficamente in una maniera efficace e corredandolo, dove servisse, di disegni esplicativi. Lei fece un lavoro egregio. Poi feci controllare a La Mura, che non nascose la sua meraviglia, che numeri e concetti fossero al posto giusto, e, quindi, mi recai dal tipografo Boccia a Salerno al quale chiesi di stamparmi il quaderno con una copertina nera con l’etichetta piccola al centro in alto, come appunto si presentavano i quaderni di aritmetica di una volta della scuola elementare, e di stampare i testi in verde lasciando in nero la quadrettatura. Il risultato, sia detto senza autocompiacimento, fu straordinario. Il quaderno, che qui riproduco integralmente, fu diffuso tra i cittadini anche se la distribuzione avrebbe dovuto essere organizzata meglio dalla struttura comunale, ma fu un esempio di trasparenza e di rapporto corretto tra amministratori e cittadini. Non nascondo che fui molto contento quando per la precisione giuridica del testo ricevetti i complimenti di grandi esperti di pubblica amministrazione tra cui Silio Aedo Violante e Diego Del Rio. Il “Quaderno” ebbe anche una certa risonanza se è vero che fu copiato, letteralmente copiato anche per la parte grafica, i colori e la scrittura di mia sorella,, con la sola modifica delle cifre di bilancio, da alcuni comuni importanti dell’Emilia Romagna, tant’è che uno di loro lo decantò al settimanale “Vie Nuove” in un servizio a più pagine come una propria opera costringendomi a imporre alla rivista di ripristinare la paternità (del mio Comune, ovviamente, e non mia) con un articolo sul numero successivo.

Gli internati stabiesi nei lager

Pubblico, d’accordo con Giuseppe Improta, mio vecchio compagno di lavoro, giornalista, docente e storico locale, questo suo studio, pubblicato sulla rivista “Il Tetto”, che ricostruisce alcune storie e vicende degli internati stabiesi nei lager tedeschi.

        GIUSEPPEE IMPROTA   

INTERNATI CAMPANI NEI LAGER
DOPO L’8 SETTEMBRE ‘43

 DIARI E TESTIMONIANZE DI CIVILI STABIESI E DEL VESUVIANO

   Ormai in Italia anche gli ultimi protagonisti e testimoni dei dolorosi e tristi eventi seguiti all’8 settembre del 1943 vanno scomparendo. E non sappiamo quanti siano morti a seguito di infezione per Coronavirus nella tragica ultima primavera. Per non disperderne la memoria – “sale della terra e della vita” (V. Bottone) – oggi è ancor più che mai necessario raccogliere e far conoscere documenti, lettere, diari e testimonianze, anche orali, raccolte e trascritte. Conosciamo tutti, del resto, l’importanza di queste preziose testimonianze in campo storico e storiografico[1]. Ed anche didattico[2].
In verità esse meriterebbero anche da noi, nel Sud, di essere raccolte insieme e conservate, così come avviene nel Nord grazie all’Archivio diaristico di Pieve Santo Stefano, che ogni anno indice perfino un concorso per premiare, con la pubblicazione, tra i vari materiali pervenuti, un diario inedito[3].
La moderna e felice idea di Raffaele Luise, ingegnere di Castellammare di Stabia, di pubblicare a puntate, a marzo 2020, su Facebook, il Racconto-diario di mio padre sulla sua deportazione in Austria nel settembre 1943, mi ha spinto a riprendere in mano testimonianze simili da me raccolte e appena accennate, in miei precedenti lavori, sulle lunghe peripezie – le stesse raccontate da Primo Levi – del soldato Michele Arcopinto per tornare a casa a Napoli-Soccavo e sulla tragica fucilazione per mano dei nazisti di Vincenzo Ambrasi, giovane marinaio napoletano[4].
La prima di queste testimonianze riguarda l’ormai defunto Giovanni Desiderio, amico e conterraneo proprio di Elio Luise, il padre di Raffaele. Furono fatti prigionieri a Castellammare, portati a Sparanise (con tanti altri giovani napoletani e vesuviani) e poi internati insieme in lager vicini, presso Graz, in Austria. Fortunatamente ambedue ritornarono a casa, dopo circa 20 mesi di una prigionia con caratteristiche, sempre drammatiche, ma, vedremo, un po’ diverse – almeno per quanto riguarda il vitto e qualche minima libertà di movimento – da quella di molti internati in lager di altre zone del Reich.
Giovanni Desiderio, classe 1927, abitava a Castellammare in Via Nocera 67 ed aveva 85 anni, quando nel 2012 raccolsi la sua testimonianza. E non fui il primo, perché, nel 1997, sulla sua esperienza di civile internato in un lager era stato già intervistato dalla giornalista Francesca Rizzo di Rai 1.
Nel 2011 Desiderio aveva ricevuto, nella Prefettura di Napoli, la medaglia d’onore concessa – in base alla Legge 206 del 2006 – dal Presidente della Repubblica “a titolo di risarcimento morale per il sacrificio patito a causa della deportazione e dell’internamento nei lager nazisti durante l’ultimo conflitto mondiale”.
Unico maschio tra otto figli, Giovanni era, come il padre, fornitore dello Stato di materiale legnoso. Un lavoro portato avanti, con la collaborazione di 36 dipendenti, fino al 1986. Aveva sposato la ragazza conosciuta prima della prigionia. Dopo la sua morte, per leucemia, sposò nel 1967 la sorella.
Nel 1993 Giovanni Desiderio tornò a Graz per rivedere la fabbrica in cui per mesi aveva duramente lavorato.

IL RACCONTO DELLO STABIESE GIOVANNI DESIDERIO

Pomodori rossi sui tedeschi

 Già dopo l’8 settembre 1943 i tedeschi, poiché serviva manodopera per la piazzaforte di Agerola, rastrellarono a Castellammare tutti i civili che potevano essere impegnati come lavoratori. La mattina del 23 settembre, allora ero appena sedicenne, mi stavo recando ad aprire la falegnameria di mio padre presso i Cantieri navali di Castellammare. Ero ancora in vacanza, perché il Liceo “Vincenzo Cuoco”, che frequentavo a Napoli (preside era il prof. Auletta), allora iniziava le attività scolastiche ad ottobre. Per strada fui fermato da una pattuglia di tedeschi. Vista la mia giovane età e grazie al mio tedesco scolastico, fui rimesso in libertà.
Successivamente altre squadre di tedeschi si presentarono nello stabilimento per un controllo sul personale. Stavano andando via quando un gruppo di ragazzini gettò su di loro pomodori rossi ben maturi… Offesi per l’affronto, si vendicarono subito. Per rappresaglia fecero prigionieri quasi tutti gli uomini presenti nella falegnameria, da alcuni settantenni a me, nemmeno diciottenne.
Fummo subito condotti sugli autocarri presenti a Piazza Orologio e trasferiti nel campo sportivo di Castellammare. Qui fummo riuniti ad altri concittadini. Intanto, a seguito del famigerato Manifesto del colonnello Scholl fatto affiggere dal podestà il 23 settembre 1943 e che obbligava tutti i giovani, dalla classe 1910 a quella del 1925, a presentarsi in piazza per essere avviati al lavoro “volontario” in Germania, furono riempiti di giovani e meno giovani sia il campo sportivo che l’area dell’Arenile e quella sulla strada per S. Antonio Abate.

Nel campo di concentramento di Sparanise

 Stando all’ordinanza, avendo allora io 16 anni, potevo rimanere a casa. Invece ero già prigioniero a causa della rappresaglia a cui ho accennato prima e così, insieme con circa 2000 prigionieri concentrati a Castellammare, a partire dal 24 settembre fummo spostati prima a Maddaloni e poi a Sparanise in provincia di Caserta.
Rimanemmo nel Campo di concentramento di Sparanise alcuni giorni. Fu nella notte tra il 27 ed il 28 settembre – mentre venivano eseguiti duri bombardamenti da parte dei tedeschi su Napoli e da parte degli anglo-americani su Cassino – che ci fecero partire dalla vicina stazione ferroviaria. Fummo caricati su un treno – 50 per vagone adibito per bestiame o per merci – e dopo un viaggio di sette-otto giorni arrivammo, ai primi di ottobre, in un lager di Dachau, presso Monaco. Il Campo era controllato dai polacchi, più severi dei tedeschi. Le brande erano di legno ed il cibo scarso (un po’ di thè, poche patate, una fetta di pane con marmellata di pomodori).
A Dachau giunsero dopo qualche giorno diversi dirigenti di grossi complessi industriali bisognosi di manodopera. Liberamente scelsero, dopo un rapido esame, gli uomini di cui avevano bisogno. Caricati poi sugli stessi vagoni con cui eravamo giunti, fummo distribuiti per le varie regioni del Reich: dalla Germania, alla Polonia, all’Austria.

Lavoro coatto a Graz

Fortunatamente, e ripeto fortunatamente, fui scelto per lavorare in una fabbrica austriaca, appena ultimata, a Graz. Lo stabilimento si chiamava DAJMLER SAIER PUCK; si trovava vicino Thondorf. Ripartiti da Dachau, dopo una sosta in un campo di concentramento detto Lager Nord, successivamente fummo inviati, a quattro chilometri dalla fabbrica, nel lager di Murfeld, dove erano sistemate le baracche per il pernottamento, il pranzo e la cena.
Lo stabilimento è tuttora ancora attivo ed è utilizzato per la costruzione di autocarri. Invece durante la seconda guerra mondiale fu utilizzato per costruire motori di aerei e di carri armati. Si facevano turni di 12 ore al giorno: dalle 7 alle 19 (con una sosta alle 12) oppure dalle 19 alle 7 (con una sosta alle 24) ed erano impegnati 4.500 lavoratori di giorno e 4.500 di notte. Per svolgere il lavoro richiesto a quelli non specializzati, come me, fecero fare vicino Graz un corso di addestramento di sei mesi presso le locali Scuole Meccaniche. Al termine, superati rigidi esami mensili, fummo ammessi a lavorare nella fabbrica, ove lavoravano prigionieri francesi, cecoslovacchi, russi e polacchi, che in genere rispetto a noi ricevevano qualche aiuto (pasta, pacchi…) dai propri Paesi. Spesso noi internati “civili” ci siamo uniti per il lavoro agli internati italiani militari (IMI).
Non tutti però accettarono di fare questi corsi di specializzazione. Specialmente i professionisti (medici, ingegneri, ragionieri, professori, presidi, docenti universitari) preferirono non collaborare e svolgere mansioni manuali e modeste come quelle di facchinaggio.
Tra tutti i prigionieri qualcuno è riuscito a “sistemarsi” accettando l’invito a lavorare presso industriali italiani della zona, che, successivamente hanno pure collaborato per farli scappare e così “liberarli” dal lager. Un discorso a parte meritano gli aderenti alla Repubblica Sociale Italiana, che volontariamente si erano recati in quelle zone per collaborare, col loro lavoro, con i tedeschi e quei pochissimi prigionieri che, sollecitati quotidianamente, per quieto vivere si unirono ad essi. Molti di loro pensavano che la vittoria sarebbe stata dei nazisti… Vivevano in modo autonomo e si incontravano con i prigionieri deportati – civili e militari – solo nelle fabbriche.

I bombardamenti ed infine la liberazione

Furono circa 20 mesi di duro lavoro. Ma ripeto: fui fortunato a capitare in Austria a Graz. Qui, rispetto alla Germania ed alla Polonia, gli italiani erano guardati diversamente. Con meno disprezzo ed ostinazione. Forse anche perché alcuni imprenditori e dirigenti di fabbrica di origine austriaca, prigionieri nella prima guerra mondiale, avevano ottenuto dagli italiani un buon trattamento e non lo avevano dimenticato […]. Memorabile il bombardamento, avvenuto il 26 luglio 1944, dello stabilimento, che aveva pure al suo interno un bunker-ricovero. Ma fu inutile. Le bombe degli alleati arrivarono giusto alle ore 12, mentre i lavoratori si recavano nel lager per il “pranzo”. Fu una carneficina: 800 feriti, 1600 morti. Alcuni furono colpiti per strada, altri nel refettorio. Io ebbi delle schegge sul braccio destro, un’altra sull’occipite, altre ancora su un muscolo. Ricordo che le bombe non erano grandi. Ma erano capaci di colpire gli esseri umani anche in posizione orizzontale…
I soccorsi furono immediati. I feriti furono trasportati negli ospedali di Graz e subito operati. I morti, dopo un funerale comune, furono seppelliti nel locale cimitero. Anche lo stabilimento subì gravi danni. Tuttavia in due giorni fu rimesso a posto e immediatamente si riprese il lavoro.
Non dimenticherò mai nemmeno i sette giorni di bombardamento che precedettero la Pasqua del 1945, celebrata il 1° aprile. Con essi per noi terminò anche la guerra e la prigionia.
Mi organizzai insieme con cinque compagni di lavoro, originari come me di Castellammare di Stabia: i fratelli Ciro, Catello e Domenico Rosa Rosa, commercianti di legno; Federico De Vivo, figlio di un orefice di Castellammare. Mettemmo sopra ad un carrettino una quarantina di coperte militari utili per dormire e per eventuali baratti, cibo e qualche vestito e partimmo senza esitare.
A Wolckberg, in Austria, fummo fermati. Ci sequestrarono le coperte ed il carrettino e fummo rinchiusi dai nazisti nel locale castello. Ci fu ancora un bombardamento e questo fu la nostra salvezza. Riuscimmo a scappare ed a piedi raggiungemmo la città di Tarvisio, ove erano ancora presenti ed attivi i tedeschi. Vi rimanemmo trenta giorni ed avemmo modo di assistere alla ritirata di mezzi blindati e di militari tedeschi che rientravano in Austria. Ai primi di maggio, grazie all’arrivo delle truppe anglo-americane al Tarvisio, fummo trasportati con un camion ad Imola.
Da Imola, su vagoni bestiame (e sempre una cinquantina per vagone), in otto giorni raggiungemmo Napoli. Personalmente giunsi a Castellammare il 17 maggio, dopo arrivarono i Rosa Rosa, che si erano fermati a Trieste da parenti.
Tra i reduci dai lager ricordo il medico Francesco Pappalardo, l’ing. Elio Luise, i fratelli Renato e Nino Esposito. E, inoltre, Il rag. Mannario, l’ammiraglio Amedeo Aprea, di recente defunto.

