«Non vergognatevi di me»

 

Nei giorni scorsi, ancora scosso dalla diciottesima assoluzione di Antonio Bassolino (diciotto come diciotto sono stati i processi intentati contro di lui in questi anni), mi è arrivato dalla Calabria un libro pubblicato da qualche mese dall’editore Luigi Pellegrini. Me l’ha mandato l’autore, Antonio Chieffallo, che ho conosciuto come collaboratore del “Quotidiano della Calabria” dalla zona di Lamezia. La copertina mi ha immediatamente incuriosito. Titolo: Non vergognatevi di me. E una foto di tre righe scritte a mano: «Non vergognatevi di me – sono innocente! papà». Ho iniziato a leggere e ho smesso quando sono arrivato alla fine. Questo non solo per dire che è ben scritto, ma perché sono entrato dalla porta principale in una tragedia familiare provocata dalla giustizia.

Nel 1993 il “papà” di Antonio, Leopoldo, era assessore regionale calabrese, più noto come sindaco storico (lo è poi stato fino al giugno scorso) di San Mango d’Aquino. Nasce socialista, di quella generazione di uomini potenti in Calabria, capace di strappare uno svincolo della Salerno-Reggio per il suo paese. Fu un personaggio della Prima Repubblica e, nonostante e, chissà, forse anche grazie alla sua assurda vicenda giudiziaria, ha potuto svolgere anche in questi anni funzioni pubbliche ed esercitare un potere reale nella comunità locale e regionale, con collocazioni politiche diverse. Ora è alle prese con un processo per reati tributari che avrebbe commesso da presidente di una società. Sicuramente l’attuale governatore della Calabria, Mario Oliverio, come precedenti governatori, lo tiene presente nella sua trama di governo. Ho riassunto per brevi cenni, per quanto con i rischi di una sintesi estrema, mi auguro non celebrativi né dispregiativi, il suo profilo per sgomberare il campo da un giudizio politico, che non è lo scopo di questo scritto, e lasciarlo libero per il racconto di ciò che gli capitò venticinque anni fa.

Antonio Chieffallo racconta da figlio il dramma del padre e, quindi, il suo e quello della famiglia, in particolare della madre che per i quattro mesi di detenzione del marito visse e non visse. Era il 20 dicembre del 1993, pochi giorni prima delle feste natalizie: «Non avevo sentito nulla. Nessun rumore, nessuna voce, niente di niente. Ma quando scesi in soggiorno, poco dopo le sette, trovai mia madre seduta sul divano con il viso stravolto. “Sono venuti due agenti in borghese, lo hanno portato in segreteria per una perquisizione.”». Antonio, che aveva 23 anni, si avviava a vivere i quattro mesi più brutti della propria vita.

Lo avevano arrestato, il padre, per l’appalto di una strada. Erano i tempi di “Tangentopoli”. Per settimane la famiglia brancolò nel buio, gli avvocati rassicuravano ma i giorni trascorrevano senza novità. Il primo contatto fu un biglietto portato quasi clandestinamente da un agente penitenziario, mosso a pietà, ed è quello riprodotto nella copertina e che dà il titolo al libro. Un capitolo è dedicato a uno “sbirro” che, nel notificare un documento, gironzola per la casa con commenti sarcastici sui tappeti costosi, i mobili di qualità e le altre piacevolezze della casa.

Alla famiglia Chieffallo, va detto, venne risparmiata la gogna pubblica perché, in netta controtendenza con quanto accadeva a quei tempi in situazioni analoghe in altre città, vasta fu la solidarietà della comunità, non solo quella socialista che in quel periodo non se la passava bene ma anche tra la popolazione e gli avversari politici. E pagine toccanti sono quelle in cui Antonio racconta la sua prima uscita, dopo l’arresto, nelle vie fino alla piazza del paese: temeva il peggio, il fastidio o l’indifferenza dei concittadini, il disprezzo e, forse, anche l’odio soddisfatto degli “altri”, ma scoprì che il dramma del padre aveva provocato incredulità e dolore e ne ebbe segni tangibili e confortanti.

Il 4 marzo 1994 Leopoldo tornò a casa. Il 6 maggio 1998 la sentenza: «La Corte assolve Leopoldo Chieffallo perché il fatto non sussiste». Nessuno dei pubblici ministeri che avevano dato avvio all’inchiesta era presente, solo un giovane magistrato, in servizio da pochi mesi, parlò per pochi minuti. Uno degli avvocati dell’imputato, Ernesto d’Ippolito, concluse la sua arringa con queste parole: «Sono anni che faccio questa professione. Ma poche volte mi è capitato di affrontare un processo in cui gli errori si sono ripetuti in un modo così incomprensibile. Ho studiato tutti i documenti, avendo sempre presente la sete di verità di un uomo che mai avrebbe dovuto trovarsi qui… Un uomo che ha subito un’ingiustizia tale da non poter essere sanata da alcuna sentenza di assoluzione. Un uomo che da quattro anni aspetta la restituzione dell’onore e della dignità con le quali ha sempre condotto la sua vita». Anni dopo lo Stato gli ha risarcito 75mila euro.

