Una laguna sulla Maiella

Milioni di anni fa il mare addolciva i lineamenti della Valle dei Peligni, fino ad altezze che lasciavano in superficie le cime imperiose della Maiella, dei monti Porrara e Morrone. Poi la terra nel suo eterno e spesso traumatico sommovimento cambiò la fisionomia del territorio fino al profilo che ne abbiamo da molti millenni e che nel Museo Naturalistico di Lama dei Peligni fu ricostruito con un suggestivo plastico. Frequentando da una vita questi luoghi e ignorando la loro storia geologica non poca fu la mia sorpresa unita a diffidenza quando incontrai un abruzzese della costa, che s’aggirava su queste montagne con pochi attrezzi e che mi parlava di pesci e conchiglie che cercava rompendo con delicatezza le lastre di pietra: «Qui – mi diceva – c’era il mare, questa di Palena era una laguna».

Si chiamava Erminio Di Carlo, classe 1935, la sua Fiat Panda 4×4 del 1985 aveva percorso 600mila chilometri, tanti anche quelli conservati nelle sue gambe abituate a scalare. Una singolare storia, la sua. Era di Arielli, sulle colline che scendono verso Ortona. Faceva l’imprenditore e dava lavoro a una trentina di persone, poi per una serie di disavventure finì male, perse la voglia di stare tra la gente e si riparò tra le pietre. L’intuito fece il resto, quando si rese conto che tra le stratificazioni della parete che precipitava sull’area della sorgente dell’Aventino si nascondeva una straordinaria storia geologica. Iniziò così a sfogliare con metodo le pietre aprendole come un libro e scoprendo tesori inaspettati: una conchiglia, un pesce, il dente di uno squalo, una foglia o anche l’animaletto conservato nel corso di milioni di anni.

Quest’animaletto, meno noto di Ciro, il piccolo dinosauro star di Pietraroia nel Sannio, ebbe nome Prolagus. In venti centimetri sono perfettamente conservati il cranio, la colonna vertebrale, le sottilissime costole, le zampette e la coda, insomma otto milioni di anni e non sembra. Ma quando questo fossile, come ha fatto con tutte le altre sue scoperte (“sono solo un paleontologo autodidatta”), lo sottopose ai professori Paul Mazza, Marco Rustioni e Giuseppe Aruta dell’Università e del Cnr di Firenze, le conclusioni furono emozionanti: «Da piccoli dettagli, come la mancanza di ossa alle estremità o il diverso colore della roccia attorno allo scheletro, si può ritenere che l’animale, un coniglio di quei tempi, sia morto cadendo in acqua e la carcassa abbia galleggiato a lungo, finendo poi in una spiaggia fangosa. Le abitudini di Prolagus la dicono lunga sull’antico clima di Palena, caldo e umido, e sull’ambiente, ricco di foreste. Lo studio, infine, delle differenze tra la specie vissuta sulla Maiella e le altre scoperte altrove permettono di stabilire che un ampio tratto di mare isolava i monti abruzzesi dal Gargano».

Ma dove finiva tutto quello che Di Carlo trovava? In un deposito, una sorta di museo privato con oltre duemila reperti, nella sua casa di Arielli. Il sogno veleggiava più su, verso Palena: un museo. Durò anni, al principio pochi gli credevano, qualcuno sospettava anche chissà quali interessi, ma bastava conoscerlo da vicino per sapere quanto poco gli importasse il denaro (rifiutò i 154mila marchi che un collezionista tedesco voleva dargli per il “coniglietto”) e che la sua era una missione dentro una vita spartana, quasi francescana: a malapena riuscì a rendere abitabile un malmesso rudere dalle parti del fiume Aventino. Angustie finanziarie mentre le riviste scientifiche internazionali gli dedicavano servizi a più pagine e la Soprintendenza archeologica della provincia di Chieti decideva di sostenerlo. Così, prima in una sala attigua al teatro comunale di Palena poi dal 2001 nello splendido Palazzo Ducale, è stato realizzato il Museo Geopaleontologico dell’Alto Aventino dove si riscoprono le origini remote di questi luoghi, un viaggio all’indietro di oltre una mezza dozzina di milioni di anni.

Se ne può avere un assaggio in un video di Nando Napoleone, memoria visiva e scritta di Palena e i suoi vasti dintorni, degli uomini e della natura, delle storie e delle tradizioni. Fu realizzato un anno fa per il Comune di Palena e, con l’ausilio del geologo Paolo Pitzianti, descrive le “sorgenti di Capo di Fiume” (dove nasce l’Aventino dopo un viaggio sotterraneo di qualche chilometro), il sito (le pietre che Di Carlo indagava) e il Museo. Un anno dopo, il 22 aprile scorso, il Parco della Maiella e quello dell’Aspromonte in Calabria sono entrati nella rete globale dei Geoparchi dell’Unesco.

Ho detto della mia antica amicizia con Erminio Di Carlo. E quando ho visto il documentario di Napoleone ho pensato a due cimeli di quel lontano tempo. Sono due fossili che Di Carlo volle regalarmi e che da almeno trent’anni sono religiosamente esposti su una parete di casa mia: una foglia impressa per ambo i lati su due pezzi di pietra “sfogliata” nel sito geologico di Palena e la punta di un dente conservata in una pietra. Questo secondo reperto è corredato da una didascalia che mi dettò lo scopritore: “Dente di carcharadon carcharias (squalo bianco) età presumibile: 5 milioni di anni, trovato in una depressione della Maiella: cava di Lettopalena”. Ho anche pensato al museo e mi sono chiesto se fosse più giusto goderne noi della famiglia e gli amici o farli fruire a tutti in un contesto più congeniale. E così, non senza sofferenza per il carico di valore e di memoria, i due fossili lasceranno presto la mia abitazione napoletana e saranno donati al museo. Sarebbe piaciuto a Erminio e, soprattutto, tornano a casa loro.

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Amor di cioccolato e uova fai-da-te

Viaggia da un continente all’altro, attraversa gli oceani, quando non è più una pianta appartiene al mondo, all’esercito sterminato di amatori, manipolato si trasforma e assume colori, consistenze e sapori molteplici, quanto al colore, se lo fondi e lo mescoli, ottieni anche senza eccessiva immaginazione quello perverso del peccato. Sublime parto della natura il cacao. Da maneggiare con cura e prudenza.

Un amico di gioventù lavorò in una fabbrica svizzera di cioccolato, durò poco, dopo qualche mese scappò dalle montagne e ritornò alla nativa città di mare. In sua presenza non si poteva neanche pronunciare la parola perché l’iniziale inebriante profumo assorbito in dosi industriali provocava la ripulsa fin quasi al rigetto. Ma si era giovani e ogni tanto la ferocia irriverente che a quell’età sembrava una bella cosa veniva esercitata per farlo soffrire. Una sera in una trattoria di periferia, tra spaghetti alla puttanesca e salsiccia e friarielli, non si parlava d’altro che della bontà del cioccolato. Non resse e fuggì; poiché l’auto era sua gli altri dovettero farsela a piedi. E pagare il conto.

Più o meno a quel tempo chi scrive scoprì di essere un ladro. Sua nonna, Nanninella, aveva dei lontani parenti in America. I quali con una certa regolarità le inviavano qualche dollaro e delle “poglie di cioccolato”, lei chiamava a questa maniera le tavolette di cioccolata. Non che fossero eccelse ma per un ragazzo, non ancora in grado di distinguere il…  grano dal loglio, erano desiderabili. Ancor di più perché proibite essendo custodite nel primo cassetto del comò. Lui scoprì dove veniva nascosta la chiave e, quando la sua amata nonna sonnecchiava, violava il nascondiglio, scartava una tavoletta, ne toglieva un pezzo e poi la richiudeva cercando di restituirle la forma originaria. Naturalmente cascò dalle nuvole quando fu scoperto.

Imparata l’arte della destrezza vi fece ricorso anche quando l’età era adulta. Poteva non dar conto ma sentirsi rimproverato per gli alimenti eccessivi che facevano debordare la sua circonferenza gli pesava. Dunque, comprava di nascosto la cioccolata e altrettanto di nascosto se la spassava. Gli successe anche l’impossibile. Amava, ama, quei barattoli di crema marrone che piacciono all’umanità intera (per favore, i puristi del cacao duro e puro perdonino questa licenza) e ne aveva sempre qualcuno nella credenza, qualche volta anche recipienti di qualche chilo abbondante. Di notte, tornava nelle ore piccole dal lavoro, dormendo tutti, affondava il cucchiaio, poi lo faceva ruotare su sé stesso più volte fino a fare una bombetta di crema e se la ficcava in bocca chiudendo gli occhi. Tornava felice tra le coperte. E quando si rese conto che stava abusando con danni non solo per la bilancia ma anche per la salute, escogitò uno stratagemma penoso. Soprattutto quando non riusciva a prendere sonno, andava in cucina, apriva la credenza e guardava a lungo il barattolo, con amorevole affetto non disgiunto da erotico desiderio, poi chiudeva gli occhi e immaginava le molli ogive che a ritmo industriale penetravano dentro di lui. Appagato dalle sette cucchiaiate e mezza, se ne tornava a letto. Fesso e contento.

Ora capite quale sconvolgimento quando, negli Anni Ottanta, sfogliando come ogni mese la più importante rivista italiana di cucina, lesse un articolo a più pagine e con molte illustrazioni in cui si spiegava come fare le uova di cioccolata in casa. Oggi viene da sorridere se si pensa alla valanga di consigli e ricette di cui, giorno e notte, siamo sazi anche senza toccare cibo, ma quel tempo, poco più di un trentennio fa, sembra preistoria. Chiusa parentesi.

Prima tappa. Casolaro a calata Capodichino. Il paradiso dei cuochi e pasticcieri. Le forme c’erano, professionali, e di varie misure, grandi per metà uovo, anche piccole con due metà da modellare in contemporanea. Seconda tappa, via Morghen al Vomero in un antico negozio noto per la qualità dei prodotti: le medaglie di cioccolato fondente finissimo promettevano risultati eccellenti. E non mentivano.

Che fallimento il primo uovo. Fuso in un pentolino a bagnomaria, il cioccolato finì nella mezza forma. L’attesa che indurisse fu lunga e inutile perché il materiale non si staccava dalla forma. E per due giorni non ci fu nulla da fare. Telefonata a Milano, alla redazione della rivista. Sorpresa non dopo aver dubitato delle capacità del lettore. Che non mollò per cui una gentile redattrice chiese tempo per informarsi presso “la migliore pasticceria meneghina”. Lo fece e richiamò: “Vede, deve provare e riprovare”, manco fosse stato Amanda Sandrelli che giocava a palla con Massimo Troisi.

Poiché la cuccia era tosta, effettivamente provò e riprovò per giorni e fino a notte inoltrata mentre l’intera famiglia seguiva le vicissitudini con sconcerto se non con preoccupazione. Infine, la scoperta dell’acqua calda: la temperatura. La cioccolata andava messa nella forma ad un grado di temperatura preciso, vale a dire quando era prossima a ridiventare dura: in tal modo si creava con relativa rapidità una “camera d’aria” necessaria per far staccare il prodotto dal contenitore. Poi fu facile e divertente ottenere in casa risultati soddisfacenti anche senza gli strumenti di un laboratorio.