ALTRI STABIESI INTERNATI NEI LAGER
NEI RACCONTI DI ALBA LUISE E VINCENZO M. FABBRICATTI

Un altro prezioso diario, che racconta le tragiche giornate che precedono e seguono l’8 settembre a Castellammare, è stato scritto da Alba, defunta sorella di Elio. Finora rimasto inedito, è stato pubblicato su Facebook dal nipote Raffaele Luise, nel mese di marzo 2020, unitamente a quello già ricordato del padre Elio. Il racconto inizia dal 10 settembre ‘43 e appare subito chiaro, già nel titolo scelto da Raffaele Luise, che l’attenzione è puntata esclusivamente su ciò che accadeva a Castellammare in quei giorni dopo l’8 settembre del 1943: Intanto a Castellammare… dal diario della sorella di mio padre Alba Luise (26 giugno 1917 – 28 giugno 2013).
Merita molta attenzione questo diario. Specialmente da parte degli studiosi stabiesi della storia cittadina. Costituisce, secondo me, una fonte preziosa per conoscere gli eventi verificatisi a partire dal settembre ’43 a Castellammare.
Va, inoltre, segnalato che, in più di un passo dello scritto di Alba Luise, emerge un sentimento che definirei di tolleranza e quasi di solidarietà – da parte della giovane autrice del Diario – per i tedeschi, ex alleati, ritenuti “traditi” dal popolo italiano[5].
Trovo, comunque, l’ultima pagina del diario di Alba Luise (alla fine segnerà solo la data del ritorno del fratello) molto utile al fine di conoscere il contesto in cui tanti giovani italiani furono sottratti alle famiglie, agli studi, alla libertà, per essere poi deportati, tra stenti e sofferenze, nei lager nazisti. Vi si racconta, infatti, del manifesto-avviso affisso in città, con cui il famigerato colonnello Scholl ordinava agli uomini nati tra il 1910 ed il 1925 di presentarsi per andare a lavorare in Germania, dell’invito subito accolto dai figli del podestà di Castellammare Rosa Rosa, di come fu preso il fratello Elio e tutto ciò che avvenne a Castellammare in quel tragico 23 settembre[6]. Con comprensibile rammarico e dispiacere per il “servizio del lavoro” imposto dai tedeschi al fratello, ancora giovane e studente universitario, Alba Luise annota interessanti particolari[7].
Ho trovato la descrizione di quella “fatidica” giornata del 23 settembre a Castellammare e il racconto del “calvario” della deportazione in Germania anche nel diario di Vincenzo Mario Fabbricatti, un dattiloscritto di oltre 100 pagine e con tanto di disegno del simbolo nazista sulla copertina plastificata. Me lo fece avere un amico, il nipote Enzo Fabbricatti, bravo violinista, intervenuto alla presentazione di un mio saggio-catalogo preparato per illustrare il materiale di una Mostra, realizzata nella Biblioteca Comunale di San Giorgio a Cremano, ove c’erano anche lettere e cartoline di internati militari campani nei lager nazisti raccolte dal compianto amico Ciro Scancamarra[8].
L’autore dedica il quarto paragrafo a “Quel fatidico bando del 23 settembre 1943”[9].
In quel momento noi, a Castellammare di Stabia, eravamo ignari di tutto.
Sapevamo solo che le truppe alleate erano molto vicine, forse ad Agerola… Si arrivò, così, alla mattina del 23 settembre.
Quel giorno, come tutti gli altri, mio padre stava raggiungendo, a piedi, il cantiere navale di Castellammare, quando vide, affisso sui muri della città, una serie di manifesti, ancora umidi di colla. Era un bando tedesco con cui s’intimava agli uomini… di presentarsi al comando tedesco, appositamente allestito nella villa comunale, per essere reclutati ed impegnati nello sgombero delle macerie provocate dai bombardamenti aerei a Torre Annunziata e a Torre del Greco…
Il bando chiudeva il suo terrificante testo con la minaccia di fucilazione di tutti coloro che avessero trasgredito l’ordine di reclutamento.
Non appena lo lesse, mio padre fece capolino in piazza per accertare la situazione. Qui dovette, suo malgrado, costatare che l’affluenza alla chiamata del bando era stata enorme. Circa duecento uomini erano lì in attesa di destinazione…
A questi uomini di Castellammare si unì anche il giovane Fabbricatti (classe 1924), che, deportato insieme con altri “rastrellati” civili nel lager di Murfeld, fu costretto a lavorare nella fabbrica “Steyer-Dorilvaler-Puch” di Graz: “in quanto lavoratori civili godevamo di un certo margine di maggiore libertà di muoverci, sempre rispettando gli orari di lavoro in fabbrica”. Dal lungo diario di Fabbricatti mi sembra opportuno riportare anche il racconto della vendetta messa in atto da “esaltati” prigionieri russi di un vicino lager all’arrivo della notizia che l’armata rossa era vicina.
Alle porte di Graz si stava combattendo aspramente. Le forze armate russe, intanto, erano sul punto di impadronirsi della città. Ci avviammo, così, verso il lager. Quivi giunti, più ci si addentrava e più si notava un senso di abbandono generale; non si scorgeva anima viva. Vi regnava un profondo silenzio.
Stavamo andando avanti lungo i viali che affiancavano le baracche dei capi e del personale del campo, quando si presentò ai nostri occhi uno spettacolo a dir poco allucinante. I corpi di tre ragazze, addette alla cucina e al refettorio, giacevano per terra in un lago di sangue, sgozzate. Una visione macabra e orripilante che non ho ancora dimenticato. E non fu l’unica.
Poco più avanti, infatti, tre tedeschi dell’ufficio amministrativo del lager, penzolavano dalle travi di sostegno di copertura delle loro baracche, con una corda al collo. Erano stati impiccati.
E sempre nell’area riservata allo “staff” del campo, c’era, riverso al suolo, ai piedi del suo alloggio di servizio, con la pistola ancora in pugno nell’atto di difendersi, il cadavere del capo-lager, un cecoslovacco di accanita fede nazista, più cattivo degli stessi tedeschi, crivellato di colpi di fucile mitragliatore sparatigli a bruciapelo.
Qualcuno riuscì a fuggire e a salvarsi da quella furia assetata di sangue e di vendetta…
Da un momento all’altro quei russi poterono respirare aria di libertà che li tramutò da schiavi in padroni assoluti di vita e di morte su coloro che, annichilendoli, avevano disprezzato la loro vita e, terrorizzandoli, avevano fatto aleggiare, sulle loro teste continuamente lo spettro della morte…
Terminata la guerra, dopo essersi nascosto per 36 giorni a casa di Franz, un austriaco che lo ospitò in cambio di lavoro, per la paura di essere deportato in Russia il 12 maggio Vincenzo Mario Fabbricatti fece quasi 100 chilometri, parte in treno e parte a piedi. Riuscì così a superare la “zona a rischio” presso la frontiera confondendosi tra i soldati inglesi. E grazie ad un camion inglese riuscì ad arrivare ad Udine il 13 maggio. A Napoli il 18 maggio 1945, dopo 19 mesi e 25 giorni di lager.
Tra i reclutati per quello che i tedeschi avevano fatto credere a tutti, compresi il Podestà ed il Capitano dei Carabinieri di Castellammare, “un lavoro nelle vicinanze per tre-quattro giorni, con un giorno di riposo nel quale si tornava a casa”, ci fu, come abbiamo visto, anche l’allora studente alla facoltà di ingegneria Elio Luise. L’interessante e ben scritto Racconto-Diario di quella che egli definisce “dura e più che altro umiliante odissea”, ci consente di aggiungere qualche postilla alla testimonianza di Giovanni Desiderio sopra riportata.
Una prima precisazione viene dal figlio Raffaele, che, come già accennato, ha opportunamente reso pubblico, in sette puntate, su Facebook, il Racconto-Diario di mio padre sulla sua deportazione in Austria nel settembre 1943, insieme con fotografie, lettere e alcuni documenti. “Gianni Desiderio – mi ha scritto – fu il più giovane tra i deportati. Aveva solo 16 anni. Con lui e mio padre vi era anche Michele Covito, padre di Carmen Covito, scrittrice ed autrice de “La bruttina stagionata”.
Da due successivi commenti apparsi su F.B., a seguito della pubblicazione della prima parte dell’inedito RaccontoDiario avvenuta il 17 marzo 2020, sappiamo pure che il nonno di Carmelo Mastroeni, Giuseppe Ciaccio, partì con lo stesso convoglio degli altri stabiesi, ma “ahimè non tornò più a casa”; mentre Costantino Pagliari, che si trovava sfollato a Gragnano, fu più fortunato. Non si presentò affatto, dopo l’affissione del bando tedesco per reclutare lavoratori. Riuscì anzi a fuggire attraversando il bosco al buio, guidato da un ragazzo del posto, ed a raggiungere presso Agerola una località occupata dagli americani (i paracadutisti della prima divisione Airborne).
Dal Racconto-Diario apprendiamo che Elio Luise giunse alle ore 13.30 del 24 settembre 1943 nel campo di concentramento di Sparanise[10]: Qui ritrovai Gianni Desiderio, col quale rimasi unito fino a quando ci separarono a Graz. Passammo la notte sotto attendamenti di fortuna e tutto il giorno successivo…La sete, una delle maggiori sofferenze di questo campo, ci spingeva a bere acqua anche nera. Da Marcianise Elio scrive che partì la sera del sabato 25 settembre (per Desiderio la partenza avvenne “la notte tra il 27 ed il 28 settembre”): incolonnati come pecore dai soldati tedeschi… fummo messi nei carri bestiame di un lungo convoglio ferroviario come animali che vanno al macello. Giunti a Roma il 28 sera, svanì ogni illusione di essere avviati al lavoro in Italia. Anzi. Visti i tentativi di fuga da parte dei deportati coronati da successo, fummo chiusi con grosso fil di ferro nei carri.
Passata la frontiera del Brennero, nella notte tra il 30 settembre ed il 1° ottobre, fummo contati molto bruscamente da un sottufficiale tedesco, forse ubriaco; nel nostro carro risultammo 19. Eravamo partiti da Sparanise in 50…[11]. 

Le fortunate fughe di Fraissinet e Cirillo dal campo di Sparanise

Non solo dal treno in corsa verso il Reich ci furono fughe fortunate. Ne avvennero già qualche giorno prima, sia dalla caserma di Maddaloni sia dal campo sportivo di Sparanise, adattato dai tedeschi a campo di concentramento da cui smistare e far partire con i treni i civili rastrellati dopo il “bando” del col. Scholl.
Tra le mie carte conservo il racconto (raccolto il 29 dicembre 2017) di un protagonista-testimone ancora vivente, Massimo Fraissinet, classe 1927, padre di Maurizio, ambientalista e ornitologo. La famiglia Fraissinet da tempo è residente a Napoli, a Portici e poi a San Giorgio a Cremano (il cognome rimanda ad antenati di antiche origini francesi giunti a Napoli col Murat).
Avevo 16 anni. Fui bloccato su un tram e preso dai tedeschi mentre da Napoli mi recavo a Portici per portare del latte condensato a mia sorella. Mi fecero scendere e con altri due o tre giovani ci misero su un camioncino e ci portarono prima alla Riccia, a Portici, poi a Maddaloni in una caserma dove c’era un migliaio di deportati. Stemmo 24 ore digiuni. Solo al secondo giorno ci diedero un poco di pane. Ricordo però che io usai il latte condensato che dovevo portare a mia sorella.
Un amico di Portici, che conosceva il tedesco, ci anticipò la volontà dei tedeschi di farci partire per la Germania. Notai un furgone che portava via alcune persone. Allora, con altri tre, saltammo da un terrazzo su un vicino muretto e da lì ci lanciammo sulla strada. Ci mettemmo subito in cammino per la campagna vicina. Incontrammo i partigiani che ci invitarono a trasportare fucili in cambio di pane, ma per paura dopo poco li lasciammo.
Per strada incontrammo pure i tedeschi, che guardarono i documenti e ci fecero passare (trattennero solo uno che era “meccanico”, che tuttavia riuscì a scappare e si ricongiunse con noi). Per due notti dormimmo a terra e ricevemmo un po’ di cibo dai contadini incontrati…
 Molteplici testimonianze sul campo di concentramento di Marcianise, sui prigionieri deportati e sulle fughe avvenute sono state raccolte pure in un ampio e documentato volume curato da Paolo Mesolella. C’è anche una testimonianza dello stesso Giovanni Desiderio, il quale precisa: “Io fui rastrellato il 23 settembre ed il 24 mi trovavo a Maddaloni in una scuola-ginnasio (il Convitto nazionale Ginnasio-Liceo “G. Bruno, fondato da Murat insieme con quello più noto di Piazza Dante a Napoli), ma dopo un bombardamento fui mandato a Sparanise, dove arrivai la notte del 25 settembre… Ricordo ancora mio padre che venne a Sparanise per protestare con i tedeschi e ritirarmi dal momento che avevo solo 16 anni… Venne col cavallo ed il biroccio ma se ne dovette tornare a piedi”… Poi fui condotto a Dachau… Ricordo che nel campo di Dachau c’era il Capo del Campo che era un tedesco e c’era il capo del campo fascista che procurava viveri, sigarette, tabacco, vino e perfino Knorr[12].