Ora, c’è da dire che il sindaco di San Mango d’Aquino nella sventura è stato un uomo fortunato, perché ha potuto difendersi con i migliori avvocati sulla piazza e ha avuto la forza di riprendere il suo cammino, ma questa vicenda fa pensare soprattutto alle ingiustizie subite nel silenzio e nella vergogna da chi non ha poteri e potenza, alle storture di un sistema giudiziario lento (a Napoli quattro anni per la prima udienza di un appello) e farraginoso e alle caratteristiche del processo che in fase istruttoria vale già come una condanna per chiunque, per colpevoli e innocenti, specie per questi ultimi se noti perché al pubblico disprezzo contribuisce inevitabilmente (ma non sempre) la mia categoria dei giornalisti, per lo più impotenti a contenere il delirio di onnipotenza di qualche magistrato. Non voglio generalizzare perché mi sono note l’umanità e la professionalità di tanti magistrati che si sono dedicati al delicato e insopprimibile compito di fare giustizia con abnegazione e saggezza e, tanti, fino al sacrificio della propria vita. Ma penso anche alla sofferenza di un amico come Antonio Bassolino che, sempre ribadendo fiducia nella giustizia (io al suo posto qualche parolina la direi a tal proposito), lamenta i dieci anni persi della propria vita. Anni persi anche per il contributo, comunque lo si potesse giudicare, che avrebbe potuto dare alla nostra comunità. La giustizia è un nodo cruciale, il più aggrovigliato del nostro Paese, che non sarà mai effettivamente moderno e giusto se non lo scioglierà con determinazione, concretezza e equilibrio. Una riforma, serve una riforma vera e non condizionata da interessi particolari ma solo dall’interesse generale, una riforma capace di coniugare giustizia e verità, tutela dei diritti e rispetto della dignità delle persone.

Il Gran Capitán e il mistero della madonna nera

Di Consalvo Fernandez di Cordova si è scritto tanto. La sua vita è un’epopea che dalla Spagna attraversa il Mediterraneo e si dipana nelle tormentate terre italiane, soprattutto in quel Meridione che nel lontano Cinquecento è un boccone succulento sulla tavola delle grandi potenze europee. È il tempo della cattolicissima Spagna e dell’Inquisizione che diffonde un acre odore di carne bruciata per mezza Europa, roba che con il senno di poi fa risultare angioletti anche i più feroci giustizieri dell’Isis. Il fatto è che quando si governa e si fanno guerre in nome di Dio il destino dell’uomo prima o poi diventa tragedia collettiva. Anche Consalvo, il grande condottiero, diede il suo contributo facendo arrostire e impalare i mori nel periodo della sua ascesa in Spagna, poi però, quando divenne viceré di Napoli, impedì che l’Inquisizione diffondesse più di tanto i suoi miasmi nelle nostre terre. Evidentemente presentiva che anche la sua amata Carlotta sarebbe finita su un rogo in quel di Seminara, nella profonda Calabria. Consalvo è soprattutto uno stratega militare che introduce nella guerra una tecnica che non solo consentirà alla Spagna di espandere la sua forza in ogni direzione ma che sarà studiata e adottata nel corso dei secoli a venire. Non a caso è a lui e a Cristoforo Colombo, per scenari e caratteristiche differenti, che la Spagna, dagli orizzonti vasti e dalle mire sconfinate, deve il dominio e l’egemonia di cui ancora si sentono tracce – vedi la sua lingua, che dopo il cinese è la più parlata – sul pianeta.

Si è scritto tanto, ripeto, ma mancava il romanzo che ben si attaglia alla sua vita appunto romanzesca. Ora questo libro c’è, ed è probabile che, come è accaduto per “Artemisia Sanchez”, anche questa nuova opera di Santo Gioffrè, “Il Gran Capitán e il mistero della Madonna Nera” (Rubbettino editore), finisca sullo schermo. E, se così sarà, ne potrà venir fuori un colossal alla vecchia maniera. La materia, come si è detto, è storia, storia nostra, europea e mediterranea, meridionale e napoletana, molto calabrese. E il libro, che si legge tutto d’un fiato, è già una perfetta sceneggiatura, precisa e feconda di avvenimenti e personaggi, condita e colorita di amori, sesso, vagine accoglienti e falli imperiosi e instancabili, supplizi atroci e crudamente descritti, tradimenti, campi di battaglia, misteri. Il fatto che anche io sia qui a parlarne credo sia dovuto alla mia recente attività in Calabria, che qui entra dalla porta principale nella grande storia, al mio vivere a Napoli, che compete con la prima nell’animo del Gran Capitán, e al mio essere stabiese, perché in un paio di pagine, con l’artificio di un incontro diplomatico, Gioffrè descrive il “mirabile scenario” di “Castel di bell’aria a Stabia”.   Soprattutto consiglio la seconda edizione che ha depurato e reso più fluido il racconto.