Questa è la parte più affascinante. Il cioccolato nerissimo – parliamo di fondente, naturalmente – diventa chiarissimo quando è completamente fuso, poi raffreddandosi man mano cambia colore fino a riprendere la sua cromaticità di partenza. E quale peccaminosa goduria controllare le trasformazioni mescolando e intuendo dalla consistenza e dal colore che mutano a che punto di questo viaggio di andata e ritorno ci si trova. Il resto è un dettaglio. La sorpresa, le due parti da sigillare, decori e dediche con altro cioccolato, la base per tenerli in piedi, la confezione di plastica trasparente (perché nascondere l’oscuro splendore del contenuto?), una bella ed elegante coccarda, e voilà!

Anno dopo anno la piccola “azienda” familiare crebbe. Per una Pasqua di quel tempo le uova furono sessantasette. Con altrettante sorprese: quella volta un libro in miniatura, grande quanto una scatola di fiammiferi, un altro anno furono farfalle colorate in ferro battuto realizzate appositamente da un fabbro abruzzese che stava producendo anche scatole di metallo per la “Perugina”. Furono tante perché molte finirono nelle mani dei colleghi di lavoro, una anche al direttore del giornale, Pasquale Nonno, che, stranamente, non ringraziò. Dopo un paio di settimane si capì. Lui non comprendeva perché un redattore avesse deciso di regalargli un uovo di Pasqua. E pensava a male. Piaggeria? Che altro? Poi per caso manifestò il suo sconcerto al segretario di redazione che gli rispose: “Direttore, ma che dici? Le uova le fa lui”. E così, con ritardo, ringraziò complimentandosi anche per la qualità del cioccolato. Quelle uova raggiunsero anche la pubblica opinione avendo, una rivista, dedicato un servizio a più pagine al “produttore”. E poi venne il gran giorno.

Un pomeriggio di aprile, complice un amico che era ed è il commercialista dell’azienda, ebbe luogo la funzione solenne nel tempio del cioccolato. Vico Vetreria a Chiaia, Gay Odin, la fabbrica del cioccolato. Il profumo: inebriante. Il colore: prima quello risplendente dei pentoloni ramati, poi quello eccitante del cacao nelle varie fasi di lavorazione. La storia: allora quasi un secolo da quando Isidoro Odin e Onorina Gay sbarcarono a Napoli per realizzare la fabbrica. La guida: Giuseppe Maglietta, che aveva acquisito l’azienda nel 1960, rispondeva a tutte le domande, anche quelle che non venivano fatte. E sentirsi piccoli piccoli in quel luogo di meraviglie e comunque con l’ardita ambizione di considerarsene parte.

Gay Odin, e poi Galluccio in via Cisterna dell’Olio ma anche tanti nuovi produttori di leccornie di cioccolato che si sono fatti avanti negli ultimi anni. Il fatto è che in questo settore e più in generale nella pasticceria e poi nella gastronomia Napoli ha tanto da dire. Le eccellenze sono certe, le varietà sterminate, la fantasia garantita, la qualità elevata. Lo sanno gli abitanti, lo scoprono i turisti che poi ritornano. Ci si può chiedere perché c’è carenza di grandi marchi industriali. Il tema di sempre. Chissà, forse l’individualismo. Non sembri una bestemmia tra un uovo di Pasqua e l’altro rigorosamente fatti in casa. Si, corriamo pure al supermercato ma, se vi capita, una sosta a vico Vetreria e a via Cisterna dell’Olio. Peccherete e non ve ne pentirete. E sarete pure perdonati.

 

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Pirenei, confine d’Europa tra paladini e contrabbandieri

Avevo portato il libro sbagliato. Più che ”Fiesta” avrei fatto meglio a mettere in valigia l’”Orlando furioso”, ma forse, anche sapendolo, non lo avrei fatto se non altro per il peso e l’ingombro dei tre volumi del poema di Ariosto, certamente non una “guida” tascabile. In realtà, quando eravamo partiti da Napoli, non pensavo affatto alla possibilità di incontrare il “paladino”. Moglie e figlie, 17 e e 15 anni, ignoravano che del nostro viaggio mi interessava soprattutto l’appuntamento con San Firmino, la festa, i tori, la Spagna. E la festa cadeva proprio in quei giorni di luglio del 1992 quando saremmo stati a un tiro di schioppo da Pamplona.
Era stata una lunga galoppata. Sosta notturna a Ventimiglia prima di entrare in Provenza: Arles, Avignone, la Camargue, i cavalli, un anticipo dei tori, i fenicotteri rosa, la Madonna Nera… Poi Barcellona. Un cantiere che freneticamente si stava chiudendo in vista del 25 luglio, giorno di inaugurazione delle Olimpiadi, mentre la famiglia chiedeva: «E dopo dove andiamo?». La prendevo alla larga parlando di una città in festa, promettendo che ci saremmo divertiti e che lo spettacolo a cui avremmo assistito sarebbe stato indimenticabile.
Partimmo di buon’ora lasciando il Mediterraneo per arrivare a fine mattinata quasi in vista dell’Atlantico. Una tranquilla marcia avendo sulla destra i Pirenei, mentre di tanto in tanto intrattenevo i miei decantando la corsa dei tori che li avrebbe divertiti un mondo. Ci fermammo ai margini del centro mentre si vedeva già un gran movimento di gente, soprattutto di lenzuola bianche isolate o radunate a capannelli, che, se fosse stata notte, avrebbero evocato i fantasmi. Segno che l’evento era in pieno svolgimento, nulla che rimandasse al risveglio di Hemingway: «La mattina era finito tutto. La fiesta si era conclusa… La piazza era deserta e non c’era nessuno per le strade. Solo qualche bambino che raccoglieva aste di razzi nella piazza. I caffè si stavano appena aprendo e i camerieri portavano fuori le comode sedie bianche di vimini, disponendole intorno ai tavolini col ripiano di marmo all’ombra del portico. Stavano pulendo le strade e annaffiandole con un idrante».
Mi fermai nei pressi di un ufficio informazioni. Scesi dall’auto mentre una preoccupata raccomandazione a tre voci mi accompagnava: «Fai presto». Non ero l’unico in quella sala affollata e rumorosa. Finalmente fu il mio turno, ebbi le notizie che mi servivano e uscii con l’indirizzo di un albergo al quale una cortesissima impiegata aveva già telefonato. Non mi ero reso conto del tempo trascorso, fuori, nella piazzetta e nella strada che si proiettava verso il centro della città, c’era una moltitudine disordinata e fluttuante di persone. A ben vedere il panno che indossavano non era proprio bianco bensì macchiato vistosamente di rosso o di un giallo denso, sporco insomma di vino o di birra. Per terra bottiglie intere o in frantumi e tra i cocci c’era chi era riuscito a trovare uno spazio per riposarsi. Puzza d’alcol, canti, urla, qualche spinta, un ondeggiare allegramente incontrollato, un’ubriachezza diffusa e vistosa che metteva in allarme. Popolo sì caliente ma in quel caso raggelante.
Me ne resi conto entrando nell’auto sigillata dai finestrini chiusi e dalle sicure alle portiere. Un silenzio stridente con il chiasso di fuori. Mia moglie non dovette neanche fiatare, mi bastò vedere dallo specchietto i volti delle figlie sul sedile posteriore e chiedere retoricamente: «Andiamo via?». Non fu necessario che rispondessero. Misi in moto e ripresi la marcia nella direzione da cui eravamo giunti. Addio Pamplona, addio tori, addio mio amato scrittore.
Appena fuori dalla città ci fermammo a pranzare e, non avendo idee chiare sulla prossima tappa e per di più escludendo di rifare gli oltre trecento chilometri di autostrada dell’andata, cercammo di avere qualche suggerimento dai presenti. Per non farla lunga, attorno a noi si radunò una piccola folla. Chi proponeva una cosa, chi un’altra, noi fummo tentati dalla possibilità di andare in Francia attraverso i Pirenei. Intanto però bisognava prima fermarsi da qualche parte e pernottare. Eravamo nei pressi del passo di Roncisvalle, lì vicino c’era un delizioso paesino dal nome suggestivo, Isaba, quasi un ultimo avamposto prima della salita, dove ci recammo convintamente.
Eravamo in un luogo leggendario, teatro di epici scontri tra cristiani e musulmani, dove la “chanson de geste” era diventata la “Chanson de Roland”, il paladino Orlando che, nonostante e per salvare la spada Durlindana, donatagli da Carlo Magno, trovò la morte nella Battaglia di Roncisvalle. Leggenda che, con variazioni sul tema, diventerà immortale prima con Matteo Maria Boiardo e il suo “Orlando innamorato” e definitivamente con il capolavoro eterno dell’Ariosto. Si poteva ben dire che l’imprevisto cambiamento del programma pamploniano aveva riservato al viaggio una direzione ancora più interessante.
La mattina dopo, il cielo su Isaba era plumbeo. Non era l’epoca dei navigatori e dei telefonini e peraltro non trovammo una carta geografica per quel pezzo di territorio, dunque chiedemmo all’albergatore le indicazioni per la traversata. Credo che anche Orlando gli avrebbe lanciato qualche anatema a posteriori per quella disinvolta sicurezza con la quale ci rassicurò sulla facilità di andare in Francia, verso Tolosa. Ci indicò la strada che, lunga e diritta per un buon tratto, conduceva alla montagna. «Seguitela, non potete sbagliare, vi troverete in Francia senza difficoltà», ci assicurò con uno spagnolo abbastanza comprensibile. E così ci lasciammo alle spalle memorie, storia, paladini e crociate, convinti che ormai, pur ancora con qualche tappa, eravamo sulla strada del ritorno.
Dopo una ventina di minuti fu chiaro che la scalata era iniziata. E fin qui nulla di grave. Fatto sta che dopo un po’ penetrammo in una nebbia fitta che nascose qualsiasi vista, figuriamoci i panorami. Ci volle poco per capire che la strada, che ci era sembrata non larga ma comunque percorribile, in realtà fosse strettissima. Soprattutto la paura prese il sopravvento quando ci rendemmo conto che su un lato, prima il destro poi il sinistro a seconda del tornante, non c’era parapetto e il precipizio era a pochi centimetri. Fermarsi? Meglio di no perché saremmo rimasti in quella prigione. Procedevo quasi a passo d’uomo, con gli occhi sgranati, in un silenzio sepolcrale dell’abitacolo perché moglie e figlie erano terrorizzate. E quella stradina, che mi sembrava una mulattiera, non finiva più. Tornare indietro? Ma era impossibile fare retromarcia o inversione. Il pericolo più grosso lo corremmo quando davanti al cofano comparve all’improvviso una monumentale mucca, finita su quel tratto di strada, che doveva ben conoscere, chissà come. Faticosamente ci facemmo spazio anche perché la bestia non aveva alcuna fretta. Unica consolazione fu pensare che per starci quella mucca da qualche parte dovevano esserci anche una fattoria, delle persone, qualcuno a cui chiedere aiuto. E cercai di sfruttare questa speranza per attenuare la disperazione delle mie donne.
Non so quanto durò questo incubo, sicuramente moltissimi chilometri, fin quasi ai 1700 metri di quel passo. Quando finalmente la nebbia si diradò davanti a noi si aprì un paesaggio lunare. La strada non si arrampicava più, a tratti attraversava un piccolo altopiano. Finalmente una persona. Da lontano ci osservò con curiosità che divenne stupore quando si avvicinò e si rese conto dell’equipaggio che era a bordo. Sembrava quasi volesse dirci: ma chi vi ha mandato quassù? Riuscimmo solo a capire che proseguendo ancora per qualche chilometro sarebbe iniziata la discesa, praticamente eravamo al confine tra Spagna e Francia, in un passaggio, ci fu detto in seguito con non celato stupore a Tolosa, che era usato da sempre dai contrabbandieri.
Le nostre disavventure non erano terminate, anche se quelle di dopo furono rose e fiori. In quei giorni la Francia era paralizzata dallo sciopero dei camionisti. Ce ne accorgemmo molto prima di entrare a Tolosa. Dove arrivammo grazie alla provvidenziale cortesia di una signora che si trovò, ferma anche lei, accanto alla nostra auto. Le dicemmo che dovevamo andare in città e lei ci disse di seguirla. Prese strade secondarie e correva come una pazza, ci lasciò quasi dentro Tolosa. Mentre la salutavamo vedemmo che entrava in un piccolo edificio con una grande insegna di cui leggemmo solo la parola psychiatrie… Un sorriso ci voleva, prima di riprendere, per tappe, la via di casa. Certo, un ritorno senza Fiesta, ma volete mettere Roncisvalle, Orlando e i contrabbandieri?