IL LAGER, GLI INTERNATI CIVILI, LA FABBRICA E LA FUGA NEL RACCONTO DI ELIO LUISE

L’ultima affermazione del giovane Giovanni Desiderio, relativa al “capo del campo fascista”, merita però una riflessione. Appare, infatti, in contrasto con quanto raccontato e documentato sulla vita nei lager da tanti altri civili deportati e dagli IMI (militari italiani internati)[13]. Probabilmente poteva più essere valida per i civili provenienti dalla Repubblica di Salò o per quei militari o civili “rastrellati” che avevano successivamente aderito alla Repubblica Sociale Italiana.
Va detto, tuttavia, che il Racconto-Diario di Elio Luise documenta indubbiamente durante la sua prigionia nel lager sacrifici, privazioni, umiliazioni e mortificazioni.  Ma anche l’esistenza – per coloro che lavoravano in fabbrica (o in campagna oppure con piccoli imprenditori, specialmente se di origine italiana) – di una condizione migliore, almeno per quanto riguarda il cibo e, in pochi casi, la possibilità di scappare, come proprio nel suo caso.
Non a tutti, per esempio, era possibile ricorrere a certi escamotages per avere una doppia razione oppure di mangiare alla mensa aziendale, serviti a tavola da cameriere austriache e con “lo stesso vitto dei lavoratori tedeschi”[14], o addirittura al ristorante. Capitò ad Elio Luise. Ecco il suo racconto:
Dovemmo combattere contro la fame facendo imbrogli e pasticci di tutti i generi, tra cui quello di prendere alla porta due tagliandi per il mangiare; uscendo attraverso i reticolati fuori dal campo, e entrando di nuovo dalle porte, in mezzo a qualche nuova squadra giungente dal bagno dell’altro campo, in modo da far finta di essere nuovo arrivato e prendere quindi un nuovo tagliando. Si riusciva così a prendere due colazioni, due pranzi e due cene. Da questo campo il martedì 12 Ottobre io, poiché denunziai il titolo di studente in ingegneria, fui smistato a Weiz, a 45 km per ferrovia da Graz, in una fabbrica elettrica (Elin-Scorch-Werke), assieme ad altre quattro persone che io non conoscevo affatto. Dovetti quindi lasciare tutti i miei amici, e avviarmi solo al lavoro…
Qui ho lavorato per quasi quattro mesi ininterrottamente alle dipendenze di Franz Reitshl, nazista anche lui, che, specialmente verso i soldati prigionieri, ha usato, specialmente per i primi tempi, ogni genere di maltrattamento, comandandoci come gli schiavi negri…Si dormiva in una baracca in legno, piena di cimici, sporca e priva di qualsiasi aura igienica.
La sera si incominciava alle 19 la distribuzione della cena alla mensa aziendale, alla quale per nostra fortuna, noi, forse perché eravamo solo 5 italiani, eravamo stati aggregati, avendo in tal modo lo stesso vitto dei lavoratori tedeschi. Per questa ragione a differenza di tutti gli altri lavoratori italiani lì in Austria, mangiavamo in piatti, con le posate, e serviti a tavola da cameriere austriache. Si aveva la mattina latte e caffè, con un panino da 50 gr, al mezzogiorno una zuppa e un secondo, costituito per 5 giorni della settimana da 50 gr di carne e contorno in genere di patate, e per gli altri 2 giorni da rape e poi il dolce. La sera un solo piatto, che faceva da minestra e da secondo. In più quindi ci davano la carta settimanale annonaria auslandish per zivil arbeiter
Quanto ci davano poteva essere sufficiente per mantenersi benino, non lavorando, ma era assolutamente insufficiente per un individuo che lavorava dalle 10 alle 13 ore di giorno e di notte. Per fortuna, però, riuscimmo a entrare nelle grazie della padrona e delle cameriere (in particolare di Maria (Mizi) e Lina, la più anziana, che assomigliava a mamma, e Adele, cuoca del Gasthaus Haas in Adolf Hitler Platz, dove ci recavamo immancabilmente tutte le sere a cenare, oltre alla cena della mensa, trattati specialmente verso gli ultimi tempi, come clienti.
La fortuna ha voluto pure che il giovane Elio potesse  incontrare ed abbracciare  diversi amici di Castellammare, partiti con lui da Sparanise, come lo studente, amico d’infanzia, Giovanni Desiderio, anche lui “volontario del lavoro”[15] in una fabbrica vicino Graz, da mesi lontano dalla famiglia. E che ricambiò poco dopo la visita.
In una domenica della prima metà di novembre, assieme a donn’Amedeo Di Capua (nota nel testo: figlio di Eduardo Di Capua, autore della canzone O’ sole mio), animati dallo stesso proposito, andammo a Graz per trovare i nostri amici che pareva lavorassero alla fabbrica Puch. Giunti verso le 9 a Graz, dopo quasi due ore di treno, dopo avere camminato quasi ininterrottamente dalle 9 alle 15, riuscimmo, grazie alla nostra fermezza in tale proposito, a rintracciare gli amici, miei e di Di Capua, che, per combinazione, dormivano in due scompartimenti della stessa baracca (“München”) di un grande campo “lager Murfeld” a circa 10 km fuori Graz. Qui con mio immenso piacere potei riabbracciare Gianni Desiderio, caro amico d’infanzia, col quale rivissi le indimenticabili ore della gioventù felice. Ritrovai pure Renato e Nino Esposito, Ottavio Mannara, Domenico, Ciro e Catello Rosa Rosa, Federico De Vivo (con la sua tortorella catturata al lager Nord a Graz), M. Pepe (compagno di viaggio). C’erano inoltre Angelo Cuomo, Amedeo Aprea, V. Scalese, G. Russo (non Peppe o’ viecchie), F. Pappalardo, Ciro Mascolo e altri. L’averli ritrovati fu per me un grande conforto, ché reciprocamente aiutandoci, ci incoraggiavamo a resistere, sicuri del ritorno. Rimasi così, costantemente in collegamento con loro, postale e diretto, ché li andavamo a trovare quasi ogni 15 giorni. Presi collegamento postale anche con gli altri amici lasciati a Graz quando fummo smistati ai posti di lavoro, il cui indirizzo me lo avevano fornito gli amici del lager Marfeld, e tra essi Peppe Schettino, V. Meglio, il macchiettista di Dakau, Michele Adorno, Angelo Ildenni, Balsamo Raffaele, Russo Giuseppe (Peppe o’ viecchio), Giovanni Palumbo, Michele Covito (n.d.r.: padre della scrittrice Carmen Covito, autrice de “La bruttina stagionata”) e altri. Tra questi Peppe o’ viecchio ha tagliato la corda circa un mese prima di me e sono sicuro che sia riuscito nell’intento.
Il primo sabato dopo il primo dell’anno, l’8 Gennaio, ebbi il grandissimo piacere della prima (e ultima) visita dei due miei cari amici, Gianni Desiderio e Renato Esposito. Arrivarono la sera verso le 7:10 col treno delle 17 da Graz, e io, che sapevo del loro arrivo e che invano li avevo già aspettati altri tre sabati, li andai a prendere al treno e si può immaginare quanto grande sia stata la mia gioia quando udii il fischio di Gianni. Quel sabato avevo dovuto lavorare anche nel pomeriggio, e quindi li accolsi che ero ancora in tuta. Passammo una bella domenica, facendogli visitare un po’ Weiz e fra l’altro andammo ad ascoltare la Messa nella chiesa su in collina. Dopo aver fatto colazione al Gasthaus del Cinema, vennero con me alla mensa della fabbrica, dove una delle cameriere volle ugualmente servire loro il pranzo, nonostante ad essi non spettasse perché non della Elin… Nel pomeriggio della domenica ripartirono per Graz, con la promessa che la domenica dopo sarei andato da loro al Lager Marfeld. Da allora non li ho più visti… Non ebbi quindi neanche la possibilità di avvisarli della mia decisione (per lettera ovviamente era impossibile), nella quale si era maturato il primitivo proposito di fuga…
Con la collaborazione dell’affidabile amico Volpe e con l’aiuto di un enigmatico barbiere, pure di origine italiana, Elio, dietro compenso, fu messo in contatto con un finanziere aderente alla R.S.I., addetto alla vigilanza sui treni insieme con i tedeschi. Così riuscì, a fine gennaio 1945, a portare a termine, grazie pure ad un falso permesso realizzato da lui con pochi fidati amici, il disegno di fuga. Significative, a fine diario, le parole del Pontefice Pio XII sugli “orrori della deportazione e dell’esilio”, che il giovane Elio riporta alla fine della descrizione della fuga e del viaggio di ritorno dal lager, conclusosi il 18 maggio 1945.
Finalmente si sale, il soldato tedesco dietro di noi, ma al buio nella vettura non ci vede. Questo è il treno che forse non dimenticheremo mai più nella vita: è il treno che ci ha portato dalla morte alla vita, è il treno che ci ha fatto rinascere, ridandoci la nostra personalità, strappataci con la forza delle mitragliatrici dai nazisti. Erano poco più delle 19:30. Il treno si mette in marcia: “Coraggio! Ché saliti su questo treno, siete a casa, il fronte si passa: tutti gli italiani vi aiutano!” mi si rincorrono nel cervello, riempendomi di gioia, mentre il volto e, non so perché, la bandoliera per i colpi, della guardia di Finanza, mi stanno fissi avanti agli occhi. Stiamo in silenzio: si guarda fuori. Alle 19:40 si passa accanto alla garitta di confine: mi faccio il segno della croce. “Siamo in Italia!!”
Il Signore ha voluto concederci questa grazia, la cui immensità potranno valutare solo quelli che l’hanno provata o la proveranno. Ecco le prime luci delle case Italiane: mi sembra già tutto più bella, anche le Alpi, continuazione di quelle di Arnoldstein, così tetre, sembrano più belle. E’ vero! Nella vita non bisogna mai disperare, chi si abbatte è perduto! Abbiamo rischiato un po’, ma ora siamo in Italia.
Alle 19:53 scendiamo alla stazione di Tarvisio centrale, e ci avviamo verso il centro della città. Nel buio Del Prete si avvicina alla scarpata e bacia il suolo italiano, io lo imito e, nel toccare la terra con le labbra, sentii scuotermi tutto il corpo da un tremito potente, strano, forse di commozione. Sentiamo cantare in italiano una canzone fiorentina: “Da mane a sera, è festa di colori…”; mi vengono le lagrime…

                                                                                       Giuseppe Improta

 

NOTE

[1] G. GRIBAUDI, Memoria individuale e memoria collettiva, “Quaderni Storici”, 101/a. XXXIV, n. 2, agosto 1999.

[2] G. D’AGOSTINO – A. DEL MONACO (a cura di), Prima che la memoria si perda. Storia e didattica della Resistenza nel Sud, Napoli, F.lli Conte, 1990.

[3] www.archiviodiari.it. Ha scritto Goffredo Fofi: “L’Archivio di Pieve Santo Stefano ha raccolto molti scritti sugli anni di guerra di italiani ed italiane comuni… variamente impegnati nel conflitto”. Cfr. G. FOFI, in L. TERZI, Due anni senza gloria 1943-1945. Con uno scritto di Goffredo Fofi, Torino, Einaudi, 2011, p. 86. Ho elencato alcuni diari o testimonianze di deportati campani, pubblicati in questi anni, nel mio ultimo lavoro: Vincenzo Ambrasi, internato in un lager tedesco e fucilato dai nazisti nel 1945. La corrispondenza del fratello Domenico, “Campania Sacra”, 2020.

[4] G. IMPROTA, Dal lager a casa. Il diario inedito di un soldato napoletano. La storia del caporale Arcopinto a confronto col racconto di Levi nel centenario della sua nascita, “il Tetto”, n. 332-333 (luglio-ottobre 2019), pp. 136-152; ID., Sul treno con Primo Levi. Dalla prigionia a Soccavo, “Corriere del Mezzogiorno”, 28 novembre 2019; ID., Vincenzo Ambrasi, internato in un lager tedesco, cit.

[5] Scrive Alba Luise nelle prime pagine del Diario, dopo aver riassunto gli avvenimenti dei primi giorni di settembre, a partire dallo sbarco alleato in Sicilia:
I nostri soldati dove erano? Fuggirono tutti invece di combattere? Alla vergogna e al dolore di aver perso in pochi giorni la Sicilia ci preparavamo ad aggiungere il dolore di vedere invasa l’Italia dal nemico senza che ogni italiano non gettasse tutto se stesso in uno sforzo supremo per poter resistere fino alla morte nella difesa della sua terra e della sua casa.
T
riste maggiore vergogna e maggior dolore di un popolo che senza, intendo senza, impegnarsi fino all’ultima goccia di sangue, fino all’ultima cartuccia, abbandona le armi e piega il ginocchio davanti al nemico mentre nello stesso tempo tradisce l’amico a cui ha dato la propria parola di assistenza comune fino alla fine? Sconfitti, vigliacchi di fronte alla morte, traditori di fronte alla parola data!!!

[6] Sulla prigionia dei civili cfr. L. Coltrinari, La Prigionia Italiana nella Seconda Guerra Mondiale. Elementi di una bibliografia generale, Paperbak book, Edizioni ANRP, Roma 1996.

 [7] Giovedì 23 settembre 1943
Stamani ci siamo svegliate con un grande urlio che si sentiva per strada. Ci siamo affacciate ed abbiamo visto che i tedeschi rincorrevano un uomo e, dopo averlo preso, lo caricavano su un camion e lo portavano via. Sapemmo così, da gente che passava, che in tutto il paese prendevano gli uomini abili e li portavano ad un campo di concentramento verso “La Saletta”. Uscimmo e, per strada, vedemmo molte rincorse e fughe poco piacevoli. Avvisammo Elio di non uscire ma eravamo con il batticuore. Infatti in un giardino in via Regina Margherita hanno ammazzato un giovane che si nascondeva. Verso le 11 ci dissero che avevano messo un manifesto al Municipio. Esso diceva: “Tutti gli uomini dal 1910 al 1925 devono presentarsi entro le ore 14 in Villa per essere reclutati per il servizio del lavoro. Chi non si presenta sarà fucilato.
Tutti, noi compresi, spaventati dall’idea di dover vedere fucilare Elio sotto i nostri occhi e giudicando lui stesso essere la via più onesta e patriottica seguire gli ex alleati decise di presentarsi.
Alle due Mamma, Diana ed io l’accompagnammo. Credendo di tornare prestissimo (come avevano detto i tedeschi) non portò nessun bagaglio. In pantaloncini, camicia ed un maglione blu invernale. In tasca 150 lire, del sapone, documenti, un paio di calzini, due fazzoletti, lo spazzolino da denti. Tristemente siamo tornate a casa dopo aver visto Elio incolonnato con molti suoi amici e caricato sui camion diretti alla “Saletta”.
Il morale loro era altissimo ed anche noi siamo state brave senza piangere.
Ma che tristezza la cena, soli senza Elio.  È la prima. Ma ne dovremo fare molte senza di lui?