L’io narrante è lui, il Gran Capitán, don Consalvo Fernandez de Cordova, che racconta, con la sua lingua elegante e non fastidiosa benché aulica, al suo contabile Juan Franco la sua avventurosa esistenza che volge al termine. Ne scaturisce, inevitabilmente, una lettura partigiana di sé e degli avvenimenti che lo videro ad un passo dal diventare re di Napoli, compresi quelli che l’avrebbero visto protagonista di speculazioni e malversazioni. Credo che questa sia stata una felice soluzione trovata dall’autore: Gioffrè, nel romanzare una materia così viva e complessa, poteva rischiare di suo direttamente, ma delegando la piena responsabilità al protagonista del romanzo ha potuto dare libero sfogo, nell’ambito di un quadro storico definito e certo, alla fantasia che rende viva e palpitante una grande fase storica.
Viceré di Napoli, Consalvo, lo diventò sull’onda delle battaglie combattute nel nostro paese per conto della Spagna e dei suoi regnanti impegnati a fronteggiare la Francia che, ottimamente organizzata sui campi di battaglia, appariva invincibile. Se ne accorse Consalvo bevendo l’amaro calice della sconfitta in una battaglia che riteneva di aver vinto prima di combatterla. Alle porte di Seminara il suo esercito fu letteralmente annientato dal generale Robert Stuart d’Aubigny. Consalvo, ferito gravemente, vagò lungo il fiume Petrace e  si salvò per l’intervento di Carlotta, una bellissima calabrese, molto più giovane di lui, che aprì a lui il cuore e tutti i pertugi del suo bollente corpo e nel cui letto tornò innumerevoli volte per tutto il tempo che restò in Italia e fino alla morte tremenda, che lei e i suoi figli trovarono per la vendetta dei Baroni umiliati e spodestati dal Gran Capitán.
Gioffrè introduce un motivo che diventa titolo e trama sottile e profonda del romanzo. La Madonna Nera, meglio nota come la Madonna dei Poveri, che si trova nella basilica di Seminara a lei dedicata. Nella fantastica narrazione di Gioffrè, alla quale rimando affinché resti integro il piacere della scoperta, è lei, questa Madonna, che insieme al figlio avrà il volto scuro per volontà dello stesso Consalvo, che in essa aveva visto la madonna Nera di Montserrat, che ispira e guida le scelte del grande condottiero, che tale diventa dopo aver studiato i motivi della sua sconfitta militare nello scontro con il generale francese.

Rinato grazie alle cure e alle amorevoli prestazioni di Carlotta, Consalvo riflette sui motivi della cocente sconfitta ed elabora una tecnica militare, il cosiddetto tercio spagnolo che si rifaceva alla legione romana, che attuerà da quel momento in poi sui campi di battaglia, passando di vittoria in vittoria, fino alla sconfitta a Cerignola e sul Garigliano del generale francese che l’aveva umiliato a Seminara. Scrive Giuseppe Galasso: «Per Napoli quella guerra significò la conferma dell’ incapacità del Regno di resistere alle offese esterne. Era stato così nel 1266, nel 1442, nel 1494; sarebbe stato così nel 1707, nel 1734, nel 1799, nel 1806, nel 1821, nel 1860: una serie impressionante di cedimenti che dovrebbe dare molta materia di riflessione agli allegri revisionisti della storia italiana. Significò anche l’inizio del legame napoletano con la Spagna, durato per duecento anni: un terzo dell’ intera esistenza del Regno tra l’avvento degli Angioini e la caduta dei Borboni».

Il 16 maggio 1503 Consalvo entrò in una Napoli acclamante, preceduto dall’accordo con i rappresentanti della città. Fu viceré e fece molto sentire la sua mano nel governo del regno, soprattutto ai Baroni che lo tenevano sotto torchio e senza speranza. Ma il suo cruccio fu di non diventare re. Lo poteva diventare, ma non accadde sia per le grandi manovre di «monarchi insolenti – fa dire Gioffrè a Consalvo –  che erano sicuri che il proprio io corrispondesse a Dio» e che si giocavano con cinica spregiudicatezza i destini del mondo conosciuto a quel tempo come una partita a scacchi tra un letto e un convivio, sia per i tradimenti e le congiure dei Baroni che così consumarono la loro vendetta. Consalvo rimane «a guardare quelle teste coronate ed a pensare quanto inutile fosse stata l’immensa strage di Cavalieri e Fanti, in tutti i campi di battaglia», e li bolla pensando «ai miei soldati morti e mangiati dai cani perché…(quelle teste coronate) potessero dirsi Re, senza che mai avessero annusato l’odor del sangue, impastato con la terra, sotto cumuli di cadaveri».

Il legame tra Consalvo e Napoli fu molto saldo, come testimoniò la folla che lo accompagnò al porto per salutarne la partenza e il ritorno in Spagna. Machiavelli parla esplicitamente di ingratitudine quando scrive: «Ne’ nostri tempi, ciascuno che al presente vive, sa con quanta industria e virtù Consalvo Ferrante, militando nel regno di Napoli contro a’ Franciosi, per Ferrando re di Ragona, conquistassi e vincessi quel regno; e come, per premio di vittoria, ne riportò che Ferrando si partì da Ragona, e, venuto a Napoli, in prima gli levò la ubbidienza delle genti d’armi, dipoi gli tolse le fortezze, ed appresso lo menò seco in Spagna; dove poco tempo poi inonorato, morì».