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Senza eskimo da papà Cervi, nella nebbia di Campegine

A Reggio Emilia! Con un desiderio covato da anni. Da quando avevo letto il libro, che era entrato ancora fresco di stampa in casa del“compagno Saul”, l’operaio comunista che era anche mio padre. Volevo conoscerlo, stringergli la mano, sentirlo parlare, sperando che raccontasse anche a me la sua storia. E ora ero in treno verso l’Emilia insieme ai delegati napoletani per partecipare al congresso della Fgci. Era il 2 gennaio 1969, ci aspettavano giorni di discussione, che si annunciava tempestosa come quei tempi di cambiamento, avevamo in tasca un biglietto di andata e ritorno che durava diversi giorni. Il ritorno era previsto per il sabato, ma potevamo anche prolungare.

Non so come ma io e Ciro Oliviero ci ritrovammo con lo stesso desiderio. Ciro aveva 21 anni, io due in meno. Barbe d’ordinanza, non indossavamo l’eskimo perché tanti giovani comunisti già avevano qualche riserva. Tutt’e due della provincia, lui di Ercolano, io di Castellammare. Anche lui aveva letto il libro. Durante il viaggio ne parlammo. Certo, ricordammo i sette figli fucilati dai fascisti nel dicembre 1943 ma ci affascinava quello che loro e tutta la famiglia avevano fatto per affermare il diritto a coltivare i campi senza dover dare il cinquanta per cento del ricavato ai padroni terrieri. Il livellamento! Di un terreno di 20 ettari, tutto gobbe e buche, fecero una pianura: tonnellate di terreno sparivano dalle gobbe e riempivano le buche, e contemporaneamente si realizzava una canalizzazione con una pendenza perfetta che non faceva disperdere neanche una goccia d’acqua. Il raccolto si raddoppiò. Guardati all’inizio con sospetto e curiosità e poi a cose fatte con meraviglia dagli altri coltivatori, finirono con il diventare un esempio per tutti. Quando ci si chiede quale sia stato il segreto del modello emiliano bisognerebbe ritornare a quelle storie che intrecciavano laboriosità, fantasia, intraprendenza e senso di comunità trasformatosi quasi naturalmente in coscienza politica. Lui, Alcide Cervi, poteva orgogliosamente scrivere: «Da allora, tutti i contadini della zona impararono a livellare. E oggi nel reggiano non si trovano più appezzamenti a gobbe e buche».

«Perché non andiamo a trovarlo?». Non so chi dei due lo disse, ma decidemmo subito che non saremmo ripartiti il sabato, tanto il biglietto ce lo consentiva. Alloggiammo in un albergo adeguato alle quasi inesistenti risorse finanziarie dell’organizzazione, mangiavamo in una mensa nei pressi della federazione del partito, circondata da casa del popolo, qualche circolo e anche, se non ricordo male, un sindacato, ma i giorni e anche qualche notte li trascorremmo nel teatro Ariosto perché in una città dove il partito era tutto ce lo potevamo permettere.

Quel sito magnifico fu investito dall’impetuoso vento del tempo. Al punto che il congresso, quando terminò, fu praticamente e clamorosamente cancellato dalla storia del Pci e della sua organizzazione giovanile. Eravamo in pieno ’68 anche se avevamo già un piede nel ’69 e la Fgci si trovò ad essere un fragile ponte tra il partito e il mondo, soprattutto giovanile, che premeva per il cambiamento. Uscivamo dalla Primavera di Praga e dal Maggio Francese. I giovani comunisti nelle piazze, nelle scuole e soprattutto nelle università partecipavano al sommovimento profondo della società mentre nel partito spesso dovevano difendersi dalla critica di essersi spinti troppo avanti. Non da tutto il partito, ovviamente, se si pensa alle novità della linea del Pci che aveva già dovuto superare traumaticamente la rivolta ungherese del ’56, ma le resistenze non erano mai cessate. E in quei giorni reggiani ne avemmo conferma.

Tensione, polemiche, un dibattito acceso, si stava dentro il teatro e si pensava a quello che accadeva nel Paese, spesso anche scontri duri. L’epilogo più clamoroso, e che segnò la ricordata cancellazione, avvenne appena prese la parola il compagno della Direzione che era venuto a dettare la linea. Il tramestio in sala fu un presagio. E, mentre lui andava al microfono, dal tavolo della presidenza il segretario della Fgci, Claudio Petruccioli, mostrava in viso chiaramente la preoccupazione per quello che temeva potesse accadere. Non si sbagliò. Ugo Pecchioli, responsabile della cultura per il partito, non le mandò a dire, entrò subito in argomento parlando di Dubcek e di quello che si agitava negli atenei, ma quando a proposito del Maggio Francese invitò a fare attenzione agli evidenti rischi “controrivoluzionari” successe il finimondo, il teatro scattò in piedi e fischiò a lungo. Il volto di Pecchioli, che non si aspettava certo applausi scroscianti, divenne a tratti rosso per la rabbia e a tratti bianco per la sorpresa. Il resto avvenne di conseguenza. A conti fatti il congresso, che era già alla giornata conclusiva, finì lì e fu presto archiviato per essere sepolto sotto la polvere di qualche deposito.

Tutti tornarono alle loro case, tranne io e Ciro. Ci eravamo preparati all’appuntamento che ci premeva di più. Il sabato sera avevamo appuntamento con un compagno di Boretto, il comune sul Po confinante con Brescello. Ciro lo aveva conosciuto nella campagna elettorale della primavera del 1968 quando era venuto dalle sue parti come aiuto della Rossa Emilia ai compagni del Mezzogiorno. Dormimmo a casa sua. La domenica, quando ancora non albeggiava, andammo via. Ci mettemmo in marcia in una strada che non vedevamo perché eravamo dentro una nebbia così fitta che, se non fossimo stati quasi attaccati l’uno all’altro, ci saremmo persi. Quando finalmente, con un‘umidità che ci era penetrata nelle ossa, entrammo nella stazione di Boretto ci guardammo e quasi non ci riconoscemmo: le nostre barbe erano diventate bianche. Andammo alla federazione di Reggio dove il partito ci aveva messo a disposizione una macchina e un autista per accompagnarci. E così raggiungemmo Gattatico di Praticello, una frazione di Campegine.

«Siete missionari?», papà Cervi ci chiese dal letto dove si trovava. Le barbe, sempre loro! Il nostro accompagnatore gli spiegò che eravamo compagni venuti da Napoli, mentre la figlia lo aiutava a stare più sollevato sui cuscini. Aveva 94 anni, dopo pochi mesi sarebbe morto, in qualche momento non era lucidissimo ma quando incominciò a raccontare il suo passato i pensieri furono chiari e precisi: l’aia, la terra, la fatica nei campi, la lotta contro i padroni, i diritti conquistati, l’impegno politico dei figli, in particolare di Aldo, fino alla loro morte, qualche frase ripetuta chissà quante migliaia di volte come quella sull’andare avanti perché “dopo un raccolto ne viene un altro”. Non so quanto tempo stemmo seduti accanto a quel letto mentre la figlia ci girava attorno e ci serviva ora un caffè ora un bicchiere d’acqua. A pensarci bene lui con la sua saggezza non era andato lontano dal vero quando ci aveva scambiato per missionari, in fondo eravamo dei pellegrini che, per le loro convinzioni, invece di andare a venerare le stimmate di Padre Pio erano venuti lì per pregare laicamente sulle ferite di sette uomini, legati dallo stesso sangue e da un atroce destino di morte, che il loro padre testimoniava con la sua vita e la sua parola, quella sì una missione straordinaria. Una sensazione così forte provata poche volte nella vita, sicuramente quando in un altro pellegrinaggio volai sull’oceano per andare nell’isola caraibica a sostare religiosamente davanti al “Treno di Santa Clara”.

Avevamo ormai dimenticato i tumulti del congresso quando ritornammo a Reggio per spostarci in treno a Bologna in attesa di quello per Napoli che partiva attorno a mezzanotte. Senza un centesimo in tasca, con un freddo per noi inusuale, vagammo per ore sotto i portici distraendoci, mentre battevamo i denti, davanti alla vetrina di un negozio di elettrodomestici chiuso che trasmetteva la finale di Canzonissima.

17966178_1871983613044681_541582686644539832_ojpg(foto di Matteo Cosenza)

Sono tornato con Anna tre anni fa a Campegine, alla casa che ora è il Museo Cervi. Un luogo visitatissimo nonostante i tempi di smemoratezza che viviamo. Naturalmente io vedevo tutto, per quanto così diverso da cinquant’anni fa, con gli occhi di allora e sentivo la voce di Alcide Cervi. E ora, prima di scrivere, ho telefonato a Ciro Oliviero, che vive a Oristano dopo aver girato mezza Italia tra le sedi dell’Inps. Con una memoria più sveglia della mia, è lo stesso di allora e se fosse possibile fischierebbe di nuovo Pecchioli. Come me ha ancora la barba e pure la sua è bianca, ma la nebbia non c’entra.

Fonte: https://www.foglieviaggi.cloud/blog/senza-eskimo-da-pap%C3%A0-cervi-nella-nebbia-di-campegine

 

Un incontro inaspettato davanti al mare dei Bronzi

Lì dove il mare è già profondo, a trecento metri da dove sto seduto su una comoda sdraio, furono trovati i Bronzi. Neanche Luna riusciva a distrarmi mentre guardavo in quel punto e quel pensiero mi accompagnava dolcemente. Cercavo di immaginare l’emozione che provò Stefano Mariottini, il sub romano che li scoprì il 16 agosto 1972, nel vedere quelle due statue coricate sul fondale quasi dormissero, chissà da quale Grecia venuti e per quale motivo finite lì sotto, da millenni in pace con il mare e in paziente attesa di stupire il mondo. Dovevo ringraziare Luna se ero lì a volare con la fantasia sul nostro mare materno, a assecondare le onde, pervaso dalla tentazione di andare giù fino a calpestare la dimora millenaria di quei due giganti di assoluta, inarrivabile bellezza. 

Cercavamo un posto sul mare dove accettassero la nostra cagnetta. Lo Ionio con le sue sterminate spiagge grigie mi affascinava, la Locride volevo conoscerla meglio e qualche giorno di vacanza poteva essere l’occasione buona per godere delle prime e esplorare la seconda. Da un anno ero in Calabria, con Anna si rischiava di cancellare l’estate. Già l’avevo costretta al sacrificio di fare la pendolare del fine settimana da Napoli. Lei condivideva, mi faceva fare. Chiesi a un collaboratore del giornale, Francesco Sorgiovanni, un imponente abitante di Stilo, diviso tra l’orgoglio della Cattolica e la venerazione per Tommaso Campanella, di aiutarmi. E così ci trovammo in quel piccolo albergo.