[8] G. IMPROTA (a cura di), Cartoline e lettere di soldati, prigionieri di guerra italiani ed internati militari campani. Francobolli commemorativi. Collezione Ciro Scancamarra, Napoli 2011.

 [9] V. M. FABBRICATTI, La deportazione in Germania. 23 Settembre 1943 – 18 Maggio 1945. Il mio calvario, dattiloscritto, s.d., p.10. La famiglia di Fabbricatti era sfollata a Castellammare ed era stata ospitata dal sacerdote Alfonso Ferraro.

[10] Nel campo di Sparanise furono convogliati migliaia di uomini di ogni età da Castellammare e dall’intera zona vesuviana. Da Ponticelli, stando ad una documentata ricerca, in cui gli autori hanno raccolto e trascritto numerose testimonianze orali di deportati, ne arrivarono una trentina, rastrellati nella mattinata del 24 settembre. Tra essi Giuseppe Aprea, Pasquale Di Tuccio, Raffaele Esposito, Ruggiero Ferraro, Ciro e Giovanni Musella, Gabriele Perillo, Ciro Riccardi, Mario Tarquinio e altri. Alcuni però scapparono dal campo, altri durante il viaggio, per cui ne giunsero in Germania dodici, che sperimentarono la crudeltà dei campi di concentramento.  Tra quei dodici c’era Gabriele Perillo, allora con una maturità classica appena conseguita al Liceo Genovesi, poi docente e preside nei Licei. Nella sua testimonianza resa agli autori, ha raccontato delle pessime condizioni in cui trascorsero tre giorni a Sparanise, del “viaggio allucinante” verso la Germania, della sosta a Dachau, del “rifiuto di arruolarsi nel ricostituito esercito fascista che avrebbe consentito il ritorno in Italia, i lavori forzati come “manuale muratore” a Graz, capoluogo della Stiria, e poi a Fohnsdorf, infine del bombardamento del 26 febbraio che comportò la morte di centinaia di compagni ed a lui la perdita di un braccio. Cfr. A. D’ANGELO – G. MANCINI – L. VEROLINO, Guerra di periferia. Resistenza, vita quotidiana e stragi dimenticate nell’Area Orientale di Napoli 1940-1943, Il Quartiere edizioni, Napoli 2005, pp.124-125; 303-306.

[11] Ecco come Elio Luise, che preferì non rischiare, convinto di poter “ricevere in Germania un trattamento molto migliore” e che “lavorando in Germania avrebbe aiutato la patria”, descrive i riusciti tentativi di fuga da parte di altri giovani deportati e di alcuni amici stabiesi
Lungo il viaggio, molti di noi tentarono, rischiando una pallottola tedesca nella testa, la fuga che quasi a tutti riuscì. Prima di Roma, dal treno in corsa se ne lanciarono con buon esito una decina dal mio vagone: il treno fu fermato e le guardie tentarono la caccia, a fucilate, nella campagna, ma deposero subito l’idea, ché i fuggiaschi le gambe ce l’avevano buone. Altri fuggirono ancora isolatamente, lungo la linea, riuscendo ad eludere, con furba intelligenza, la cretina vigilanza dei testardi tedeschi, buoni solo a sparare all’impazzata, appena se ne accorgevano. Nel nostro vagone, per fortuna bagagliaio, eravamo capitati nove studenti, assieme ad altre quarantadue persone dei più bassi ceti sociali, tra cui qualche carcerato liberato da Poggioreale dai tedeschi. Tra questi c’era un giovanotto, ladro di professione, che spavaldamente ci veniva di tanto in tanto a raccontare le sue bravure. Quando ormai non c’era più dubbio sulla nostra destinazione, di noi nove studenti, cinque, tra cui Enrico V. che seguiva Antonio Zenni e Vittorio, scapparono, uscendo durante una fermata notturna in una stazione, da una porta di comunicazione con la vettura successiva, che erano riusciti ad aprire e si fecero passare sopra il treno, uscendo fuori di dietro, spero incolumi, stendendosi fra i binari sotto i carrelli. Io, povero illuso!, ero sicuro che in Germania avremmo avuto un trattamento molto migliore e preferii, quindi, tanto più che non avrei neanche potuto raggiungere casa, di non rischiare. Inoltre mi erano rimaste impresse profondamente le parole di monito di mia madre: “Non tentare di fuggire, fallo per me! Non dar retta agli amici!”, anche perché credevo che, lavorando in Germania, avrei aiutato la patria. A Bolzano, un’altra decina di persone riuscì, forse con troppo rischio, a fuggire dal mio carro fra la gente in stazione, mentre le guardie tedesche, accortosene un po’ in ritardo, sparavano contro di loro, che ormai erano quasi riusciti, sgattaiolando fra la gente, a uscire fuori dal piazzale della stazione.

 [12] P. MESOLELLA, La guerra addosso. Il Campo di Concentramento tedesco di Sparanise e gli eccidi nell’Agrocaleno, Spring edizioni, Caserta 2009, pp. 45-46. Alla testimonianza di Desiderio, Mesolella fa seguire il racconto dello stabiese generale Cascone, allora ventenne allievo ufficiale, “rastrellato” a Gragnano il 24 settembre dai tedeschi e inviato, col fratello Benito e suo cognato l’ing. Talamo, a Sparanise: “Con noi c’erano moltissimi deportati di Castellammare (cinquemila), tra i quali… Catello Langella e Giovanni Esposito finiti in Germania”. Al generale Cascone non toccò questo stesso destino, perché rifiutò il cibo, convinto che quelli che chiedevano di mangiare erano indirizzati immediatamente alle vicine carrozze per poi essere deportati in Germania. Rimase, infatti, nel campo di Sparanise, col cognato ed altri amici stabiesi, fino al 19 ottobre 1943, giorno in cui, “eludendo la sorveglianza dei tedeschi, siamo scappati e dopo 4 settimane eravamo a casa!”. Ivi, p. 48 e p. 218. La fortuna di poter andar via dal campo per la benevolenza di un sottoufficiale austriaco, addirittura dopo un tentativo di fuga non riuscito, toccò al torrese Ciro Cirillo, poi dirigente della Dc, rapito dalle Brigate Rosse e liberato, che firma la sua testimonianza autografa “Dr. Ciro Cirillo, Giornalista pubblicista, ex Presidente Regione Campania”. Ivi, pp. 219-221. Identica fortuna toccò al defunto Giuseppe Aprea (detto Pinuccio), partito da Sparanise col ricordato gruppo di Ponticelli. A Dachau la sua imminente fucilazione fu in extremis bloccata da un generale, che, conosciuta la sua origine napoletana, lo “abbracciò dicendo che lui nella guerra 1915-18 fu ferito a Napoli e trattato benissimo”, gli procurò il passaporto e lo fece tornare in Italia nel giugno 1944 (testimonianza raccolta da Rosalia D’Amore il 5 0ttobre 1996, citata in A. D’ANGELO – G. MANCINI – L. VEROLINO, Guerra di periferia, cit., p. 300).

[13] Cfr., per esempio, M. AVAGLIANO-M. PALMIERI, Gli internati militari italiani. Diari e lettere dai lager nazisti, 1943-1945, Saggio introduttivo di Giorgio Rochat, Einaudi, Torino 2009.

[14] La mensa dei lavoratori deportati abitualmente era distinta da quella degli operai ed impiegati tedeschi. “Sopra la nostra officina vi era la mensa dei tedeschi. Ad ora di pranzo andavamo a mangiare nella nostra mensa, che era più lontana, e subito tornavamo in fabbrica…” Così scrive nel suo diario dattiloscritto, di una ventina di pagine, Luigi Ottaiano di Cercola, che racconta i circa 92 mesi di servizio militare, in parte trascorsi tra prigionia in Africa e poi in Germania. Egli era stato commilitone per alcuni anni di Alfonso Esposito, le cui vicissitudini di prigioniero di guerra in India e poi in Inghilterra sono state raccolte con una lunga intervista e poi narrate dal figlio Luciano: L. ESPOSITO, Mio padre, by Amazon Fulfillment, 2018. Luigi Ottaiano non esita a raccontare “dopo tante brutte avventure” addirittura “una piacevole”, che di sicuro non sarà capitata a molti. A lui toccò dopo la trasformazione, a seguito di una legge del Reich dell’ottobre 1944, da Internato civile militare (IMI) a “lavoratore civile”. Lavorava allora in una fabbrica a Ober Kemnitz ed una bella dattilografa si innamorò di lui. “All’inizio era tutto un gioco di sguardi. Non mi sarei mai permesso di andarle vicino anche perché sembravo uno straccione, sempre con la stessa vecchia divisa militare”. Un giorno, dopo l’allarme della fabbrica, dovemmo scappare tutti in una vicina pineta. “Fu lì che la bella signora si avvicinò a me…”. E accettò subito l’invito a vedersi di sera: “e già da quella sera arrivammo al dunque”. “In fabbrica – scrive Ottaiano – mi portava la stessa colazione dei tedeschi…, mi procurò anche qualche capo di vestiario e delle scarpe… Un giorno mentre lavoravo mi sentii chiamare. Era la signora che mi cercava e mi disse: Luigi, schlafen wir zusammen! (dormiamo insieme!). Così andammo a casa sua e potete immaginare cosa successe quella notte fatale…”.
Per una banca dati on line degli IMI nei lager nazisti, cfr. lessicobiograficoimi.it

[15] “Quella dei civili deportati in Germania – ha scritto Giuseppe Capobianco – è la figura, tra le vittime della II guerra mondiale, la più sconcertante: essi non sono stati considerati prigionieri di guerra, perché non erano militari; non sono stati considerati deportati, perché questa qualifica è attribuita ai soli ebrei; in un primo tempo, internati nei lager sparsi per l’Europa assieme ai militari italiani catturati dopo l’8 settembre, sembrava fossero accomunati a questi, ma, dopo il luglio 1944 vengono divisi dai militari e, da quella data, sono stati dal governo tedesco e repubblichino, volontari del lavoro”. G. CAPOBIANCO, Il recupero della memoria. Per una storia della Resistenza in Terra di Lavoro- Autunno 1943, E.S.I., Napoli 1995, pp. 78-79 citato in A. D’ANGELO – G. MANCINI – L. VEROLINO, Guerra di periferia, cit., p. 125. Ma furono considerati tali solo “dal governo tedesco e repubblichino”. Per la Croce Rossa Italiana però vengono definiti “prigionieri di guerra”. Lo leggo sull’intestazione stampata e ben evidenziata – CROCE ROSSA ITALIANA – POSTA PER PRIGIONIERI DI GUERRA – sul foglio di accompagnamento unito alla lettera scritta il 17-9-1944 dalla fidanzata Elisabetta a Ciro Riccardi, “rastrellato” il 24 settembre ’43 a Ponticelli, insieme con Gabriele Perillo, mentre si recavano alla Circumvesuviana. Anche Ciro Riccardi, in seguito dirigente al Comune di Napoli, era costretto al lavoro in fabbrica vicino Graz, nel Lager Treiber U. CO di Puntigam. Per non interrompere gli studi, a luglio ’44, chiese libri e matite ad un Fonds Européen de Secours aux Etudiants, il cui Segretariato Generale stava in Svizzera, a Ginevra. La risposta arrivò il mese dopo dal “Servizio Italiano” di questa benemerita e non so quanto conosciuta istituzione, che assicurò di aver “spedito un piccolo pacco di oggetti di cancelleria e la grammatica francese da lei desiderata. Vocabolari non ne abbiamo più”. E a settembre, sempre da Ginevra, spedì anche i richiesti “Elementi di Ragioneria” di Pietro Onida”. Sui “Reduci dalla Prigionia, dall’internamento, dalla guerra di Liberazione”, cfr. il sito dell’Associazione www.anrp.it

 

 

Antonio Gargiulo, Saul, Piazza Spartaco”