E forse è questa ingratitudine che spinge Gioffrè a ritenere che il ritorno in Spagna del Gran Capitán, a cui fu costretto per non ostacolare i giochi delle grandi monarchie europee, segnò la fine di un sogno, se si può dire, di autonomia del Meridione. Tesi ardita, ma da lui motivata soprattutto con il legame fatto di carne e di fede che Consalvo stabilì con il Sud e soprattutto con la Calabria. E qui, più che la Madonna Nera, una delle tante sparse nella regione, in Italia, in Europa e nel mondo, è Carlotta la straordinaria protagonista del romanzo. Lei è dominatrice e pecora, un corpo accogliente e sempre pronto, ma anche colta e avveduta, fidata. E da lei il condottiero prende amore, sesso, intelligenza, consigli. Ed è lei che viene punita, con una vendetta trasversale feroce, per colpire lui. Una metafora, probabilmente, che tiene Santo Gioffré saldamente ancorato alla sua città natale, Seminara, e al suo presente, una ricerca non a caso chiusa alla maniera di Proust, sebbene Consalvo non ritrovò il suo tempo e continuò, come dice, la sua navigazione «tra un tempo sparito ed un altro smarrito…».

Da Voltaire a Baudelaire tra vampiri e jettatori

«Non si sentiva parlare che di vampiri fra il 1730 e il 1735: se ne scopriva dappertutto, gli si tendevano agguati, gli si strappava il cuore, li si bruciava. Qualcosa di simile a quanto era capitato agli antichi martiri cristiani. Più se ne bruciavano e più se ne trovavano. Si ebbe la prova che i morti mangiano e bevono. La difficoltà era se a nutrirsi era l’anima o il corpo. Fu deciso che erano tutti e due: le vivande delicate e poco sostanziose, come meringhe, panna montata e frutti canditi, andavano all’anima; il roast-beef al corpo. Mentre i vampiri menavano la bella vita in Polonia, in Ungheria, nella Slesia, nella Moravia, in Austria e nella Lorena, non si avevano notizie di vampiri nelle città di Londra e di Parigi. Debbo ammettere che in queste due città ci fossero speculatori, strozzini e altri affaristi che succhiavano il sangue del popolo, e in pieno giorno, ma non erano certo morti, benché indubbiamente corrotti. Le vere sanguisughe non abitavano nei cimiteri, ma in palazzi assai confortevoli».

Così parlò Voltaire quasi tre secoli fa ironizzando sulle teorie del filosofo Dom Calmet che nei vampiri trovava “una prova irrefutabile della resurrezione”. Si deve pensare che i vampiri non siano mai morti – del resto per natura sono morti-non morti, morti-vivi – se i loro gemelli, gli zombie, per quanto teatralmente acconciati, sabato prossimo sfileranno in via Toledo.

Gioirà Vito Teti che ha appena ripubblicato, con sostanziosi ampliamenti, aggiornamenti e note a piè di pagina che di fatto costituiscono un secondo volume, il suo libro “Il vampiro e e la melanconia” (Donzelli Editore, pagg. 382, euro 34). Libro attuale se è vero che l’epidemia settecentesca produce ancora i suoi frutti, non ha mai cessato di farlo come documenta la sua puntuale e vasta ricognizione delle forme e dei caratteri che, dalla letteratura al cinema, dalla psicologia all’antropologia, dal teatro e ora alle “maschere” napoletane, raccontano un fenomeno che accompagna il rapporto dell’uomo con la morte e con la vita nonostante le differenze di cui le più vistose: i vampiri si nutrono di sangue e gli zombie di carne umana, i vampiri sono eleganti  e perversamente belli e gli zombie orrendi e mostruosi.

A Teti, autorevole antropologo di una scuola che nel Mezzogiorno ha annoverato Ernesto de Martino, Alfonso Mario Di Nola e Luigi Lombardi Satriani, interessa ricostruire il rapporto, richiamato nel titolo, tra il vampiro e la melanconia, perché «il vampiro è mutevole, cangiante, errante, ambiguo e dovunque si trasferisca, dovunque si nasconda, si presenta con un’insopprimibile melanconia». Scrive Baudelaire: «Sono del mio cuore il vampiro,/ – uno di quei grandi derelitti/ condannati all’eterno riso/ e che non possono più sorridere!». «È – chiarisce Teti – la melanconia dell’individuo che si avverte condannato a una “non morte” e a una “non vita”, di chi non può vivere una “vita normale” e di chi non può morire una “morte normale”, di chi deve vegliarementre gli altri riposano».

Irrazionale, inconscio, magia, potenze nascoste in una città “patria dello spirito” come Napoli, dove trovi più fantasmi che vampiri, la melanconia può assumere il volto dello jettatore. Teti torna indietro nel tempo, a un’opera del 1857 che «narra la potenza distruttrice ed eversiva dello sguardo»: “Jettatura” di Théophile Gautier. Nel celebre racconto di Paul, giunto a Napoli dall’Inghilterra per incontrare la fidanzata Alicia e accompagnato da una fama di jettatore che troverà tragiche conferme, lo scrittore ci dice che «erano soprattutto straordinari i suoi occhi… Allor che non erano particolarmente fissi su qualcosa, appariva in essi una vaga malinconia, una tenerezza languente in un’umida luce; se si fissavano su qualche persona o su qualche oggetto, le sopracciglia si ravvicinavano, si contraevano, scavando una ruga perpendicolare sulla fronte; le pupille grigie diventavano verdi, si picchiettavano di punti neri, si striavano di fibbrille gialle; lo sguardo diventava acuto, quasi micidiale…».