La mattina mi intrattenevo sotto un portico che dava sul magnifico giardino attraverso il quale si andava in spiaggia. Giornali, telefono e computer, al lavoro, con l’alibi di stare in vacanza. Intravedevo i pochi ombrelloni, che sembravano ancora di meno in quell’interminabile arenile. Alzavo lo sguardo quando vedevo passare un signore con un asciugamano e un pacco di giornali sotto il braccio sinistro. Mi colpiva anche per il suo passo lento e incerto e per il braccio sinistro sempre in verticale. Avevo anche la sensazione che, senza darlo a vedere, pure lui mi osservasse furtivamente. In spiaggia poi, quando finalmente la raggiungevo, lo scrutavo.

Sedeva su una sedia di plastica bianca, la sua compagna intanto spillava due quotidiani, il “Mattino” e il “Corriere della sera”. Lui li leggeva con metodo, dopo averli piegati in verticale scorreva titoli e testi dall’alto in basso. Dopo la lunga “preghiera del mattino” si alzava con qualche difficoltà e, al braccio di Paola, entrava in acqua. Con prudenza, perché dal bagnasciuga al non “toccare” bastavano pochi metri. 

Ero curioso. Dovevo conoscerlo. Ma dentro di me avvertivo che forse già lo conoscevo. Fu lui, una mattina, a variare il suo cammino verso la spiaggia e a venire verso di me: «Matteo!». E io: «Tonino!». Era Di Nunno. Eh, sì che ci conoscevamo! Lui, un giornalista della Rai di Napoli, ma ancora più noto come sindaco di Avellino, l’avevo incontrato poche volte in qualche occasione di lavoro, ma, come capita tra colleghi, il senso di appartenenza che «non è un insieme casuale di persone/ non è il consenso a un’apparente aggregazione», ci rendeva amici a prescindere. 

Parlavamo – oh, quanto parlavamo! – con la stessa lingua, di professione e di politica, di libri e di avvenimenti. Io gli raccontavo, lui mi raccontava. Ma era lui ad avere la meglio. Perché io, per lavoro, ero troppo calato nel presente, mentre lui viveva delle sue storie, della sua città. Non aveva ancora metabolizzato i suoi epici scontri con De Mita, il padre-padrone di una pattuglia di allievi eccellenti che si era sentito tradito dal ragazzo che non poteva più “dirigere”, e così lo aveva combattuto con tutte le armi. 

Il mare, Anna, la sua Paola, Luna, le cene, i cubi di tonno passato per pochi minuti alla brace, un fresco bicchiere di Critone erano la musica di sottofondo del nostro ritrovarci, compreso il suo compleanno, che fortunatamente capitava nei giorni di agosto che per qualche anno ci videro insieme. Non parlammo mai dell’ictus che lo aveva colpito nel momento più infuocato della sua esperienza amministrativa. Se n’era fatto una ragione, ma non sapeva che la natura matrigna aveva in serbo altro per lui, come anni dopo, un paio di giorni prima della fine, constatai quando lo trovai attaccato a un tubo ma combattivo come sempre mentre mi mostrava l’articolo a dir poco critico verso De Mita che aveva appena pubblicato sul suo giornale irpino. 

Era lontano il ricordo del mare, ma sapevamo che dovevamo a quel mare la nostra appartenenza. Dall’altra parte, da un punto lontano all’orizzonte, dalla civiltà di cui siamo figli, erano venuti quei Bronzi fieri e solenni che sentivamo vicini quasi stessero con noi in quelle giornate serene sulla spiaggia di Riace. Lui un giorno lo dedicava a un rito. Con Paola andava a trovarli a Reggio non mancando mai di attraversare la strada tra il museo e il chiosco di Cesare per gustare il miglior gelato dello Stretto. Al ritorno me ne parlava, anche del gelato, quasi fosse andato a trovare dei parenti. Ci assomigliavamo perché da allora quando vado a Reggio devo stare un po’ anche io con i miei “parenti”. Meridionale Tonino, meridionale io, perché i rami si potano, le radici no. Un po’ bronzi pure noi. Come «avere gli altri dentro di sé».

Racconto pubblicato il 7 agosto 2019 sul Corriere del Mezzogiorno

Il lupo mannaro di Arcavacata

di MATTEO COSENZA*

Una notte poco fa, mentre lasciavo la Sila e mi avviavo verso la discesa per Crotone, all’improvviso ho visto una palla luminosa, più gialla che bianca. Ho pensato a un lampione più o meno lontano ma mi è sembrato strano perché a vista d’occhio non c’era una luce che fosse una, solo una fitta e indistinguibile selva scura di centinaia di migliaia di alberi. Ho fermato l’auto e ho osservato meglio. Era la luna. Un’apparizione folgorante, quasi un sole sonnacchioso. Sono rimasto fermo a lungo. Ho anche abbassato i finestrini, per ascoltare il rumore di fuori. E invece neanche un fruscio, una notte calma, eppure la montagna respirava anche se non lo dava a sentire. Non nascondo che provavo un certo timore. Il buio, la solitudine, la mancanza di luci compresi i miei fari nel frattempo spenti, e il sapere che lì attorno a me c’era vita, c’erano animali, c’erano sicuramente i lupi. Ho cercato di distrarmi armeggiando con lo smartphone con il quale, in mancanza di una macchina fotografica, mi sono arrangiato per fare qualche foto: non perfette ma bastevoli per immortalare un’emozione. E poi, nel buio appena rischiarato dalla luna, un po’ pastore errante, ho ripensato ai lupi e al lupo mannaro, perché da quelle parti ce ne sono di veri e c’è anche quello della leggenda.

Ce ne dovevano essere anche a valle, dall’altra parte rispetto alla mia direzione di marcia, al termine della vallata di Cosenza e Rende, laddove inizia la collina di Arcavacata. Cinquant’anni fa, dopo sette mesi di guerra urbana conclusa solo con l’arrivo dei carri armati, alla rivolta di Reggio Calabria che rivendicava il capoluogo della nascente Regione si pose fine con il compromesso del “pacchetto Colombo”, poi rivelatosi un fallimento salvo che in un punto: non a Reggio o a Gioia Tauro ma proprio lì su quell’arida collina rendese-cosentina nacque l’Università della Calabria, un innovativo campus concepito e realizzato da Beniamino Andreatta che raccolse attorno a sé il fior fiore dei saperi di quel tempo.

Un’università nuova in tutti i sensi dove gli studenti soggiornavano e alla quale accorsero di buona lena professori di valore da ogni parte. Nella temperie di quegli anni Settanta non fu una sorpresa che i fermenti del paese, anche quelli tragici del terrorismo, si avvertissero anche in questa cittadella senza confini, un ponte della regione più dimenticata e dolente verso il mondo. E così ci furono attentati e si immaginò che un ruolo lo avrebbe potuto avere il calabrese Franco Piperno, allora leader di Potere Operaio, ma non fu indifferente il fatto che questa era anche la terra di Giacomo Mancini, il più garantista dei politici italiani per di più anche sfiorato in famiglia dal vento brigatista. E così nella notte tra il 27 e il 28 giugno 1979 il generale Dalla Chiesa dispose un blitz che portò all’arresto di docenti e “fiancheggiatori”. Mi toccò andare lì per “Paese Sera” e scriverne.

Ventisette anni dopo, appena arrivato in Calabria per restarvi a lavorare per un bel po’, ritornai quasi subito in quel luogo. In un’affollata aula dell’università personaggi importanti presentavano un libro. Lo aveva scritto un professore che nei cenni biografici si definiva “un lupo mannaro”. Era stato docente all’epoca del blitz, ora era il bibliotecario della Normale di Pisa. Si chiamava Renato Nisticò e il libro si intitolava “L’arcavacante”. Un romanzo che con partecipazione raccontava quel lontano periodo, mai chiarito nella sua effettiva verità, e faceva riecheggiare l’ululato dei lupi – i terroristi o presunti tali? – che l’abitavano e insidiavano. L’incontro iniziò con un po’ di ritardo perché mancava un relatore e da una bella signora che mi sedeva affianco sentii dire: «Nessuna sorpresa, la rivoluzione non si sa mai quando arriva». E da un altro vocio appresi che forse il lupo mannaro era proprio lui, Franco Piperno, e non l’autore del libro.

Renato mi piacque e gli chiesi di scrivere per il mio giornale. Lo fece con regolarità. Poi una pausa. Infine, quando stavo per sollecitargli di uscire dal letargo, mi arrivò un nuovo pezzo. Lo lessi e lo rilessi. Sentivo che c’era molto di non detto, avvertivo una strana sensazione ma non ebbi il coraggio di chiedergli una spiegazione. Chiamai suo cognato, Mimmo Cersosimo, professore di economia all’Unical, e scoprii che non mi ero sbagliato: c’era un problema, un problema serio, Renato aveva la Sla.

Ma il lupo calabrese per quanto mannaro fosse era un animale fiero, non si arrese alla malattia e per tutto il tempo che gli è rimasto da vivere l’ha vinta viaggiando, pur restando fermo nella sua Pisa, più di quanto possa fare un vacanziere incallito. Perché dalla prigione della sua sedia superaccessoriata ha continuato a lavorare e a vivere. Attorno a lui si formò una comunità di amici, familiari, studenti, colleghi, che ha assecondato i suoi desideri e le foto che lo ritraggono, felice sulle spiagge toscane o sulla vetta del Monte Serra, raccontano a meraviglia la sua tenacia e la curiosità.

“Caro Matteo”, quel giorno quasi mi veniva un colpo. Era lui, mi parlava attraverso Messenger. Poche parole perché, compresi in seguito, per lui era un’impresa disumana trasferire le parole una lettera alla volta attraverso impulsi meccanici. Ma seguirono altre parole, anche per giustificare, figuriamoci, il silenzio, “…sarà stata la pigrizia o l’invadenza della malattia”, e poi “una domanda a bruciapelo: “Sai di qualche giornale di carta o online che potrebbe ospitare qualcuno di questi pezzi irrituali provocatori ma anche divertenti”.

Chiamai il direttore del “Tirreno”, Luigi Vicinanza, e così Renato riprese anche a scrivere per un giornale. Lentamente, faticosamente, mentre continuava ad attraversare mondi e paesi con la mente e con il cuore e spesso anche con il suo corpo imprigionato. Gli mancò un viaggio: volare con il parapendio, liberando nel cielo e sul mare della Versilia il suo corpo fragile e il suo animo irriducibile. I suoi amici non fecero in tempo a prepararlo e lui se ne andò. Io l’ho ritrovato nel buio della Sila, al lume della luna. Poi, ho rialzato i vetri, messo in moto e sono ripartito. Ciao Arcavacante.

 

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La musicassetta

di MATTEO COSENZA*

Più che ai luoghi ci sono viaggi legati alle persone, in questo che racconto ad un amico e, in un caleidoscopio di avventure e scoperte, a una musicassetta che ne divenne il filo conduttore. Lui si chiamava Gennaro Pinto, una figura leggendaria per generazioni di giornalisti e diffusori della cosiddetta gloriosa stampa comunista a Napoli e in Campania. Sempre in seconda fila, non nell’ombra perché il suo era uno spazio importante e intoccabile. Il figlio Gianni, che ne ha seguito le orme, è diventato, come lo era nel primo dopoguerra il padre, animatore di spettacoli teatrali e soprattutto è stato l’assessore dell’Estate a Napoli con Maurizio Valenzi sindaco.