Ho appena appreso, e visto l’immagine, che Antonio Gargiulo ha restaurato l’affresco del salone di quella che una volta fu, e nacque così, la sezione Lenin del Pci di Castellammare di Stabia. Ho provato prima ancora che soddisfazione un’emozione immensa. Ci sono persone che non vedi da una vita ma che stanno sempre con te. Antonio Gargiulo, il maggiore pittore stabiese vivente, l’ho rivisto dopo una trentina d’anni nel 2013, nei giorni del mio impegno elettorale a Castellammare. Un suo quadro è sulla copertina del mio libro su mio padre, ma ne ha fatti tanti su di lui che sono in varie case e ancora in qualche sede di partito (se ce ne sono ancora). Potete comprendere, quindi, l’affetto che io nutro per lui. E anche la stima perché, affascinato dalla grandiosa opera, “”La battaglia di Ponte dell’Ammiraglio”, che  Guttuso realizzò per il salone della scuola del partito a Frattocchie, quasi lo costrinsi, mezzo secolo fa, a realizzare gratuitamente l’affresco sull’assalto fascista a Palazzo Farnese del 1921 per la parete della sezione del Pci. E davanti a quel dipinto fu posta la bara di mio padre per l’ultimo saluto. Dunque, sono di parte sebbene il sentimento non mi faccia velo nel giudizio sul valore di Gargiulo per quel poco che io possa capire di arte.
Ma perché ho detto che Antonio sta sempre con me? Perché di fronte alla scrivania, dove trascorro ogni giorno moltissime ore, c’è il suo dipinto su mio padre meno noto e più significativo anche sul piano artistico. Ha ragguardevoli dimensioni, un metro e sette centimetri di base e un metro e ventitré centimetri di altezza, tecnica a olio. In basso una frase, “i funerali del compagno Saul”, sotto la firma e la data ’81, perché Antonio lo dipinse pochi giorni dopo la morte. È un’opera complessa. Intanto, è dominante il bianco (leggermente ingiallito dal tempo, anche perché non c’è, e non ci deve essere, un vetro di protezione): il colore non colore, quello più ostico per un pittore, l’assenza, il vuoto. In questo spazio due immagini diverse del “compagno Saul”, uno squarcio figurativo in un contesto che può sembrare, a prima vista, astratto. Macchie di rosso qua e là, e appena abbozzati con qualche linea di nero, altri volti che seguono il feretro retto da operai del suo cantiere navale con gli elmetti di ordinanza. Quel giorno, il 13 gennaio 1981, Castellammare intera – una folla immensa, anziani, donne, tanti giovani – era dietro quella bara mentre dal cielo veniva giù acqua senza risparmio.
Ho sempre pensato che Gargiulo non avesse completato il quadro. Poi, nel tempo, ho capito che questa mia lettura, se anche fosse vera (ma non gliel’ho mai chiesto), è superata dalla sua decisione di chiudere l’opera così come io la conservo. Perché forse era proprio quello che voleva. Il risultato, per come la vedo oggi, è che quel bianco, quel rosso, quei volti appena tratteggiati, quasi da intuire, e quelle due linee bianche geometriche che in diagonale, una pienamente, l’altra appena iniziata, toccano e attraversano le due immagini del compagno Saul, operaio, dirigente comunista, tutto questo, insomma, doveva significare la fine di una storia e l’inizio di una tutta da scoprire. Come si sa, gli artisti veri vedono quello che è nascosto o si agita nel sottosuolo e a volte lo rappresentano senza esserne pienamente coscienti. Oggi sappiamo che quel futuro allora incerto è la storia tormentata di questi anni, di questi mesi, di queste settimane, di questi giorni.

Il primo giornale

“Gioventù democratica”. Marzo 1966, il mio primo giornale , stampato con il ciclostile trovato nella sezione Lenin del Pci di Castellammare con articoli miei, di Giuseppe Clemente e Franco Perez. Mi inventai con una tecnica molto elementare e laboriosa la giustezza tipografica, di cui non avevo alcuna cognizione tecnica. Solo la copertina fu stampata nella tipografia Gaeta. Uscirono due numeri, il secondo il 25 aprile successivo, dedicato alla Festa della Liberazione con articoli di Alfonso Di Maio e Roberto Battaglia (sulle “Quattro Giornate di Napoli”), la lettera del comunista austriaco Rudolf Fischer alla figlia Erika prima di essere decapitato nel carcere di Vienna (“Noi è più che Io”), e frasi di Raffaele Cadorna, Giorgio Amendola e Lelio Basso.. Poi, all’inizio con il ciclostile e successivamente in tipografia, da questo primo esperimento nacque “Nuova Iskra” che ebbe vita più lunga e ricca, come si può leggere nel documentato articolo di Raffaele Scala che è riprodotto in questa sezione del sito. 

La Calabria in una foto

Parto dall’autore. Franco Foglia è un fotografo, un grande fotografo. Lo fa per passione, per diletto, forse perché ha il tempo per farlo o non ha altro da fare, ma i risultati sono sorprendenti. Catanzarese, ogni giorno regala scatti d’autore, sia che l’oggetto ripreso sia un cielo o un gatto o un arenile immenso e deserto come quello dell’amata Sellia o anche una pianta. Ora vengo alla foto.
Come vedete è solo un appetitoso ficodindia. Prigioniero di una rete. Il cromatismo è esemplare, le varie tonalità di verde che diventano nette nei fili della rete (la loro ombra ricorda quanto solare sia quella terra) fanno da contrasto con il rosso prevalente, quasi un urlo del frutto. Non so se il fotografo abbia voluto lanciare un messaggio, in ogni caso il risultato è di per sé eloquente.
Solo chi non sia mai stato in Calabria può non aver visto le moltitudini di fichidindia che marciscono sulle grasse foglie o che crescono piccoli e avvizziti per mancanza di cura. Poi vai in un supermercato, li compri e resti interdetto quando scopri che ti stanno vendendo prodotti importati da regioni vicine. E ti domandi perché – l’ho chiesto anche ad esperti che mi hanno dato risposte tecniche che non mi hanno convinto – il successo delle clementine della piana di Sibari non sia contagioso.
Quel frutto, il ficodindia di Franco Foglia (nomen omen) è la Calabria. Quella rete è la catena che impedisce il suo decollo. Quel frutto è la sua ricchezza, quella rete è la sua prigione dove per scelta, per noia, per stanchezza, per consuetudine, non si opera per il suo futuro.

La Castellammare di Mimmo Jodice

Per le elezioni comunali del 17 aprile 1977 a Castellammare di Stabia realizzammo un programma elettorale del Pci davvero particolare. Non solo per i testi ma per le immagini. Chiesi a Mimmo Jodice, fotografo di valore mondiale che non ha bisogno di presentazioni, di fare un reportage sulla città. Lavorò, gratuitamente, a lungo e realizzò un magnifico racconto di Castellammare. Per valorizzarlo scelsi un formato audace, decisamente orizzontale. I testi furono realizzati da un’équipe di prim’ordine: Antonio Barone, Antonio Caccioppoli, Liberato De Filippo, Alfonso Di Maio, Franco Martoriello, Franco Perez, Antonio Polito, Catello Polito e Luigi Vicinanza. L’opuscolo fu stampato nelle Arti Grafiche Boccia di Salerno. Qui pubblico quasi tutte le foto di Mimmo Jodice. Certo, sono scannerizzate da un vecchio documento consumato dal tempo ma forse per questo risultano più preziose. Ecco la Castellammare come la vide un Maestro della Fotografia.

Nuova Iskra

A proposito della stampa stabiese: l’avventura di Nuova Iskra periodico della gioventù comunista di Castellammare di Stabia.  1967 – 1972

articolo del dott. Raffaele Scala – Vedi link articolo originale

Come abbiamo avuto modo di scrivere recentemente, Castellammare di Stabia vanta un antica tradizione nel campo della carta stampata, risalente quantomeno all’indomani dell’Unità d’Italia. Anzi, a voler essere pignoli, ancor prima, se consideriamo che il suo primo giornale è del 1860 con, La luce del Popolo, giornale filogaribaldino diretto da Agatino Previtera. Il giornale, quattro pagine, nacque proprio sul finire di quella estate, sull’onda del trionfale ingresso a Napoli, il 7 settembre, di Giuseppe Garibaldi. Nessun protagonista del nostro Risorgimento, come l’Eroe dei Due Mondi, fu da subito tanto osannato quanto odiato e maledetto nel suo Paese e ancora oggi, cento e più anni dopo la sua morte, lo stesso sentimento sembra ancora serpeggiare tra i Settentrionali che lo accusano di aver consegnato al Nord una zavorra e dai Meridionali per avere cancellato dalle carte geografiche un loro Regno indipendente sia dal versante economico che politico.[1] Fatta l’Italia, ancora bisogna fare gli Italiani, avrebbe detto il grande e ormai dimenticato letterato torinese, Massimo D’Azeglio, a sua volta un eroe risorgimentale. Ma non è l’Italia, Garibaldi e il Regno di Napoli l’oggetto del  nostro argomento, quanto quello più modestamente di ricostruire le vicende di un giornale, forse un semplice periodico di provincia, ma per noi importante e che a suo modo rientra a pieno titolo nella storia culturale della Piccola Città.

Le origini del periodico di cui vogliamo trattare risalgono al 1967, esattamente a settembre di quell’anno, quando dalla piccola stanza  del Circolo dei giovani comunisti di Castellammare uscì un ciclostilato di 18 pagine, presto passato a 20, denominato, abbastanza pomposamente, Nuova Iskra, bollettino interno del Circolo Giovanile Comunista.[2]  Nato dall’ardore e dall’impegno di lotta dei nostri giovani anni.

Per onore della storia Nuova Iskra fu preceduto da un altro Bollettino Interno al Circolo della Fgci, Gioventù Democratica, pubblicato un anno prima, nell’aprile 1966, con il quale il giovanissimo Matteo Cosenza, appena diciottenne, fece il suo esordio come Direttore, dimostrando di sapere fin da subito quale sarebbe stato il suo futuro professionale. La redazione di Nuova Iskraera in via Marconi 72, la stessa sede, ovviamente, del Pci. Il primo numero del mensile, in 189 copie, era firmato dal suo fondatore, Matteo Cosenza, Segretario del locale circolo Fgci e da un anno eletto nella segreteria provinciale dei Giovani comunisti.[3] La restante redazione era composta da  Antonino Di Vuolo (futuro direttore della Biblioteca comunale), Carmine Longobardi, Franco Perez, studente universitario,  a sua volta Segretario del circolo Fgci  e futuro giornalista dell’organo nazionale del Pci, l’Unità. Il Bollettino era impreziosito da due poesie, la prima, (Piedi e mani) di Jean Séneac (1926 – 1973), poeta della libertà e dell’amore franco algerino morto assassinato da sconosciuti, rimasti tali e la seconda (Risoluzione della giovane Africa) del nigeriano, Dennis Osadebay (1926 – 1994).

Il secondo numero, uscito regolarmente in ottobre in 193 copie, si aprì con la notizia della morte di Ernesto Che Guevara (1928 – 1967) assassinato il 9 di quello stesso mese, a sangue freddo, dopo essere stato catturato in Bolivia, un comunista morto da rivoluzionario con le armi in pugno, recitava la copertina del Bollettino. E in suo ricordo riportò una lettera scritta dallo stesso rivoluzionario a Fidel Castro quando decise di lasciare Cuba per continuare la sua disperata lotta contro l’imperialismo. Alle firme già conosciute si aggiunse quella di Giuseppe Criscuolo, un giovane operaio, carpentiere in ferro dell’Italcantieri.

Gli argomenti affrontati, nel primo come nel secondo numero, erano le condizioni dei giovani operai stabiesi, la Rivoluzione d’Ottobre (interviste a diversi studenti), la guerra nel Vietnam. Non si discostò il terzo numero, arrivato a diffondere 228 copie, aprendo con una Tavola rotonda tra giovani operai dell’Italcantieri e dell’Avis, sui problemi della condizione dei giovani operai nelle fabbriche. Ancora una volta a dare un tocco d’internazionalità, non mancò la poesia di classe, stavolta di un  poeta del Congo, Martial Sinda (1935 – vivente), con la sua,  Silenzio, un bellissimo canto di libertà. Il quarto numero di dicembre si aprì con un lungo editoriale di Matteo Cosenza in cui riassumeva le cose fatte in quell’anno difficile, i complicati rapporti con le altre associazioni giovanili, chiudendo con  l’augurio di un 1968 di lotta.

arebbe troppo lungo entrare nel merito di ogni numero del Bollettino, entrato ben presto in crisi e ritornato, sempre ciclostilato a dicembre del 1968, che qui ricordiamo per l’esordio di un giovane destinato ad una lunga e brillante carriera politica, Salvatore Vozza, con il suo articolo: Disarmo della polizia. Partendo  dall’eccidio di Avola – due morti e diversi feriti –  e le conseguenti proteste che infiammarono le piazze d’Italia, il giovane Vozza vi intravide la fine di un governo instabile e fondato sulla menzogna, arrivando a presagire la fine del capitalismo. Castellammare non fu da meno delle altre cento città e  poco  importava se a scendere in piazza furono solo in trenta.  Il piccolo  corteo di giovani  si mosse il 6 dicembre come se fossero in trecento, protestando  contro l’ennesima strage delle forze dell’ordine dal grilletto facile,  lungo le strade cittadine. Un corteo silenzioso che diceva più delle parole. L’obiettivo era di arrivare sotto il Palazzo del Comune aspettando l’inizio del consiglio comunale provando a far approvare un ordine del giorno in cui si chiedeva il disarmo della polizia al grido di: I morti non aspettano.

 

Salvatore Vozza tornerà a scrivere  nel numero di gennaio 1969 con, Primo la fabbrica, in cui descrive le dure condizioni operaie. Tra gli altri vi è un articolo di Matteo Cosenza nel quale fa il resoconto dell’Assemblea Nazionale dei giovani comunisti che si era tenuta a Reggio Emilia,   della fase nuova in cui si era entrati, sulla consapevolezza dello scontro di classe in Italia rendendo attuale la costruzione del socialismo. Questo numero lo ricordiamo  perché, tra le altre  riporta la notizia della scomparsa di Luigi Di Martino e un avviso scritto a mano in cui lo stesso antico partigiano, sentendola vicina, anticipò di suo pugno il proprio annuncio mortuario.[4]  Qualche mese dopo a ricordare, ancora una volta la figura mitica di Luigi Di Martino, Nuova Iskra nel suo numero speciale di aprile, con trenta pagine, pubblicò una poesia di Catello Uvale, compagno di lotta e amico inseparabile del vecchio operaio della Navalmeccanica, poi sindacalista della Fiom ed infine Segretario della Lega dei pensionati della Cgil. Operaio della Navalmeccanica, delegato sindacale della Fiom, Uvale fu nel 1949  tra i promotori della fondazione del circolo Fgci stabiese e membro del primo Comitato costituente provinciale, infine Segretario della sezione Gramsci.[5]  Era il fratello di Attilio, partigiano fucilato dai nazisti il 5 agosto 1944 a Firenze. Nel 1962 lo ritroviamo consigliere comunale in compagnia della vecchia guardia comunista, tra cui lo stesso Di Martino, Pasquale Cecchi, Liberato De Filippo e Salvatore Cascone.