E Napoli torna come “luogo di esotismo e magia” in “Varney il vampiro, ovvero il festino di sangue”, di Preskett Prest e J. M. Rymer nel quale il melanconico Varney anticipa la disperazione di celebri vampiri della letteratura contemporanea e del cinema (si pensi al “Nosferatu” di Herzog) quando per porre fine alla sua drammatica condizione, «stanco e disgustato da una vita di orrore», decise di distruggersi gettandosi “nella bocca infuocata” del Vesuvio evocando le pratiche delle aeree europee dell’epidemia vampirica, il fuoco purificatore quando non bastavano il paletto conficcato nel petto, la croce e l’aglio. Teti ci ricorda che i morti ci parlano sempre. Come i luoghi, anche quando – e qui la sua calabresità è evidente – sono vuoti come i paesini deserti delle montagne appeniniche: continuano a vivere se solo noi ci prestiamo ad ascoltarli.

Occhio e malocchio, ci sarà ancora spazio per la materia nella città del Totò jettatore: tra tre mesi all’ex base Nato di Bagnoli si terrà il ”Napoli Horror Festival”. Il precedente, nell’agosto 1985 a Padova, ebbe grande successo, in particolare la “festa horror” che gli organizzatori definirono “un carnevale col diavolo”.

Ma dove e chi è oggi il diavolo? Ecumenicamente, dopo aver rievocato “i fiumi di sangue” che, nel nome della giustizia, i dittatori hanno sparso in Russia e nel mondo, Amos Oz si chiede: «Certo, Wall Street è un vampiro che ciuccia il sangue del mondo, e allora? Con il sangue versato nessuno ha mai cacciato via i vampiri, anzi li ingrassi, li nutri con altro sangue innocente!».

L’Ulisse che è in noi

Non mi aveva convinto. So che lo scrittore ha licenza di osare, ma Bussi ha osato fino all’inverosimile, miscelando tempi e persone, luoghi e fatti con una disinvoltura molto evidente al primo impatto. Un’operazione ardita, quasi temeraria, quella, dopo ventisette secoli, di rimettere Ulisse in navigazione, di giocare con il suo genio multiforme, con la sua astuzia proverbiale, con la sua sete insaziabile di conoscenza, con la sua “mente colorata”. Un modo per rispondere a una domanda sottintesa: che cosa farebbe oggi se fosse ancora tra noi? che cosa tenterebbe di scoprire e conoscere in un mondo così profondamente mutato? rimpiangerebbe il suo, di mondo, o si troverebbe a suo agio nel nostro? E sarebbe anche un modo per proseguire la ricerca, mai conclusa, dell’Ulisse che è in ognuno di noi.

Poi l’ho riletto. Ma prima mi ha aiutato Pietro Citati con una pagina di grande profondità, come tante delle sue, che leggo con voi: «Come fare allora per capire l’Odissea? Dobbiamo capirla perché comprenderla significa comprendere l’Occidente, la Grecia, noi stessi. Ci sono due strade. La prima è quella che da tempo i migliori studiosi di oggi stanno seguendo. Come ogni grande libro, l’Odissea è un sistema di relazioni, dove le scene si illuminano a vicenda, i temi e le immagini ritornano o si oppongono o si rispecchiano; e non c’è niente di meglio che paragonare tra loro queste scene. Ognuna di esse illumina l’altra. La seconda strada è più ardua e può portare a fraintendimenti. Ma dobbiamo percorrerla se non vogliamo capire troppo poco. Noi tutti possediamo quella che si chiama “immaginazione oggettiva”. Bisogna leggere un testo, e poi rileggerlo, e poi rileggerlo ancora e ancora, fino a quando siamo completamente penetrati dentro di esso, diventando il “secondo Omero” sebbene il nostro corpo resti qui, in bilico tra l’anno duemila e il duemilauno (è il tempo in cui Citati scriveva queste cose). Allora – così continua – noi siamo Penelope, Ulisse, Polifemo: nessuna delle loro sensazioni e dei loro sentimenti ci sfugge. Come diceva Musil, esiste anche un’esattezza dell’anima».

Ecco, la rilettura, accurata come può esserla una seconda lettura, del libro di Bussi ha stimolato la mia “immaginazione oggettiva” e mi ha convinto che lui abbia fatto altrettanto, ma non una sola volta, prima di accingersi a questa impresa, sottolineo ardita, e poi di raccontarcela estraendo il buon vino da una vigna ben governata. Perché dietro questo “Ulisse e il cappellaio cieco” c’è una ricerca accurata, certamente antica, a partire dalle due opere di Omero e, anche, dall’Eneide di Virgilio, a memoria dei nostri anni scolastici, ma approfondita e rielaborata con puntualità e precisione. I rimandi sono chiari ed evidenti e sono sapientemente utilizzati per il racconto del nuovo viaggio.