Che ha a che fare tutto questo con il viaggio? Intanto in origine c’è il primo viaggio, non da turista, di Gennaro. Con la divisa militare andò a combattere per la nostra patria in terra prima di Grecia e poi d’Albania. Gli ci volle poco per capire che quella storia non gli apparteneva, presto fu uno dei tanti soldati lasciati allo sbando dopo l’8 Settembre e divenne partigiano, tanto da meritarsi l’amicizia riconoscente degli albanesi. Nel frattempo ebbe anche il tempo di incontrare l’amore della vita, Deshira Potossi, a tutti noi nota come Cilò, e di sposarla e condurla con sé a Napoli. Il fatto è che Cilò era la principessa bei di Tirana e, mentre i suoi familiari vennero privati delle non poche ricchezze e del potere immenso di cui avevano goduto fino a quel momento e poi furono sottoposti al regime carcerario per anni, lei non poteva fare ritorno nel suo paese e affidava i messaggi per la famiglia al marito che, essendo un amico dei governanti albanesi, poteva andare e tornare da lì quando e come voleva.

Gennaro, napoletano verace come si dice dalle nostre parti, aveva l’innata capacità di stabilire e moltiplicare i rapporti di conoscenza e amicizia. E, sia per quello sguardo verso est per i motivi prima ricordati sia perché a quei tempi i comunisti puntavano la loro attenzione, e molti le loro speranze, verso quella parte d’Europa, il nostro intrecciò saldi rapporti a Mosca come a Bucarest, a Sofia e, come si è detto, a Tirana. E’ stato un mio grande compagno e dopo la morte di mio padre divenne il mio amico, se si può dire, paterno. E fu naturale accettare una sua proposta di viaggio, alquanto ardita, per le nostre due famiglie.

Partimmo da Napoli con la mia Fiat 131 diesel. C’erano lui e Cilò, io, Anna e le nostre figlie, Valentina di anni cinque e Ilaria di tre. Tappa finale la Romania. Era settembre, nell’incertezza del clima preparammo molti e voluminosi bagagli. Per stiparli nel portabagagli e poi chiuderlo quasi ci si sedeva sul cofano. In più avevamo imballato la parte residua, buona per tutte le stagioni, in una sorta di cubo che stava sul tetto della vettura. Gennaro, che era anche molto paziente, nelle numerose tappe perdeva quasi mezz’ora per disfarlo o ricomporlo.

Il giro fu lungo. Prima tappa sulle Alpi per dormire e poi di corsa a Vienna. Una toccata e fuga, per vedere qualcosa, respirare l’aria della città e soprattutto gustare un dolce nella pasticceria Demel e contemporaneamente osservare da una vetrata uno dei pasticcieri che decorava una torta con minuscoli confettini alla maniera di un pittore del puntinismo. Avevamo programmato di dormire dopo aver superato il confine con l’Ungheria e quindi ci recammo verso quella direzione. Non avevamo calcolato che stavamo entrando in un paese del socialismo reale, per farlo ci diedero i tormenti e a nulla valsero le simpatie di Gennaro che però in Ungheria non erano molto collaudate. Insomma, passammo la frontiera che era notte e la speranza di trovare un albergo svanì presto. Strade buie, di case o parvenze di negozi neanche l’ombra, solo in un punto vedemmo delle luci, vi andammo incontro speranzosi ma erano quelle di una fabbrica. Gli operai stavano uscendo a fine, credo, dell’ultimo turno: non riuscimmo a fermarne nessuno, tutti scappavano e poi c’era la lingua che faceva il resto.

Andammo avanti e ci trovammo su un’autostrada. Nell’unica area di sosta che incontrammo il bar era chiuso. Gennaro era preoccupato e mi lanciava sguardi allarmati senza farsene accorgere dalle mogli, visibilmente terrorizzate, e dalle bambine stanche e più che agitate. Al primo svincolo uscimmo e alla cieca andammo avanti. Nel buio non ci saremmo neanche accorti di dove eravamo se una voce familiare non ci avesse gridato: “Italiani?”. Eravamo finiti in una tenuta frequentata da cacciatori italiani. Dormimmo nella stanza del proprietario ancora frastornati.

Non eravamo lontani da Budapest, che raggiungemmo a metà mattinata. Non so come mi fossi ritrovato sulla corsia dei tram, ma ricordo che all’improvviso due militari con i mitra spianati picchiavano sul cofano dell’auto spingendoci per farci tornare indietro. Eravamo arrivati, non so come, all’ingresso della piazza del Parlamento. In quel preciso istante colpi di cannone rintronarono e si sentì anche un fragoroso battere di tacchi da parte dei soldati in gran parata. Da un’auto stava scendendo Gheddafi che si avviò verso il portone dove l’attendeva, immagino, il presidente magiaro. Non vedemmo null’altro perché la mia auto andava all’indietro senza che pigiassi l’acceleratore. I soldati, in dubbio se arrestarci o fucilarci all’istante, avevano il solo scopo di cacciarci da quel luogo e di liberarsi della nostra presenza. Appena riuscimmo a girare volammo lontano ancora increduli di quanto ci era capitato. Intanto Gennaro se la rideva sotto i baffi che non aveva. Io, mi dissi, ci tornerò e me la godrò questa città, impegno poi onorato come anche per Vienna.

La nostra meta era la Romania, ci aspettavano amici di Gennaro nella città di Oradea, bella non solo per il nome. Lui era un medico, la moglie una funzionaria del partito comunista. Trascorremmo giorni ricchi di esperienze e incontri, percepivamo sentimenti contrastanti: l’orgoglio non celato per l’autonomia che Ceausescu rivendicava dall’Urss e al tempo stesso, più custodita, l’insofferenza per i rigori e le degenerazioni vistose del regime. La mia auto non era nuova ma attirava l’attenzione. Ci osservavano quando attraversavamo le strade, e se ci fermavamo si radunava quasi sempre una folla di curiosi con occhi emozionati per la nostra “favolosa” Fiat, manco fosse una Ferrari. Un po’ più complicato era fare carburante, ma a noi, che avevamo amicizie solide, il pieno era garantito da taniche ricolme che venivano portate direttamente nella nostra residenza.

I negozi non erano invitanti, almeno per noi abituati a ben altro, sicuramente non nascondevano la carenza di merci. Ma nelle case che frequentavamo scoprivamo frigoriferi maestosi colmi di ogni bendidio. E quelle case, di professionisti e soprattutto di uomini o donne del partito, erano arredate riccamente e si aprivano al nostro godimento come oasi di benessere, si potrebbe dire di ricchezza, di cui in giro c’erano scarse tracce. In compenso, per una fortuita necessità, facemmo tappa in un ospedale e avemmo ovviamente un’attenzione particolare, ma capimmo anche che quella struttura funzionava molto bene non solo per noi ospiti da trattare con riguardo.
La girammo in lungo e largo, la Romania, ci bagnammo nelle piscine termali e non, affollate per i turni settimanali di ferie garantite a tutti i lavoratori, andammo sui Carpazi, visitammo naturalmente Bucarest, furono una decina di giorni intensi che ci procurarono amicizie non d’occasione se è vero che ricambiammo l’ospitalità accogliendo i rumeni nelle nostre case napoletane. E quando lasciammo la Romania la nostra auto era un deposito di attenzioni, gastronomiche, artigianali, librarie, tessili, al punto che non avevamo alcuna possibilità di muoverci.

Ritornammo in Italia attraverso la Jugoslavia, con un’esperienza notturna in un albergaccio (non trovammo altro sulla “camionabile”) in cui io e Gennaro restammo svegli nel timore che qualche topo potesse insidiare le nostre quattro donne. Scappammo molto prima che albeggiasse e tirammo un sospiro di sollievo nella splendida Lubiana, e poi ce la spassammo per un paio di giorni sul lago di Bled prima di puntare a Napoli dopo una tappa a Bologna.

E la musicassetta? È quella che registrammo durante il viaggio, all’andata e ritorno. Scoprimmo, mentre lasciavamo l’Italia, che in mezzo a noi c’era un cantante. Non so se per necessità, considerato che erano vistose le sofferenze a cui costringevamo le due piccolissime viaggiatrici e che qualcosa occorreva inventarsi per non farle innervosire, sta di fatto che a un certo punto Gennaro intonò “È arrivato l’ambasciatore con la piuma sul cappello…”, e Ilaria e Valentina scoprirono di aver trovato il terzo nonno. Le conosceva tutte, le canzoni popolari, non solo quelle napoletane più famose, certamente non musica per bambini, comunque le più orecchiabili; tant’è che le vocine delle mie figlie spesso accompagnavano la robusta e dolcissima voce di Gennaro mentre intonava “come facette mammeta”, “funiculì, funiculà”, “core ingrato”, o – e questa alla fine si cantava in coro – “quando hai vent’anni ti ci vuole la mogliera per aumentare la famiglia di papà”. Dopo qualche migliaio di chilometri non ricordo chi prese l’iniziativa ma imbracciammo il mangiacassette e iniziammo a registrare. Quella cassetta è stata poi una delle colonne sonore, sicuramente la più cara, della crescita delle figlie. E se loro, ma anche io, ricordiamo Gennaro pensiamo inevitabilmente all’ambasciatore e alla sua piuma sul cappello.

Io, per la verità, ne rammento anche un’altra. Eravamo a Oradea a casa di un collega di Remhir, il medico che ci ospitava, e attorno a un sontuoso tavolo ovale, impreziosito da tovaglia, piatti, posate e bicchieri di rappresentanza, pranzavamo con leccornie di ogni genere. Siusi, la moglie del padrone di casa, molto bella e vestita con un abito dalle ampie scollature, incurante di Cilò, civettava con Gennaro che, come sempre gli accadeva, era al centro delle attenzioni. All’improvviso calò il silenzio mentre Gennaro, rivolto alla signora, cantò: “Femmena, tu si ‘na malafemmena…”. Ma questa non la registrammo.

 

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Lettopalena, una Pompei del ’43

di MATTEO COSENZA*

Ero in Italia ma ebbi bisogno dell’interprete. Stesa nel letto, Ladina parlava un abruzzese così stretto che io non capivo una parola. Aveva 84 anni, non gliene toccavano molti altri, eppure poteva dimenticare qualsiasi cosa ma non quella tradotta del gennaio 1944.

Un metro di neve, al Valico della Forchetta quasi due. Un corteo di donne e bambini che affondavano i piedi con tutte le gambe in un tappeto morbido, un’ingannevole panna che a ogni passo si trasformava in una tenaglia di aghi ghiacciati. «Raus, raus! I tedeschi vennero nel pagliaio e ci portarono via. Gli mostravo la pancia, ero all’ultimo mese, stava per nascere il mio terzo figlio, il primo aveva sei anni il secondo tre. Mi stesi a terra facendo finta di essere morta. Un soldato mi sentì il polso mentre un altro portò via i miei due figli. Una donna non riuscì a tacere: ma dove li porti questi due bambini con la mamma morta? Si prese il calcio del fucile nello stomaco. Dicevano che ci avrebbero portati a Rocca Pia. Dopo una marcia terribile arrivammo sull’altopiano. “Non ce la faccio più, aiutatemi”. Quasi nessuno mi dava ascolto, un’amica mi rincuorava: “Forza, tra poco arriviamo”. Partorii nella neve. Da sola ruppi il cordone ombelicale e lo attaccai con un po’ di spago, mentre una signora prese il bambino e se lo portò via. E io dietro di lei, lasciando scie di sangue. Dopo ore giungemmo a Rocca Pia. Non si sapeva dove avevano portato il bambino, alla fine lo trovai in una casa dove lo stavano lavando. Quando lo vidi pensai: vedi come stiamo combinati, non era meglio se morivi?».