Qua e la nei vari numeri appaiono i nomi di altri periodici locali, quali la Vetta e la Medusa, (fatto di carta patinata e copertina costosa distribuito gratuitamente ad ogni studente), sui quali non ci soffermiamo avendone già scritto nel citato, La stampa periodica a Castellammare, polemiche con esponenti giovanili di altri partiti, tavole rotonde sui vari argomenti di interesse locale e questioni nazionali e internazionali. E non poteva mancare la pubblicazione a puntate di Lettera ad una professoressa, di don Lorenzo Milani e dei suoi allievi di Bibbiano, piccolo comune di Reggio Emilia, un libro del 1967 che a suo tempo fece scalpore mettendo in luce le troppe contraddizioni della scuola, poi esplose con le lotte studentesche del 1968/69.

Il numero di aprile 1969 fu l’ultimo ciclostilato della serie. Dopo tre anni il Bollettino lasciava il passo ad un vero e proprio giornale, trasformandosi in Periodico di battaglia politica e culturale. Entrava nelle edicole, quale numero unico, l’11 maggio al costo di cento lire ed esordiva con una intervista al Segretario della Camera del Lavoro, Eustachio  Massa sulla necessità dell’entrata in vigore dello Statuto dei lavoratori, poi diventato legge il 20 maggio 1970. La redazione era praticamente la stessa del vecchio ciclostilato, Carmine Longobardi e Franco Perez,  cui si aggiungevano Alfonso Selleri e Salvatore Vozza. Direttore Responsabile era Sergio Gallo, giornalista dell’Unità. Fin da subito il giornale affronterà temi, destinati a diventare veri e propri cavalli di battaglia del periodico, dalla politica urbanistica all’inquinamento del mare, una problematica già allora fortemente sentita, dal  dramma delle Terme Stabiane e del turismo, allo stato penoso della nostra archeologia, dal disastro della scuola alla, naturalmente,  condizione operaia, lo stato delle fabbriche, l’uso e abuso del denaro pubblico, non solo da parte dell’amministrazione comunale stabiese ma anche dei comuni vicinori, a partire da Gragnano feudo indiscusso di Ciccio Patriarca, fedelissimo della potente famiglia Gava. Ovviamente obiettivo principale era la Democrazia Cristiana, l’elefante bianco che dominava la scena politica locale, regionale e nazionale.

Il giornale ospitava spesso articoli di Salvatore Aiello, segretario della Commissione Interna della Navalmeccanica, candidato nelle liste del Pci nelle elezioni politiche del 1968, riscuotendo ottimi consensi con oltre 15mila preferenze;  di Liberato De Filippo, figura di primo piano della sinistra stabiese avendo ricoperto numerosi ruoli, da  Segretario della sezione locale del Pci a Segretario della Camera del Lavoro, da consigliere provinciale a terzo e ultimo sindaco comunista di Castellammare; di Luigi D’Auria, consigliere comunale e funzionario dell’Inca Cgil, battagliero e polemico militante del Pci fin dai primi anni ’40 e di Eustachio Massa. Non mancavano, alternandosi tra loro, le firme e le interviste dei vari  esponenti della società civile cittadina e di un misterioso, Fortegamba.[6]

Famosa rimane la campagna contro il fabbricato realizzato all’incrocio di Viale Europa con via Cosenza, costruito in violazione del piano di fabbricazione. Assessore ai lavori pubblici era Roberto Gava e sindaco Francesco Saverio D’Orsi, uno dei bersagli favoriti del giornale.[7] Le amministrazioni D’Orsi si sono rivelate le peggiori iatture e calamità che si siano mai abbattute sulla nostra cittadina, denunciava il consigliere comunale comunista, Giuseppe Ricolo. Recentemente a ricordare le nefandezze democristiane di quel periodo è stato un bel articolo di Enrico Fiore sul Corriere del Mezzogiorno. Forse non casualmente, Fiore fece il suo esordio giornalistico proprio sulle pagine di Nuova Iskra.[8]

Il periodico comunista tornava sull’argomento nel suo successivo numero, uscito il 10 gennaio 1970 attaccando il ministro di Grazia e Giustizia, Silvio Gava, che in un dibattito parlamentare sulla legge dei fitti aveva dichiarato  che in una fase eclatante di scandali edilizi solo a Castellammare non erano state commesse irregolarità. Nell’articolo venivano ricostruiti i vari saccheggi edilizi, la cementificazione selvaggia operante nei vari comuni del circondario, tutti a guida democristiana, di come suo figlio, Antonio, Presidente della provincia era stato condannato e sospeso per un anno dagli incarichi pubblici, fino ad entrare nel merito della speculazione edilizia in atto nella città stabiese.[9]

Di notevole interesse per quanti interessati a capire chi fu Pier Paolo Pasolini è l’articolo apparso il 12 marzo 1970 dove si fa il punto di un incontro dibattito del precedente 9 febb[10]raio tenutosi al Supercinema con la presenza della deputata Maria Antonietta Macciocchi, comunista all’epoca non ancora pentita, ma ancora più interessante la lettera al giornale di Francesco Rega in cui criticava la moderatrice e lo stesso scrittore per le sue contraddittorie posizioni sui vari temi –  sottoscrive petizioni a favore del Vietnam ma cena con Onassis dimenticando che costui figura tra i principali finanziatori di tutti i regimi fascisti e reazionari della terra e in primo luogo di quello che imperversa nel suo paese, la Grecia –  e la risposta di Matteo Cosenza con la quale concordava in alcuni punti con il lettore sulla strana  interpretazione del  marxismo da parte di Pasolini. Infatti lo scrittore pur dichiarandosi  marxista affermava di non conoscere la classe operaia ma solo i contadini ed i sottoproletari.[11]

Con il titolo, Vergogna D.C., Matteo Cosenza attaccò frontalmente l’amministrazione democristiana, comunale e provinciale e la stessa Capitaneria di Porto per il modo in cui venivano praticamente cancellate le spiagge libere di Pozzano distribuendole tra i vari gestori che ne avevano fatto richiesta, alcune già presenti da diversi anni. La richiesta di spostarsi dal centro cittadino da parte dei diversi gestori nasceva dal divieto di balneazione del lungomare Garibaldi per l’accertato grave inquinamento del mare che costeggiava la villa comunale. In particolare sotto accusa era il rinnovo della concessione stagionale al Bagno Limpida scaduta l’anno precedente a seguito della morte dell’intestataria, la vedova Venosa.[12]  L’accusa era di concedere alla famiglia Venosa un tratto di costa nei pressi della Corderia della marina  Militare sul quale insisteva una delibera provinciale del 1965 con la quale si decideva di poter utilizzare l’area in concessione al solo scopo di allargare la rotonda ma col divieto di usare la zona anche temporaneamente per stabilimento balneare.

Il numero del 30 ottobre 1970 si aprì con un violento attacco a Vittorio Vanacore, Presidente dell’ospedale San Leonardo. Ancora una volta fu Matteo Cosenza a firmare il pesante articolo, ricostruendo la rapida carriera del personaggio, fin da quando vinse nel 1959 un premio di giornalismo assegnato dal locale Circolo Artistico per saggi ed articoli che trattassero di Castellammare. L’articolo del Vanacore, poi pubblicato sul quotidiano napoletano, Il Mattino, intitolato, Castellammare, regina delle acque, era in realtà copiato, perfino nella punteggiatura,  da un servizio pubblicato nel 1934 su di un numero unico intitolato, Quisisana.[13]  Non entriamo nel merito, chi vorrà potrà rifarsi leggendo per intero l’articolo, molto istruttivo su come sia possibile fare carriera, ieri come oggi e forse, purtroppo, come sempre, senza avere titoli, capacità ed esperienza se non quella di avere il giusto santo protettore. Nel caso di Vanacore aver sposato una donzella della famiglia Amato. Ricordiamo, per inciso, che nel 1992, Vittorio Vanacore rimase travolto dallo scandalo dell’ASL 35, ponendo fine ad un trentennio di dominio assoluto della sanità stabiese, all’indomani dell’omicidio del consigliere comunale Sebastiano Corrado da parte della camorra, scoperchiando un vaso di pandora di tangenti, appalti pilotati, prezzi gonfiati e assunzioni, provocando 54 arresti tra sindacalisti, consiglieri comunali, ex parlamentari, imprenditori senza scrupoli e dipendenti della stessa Asl.

Nello stesso numero interessante è anche l’inchiesta a firma di Franco Perez  sul turismo, giunta alla sua seconda puntata, accompagnata da una altrettanto bella lettera di Francesco Rega, con alcuni interessanti spunti destinati a rimanere tali per l’inerzia, l’incapacità della classe dirigente locale contenta di vivere dei piccoli privilegi del  sottogoverno clientelare politico – economico che domina la Piccola Città dei Gava.

Fedele al suo compito di giornale d’inchiesta, Nuova Iskra aprì il suo numero del 3 marzo 1972 sulla gestione dell’Albergo delle Terme costato alla collettività un miliardo e trecento milioni e affidato dalla EAGAT, l’ente nato per la gestione unica delle terme comunali e del nuovo complesso sul Monte Solaro,  al sorrentino Antonino Acampora per 27 milioni rifiutando offerte molto più vantaggiose, tra cui quella di Enzo Di Maio, proprietario del noto ristorante, Ciccio di Pozzano, pronto ad offrire 35 milioni di lire per la gestione dell’albergo. L’articolo, firmato da Catello Chiacchio, si dilunga sulle ragioni clientelari che avevano indotto L’ente ad affidare all’Acampora l’albergo, in particolare l’amicizia con la famiglia Gava.[14]

La vicenda dell’albergo trovò posto perfino nelle aule del parlamento con una interrogazione del senatore, Carlo Fermariello al Ministro, Flaminio Piccoli, di cui riportiamo il testo:

Al Ministro delle Partecipazioni Statali per sapere le ragioni per le quali l’Albergo delle Terme di Castellammare di Stabia, recentemente costruito sul suolo della SINT, il cui costo ammonta a un miliardo e trecento milioni di lire stanziate dalla Cassa del Mezzogiorno, sia stato ceduto in gestione ad un privato e se tale scelta non sia in contrasto col necessario carattere sociale del termalismo che richiede un rapporto diretto nell’arco dell’intero anno, tra cura termale e posti letto e non l’uso, a livelli elitario di una importante struttura alberghiera.

Ancora più duro e circostanziato l’interrogazione del deputato Luigi D’Angelo, splendida figura di operaio riuscito a entrare nelle aule del parlamento, di quando ancora vi era un partito che li rappresentava.[15] Nello stesso numero si affrontava la crisi della Calce e Cementi, anch’essa destinataria di varie, inutili, interrogazioni parlamentari, destinata ben presto alla chiusura, il grave inquinamento con la distruzione della fauna e flora marina della costa stabiese e un interessante, attualissimo articolo di Alfonso Di Maio sul Piano regolatore,  in cui dimostra come già allora era in atto un piano speculativo sull’area Cirio per far posto alla creazione di un nuovo centro direzionale, previo arretramento della stazione ferroviaria. Un progetto che tornerà spesso negli anni a venire, dal cosiddetto Occhio del mare dei primi anni ’90 fino al recente scandalo dell’area Cirio del maggio 2020, con denunce e  arresti di imprenditori e politici locali e regionali, alcuni in odore di camorra.

Per chiudere vogliamo ricordare che Nuova Iskra meritò di essere citata perfino da Fortebraccio, mitico, indimenticabile corsivista del giornale comunista, l’Unità, nel suo numero domenicale del 5 marzo 1972. Lo fece a seguito della pubblicazione, da parte del periodico stabiese, dei tassati per l’imposta di famiglia 1972 e da questo elenco si evinse che Silvio Gava pagava appena 10.764 lire annue su un imponibile di 320mila lire. La notizia, apparsa sul numero del 5 febbraio, fece talmente scalpore e scandalo che l’Unità e lo stesso Fortebraccio furono sommersi da lettere di sdegnata protesta, inducendo il famoso corsivista comunista ed ex democristiano, a scrivere  con la sua solita, proverbiale micidiale, sottile ironia, un velenoso divertentissimo corsivo.[16]

In realtà Nuova Iskra già nel numero del 12 marzo 1970 denunciava di evasione fiscale l’intera famiglia Gava mettendo a confronto il reddito dichiarato con il tenore di vita sostenuto:

Al professor Antonio Gava vorremmo chiedere come riesce con il suo reddito definito (5.445.050) ad avere una casa a Castellammare, una villa a Vico Equense, una casa a Posillipo, uno yacht a mare con un equipaggio di due uomini a fare crociere nel Mediterraneo per cacciare le balene, a fare la villeggiatura invernale a Cortina ecc., e ad avere anche i soldi per pagare le imposte? La seconda domanda la vorremmo rivolgere al senatore Silvio Gava. Non le sembra onorevole ministro, una ingiustizia (senza alcun riferimento al dicastero da lei retto) che lei paghi al comune di Castellammare lire 10.764 di imposta di famiglia?

La nostra ricostruzione sulla vita, non effimera, ma soprattutto non inutile, di Nuova Iskra si chiude qui. Il giornale lascerà spazio a una nuova iniziativa editoriale, dando corpo ad un nuovo periodico, Cronaca della Zona, poi Cronache che, a fasi alterne, uscirà fino a tutti gli anni Ottanta. Non sappiamo i motivi che  portarono alla sua chiusura, di sicuro ancora per qualche tempo Matteo Cosenza continuò a guidare anche il nuovo giornale, nonostante la sua  elezione a consigliere comunale nella tornata amministrativa del 26 novembre 1972, arrivando a ricoprire la carica di assessore all’urbanistica nella Giunta di sinistra guidata dal socialista, Antonio Capasso, ruolo mantenuto con la successiva amministrazione presieduta da Liberato de Filippo, l’ultimo sindaco comunista di Castellammare di Stabia nell’ormai lontano 1976.[17] Successivamente, da giugno 1973 iniziò a lavorare con  un nuovo, importante quindicinale, a tiratura regionale La Voce della Campania, di cui assumerà la direzione nei primi mesi del 1977. La nuova rivista  era nata su iniziativa di un gruppo di giornalisti democratici, esponenti politici e uomini di cultura che diedero vita ad una cooperativa editoriale.[18] Nel 1979 lascerà la direzione del quattordicinale a Michele Santoro.