Bussi gioca con la materia per piegarla al suo disegno. Si appella addirittura a Zeus perché incarichi Minerva di scendere su Itaca e convincere Ulisse a lasciare Penelope, il cui silenzio varrà più di un divorzio, Telemaco, che dovrà governare al suo posto, i suoi uomini e la sua terra. Decisione discutibile, considerato che il suo quotidiano lavoro di re per quanto alla lunga noioso era consono a uno che era tornato, dopo la distruzione di Troia, da un pellegrinaggio tumultuoso e tempestoso di dieci anni nel grande mare e che come primo compito, una volta a Itaca, aveva dovuto eliminare i Proci che avevano profanato la casa e insidiato sua moglie. 

Ma gli dei, guarda un po’ che si inventa Bussi, non comprendono quanto sta succedendo nel Mediterraneo e pretendono che lui vada a trovare per loro spiegazioni convincenti. Per aiutarlo gli mettono al fianco un vecchio cappellaio, cieco come Omero, che, a differenza del capostipite della letteratura occidentale che presumibilmente narrava fatti avvenuti, ha in un cappello la dote di guardare ciò che altri non vedono, vale a dire il futuro. Questi ha un nome simbolico, Yanis Varoufakis, che ha qualche familiarità con l’ex ministro greco tant’è che Bussi, ove mai ci fosse stato qualche dubbio, nella tappa di Cartagine, costringe Didone a chiedere: «ma è un economista?», e fa rispondere a Ulisse: «non lo è, eppure ha capacità straordinarie alle quali non riesco ad attribuire un nome ed un significato».

Ritorna, dunque, Ulisse, sui luoghi del poema omerico. Fa tappa a Lesbo, a Siracusa, a Ischia, a Napoli, si ferma alle Eolie, infine a Cartagine, poi, prima di attraversare finalmente le colonne d’Ercole, dove lo lasceremo, si ferma per una notte d’amore ritrovato con Calipso a Ogigia. Che cosa vede e scopre? Quello che è davanti ai nostri occhi o schermi quotidiani: guerre, popolazioni che emigrano dalla fame e dai conflitti verso la speranza di pane e serenità, uomini malvagi che sfruttano masse di diseredati, i veleni che infettano mare, terra e aria, i valori di una civiltà (l’Ellade che sta per l’Europa) in crisi e insidiati da ogni parte. C’è anche il riferimento al diavolo della finanza a partire da un albero, il tasso, che accarezza il profilo delle isole greche e le cui bacche rosse sono velenose, ma il tasso è anche un animale che l’uomo non riesce ad ingabbiare come i sovrani che tentano di irreggimentare i popoli, ed infine, si fa per dire, è anche uno strumento della finanza che può soffocare i popoli medesimi. Resta impressa nella memoria l’immagine dei cadaveri di migranti dalla pelle non bianca che al largo della costa asiatica si confondono con il luccichio delle onde. Migranti che ritroviamo anche dalle parti dello Stretto, tra Scilla e Cariddi, mostri non più immaginari, che «li obbligano a spezzarsi la schiena per poche dracme l’ora». 

Insomma l’oggi. Ulisse, con la sua vecchia per quanto possente nave, procede, come ai tempi di Omero, con la sola forza del vento e dei remi che affondano in acqua, ma osserva il Mediterraneo che vediamo noi e ci trasferisce, con le sue domande senza risposte, più che la voglia di conoscere, la paura che vada a finire male. E anche quando, consigliato da Didone, si avvia oltre lo Stretto di Gibilterra sulle orme dei tanti, anche “il mercante siriano York”, che l’hanno già fatto per raggiungere la nuova città che sta dall’altra parte del mare, non ci dice che cosa trova ma si accomiata da noi senza spiegazioni. 

Ora, comprendete benissimo perché all’inizio ho parlato di operazione ardita e temeraria e della licenza di osare che ha lo scrittore. Ma può farlo se lo scopo è «capire che cosa sta sconvolgendo il grande mare e ricercarne le cause». Anche mischiando le carte e confondendo l’ieri remoto e l’oggi incombente. La chiave di questo lavoro, che, ricordiamolo, è un romanzo, l’ho trovata a pagina 56 nelle parole che Bussi mette in bocca al “vedente cieco”: «Ecco la necessità del racconto, per riannodare i fili tra passato e presente nel tentativo di leggere il futuro che ci attende. Senza il racconto ogni tentativo risulterà vano, perché in esso riverseremo il nostro pensiero di affidare a quanti dopo di noi avranno la possibilità di leggerci… Quest’impresa travalica il normale… Ulisse, per poter raccontare, dobbiamo prima raccontarci».

Bussi fa correre a Ulisse il rischio che brutalmente Penelope aveva rinfacciato al marito pronto a lasciarla di nuovo: «Ti stai inoltrando in un’avventura dalla quale non caverai un ragno dal buco». E forse alla fine la fedele e infelice moglie avrà anche ragione.