Ladina Di Stefano si salvò e Giuseppe solo quando capì si rese conto di come era venuto al mondo. Altre persone, diciotto, non ce la fecero. Si aggiunsero alla lista dei caduti di quei mesi terribili.

Ero capitato per caso in Abruzzo. Ne conoscevo poco, mi bastava Roccaraso dove si andava in escursione domenicale mordi-e-fuggi, a bordo di corriere che arrancavano nella salita e si fermavano troppo spesso e a lungo per mettere o togliere le catene. Il rito ancora continua, come la teoria di modernissimi pullman parcheggiati sulla Nazionale sta a dimostrare. Poi con gli anni venne la scoperta del Parco Nazionale d’Abruzzo, l’oasi di Alfedena, i lupi e il gioiello di Pescasseroli, ma anche qualche discesa verso Pescara. Al bivio di Rivisondoli mi fermavo, al massimo arrivavo a Pescocostanzo quasi solo per il gusto di assaporarne l’armonia. All’altopiano che veniva dopo neanche ci facevo caso. Poi, ripeto per caso, un giorno mi avventurai fino alla Forchetta dove c’è la stazione alla quale la domenica delle belle stagioni ancora si ferma il vecchio treno oggi al servizio di turisti intelligenti. Qui puoi decidere se svoltare a sinistra verso Campo di Giove e attraverso una strada dolce, aspra e a tratti lunare, raggiungere Sulmona, o a destra verso Palena, che sta undici chilometri più giù. Imboccai quest’ultima trentacinque anni fa e non me ne sono mai pentito.

Un bosco fitto, spesso bianco d’inverno, verde nelle belle stagioni e un mosaico di arancione, giallo e rosso quando le foglie agonizzanti iniziano a cadere. La musica di qualche ruscello che casca qua e là, un cervo che rischia di finirti sul cofano, la volpe non furba che non attraversa sulle strisce, i cinghiali che nel buio ti spaventano più di un lupo. Sei sulla Frentana, che poi diventa il “Terrazzo d’Abruzzo” dannunziano, più avanti, prima di Lama dei Peligni, nelle imperdibili Grotte del Cavallone fu ambientata la “Figlia di Iorio”.

In verità non ci arrivai subito, a Palena presi a destra verso Lettopalena. Mi ritrovai proprietario di un pagliaio sull’Aventino sotto la Maiella, dalla parte opposta. Misi radici. Uomo di mare che scopre la montagna. E che montagna! La grande madre, territorio mitico di antichi popoli, i Peligni, dura come le Dolomiti, mentre dall’altra parte del fiume se ne scivola fino al mare un’altra, addolcita da linee quasi arrotondate come i paesaggi umbro-toscani. Là in fondo si intravede una striscia appena più scura del cielo per avvertirti che l’Adriatico ti aspetta con i suoi Trabocchi. Per capirci, puoi fare di tutto, anche startene seduto per ore a guardare e a non stancarti mai. Poi puoi muoverti e il bello del pianeta ti sembra concentrato tutto qui.

In verità più guardavo dall’altra parte del fiume e più mi incuriosiva un altro film. Un luogo disabitato, ogni tanto un resto di muro, l’incavo di una casa, forse di una bottega, la nuda parete con rosone di una chiesa, un profilo lungo in cui doveva esserci stato qualcosa, forse un paese. E, una volta lì per ripetuti sopralluoghi, la scoperta di antiche tracce di vita, l’intonaco colorato di una stanza, un abbozzo di fontanina. Sì, lì c’era il paese nel quale in un tempo felice vivevano anche più di mille persone, una metropoli per queste montagne in crisi di abbandono.

Uno strano paese, con una sua dignità urbanistica. In mezzo il fiume, che quasi gioca con macigni e dirupi donando angoli che sembrano inventati come le Acquevive a Taranta Peligna (il paese della taranta, l’antica mantella abruzzese, c’è ancora una fabbrica di un padrone-operaio fiero di aver prodotto i suoi soprabiti per “La vita è bella” di Benigni), e poi più giù divertimento assicurato con rafting fino al lago di Casoli. Ma risaliamo a Lettopalena.

Su una riva, quella sotto la Maiella, c’era il vecchio paese. Una porta di sotto e una di sopra, e un presepe di case su più piani a vani singoli attaccate una all’altra. Questo era il paese degli uomini. Sull’altra riva, su un pianoro un po’ più in alto, il paese delle bestie: una serie di pagliai dove ogni sera le pecore ritornavano dai pascoli imboccando secondo un codice quasi genetico la porta del proprio rifugio. E ancora più su c’era il cimitero, e accanto a questo l’Abbazia di Monteplanizio, la più importante dell’Abruzzo, che simbolicamente, vedremo, l’accosterà a quella di Montecassino.

Che fine aveva fatto il vecchio paese? Ora, con l’erba e le piante che ne hanno appiattito i contorni, non si scorge più quello che osservavo allora: mi sembrava una Pompei del ventesimo secolo e, quando vidi le foto del dopoguerra, mi resi conto che non ero molto lontano dalla verità. Lì era passata la Storia. E aveva seminato distruzione e morte. Per un’imponderabile scelta del destino quel paesello e anche altri della zona si erano trovati sulla Linea Gustav, il fronte dall’Adriatico a Montecassino che i tedeschi difendevano dall’Ottava armata inglese da un lato e dagli americani dall’altro. Quando la trincea vacillò, il generale Kesserling ordinò “terra bruciata”. E fu tragedia.

Gli abitanti, soprattutto donne, bambini e molti vecchi, non gli uomini che o erano in guerra o si erano dati alla macchia, furono cacciati dalle abitazioni. Una mattina i tedeschi minarono una casa, la fecero saltare in aria e procedettero allo stesso modo con tutte le altre. Finirono a tarda sera. Poi distrussero il ponte che congiungeva le due rive, ma l’operazione durò giorni perché qualcuno aveva manomesso l’esplosivo. Seguì la traversata del “deserto bianco” prima ricordata, mentre si andavano costituendo nuclei di partigiani che inizialmente inseguivano i loro averi, soprattutto il bestiame, che i tedeschi avevano razziato. Così nacque la Brigata Maiella, uno dei più straordinari esempi della Resistenza, anche perché i partigiani abruzzesi, prevalentemente contadini a cui si unirono i soldati sbandati dopo l’8 settembre, non si limitarono a liberare il loro territorio ma combatterono contro i tedeschi fino alle regioni del centro-nord. Un sacrario sopra uno sperone della Maiella, un po’ più su di Taranta Peligna, che ebbe la stessa sorte di Lettopalena come di altri paesi della zona, è una tappa obbligata per un viaggio della memoria.

Dunque, mi serviva un interprete. Non devo aggiungere che queste montagne abruzzesi sono state teatro di un’emigrazione infinita. Quando partivano i pullman per andare alla stazione di Pescara o al porto di Napoli per raggiungere altrove il lavoro, anche in una miniera che stava a Marcinelle, c’era tutta la popolazione a salutare chi andava via. Un giorno fui incuriosito dall’agitazione per un terremoto a Newcastle, una città sulla costa orientale dell’Australia. A sentire i lettesi sembrava che avesse tremato la Maiella. In realtà lì viveva una comunità di emigranti più numerosi di quanti ce ne fossero nel paese natio: oggi Lettopalena ha poco più di trecento abitanti.

Una sera venne a cena a casa mia una signora australiana che era partita tanti anni prima. L’accompagnava il sindaco Agostino Terenzini. Mi regalarono il loro amarcord mentre mi indicavano punti e spiegavano quello che individuavano al di là del fiume. A un tratto mi chiesero, non ricordo chi dei due, perché non scrivessi quella storia. Così nacque un mio libro, quasi un reportage da inviato nei giorni tragici del 1943 e 1945.

Incontrai tutti i sopravvissuti, soprattutto donne e bambini, di quella tradotta e degli altri eventi tragici. Terenzini mi faceva spesso da interprete, come si è visto con Ladina, mentre io raccoglievo le loro memorie che si sarebbero sicuramente disperse.

Il manoscritto viaggiò molto prima di andare in libreria, perché fu mandato a Greensburg, ad un professore dell’University of Pittsburgh, Gaetano Rossetti, anche lui un emigrato lettese. Lo tradusse, lo rimandò in Italia, e di nuovo il libro attraversò l’Oceano per chiarimenti e infine ritornò in Abruzzo. Fu pubblicato in doppia lingua proprio perché doveva raggiungere i lettesi sparsi per il mondo. Del resto, chi ha più diritto al viaggio di un libro?

Ho sempre sperato che a Lettopalena come negli altri paesi sconvolti dalla guerra si potesse creare un percorso della memoria. Qualcosa c’è stato ma resta tanto da fare prima che il tempo non ne consumi le tracce. Il soldato Carlo Alberto Ciampi il suo contributo a questi territori che gli erano ben noti lo ha dato. E ogni tanto, anche la ricorrenza del 25 aprile, piccole comunità in luoghi viceversa sconosciuti si riuniscono per rievocare un eccidio o uno scontro a fuoco, a riprova che da queste parti la Resistenza non fu episodica e contingente.

Qui c’è la storia, ma qui non manca la malia, che ha tante facce. Quella, per esempio, di Carlo, di cognome fa Rossi, che, sulle orme del padre emigrante, visse la gioventù a Milano, fu in un gruppo che partecipò a Castrocaro, per anni suonava in un night meneghino e un bel giorno ritornò a casa da dove non si è più mosso. Per anni ha cercato pietre e ne ha fatto sculture senza mai dimenticare la musica che quasi ogni giorno suona con la chitarra all’ombra di un’ albizia insieme al suo amico Giampietro Como (famiglia vasta quella di Perry Como). Lo chiamo “l’orso di Lettopalena” per distinguerlo dalle quattro orse che vivono da anni in pace nell’oasi al centro di Palena. O di Erminio Di Carlo, morto povero, che ha lasciato tracce materiali della sua vita laboriosa: cercava, solo per passione, pietre e fossili nella montagna, dove in altre ere c’era il mare, e ha donato i reperti che hanno fatto nascere il Museo Geopaleontologico dell’Alto Aventino nel castello di Palena. O di Leonardo Angelucci, un giovane agronomo che aveva titoli per cercare altrove fortuna e che, insieme alla sua compagna, ha creato alle porte della Fonte della Noce la “Casetta bianca”. Fa il pastore e manda avanti il caseificio con il latte di capre e pecore. Ama la sua terra e nei giorni della pandemia ha donato il ricavato dei suoi formaggi all’Asl.

L’Abruzzo può sorprenderti. Uno può mai immaginare di trovare da vivo il suo nome su una lastra di marmo in uno spazio pubblico? A me è capitato il 19 novembre scorso. All’ingresso della vecchia Lettopalena distrutta dai nazisti, su un macigno, che è esso sì un’opera d’arte, hanno posto la frase conclusiva del mio libro su una targa. Parafrasando la canzone di De Gregori ricordavo che la Storia «entra nelle case senza bussare». E non bisogna mai dimenticarlo.