Cronache sarà una fucina formidabile per una nuova leva di giornalisti stabiesi, tutti destinati a fama nazionale. Ne ricordiamo alcuni, da Luigi Vicinanza, a Antonio Polito, fino a Vittorio Ragone. Di questo abbiamo già scritto nel precedente lavoro già  ricordato. Chi scrive prova ancora un pizzico di nostalgia per  quel combattivo, propositivo  giornale. Sarà perché mi ricorda la lontana e perduta giovinezza, nostalgia di un passato lontano, ma forse, probabilmente, è solo nostalgia per la mancanza di un giornale capace di coniugare le idee di cui era portatore con l’inchiesta giornalistica senza peli sulla lingua.


Note:

[1]Cfr. Raffaele Scala: La stampa periodica a Castellammare di Stabia, pubblicato su Libero Ricercatore il 3 febbraio 2020 e su  Nuovo Monitore Napoletano del 17 febbraio 2020. Una copia, malridotta, de Luce del Popolo, è reperibile presso la Biblioteca Nazionale di Napoli

[2]Iskra dal russo Scintilla, fu un giornale socialdemocratico russo fondato da Lenin, il cui primo numero uscì il 24 dicembre 1900, quale organo del Partito Operaio Socialdemocratico Russo. Cfr. Wikipedia, ad vocem per un attacco

[3]Cfr. Unità, 20 luglio 1966: La nuova segreteria della Fgci. La segreteria era composta da Giuseppe D’Alò, Giuseppe Burgani, Antonio Cardelicchio, Ciro Corsaro, Matteo Cosenza, Antonio Miralto e Antonio Pinto.

Matteo Cosenza, figlio di Saul Cosenza, è nato a Castellammare di Stabia il 25 marzo 1949 e si iscrisse, ancora ragazzo, al circolo locale della Fgci nel 1964. Nel 1972, ancora studente, sarà candidato alla Provincia nel collegio di Castellammare-Sant’Antonio Abate ed eletto con 10.868 preferenze, superato unicamente dal candidato democristiano Francesco D’Orsi con 11.301 voti. Tra i  concorrenti ricordiamo il missino Giuseppe Abbate, il socialista Flavio Di Martino, il socialista unitario, Sebastiano Mariconda e il repubblicano, dirigente industriale, Ugo Sbrana. È stato membro della segreteria provinciale napoletana della Fgci e del Comitato regionale campano del Pci.

[4]Nuova Iskra, anno III,  n. 1 gennaio 1969: Avviso. Il giorno….alle ore…..è deceduto il Compagno Di Martino Luigi, riaffermando la propria fede nel Comunismo. Esso trionferà in Italia e nel mondo. Egli offre i suoi occhi e il suo cuore agli infermi per cui possano giovarsi. Le esequie avranno luogo il giorno…alle ore…partendo dalla casa dell’estinto. Firmato Luigi Di Martino.

[5]La prima formazione giovanile comunista si formò a Castellammare nei primi giorni di novembre del 1944 intitolando il circolo a Giorgio Solà con sede in via Roma 30. La presidenza fu assunta dallo studente Sebastiano Mariconda. Un mese prima, in ottobre, si era costituito un Comitato Giovanile aderente al Fronte della Gioventù composto da liberali, democratici del lavoro, cristiano sociali e comunisti. Ebbe vita brevissima.  Prima della Fgci, nei primi giorni di ottobre 1946 a Castellammare si era ricostituito un nuovo Fronte della Gioventù con l’adesione di oltre 150 giovani. Al movimento aderirono le masse operaie giovanili dei Cmi, della Navalmeccanica, della Calce e cementi e di altre industrie minori. In mancanza di locali adeguati occuparono provvisoriamente due stanze della sede ex GIL aprendo un contenzioso con un Ente di beneficenza cui erano destinati i locali. Cfr. ASN, Associazioni, Ufficio P.S. Castellammare di Stabia 9 ottobre 1946

La FGCI fu ricostituita a livello nazionale nel 1949 e primo Segretario Generale dell’organizzazione giovanile fu Enrico Berlinguer.

[6]Da una conversazione con Matteo Cosenza ho poi saputo che il misterioso Fortegamba altro non era che un giovane Alfonso Di Maio, consigliere comunale dal 1962 e  per diverse consiliature, poi consigliere provinciale e regionale. Docente universitario presso la Facoltà di lettere e Filosofia di Napoli,  Di Maio, già consigliere comunale a Gragnano, di cui è originario,  era stato nel 1964 uno dei fondatori del Psiup a Castellammare di Stabia,  passando successivamente, con lo scioglimento del Psiup,  nelle fila del Pci.

[7]Cfr. Nuova Iskra, anno I, n. 5, 29 novembre 1969: Sensazionale. Scandalo a Stabia; prima denunzia, articolo non firmato. Nello stesso giornale un articolo di Matteo Cosenza: I disegni sono ancora più criminosi, in cui affronta più complessivamente lo scandalo di un Piano regolatore che puntava tutto sulla scelta turistica e favorendo la  speculazione edilizia privata.

[8]Corriere del Mezzogiorno, inserto del Corriere della Sera, 18 giugno 2020: Città di mare con Gava, articolo di Enrico Fiore.

[9]Cfr. Nuova Iskra, anno II, 10 gennaio 1970: I nodi vengono al pettine per la speculazione edilizia a Castellammare di Stabia, articolo non firmato.

[10]Cfr. la biografia di Raffaele Scala: Liberato De Filippo, l’ultimo sindaco comunista di Castellammare di Stabia, pubblicato su www.liberoricercatore.it  il 9 agosto 2018.

[11]Cfr. Nuova Iskra, anno II, n 7, 12 marzo 1970: Pier paolo Pasolini, articolo di Antonino Di Vuolo  e Le contraddizioni di Pasolini, lettera di Francesco Rega e risposta di Matteo Cosenza.

[12]Cfr. Nuova Iskra, anno II, n. 8, 22 maggio 1970: Vergogna Dc, articolo di Matteo Cosenza, da quel numero anche direttore  del giornale, mentre la responsabilità era sempre in capo a Sergio Gallo.

[13]Cfr. Nuova Iskra, anno II, n. 11, 30 ottobre 1970: La dinastia degli Amato, articolo firmato da Matteo Cosenza.

[14]Cfr. Nuova Iskra, anno IV, n. 14, 3 marzo 1972: Albergo delle Terme. Il torbido è venuto a galla, articolo di Catello Chiacchio.

[15]Camera dei deputati, Atti Parlamentari, Discussioni, Seduta  del 4 luglio 1972 di Luigi D’Angelo: Ai Ministri delle partecipazioni statali e del lavoro e previdenza sociale.

[16]L’Unità, 5 marzo 1972: Oggi risponde Fortebraccio. Sottoscrizione. Cfr. anche l’Unità del 15 febbraio 1972, il corsivo dedicato alla presunta povertà, dichiarata dallo stesso Antonio Gava: Suo malgrado, ed infine l’Unità del 2 aprile 1972: I francobolli, in cui Fortebraccio da conto di una vera e propria sottoscrizione a favore della povertà dichiarata dai Gava. Somma raccolta, 3.405 lire!

Sulla dinastia Gava da leggere un impressionate articolo reportage di Maria Antonietta Macciocchi pubbblicato sull’Unità il 14 maggio 1968: Nelle banche di mezza Europa la fortuna della dinastia Gava.

Fortebraccia era lo pseudonimo di Mario Melloni con il quale firmava i suo corsivi su l’Unità. Nato a San Giorgio di Piano (BO) nel 1902, fu antifascista e partigiano, militando nelle fila cattoliche. Dopo la Liberazione si iscriverà alla Democrazia Cristiana, diventando giornalista del quotidiano, Il Popolo. Eletto deputato nel 1948 e nel 1953, fu espulso dal partito a seguito del suo voto contrario all’adesione dell’Italia all’Unione Europea Occidentale (UEO) perché quell’adesione avrebbe permesso il riarmo della Germania. Aderì al Partito comunista nelle cui fila fu eletto nuovamente deputato. Inizierà a scrivere il 12 dicembre 1967 con lo pseudonimo di Fortebraccio fino al 1982 un corsivo al giorno, escluso il lunedì. Scomparirà il 29 giugno 1989.

[17]Cfr. di Raffaele Scala: Liberato De Filippo, l’ultimo sindaco comunista, pubblicato su Libero Ricercatore il 9 agosto 2018 e su Nuovo Monitore Napoletano il 3 ottobre 2018.

[18]Cfr. l’Unità, 2 giugno 1973: Intercettazioni anche a Napoli. Filo diretto fra Questura e Sip, articolo di Eleonora Puntillo.

Quotidiano della Calabria, arrivo e partenza

Ennio Simeone mi lascia, e non è la prima volta, un giornale autorevole. Ringraziarlo per questo e augurargli grandi successi nella nuova iniziativa editoriale del nostro editore a Roma potrebbe apparire rituale se non ci legassero da una vita stima e amicizia. Sembra appartenere a un’altra epoca lo scantinato nel quale Pantaleone Sergi avviava quest’impresa editoriale attorniandosi tra l’altro – un fatto rivoluzionario per la Calabria di quel tempo – di uno stuolo di giornaliste. A quel temo la regione era editorialmente ingessata e sembrava impossibile far vivere per più di una breve stagione, quasi sempre elettorale, un quotidiano. Oggi non è più così. Grazie a un editore coraggioso, alla direzione di Simeone, a un gruppo agguerrito di giovani giornalisti, a maestranze tecniche e amministrative di prim’ordine, a moderne strutture di marketing e di pubblicità, il Quotidiano si presenta come un’impresa solida e riuscita. Il panorama editoriale, grazie ancora a questo giornale, è cambiato. Ogni mattina i calabresi possono scegliere tra più quotidiani, noi la- voriamo affinché preferiscano il nostro, ma è un bene per la società calabrese e per noi giornalisti che ci siano più voci. Le condizioni di monopolio possono garantire un sicuro ritorno economico a chi le detiene, ma possono anche nuocere alla libertà.

La libertà. È il capitale più prezioso di un giornale. Per chi lo fa e per chi lo legge. Sei mesi fa ho deciso di lasciare la mia Napoli e il più grande quotidiano del Mezzogiorno per una serie di motivi: rinnovare con me stesso una sfida professionale, restare al servizio della mia terra andando ancora più a Sud, in una regione dolente e maltrattata, ritornare alle imprese di frontiera che avevano contrassegnato la prima parte della mia esperienza. C’era tutto questo e altro ancora, ma la ragione vera, più profonda, che mi ha spinto a venire qui e mi porta oggi a non sentirmene pentito ma sempre più entusiasta, si racchiudeva e si riassume in questa parola magica: la libertà. Perché da lontano avevo avvertito a pelle che questo era un giornale libero e oggi lo dico con ancora più convinzione: questo è un giornale libero. Il mio impegno sarà quello di difendere questo valore. E questa libertà è un patrimonio al servizio dei calabresi che sanno di poter contare ogni giorno su una voce che racconta con onestà i loro problemi, non nascondendo le notizie negative o scomode e sottolineando le aspettative di miglioramento da qualsiasi parte provengano.

Un giornale senza nemici che non siano il malaffare e la prepotenza malavitosa. Sono, queste, le due piaghe della Calabria e del Mezzogiorno contro le quali lo Stato, nonostante il sacrificio di tanti suoi uomini, non fa tutto quello che dovrebbe trincerandosi dietro l’alibi dell’omertà, e la popolazione, pur con encomiabili e talvolta eroiche eccezioni, si limita a guardare autoassolvendosi con l’argomento di non sentirsi sufficientemente protetta. Da questa spirale occorre uscire se si vuol dare un futuro ai nostri giovani che sia fatto di lavoro ma anche di dignità.

Ci sono nemici non meno insidiosi perché operano sottotraccia: la sciatteria, il pressappochismo, il sottrarsi ai propri doveri. Quanto migliorerebbe la nostra vita se potessimo ridurre se non eli- minare questi difetti che ci sembrano piccoli e che invece non lo sono. Sulla Calabria sono piovute, piovono e, con i tanto decantati Fondi Por, ancor più pioveranno ingenti risorse finanziarie. Eppure tutto questo denaro non ha prodotto sviluppo. Scelte sbagliate? Forse. Interessi famelici? Può darsi. Scarsa pubblicità dei risultati conseguiti? Anche. Sovrabbondante peso della politica? Sicuramente. Ma pur riconoscendo che tutto questo ha una rilevanza, resta il male atavico e comune a gran parte del Sud di una macchina burocratica connotata da scarsa efficienza perché molti suoi uomini non sanno che fare, non vogliono fare, non rispondono del non fatto o del fatto male. E questa non è una condanna del destino, perché si può anche fare diversamente. Nella stanza del presidente della Provincia di Catanzaro, Michele Traversa, di fronte alla sua scrivania in un’ampia nicchia ricavata nel muro c’è un enorme video che non trasmette programmi televisivi ma semplicemente lo stato di avanzamento di tutte le opere, grandi e piccole, in cui è impegnato l’ente, e che segnala qualsiasi ritardo sulla tabella di marcia prestabilita. Si badi bene, Catanzaro, non Milano.

La politica è quotidianamente sul banco degli imputati, e spesso non solo metaforicamente. Al punto che non si perdono le occasioni per fornire al Paese un’immagine negativa dei partiti e degli uomini politici calabresi. C’è molto di vero in queste rappresentazioni ma c’è anche una grande generalizzazione. Di grave c’è il fatto che passa solo il messaggio negativo e non c’è possibilità di raccontare anche gli sforzi per migliorare le cose che pure non mancano. La sensazione è che, tramontati i grandi leader politici di spessore nazionale, la Calabria sia rimasta senza voce e che la politica tradizionale, in crisi qui come a livello nazionale, non sia stata sostituita da nuove forme di partecipazione e di formazione di un ceto politico moderno. Il cammino è lungo e impervio ma dagli schizzi di fango non ci si ripara con ombrelli bucati: meglio rimuovere alla radice le cause che producono il fango. È un compito a cui non ci si può sottrarre perché le ricadute sulla società sono pesantissime.