Infine, una confessione personale. Credo proprio nel periodo in cui Raffaele stava immaginando se non già realizzando questo romanzo, avevo avuto a che fare con Ulisse. Ai primi di luglio del 2016 ero nella mia isola greca prediletta, Cefalonia, dalle parti di Poros. Pubblicai su Facebook una foto in cui si vedeva sullo sfondo Itaca. Il carissimo amico e collega, Luigi Necco, che ho avuto anche la fortuna di avere come vicino di pianerottolo, commentò e da lontano si sviluppò un dialogo tra di noi. Lui mi chiese: «A proposito, l’hai vista la “tomba di Ulisse”? Ci sto scrivendo un librettino…». Io a mia volta: «Me lo dicesti, ma non ricordo: dov’è, in base alle tue ricerche? Porto Ateras?». Mi rispose: «A Poros. Ho costretto a farci un sopralluogo anche Bruno d’Agostino, l’Itacese, che ha confermato: tomba regale… ma di duecento anni più antica del necessario… C’è un particolare curiosissimo. Vediamo se qualcuno te lo fa notare, perché se no, al ritorno ti farò mangiare le mani…». 

Andammo, io e Anna, ma la trovammo chiusa. Ritornammo cinque giorni dopo e la visitammo. Pubblicai le foto precedute da questo testo: «Caro Luigi, ritornando sulla conversazione di lunedì scorso sulla presunta tomba di Ulisse a Poros che non potemmo visitare perché chiusa, oggi l’abbiamo vista. Tu scrivesti di un particolare che avremmo dovuto scoprire o farci raccontare. Non ci siamo riusciti. Forse è la forma a cupola? O l’impianto a dolmen: camera singola a sette sepolture? Svela il mistero e, visto che stai per pubblicare un libretto sull’argomento, puoi anticipare qualche conclusione?». E lui: «Caro Matteo, il segreto è tutto lì, in quel particolare… sul quale fonda il libretto che sto scrivendo. Ne ho discusso a lungo (ho la registrazione) con lo scopritore. Leggerai, leggerai, porta pazienza». Con lo scopo non recondito di conoscere questo segreto lo ebbi a cena in una serata indimenticabile allietata da un fresco Ribolla che gli avevo promesso. Parlò di tutto ma non volle svelare il mistero. Purtroppo, non ha avuto il tempo di pubblicare quel libretto e chissà che la figlia 

Alessandra

non abbia trovato gli appunti se non il manoscritto tra le sue carte o la registrazione di cui parlava il papà.

Perché ho ricordato questo episodio, capirete, a me molto caro? Perché in quei giorni Raffaele lesse, ora comprendo con quale curiosità, lo scambio tra me e Necco. Poi in una telefonata accennò alla tomba. E leggendo il suo libro mi sono chiesto e gli chiedo se, tra spunti e motivi, non ci sia anche il fatto che Ulisse non abbia una tomba. Di sicuro non l’hanno trovata nella sua Itaca e dubbi consistenti permangono sulla tomba di Poros, che, mi fido di Necco, non era la sua. Ulisse, a ben vedere, non ha ancora una tomba: non è mai morto. Raffaele, quindi, lo ha riportato in mare, nel suo mare, per fargli fare il suo mestiere: scoprire, conoscere, sapere. Il grande tema del suo fascino, la sua immortalità. E cosa poteva spingerlo a fare se non tentare di svelare, in un mondo che sa tutto su tutto, le ragioni dei nostri mali, delle sofferenze, delle tensioni, degli scontri, delle guerre, delle tragedie? Ulisse lascia la scena per andare verso l’ignoto. Ma non sapremo mai se anche questa volta non è morto. Lo scrittore avrebbe potuto osare l’impossibile: Ulisse che imbraccia l’arco e elimina i Proci del nostro tempo.

Mio intervento alla presentazione del libro “Ulisse e il cappellaio cieco” di Raffaele Bussi a Castellammare il 16 ottobre 2019

Michele Tito, il napoletano di ghiaccio

Castellammare, città di navi (ora di scafi vuoti o tronconi da assemblare nei cantieri friulani e liguri), di comunisti (quando ancora se ne partorivano) e di… giornalisti. Quanto a questi ultimi se ne può avere una significativa ricognizione in un ampio saggio di Raffaele Scala sulla stampa periodica negli ultimi due secoli pubblicato su “Libero ricercatore”, che con l’ ”Archivio Giuseppe Plaitano”, costituisce ormai la vera banca dati su rete, quasi un museo virtuale, che raccoglie testi, foto, disegni, cartoline, documenti e quant’altro sulla storia non certo povera della città. Ora tra le mani ho un libro fresco di stampa che racconta il più bravo di tutti noi (pure io faccio parte della squadra): Michele Tito. Lo ha scritto Raffaele Bussi (Michele T., Marcianum Press editore, pagg. 208, euro 16), che con questo romanzo raggiunge la sua maturità dopo opere importanti tra le quali quelle sugli esuli russi a Capri o, l’ultima, su Ulisse che ritorna a navigare nel Mediterraneo.