*MATTEO COSENZA (nato nel 1949, è un giornalista. Napoletano di Castellammare di Stabia, meridionale con un quarto calabrese, italiano a 24 carati, nonostante tutto europeo, ospite transitorio della Terra)

 

Fonte: https://www.foglieviaggi.cloud/blog/lettopalena-una-pompei-del-43

 

Ischia sogno mio di bimbo, con Stalino e il profilo di Hitchcock

di MATTEO COSENZA*

Piedi, treno, tram, nave, bus, piedi, all’andata; piedi, bus, nave, tram, treno, piedi al ritorno. Due mezze giornate, in tutto una giornata di viaggio. Ma chi se ne importava! Le estati scorrevano come un sogno tra acqua del pozzo e lume a petrolio, tra asini e porci, conigli e cani (Campaniello che non invecchiava mai). Appena arrivato, via scarpe e abiti (nulla di importante, vestimenti modesti di figlio di operaio), piedi scalzi, neanche gli zoccoli, una mutanda, un pantaloncino corto blu con le tasche plissettate con cotone bianco e una canottiera. Le scarpe e i vestiti li rivedevi dopo tre mesi per il ritorno nella civiltà. Eppure non si stava tanto lontano, solo al di là del mare, quello del golfo di Napoli, poco più di un’ora di traghetto, ma a quel tempo Serrara era più isola dell’isola, il massimo delle ristrettezze, il paradiso per me.

Un viaggio che, si è capito, era complicato, molto complicato. Appena finita la scuola, mio padre e mia madre si caricavano di valigie e di qualche regalo e, tenendo per mano, non so quale, me e mia sorella più piccola, ci trascinavano dalla collina di Quisisana alla stazione di Castellammare. In treno fino a Napoli e qui trasbordo sul tram numero 1 che da corso Garibaldi ci portava al Molo Beverello. La nave era una goduria per un bambino che le vedeva mentre scendevano in mare e che ne era orgoglioso perché il padre le costruiva. A Ischia raggiungevamo Serrara con una delle due circolari che circumnavigavano l’isola. I nostri genitori, stoici più che tenaci, imboccando sul lato della chiesa un viottolo, allora più o meno una mulattiera, precipitavano, e noi e i bagagli con loro, per un buon chilometro fino alla casa della zia che ci aspettava. Papà si rimetteva, più leggero, in viaggio per riprendere il lavoro al cantiere, si ripresentava per i quindici giorni di ferie a cavallo di Ferragosto, ritornava di nuovo a Castellammare e infine veniva a riprenderci per l’apertura della scuola.

Il ritorno era ancora più duro. Perché quando si partiva dalla casa della zia, lungo quella mulattiera ora in ripida salita c’erano le case di altri parenti che ci riempivano di affettuose e ingombranti attenzioni. E noi salivamo sul bus con buste piene di bottiglie di vino e soprattutto con molte scatole delle scarpe, legate con lo spago e forate ai lati per far respirare i conigli che vi stavano dentro. Un anno sul tram dal Molo Beverello alla Circumvesuviana, per il caldo e per lo sballottolamento, un paio di bottiglie di vino spumante rosso scoppiarono. Il resto potete immaginarlo.

Valeva la pena fare questi sacrifici? Avreste dovuto chiederlo soprattutto ai miei genitori, per noi piccoli era non un viaggio, ma il viaggio, il trasferimento da un mondo ad uno diverso, una fuga, peraltro molto lunga, in un’altra vita. Perché l’isola era un altro mondo, e Serrara era un altro mondo rispetto all’isola.

Tanto per cominciare io non dormivo in un letto. La casa era divisa in due pezzi, da un lato due stanze comunicanti con i tetti bombati, che la sera diventavano un dormitorio, e dall’altro una cucina angusta dalla quale si passava in un bagno (un lavandino e una tazza) o per una scala scavata nel tufo si scendeva alla cantina dove c’era anche il forno per il pane. Tra i due ambienti un pergolato con un grande tavolaccio in un angolo che da un lato affacciava sul mare e dal quale si intravedeva la piramide di Sant’Angelo. Per dormire ci si arrangiava perché mia zia, prematuramente vedova, cresceva una famiglia numerosa. Miseria tanta, ma lei, un vulcano, teneva l’allegria nel sangue, pensava a tutti e a me riservava ogni sera un tenero scappellotto (quasi un “bacio della mamma” prima di dormire).

Dall’altra parte di un cortile adiacente, dove c’era il pozzo, un fabbricato di forma rettangolare svettava come una piccola torre. Era una colombaia. La notte mio cugino Paolo dormiva sul “piano di sopra” attento a non far entrare i colombi e io in quello di sotto, i nostri giacigli erano fatti con le foglie delle pannocchie di granone. La sveglia ce la dava il gallo. E noi, mezzo assonnati, raggiungevamo gli altri parenti e un paio di asini, per andare nei campi, che poi erano terrazzamenti che spesso davano le vertigini perché sotto in certi tratti a precipizio c’era il mare. Naturalmente lavoravano loro, io ero troppo piccolo. Per me era un divertimento, compreso il momento dei bisogni sotto qualche vigna e per carta igienica una foglia di fico. Ma della vite e del fico apprezzavo soprattutto i frutti, un’uva cornicella croccante, la mia madeleine.

Con la calura, verso le dieci tornavamo da zia Eleonora che, sotto un rigoglioso e profumato gelsomino (il mio “biancospino”) ci aspettava con una scafarea di insalata di pomodori, patate lesse, cipolle, peperoncini e sedano o basilico (la carne compariva solo per il pranzo della domenica). E soprattutto con il pane che lei faceva una volta la settimana; io impazzivo per il “gulurcio”, così chiamavano il pezzetto terminale della pagnotta che inzuppavo nell’insalata e che mi lasciava attaccato sui denti il nero della scorza bruciacchiata. Ma che te ne fai di una coppa di caviale con champagne!

La giornata trascorreva veloce tra una scorribanda e l’altra. Stanchi, la sera aspettavamo in fila il nostro turno davanti alla cucina, dove sul focolare l’acqua bolliva e veniva travasata in una tinozza nella quale ci lavavamo uno alla volta.

Finì quel tempo sospeso, una lunga pausa tra un inizio e un fine anno scolastico. Tornavo lassù sporadicamente. Soprattutto per rivedere i luoghi e ritrovare l’emozione delle intermittenze del cuore, il nostro bagaglio di memoria. Se ci penso, avverto un friccico nella parte bassa del corpo, come quando a noi bambini ci facevano entrare nell’immensa tinozza per pigiare l’uva pronta a divenire un bianco nettare divino e dopo non riuscivamo a camminare perché le gambe zuccherose eroticamente si accoppiavano.

Ma poi risalivo sul “trono” come i miei, e non so perché, chiamavano quel promontorio nel quale il maiale regnava nel suo porcile avido del cibo che gli portavamo per ingrassarlo al punto giusto per potergli fare la “festa” a fine anno. Soprattutto andavo sul crinale, uno strapiombo e, come in un film, abbracciavo con lo sguardo la Punta della Campanella e la “testa di coccodrillo” di Capri e al di qua del mare Punta della Signora, i Maronti e la spiaggia che si allungava sulla destra verso Sant’Angelo. Me ne stavo seduto, quasi come su una sedia, con le gambe penzolanti nel vuoto, a sentire il silenzio, solo un’eco del mare, e la frescura di un alito di vento leggero come una carezza.

Per andare al mare scartavo la mulattiera, un avventuroso canyon scavato nei secoli dall’acqua, che portava direttamente a Sant’Angelo, io preferivo quello, non meno accidentato, che calava verso la Cavascura. Lungo il tortuoso cammino potevi fare anche qualche brutto incontro, come quella volta che io e una mia cuginetta ci trovammo davanti a un serpente: passava lui o noi? Gambe in spalle e velocissima risalita verso casa senza mai voltarsi indietro. Che coraggio! Ma poi riprovavi. Il rigagnolo di acqua tiepida che correva verso il mare era il segno che eri arrivato alle antichissime terme, ma non ti fermavi perché poco più avanti c’era lui, il mio idolo, il mito, l’icona dell’isola: il bisnonno Pietropaolo. Noto come “Stalino” ad ogni latitudine e non solo nazionale, le cartoline postali con la sua immagine si vendevano in tutta l’isola. Un gigante con un volto scultoreo e due baffi che spiegavano il soprannome.

La sua casa era un po’ più su ma lui viveva in quel buco ricavato dalla pietra, che oggi è una taverna con il suo nome e soprannome. Anche allora era un ritrovo per buongustai. Soprattutto per merito della sua seconda moglie (sposata all’età di 78 anni, si favoleggiava che lui non avesse avuto figli da questo matrimonio non per propria responsabilità): sapevi che cosa stava cucinando molto prima di arrivare da lei, tanto netti erano i profumi che le sue pietanze diffondevano in ogni direzione. Venivano da ogni luogo, dall’Italia e dall’estero, artisti e personalità dei vari campi, per salutare il bisnonno che io chiamavo nonno. Credo anche, ed essendo piccolo mi fido del racconto di mia madre, la prima del suo esercito di nipoti, di aver incontrato lì Renato Guttuso, che gli fece un ritratto per anni appeso al muro e che ora si trova nella casa di un professionista di Barano.

L’isola penso di conoscerla bene e l’ho anche abitata in molti dei suoi comuni: strade, anfratti, spiagge, tutti i suoi immensi e sbalorditivi parchi termali. Sempre bella, unica, da vedere, ricca di incontri. Lasciata la taverna e raggiunto l’arenile, una piacevole passeggiata sulla sabbia fino alle Fumarole, l’acqua di mare che gorgoglia. Un giorno restai al sole, quasi prendendomi una scottatura, per “studiare” il signore che se ne stava più in là sornionamente steso su una sdraio. Lo osservavo e sentivo risuonare in testa la musica che accompagnava la sua panciuta sagoma nera mentre entrava nel profilo bianco appena definito da un filo scuro che lo avrebbe perfettamente contenuto. Alfred Hitchcock. Erano i tempi d’oro di Lacco Ameno, quando Angelo Rizzoli fece diventare Ischia una capitale del cinema. E anni dopo fu la volta del ministro del tesoro dell’epoca, Emilio Colombo, che, solitario e senza alcun segno di vigilanza, godeva in quella spiaggia della privacy che l’isola ha sempre riservato a tutti, famosi o meno che fossero.

Un paio di anni fa feci una passeggiata a Sant’Angelo, rifugio da sempre di Angela Merkel. Una volta sul lato del porto guardai in alto per cercare di individuare i luoghi della memoria. Infine mi decisi a inerpicarmi verso Serrara e da qui a scendere con l’auto per il viottolo, sempre ripido ma più attrezzato, fino alla casa delle mie estati felici. A piedi andai verso il “trono” seguendo di nuovo quel percorso che conoscevo come le tasche del mio pantaloncino corto. Mi bloccai davanti a un cancello che ostruiva ingresso e vista e dietro il quale non vedevo ma intuivo una costruzione verosimilmente abusiva e chissà se condonata. Così va il mondo anche se ce ne vuole per privatizzarne o distruggerne la bellezza.

Via questi cattivi pensieri, mi consolo con un sapore gelosamente custodito. Un piatto, il piatto dell’isola, il coniglio per il quale c’è anche una contesa con l’isola di Arturo, quella Procida dal diverso e inimitabile fascino. Certo non trovi facilmente il coniglio che mia zia faceva crescere nelle fosse scavate nel tufo della scala che portava alla cantina e con l’erba raccolta in giro. Ognuno aveva il suo segreto. Io l’ho gustato in quasi tutte le case della mia sterminata famiglia e ho stabilito quale fosse, secondo me, il migliore e da quella cugina non solo mi sono fatto dare la ricetta ma ho anche preteso di assisterla mentre lo cucinava. Da allora se trovo un coniglio non di allevamento, lo preparo in quel modo. E l’intermittenza fa del mio cuore un’orchestra.