Un imprenditore che voglia fare qui il suo mestiere prima di affrontare la battaglia del mercato, che dovrebbe essere quella decisiva, deve vedersela con una burocrazia inefficiente se non ostile, con un sistema creditizio che sembra avere l’unico scopo di far morire qualsiasi iniziativa, e poi con il rischio ambientale di un territorio dove la malavita si muove come un potere vero e temibile. È quasi un miracolo che nascano imprese che ce la fanno e che addirittura tengono alto il nome di questa terra in Italia e nel mondo. Come sembra un miracolo, ma non lo è, che dalla tormentata storia di questi anni la Calabria sia riuscita a far prosperare una grande università a Cosenza (significative sono anche le realtà di Catanzaro e Reggio) e un grande porto a Gioia Tauro che detiene primati importanti nel Mediterraneo. Sono la prova che pur in un territorio difficile per la sua vastità e la frantumazione demografica ci sono scommesse che si possono vincere se si fanno le scelte giuste e si aggregano le forze necessarie.

La grande risorsa è appunto il territorio, la sua storia, la sua bellezza ancora straordinaria nonostante gli scempi ambientali dei decenni trascorsi, ma prima ancora l’intelligenza. I calabresi che sono stati costretti a lasciare i loro paesi hanno dimostrato in ogni luogo del pianeta il loro valore. Perché questo non è possibile farlo a casa propria? Bisogna ricercare lo spirito giusto, aggregare le energie, far leva sulle potenzialità positive, sconfiggere l’indifferenza e il senso di sconfitta che spesso accompagna fin dal nascere anche i migliori propositi, e battersi con i denti contro chi vuole impedire lo sviluppo per perpretare il proprio potere. La prossima visita del presidente della Repubblica in Calabria potrà essere un’occasione importante per un cambio di rotta. Da un uomo del Mezzogiorno come Giorgio Napolitano potrà venire una spinta vitale per istituzioni e cittadini, soprattutto per i giovani che non devono essere indotti ad andare altrove in cerca di un futuro.

Cari lettori, un giornale non è un partito, non ha quindi il compito di indicare soluzioni e di elencare programmi, è molto più semplicemente uno strumento di informazione. Ma un’informazione corretta, che vi accompagni lungo la vostra giornata in maniera non noiosa e pedante, può essere utile alla comunità. In questi anni al Quotidiano si è lavorato con questo spirito, continueremo a farlo con sempre maggiore impegno perché il nostro dialogo di ogni mattina sia una bella cosa per noi e per voi. E per la Calabria.

Articolo pubblicato il primo marzo 2007 

UN GIORNALE PULITO AL SERVIZIO DELLA CALABRIA PULITA

Cari lettori, mi accomiato da voi dopo sette anni e mezzo. Non fu una scelta facile quella che feci il 28 novembre scorso quando comunicai all’editore che avrei lasciato il giornale il 1° aprile (poi la data è slittata di due settimane). I motivi erano e sono strettamente familiari, ma ho pensato, come sempre ho fatto nella mia vita, di concludere per tempo un ciclo senza attendere che esso si esaurisse da solo. Aggiungo che, in cuor mio, sapevo che nel giornale era possibile trovare un direttore di valore, che non solo, dunque, fosse un professionista della redazione ma che fosse anche calabrese. Oggi sono felice della decisione dell’editore che affida il Quotidiano nelle mani sicure e pulite di Rocco Valenti, che sono certo risponderà al meglio alle vostre attese e al quale faccio gli auguri più affettuosi. Ma ora che lascio fisicamente il giornale e la Calabria sento una forte emozione, quasi una sofferenza come nei distacchi importanti che la vita ci riserva.

Ho amato e amo questa terra. La conoscevo, non tutta, ma la conoscevo. Ma ora che la conosco forse tutta, mi domando come sia stato possibile concentrare qui tanta bellezza. In ogni angolo, sulle coste, in montagna, nelle città, soprattutto interne, su fiumi e fiumare, negli anfratti più nascosti si rinnova la meraviglia della scoperta. Una sera freddissima d’inverno, poco prima della mezzanotte, telefonai a mia moglie, che era a Napoli e già dormiva, perché avevo il cuore che mi batteva: ero sul lungomare di Reggio, nei pressi della stazione Lido, lo Stretto sembrava inventato, il mare piatto rifletteva le luci di Messina e quasi illuminava Reggio, più in là sulla sinistra, in alto, l’Etna arrossava il buio con tracce di fuoco. Sull’Aspromonte a un tratto ebbi quasi paura, sopra di me alberi secolari non facevano penetrare neanche un filo di luce, ed era un pomeriggio di agosto. Autunno e primavera, la Sila non fa sconti: i colori, quelli delle foglie che muoiono e quelli della natura che rinasce, sono ancora più incredibili del bianco, il non-colore che rende soffice e dolce l’inverno. Non vado oltre, dico solo che ancora resto incantato quando, per la centesima volta, scendo dal Pollino e penetro in questo paradiso. E non parlo dei tesori che nel corso dei millenni gli uomini hanno realizzato. Poi mi chiedo, come fa l’amico Battista Sangineto, se i calabresi sappiano meritarselo questo bendidio.

Un po’ questo è stato il tema del lavoro di questi anni. Tanti ricordi. La valigia non può contenerli tutti. Un grande calabrese, Vincenzo Ziccarelli, mi fece scoprire che Saverio Strati, dimenticato tanto da sembrare morto, viveva nell’indigenza a Scandicci: lo splendore e la miseria, uno schiaffo, ma anche il riscatto grazie a un moto straordinario di opinione e di passione dei suoi conterranei, protagonisti perenni della sua opera. Ad Amantea ci trovammo in ventimila per esprimere il dolore e la rabbia contro chi avvelenava la Calabria: insieme a noi marciava idealmente un altro grande calabrese, il capitano Natale De Grazia, morto “misteriosamente” mentre cercava la verità sulle navi dei veleni. Il sorriso di Lea Garofalo,  le tragiche sofferenze di Maria Concetta Cacciola e il coraggio di Giuseppina Pesce attraversarono la Calabria e l’Italia dell’8 Marzo come un vento fresco di speranza. E qualche mese prima quarantamila furono i no alla ‘ndrangheta (“che purtroppo marcia insieme a noi”), ma sul palco salirono solo i testimoni perché i politici – tutti – furono lasciati rigorosamente su un lato della piazza ad ascoltare. Il motivo conduttore è sempre lo stesso: la sollecitazione alla cosiddetta società civile a scendere in campo, a fare la propria parte, a non delegare sempre ad altri e ad assumersi le proprie responsabilità, a sconfiggere, a partire dal proprio impegno, il pregiudizio antimeridionale di cui parla Vito Teti.

La vera rivoluzione è culturale, quella delle coscienze e di un senso comune che si fondi sulle regole, la legalità, la tolleranza e la solidarietà. Cecchino Principe, nel breve periodo dei nostri incontri (è stato uno dei due politici con cui ho pranzato), veniva a trovarmi di proposito per chiedermi di dare spazio alla cultura. Come fa il preside Giovanni Sapia di Rossano, che alla sua veneranda età è un vulcano di rigorose iniziative, tra i primi a sostenere con un convegno la nostra campagna su Sibari, che tra l’altro proprio in questi giorni, grazie al rettore Gino Crisci e al preside Raffaele Perrelli, ha fatto registrare una salutare apertura dell’Università della Calabria verso il territorio. Nella valigia lascio uno spazio per Pier Paolo Pasolini che in una lettera inedita (caro Roberto Losso, che scoop!) sferzò i calabresi (“siete banditi, ma i banditi mi sono simpatici”) invitandoli a “non fare come gli struzzi”. I poeti guardano oltre, sognano per noi, come faceva ogni lunedì padre Giancarlo Bregantini quando toccava il cuore dei calabresi augurando loro una “buona settimana”. Nessuno potrà mai togliermi dalla testa che con la cultura non si vende una copia in più di giornale ma che senza la cultura non si va da nessuna parte.

Ho avuto una grande fortuna. I miei editori, Antonella e Francesco Dodaro, sono persone per bene e non hanno mai interferito nel mio lavoro, il giornale lo hanno sempre letto il giorno dopo. D’altro canto, non sarebbe stato possibile il contrario perché ci saremmo salutati all’istante. Tra tante difficoltà imprenditoriali, con me hanno onorato il patto iniziale di assoluta autonomia. La foto del loro papà – il sorriso di un uomo buono e onesto – mi è diventata familiare, e ho sempre pensato che nella loro attività ci sia stato e ci sia il valore aggiunto di una tragedia, l’assassinio del loro genitore, e della giustizia negata. Per sapere come vanno le cose in Calabria, non ho avuto bisogno di andare molto lontano.

La giustizia, appunto. Ce n’è poca e ce n’è troppa ma a sproposito, perché il sistema presenta deformazioni allarmanti. I secondi gradi, troppo frequentemente, ribaltano le sentenze di primo grado e si resta sgomenti su come il bianco possa diventare improvvisamente nero e viceversa. Sarà una garanzia, ma qualche dubbio rimane. Per non dire di inchieste e processi interminabili che finiscono nel nulla. Puoi marcire in galera se sei un povero diavolo o, da condannato in via definitiva, spassartela a casa se hai potere e soldi. Ma soprattutto c’è qualcosa che ci riguarda in Calabria come in Italia. Nella pratica il rito giudiziario non è formato dai tre gradi, ma c’è questo e prima ancora ce n’è un altro. L’indagine preliminare dei pubblici ministeri, in sé necessaria e inevitabile, si coniuga con l’informazione. In questa fase si determina un meccanismo infernale, che produce la condanna a priori dell’indagato, anche perché gli organi di informazione sono indotti, per scelta o per costrizione, a “sposare” le tesi dell’accusa, le uniche esistenti in quel momento, sia per motivi di concorrenza sia per fugare sospetti di amicizia o compromissione. Quante volte ho sentito persone innocenti lamentarsi per i titoloni a loro dedicati durante l’indagine e per lo spazio esiguo in sede di processo e dopo le sentenze. Noi, soprattutto se siamo in buona fede come dovrebbe essere sempre per deontologia professionale, dobbiamo essere consapevoli del danno che tante volte arrechiamo alle persone. Ciò detto, se non si riforma la giustizia e non si correggono storture così devastanti, cambierà poco e i pm, talvolta tentati dal successo mediatico, continueranno a fare le loro inchieste mentre noi giornalisti amplificheremo il loro lavoro senza poter contrapporre alle loro tesi quelle della difesa, che fino a quel momento non ha avuto alcuna possibilità di agire.

L’altro nodo è quello della politica che invade ogni cosa. Questa degenerazione, asfissiante, scaturisce dalla dipendenza quasi totale della Calabria dal pubblico. All’esercito dei dipendenti pubblici e anche dei rappresentanti istituzionali e degli eletti si deve sommare un altro vastissimo esercito di persone “protette” a vita dallo stato sociale.  Se per incanto un giorno lo Stato cessasse di esistere, la Calabria intera finirebbe sul lastrico. In questa composizione sociale, a cui fa da contraltare una classe dirigente di basso profilo e di scarso coraggio, sguazza la politica che non ha bisogno di rendere molto conto del suo operato anche perché tra eletti ed elettori c’è una corrispondenza di sensi, salvo poi tutti a lamentarsi che la Calabria sta male, è governata peggio, conta poco, è abbandonata. Pensare di scappare, come fanno in tanti, appare quasi una scelta naturale per chi non accetta questo stato di cose. Forse così si spiegano la mancanza di tensione sociale e politica e la sostanziale continuità amministrativa e perfino programmatica tra aree politiche sulla carta alternative tra loro. Ed è per questo che risultano eroici gli sforzi di chi resta e suda per fare qualcosa di buono. Ce ne sono tanti, ma sono spesso deboli e isolati e fin quando non riusciranno a fare rete e a cambiare le regole del gioco resteranno marginali e soccombenti.

Tanto per cambiare, non servono eroi ma persone normali e, quindi, normalità. Per quanto impegno militare e di intelligence lo Stato possa mettere in campo, non sarà possibile estirpare la malapianta della ‘ndrangheta ma anche quelle del favoritismo, del clientelismo, del familismo, dell’assistenzialismo, delle regole violate e piegate a proprio uso e consumo. La prima norma è partire da sé stessi prima di chiedere agli altri e domandarsi: che faccio io per gli altri? qual è la cosa giusta da fare? È il primo gradino della scala che porta a cambiare davvero le cose. Ciò vale naturalmente per tutti, anche per chi fa il mio mestiere e ha avuto l’opportunità di dirigere un giornale in Calabria. Cari lettori, mi scuso per gli errori fatti, ma oggi saluto e ringrazio voi e i miei compagni di lavoro – i redattori, i collaboratori, i fotografi, i poligrafici, i segretari e le segretarie di redazione, gli amministrativi, i rotativisti, gli ispettori di distribuzione e i distributori, le correttrici, i pubblicitari – con la coscienza di aver tenuto fede ai principi che vi illustrai il primo marzo 2007. E credo che il Quotidiano continuerà sempre meglio il suo cammino perché – come dice il mio carissimo amico Antonio Panettieri, che solo per caso è un dirigente dell’azienda – la Calabria ha bisogno di un giornale libero e pulito come quello che avete tra le mani. Proteggetelo. 

Articolo pubblicato sul Quotidiano della Calabria il 13 aprile 2014    

Lettere dal PCI

Giancarlo Pajetta Pietro Ingrao Fortebraccio
Maria Antonietta Macciocchi Luigi Longo
Enrico Berlinguer
Achille Occhetto