*MATTEO COSENZA  (nato nel 1949, è un giornalista. Napoletano di Castellammare di Stabia, meridionale con un quarto calabrese, italiano a 24 carati, nonostante tutto europeo, ospite transitorio della Terra)

 

Fonte: https://www.foglieviaggi.cloud/blog/ischia-sogno-mio-di-bimbo-con-stalino-e-il-profilo-di-hitchcock

La mia Russia in un quadro di mucche e betulle

di MATTEO COSENZA*

“Dopo otto giorni dal mio ritorno dall’Unione Sovietica cercherò di essere il più obiettivo possibile…”. “Discorsi pieni di parole e di citazioni nelle quali il nome di Lenin è abusato ed usato a sproposito…”. “Alla fine di tutte le conversazioni ci trovavamo pieni di parole ma privi di conoscenze…”. Il tono è questo, e non cambia di città in città, da Barnaul a Novosibirsk a Mosca, di fabbrica in fabbrica, tra i pionieri o nei kolchoz, negli incontri di partito. Il “paradiso in terra” non è quello immaginato e l’operaio che incarna la mitologia del Pci osserva e giudica e poi, il 28 agosto 1970, redige la sua lettera riassuntiva, un “rapporto” scritto con calligrafia minuta e pieno di errori grammaticali che io trasferii sulla macchina da scrivere. Il destinatario era Giuliano Pajetta, responsabile dell’Ufficio Fabbriche del Pci, il mittente era mio padre Saul, che, come di rigore nella tradizione del Pci, aveva finalmente compiuto il suo viaggio nel paese del socialismo e ora scriveva la sua relazione. Salvava l’idea del “mondo socialista”, ma che delusione la realtà del “socialismo reale”!

Di quel viaggio non mio, ma che un po’ sentii tale, mi sono rimaste le carte e il regalo che gli avevo chiesto di portarmi dall’Urss: un busto di Lenin. E, per quanto fossi vaccinato già da tempo, quale delusione anche la mia, venticinque anni dopo, nel settembre 1995, quando, dopo aver visitato come di rigore il Mausoleo della Piazza Rossa con la salma imbalsamata del protagonista della Rivoluzione d’Ottobre, in un negozio di Mosca comprai una t-shirt con il disegno di un canonico volto di Lenin con l’aureola a forma della M di McDonald’s e lo slogan: McLenin’s. L’allora grafico del “Mattino” e oggi art director del “Corriere della Sera”, Bruno Delfino, mi soprese con una delle sue genialate: fotografò la maglietta e disegnò la pagina del mio reportage per l’inserto domenicale riproducendola quasi a grandezza naturale. Il sogno di mio padre, un po’ ereditato e un po’ già ampiamente svanito, era finito su una bancarella.

In realtà io non cercavo Lenin ma non mi dispiacque quando in una vecchia libreria vidi alle spalle della titolare un piccolo busto impolverato di Marx, le chiesi quanto costasse e lei: «Niet, niet. Marx non si vende». Io ero lì nella speranza di trovare la mia Russia ma il lavoro mi imponeva di conoscere Mosca. Il mio desiderio principale si realizzò poi in una maniera singolare, ma di questo parlerò più avanti. Ora, dopo il tramonto di Gorbaciov c’era da raccontare la Mosca di Eltsin, da quattro anni al timone di un paese disastrato e a quattro anni da un clamoroso tentativo fallito di colpo di stato per estrometterlo.

In un cimitero puoi afferrare lo spirito di un luogo. Andai in uno di quelli più grandi della capitale russa, il Vagan’kovo. Il mio sguardo non si posò sulle stele dedicate ai caduti del partito e ai militi ignoti, ma sul punto più appariscente dell’inizio del vialone centrale. Stavano ancora finendo una orripilante scultura, una foglia celeste con una striscia grigia, alta due metri e mezzo e che un po’ invadeva anche il vialone. Era la tomba di un giovane di 26 anni, ucciso un paio di anni prima: un mafioso. Me ne ricordai molto tempo dopo quando Michele Albanese, giornalista sotto scorta da anni, volle farmi visitare il cimitero di Gioia Tauro: i quattro quadrati convergevano da ogni lato verso il centro dove si trovava, e non so se sia ancora là, la tomba di famiglia del potente boss della ‘ndrangheta di quella zona. Tutto il mondo è paese.

Ma per capire l’aria, almeno in quel periodo, poteva bastare non muoversi dal Sovinceter dove tra le tante cose c’era anche l’albergo. Nella immensa hall, ultramoderna e con una teoria di ascensori di cristallo a vista, si muoveva un popolo variegato, di uomini d’affari, faccendieri, prostitute. Osservare era già un modo per capire. Per esempio, un gruppo di sette uomini vestiti di nero si erano salutati battendo ognuno la propria spalla destra su quella destra dell’altro e cingendo con il braccio destro da dietro il collo la propria testa, infine una manata sulla spalla e un bacio. Era la mafia caucasica che lì si ritrovava, altri protagonisti emergenti della nuova Russia trattavano in ogni angolo.

Le strade di Mosca non erano meno eloquenti. A una flotta di vecchie auto più o meno sgangherate facevano da contrappunto tante ma tante Mercedes 600 nere, mai viste tante in una volta sola. Intanto la Russia si stava preparando al nuovo Zar che muoveva i primi passi alla corte di Eltsin.

Il vecchio sistema era stato sconfitto, la nuova nomenklatura si andava formando. Il mondo di prima viaggiava in auto con me. Anna Mavlyanova, una giovane fisica nucleare, mi faceva da guida “turistica”, la sua nuova professione. Nostalgica, mi ripeteva un ritornello: «Prima nei negozi non c’era niente e in casa tutto, ora nei negozi c’è tutto e in casa niente». Ma più significativo era l’autista proprietario di un’anziana Fiat 125, Boris Balaskov, un quarantottenne che aveva chiuso con il suo passato e ora faceva il tassista e, alla bisogna, anche da scuola guida. Era un ingegnere specializzato nelle onde corte, per 28 anni aveva lavorato in Siria, nella DDR e a Cuba per realizzare installazioni militari. Ancora vincolato dal segreto di stato, dopo giorni di frequentazione seppi che aveva lavorato per l’installazione di missili terra-aria a Cuba. E ora faceva l’autista nella sua città preoccupato soprattutto dei “missili” della polizia: «Quando ti fermano vogliono soldi, altrimenti ti fanno multe a volontà se non ti sequestrano anche la macchina».

Ma dov’era la mia Russia? Ne trovai un pezzetto in una bottega d’arte: un’icona con un numero incredibile di figure di cui mi innamorai subito. Un segno dell’anima di quell’immenso paese. La comprai e con qualche preoccupazione la feci passare alla dogana, poi una volta a casa mi fu detto che mi avevano fregato perché era una “crosta”. Me ne importava poco perché a me piaceva. Poi un giorno Eduardo Cicelyn, giornalista e cultore dell’arte, mi disse che Vittorio Baratti, esperto in materia, poteva dire l’ultima parola. Gli portammo la “crosta” e lui due giorni dopo mi sentenziò che era autentica: «Ho fatto solo un’incisione quasi invisibile e mi sono fermato perché ho visto che cosa c’è sotto».

Ma era destino che dovessi cercare in quel campo. A conti fatti il mio viaggio è un quadro. Nella galleria d’arte moderna, il direttore ci stava mostrando le opere nelle varie sale, quando mi colpì una tela che stava adagiata provvisoriamente nell’angolo di un corridoio e che con il contesto non sembrava essere in sintonia. Non so che valore avesse ma io vidi la Russia in quei colori, in quei paesaggi, negli alberi, nel contadino con i secchi, nella chiesa, nelle betulle, nelle mucche, negli uccelli su un ramo spoglio, nelle orme lasciate sulla neve, nel sole pallido. La Russia dei grandi scrittori, i più amati da me. Non solo Dostoevskij (qualche amico mi chiama Fëdor) che sono andato a cercare di recente a San Pietroburgo.

Ma lì sono stato distratto dalla mia guida, un professore di scuola superiore, che, per mettere le carte in tavola, mi ha mostrato con orgoglio il suo documento di identità nel quale risulta che è nato a…  Leningrado. E nella meraviglia dell’Hermitage ci ha fatto una lezione nella non grande stanza in cui si riunì il primo governo della Rivoluzione. Con gli occhi abbagliati dall’arte ma anche dall’infinito parquet, dalle montagne di marmi, oro e qualsiasi prezioso metallo si ricavi dalla Terra, ho capito che quella Rivoluzione, al di là dei suoi esiti, non poteva avvenire che in Russia, tanto stridente era il contrasto con le condizioni del popolo. Quanto a “Delitto e castigo” e agli altri capolavori dostoevskiani sarà per un’altra volta, se mai ci sarà, per stare con loro mi riparo al caldo della mia biblioteca.

Ma torniamo a Mosca dove pensavo a Tolstoj, non a quello dei tre grandi romanzi bensì ai racconti, alle migliaia di pagine di una scrittura soave e penetrante, o alle anime morte di Gogol, ma soprattutto a Cecov, che di romanzi ne ha scritti pochissimi ma ci ha lasciato un piccolo gioiello, quasi un racconto più lungo, il viaggio, ci risiamo, di un bambino, Egòruška, dalla casa natale alla città in cui una famiglia lo adotterà per farlo studiare. Attraversa la “steppa”, da cui il titolo dell’opera, la vastità dei suoi orizzonti, la sua asprezza e aridità e poi gli squarci di umanità, le locande con i cortili coperti, le minestre, i samovar, la raccolta della lana, le notti rischiarate dalla luna che pare un sole, la nuvola improvvisa che esplode in una pioggia impetuosa…: «Non vi erano più colline e ovunque si guardasse si stendeva una pianura sconfinata triste e bruna; qua e là sorgevano piccoli tumuli e volavano le gracchie. Più avanti, in lontananza, biancheggiavano i campanili e le isbe di qualche villaggio… per due minuti tutto fu silenzio, come se il convoglio si fosse addormentato; si udiva soltanto smorzarsi in lontananza il rumore secco del secchio che ballonzolava legato alla parte posteriore del calesse».

Non so quando restai a fissare quel grande quadro che era ai miei piedi. Doveva essere mio. Ma per quanto studiassi il modo non riuscii a trovare una soluzione e capii, senza tanta convinzione, che dovevo rinunciarci. Tornai a casa, al mio lavoro. E dopo qualche mese il ricordo fu accantonato. Un pomeriggio, era appena iniziata l’estate, mi arrivò una telefonata. Era Anna, la fisica nucleare, che mi diceva che con un gruppo era venuta dalle nostre parti, che si trovava a Minori e che aveva un regalo per me. Andai incuriosito. Con lei c’era il direttore della galleria d’arte moderna. Mi avevano portato il quadro. Credo che l’abbiano fatto proprio per vedere la mia reazione, ma non saprei. Chiesi che cosa dovessi. «Nulla, è un regalo della Russia». Si ricordavano di quella mia emozione nella galleria della loro città e quasi mi volevano sentire vicino come se fossi un russo autentico anche io. Faticai molto almeno per dargli i soldi che avevano dovuto pagare alla dogana, poco più di centomila lire. E infine li salutai. Non ho più saputo nulla di loro. Ma ho quel quadro e quel quadro è la Russia, e un viaggio, per quanto appeso a una parete, può non finire mai.

*MATTEO COSENZA  (*nato nel 1949, è un giornalista. Napoletano di Castellammare di Stabia, meridionale con un quarto calabrese, italiano a 24 carati, nonostante tutto europeo, ospite transitorio della Terra)

 

Fonte: https://www.foglieviaggi.cloud/blog/la-mia-russia-in-un-quadro-di-mucche-e-betulle