Raccontare la vita di Tito è stata un’operazione facile e complessa. Facile perché Marisa, la vedova (Tito è morto nel gennaio 2003), gli ha aperto il suo studio consentendogli di rovistare liberamente tra le sue carte, dagli articoli agli appunti, dai resoconti dei viaggi a scritti privati: una miniera di notizie e analisi sui grandi fatti del secolo scorso, internazionali ma anche italiani, che Tito ha raccontato in prima persona girando in lungo e in largo per il mondo. Bussi, testimone della bontà dell’adagio che chi cerca trova, ne ha approfittato ma si è trovato di fronte a una scelta complicata: come raccontare a sua volta il lavoro e la vita di un giornalista, che quasi sempre sono la stessa cosa?

Ha liquidato il curriculum in una sintetica postfazione, dalla nascita nel 1925 in Libia e dall’arrivo all’età di otto anni a Castellammare, dove frequenta il liceo classico “Plinio Seniore” per poi approdare alla “Federico II”, a tutte le tappe della sua intensa biografia di corrispondente, inviato, capo redattore e direttore. Poi gli ha dato la parola nel corso di una conversazione sul treno dell’ultimo viaggio con un giovane giornalista, salito a bordo per errore e prossimo a scendere in una stazione per così dire di riserva. Dunque, è Tito che si racconta. 

Non parla di faccende personali tranne in un paio di occasioni, come quando al suo provvisorio compagno di viaggio che lo riconosce nel “famoso giornalista, direttore di tanti quotidiani” risponde: «Famoso! Un giornalista è un giornalista e basta. Certamente più o meno bravo. Ma questo dipende dalle qualità di ciascuno». Poi precisa facendo un salto nel futuro: «I primi anni Cinquanta segnarono il mio esordio nella professione, ma di acqua sotto i ponti ne è passata da allora. I tempi sono cambiati. L’avvento del mezzo televisivo ha cominciato a rendere famoso anche chi tanto bravo non era. Io sono rimasto fedele alla carta stampata, a parte qualche breve comparsa come moderatore in tribune politiche». Chissà cosa avrebbe detto del giornalismo nell’era dei social!

I capitoli sono pezzi di storia. Le pagine sull’Algeria in subbuglio nel sofferto distacco dalla Francia sono da manuale: c’è lo scavo in profondità delle ragioni dell’uno e dell’altro, delle tensioni, delle speranze e delle pene dei soggetti in campo, dalle masse contadine ai proprietari terrieri, dagli amici dei francesi ai musulmani, dai giovani dinamitardi ai comunisti. Quegli articoli da Parigi e Algeri sanciscono il suo valore professionale e culturale, la sua cifra di grande esperto dei fatti internazionali. 

Leggere quello che racconta, che poi è quello che scrisse per anni, sulla Cina di Mao, dove andò come primo inviato europeo al tempo dei primi contatti governativi di Roma e Parigi con Pechino e fu il primo giornalista occidentale a incontrare Chou En-Lai, è utile per capire da dove nasce il miracolo della più popolosa e potente nazione del mondo a partire dal suo distacco dall’Urss e per finire con la storica riappacificazione con il Giappone. Si viaggia con lui per le strade delle città, nei negozi, nelle scuole, ci si ritrova tra i fanatici della rivoluzione culturale, e poi, quando questa è stata digerita, in una Cina che riparte dai fondamentali, dalla scuola, dalla cultura, soprattutto dalla scienza, che non sono parole astratte ma scelte calate nel concreto di un paese sterminato, fin nelle aree povere delle campagne. Negli anni Tito sarà considerato un “amico” del popolo cinese, ma il suo segreto è semplice: lui sta sulla soglia, non ha pregiudizi, ha lo sguardo e la mente liberi per vedere, analizzare, contestualizzare, capire e, come fa un giornalista, raccontare. Questo cinese è un libro nel libro. Ma ci sono le zoomate su tanto ancora, l’Europa dell’Est in subbuglio, l’ascesa di Gorbaciov, i tormenti della Romania e della Jugoslavia, ovviamente la caduta del Muro.

Non manca l’Italia. Bussi gliene fa raccontare un pezzo, di quando da direttore de “Il Secolo XIX”, giornale molto gettonato dalle Brigate Rosse, profondamente radicate a Genova, si trova ad affrontare prima la tragedia Moro e poi il sequestro del giudice D’Urso. Non condivise la linea della “fermezza” e quando toccò a lui scelse diversamente: pubblicò un farneticante documento delle Br in cambio della liberazione del magistrato, che poi avvenne davvero. Si chiese: «Un errore trattare? Ad un errore è possibile rimediare, alla perdita di una vita umana no».

Prima di andare a Genova era stato chiamato da Piero Ottone come vicedirettore del “Corriere della Sera”, e si ritrovò a fianco di Gaspare Barbellini Amidei e Franco Di Bella. Poi, con l’avvento di Rizzoli, Di Bella divenne direttore con tutto il carico inquietante delle trame della P2 che attraversarono la proprietà e la direzione. Prima di andarsene, Tito di fatto, per un periodo relativamente breve, tenne le redini del giornale. Ne ebbi personale cognizione il 16 agosto 1977, quando trascorsi un’intera mattinata seduto su una poltrona del suo studio in via Solferino per un motivo che racconterò altrove, e lo vidi all’opera: nella notte il criminale nazista Kappler era scappato dal Celio, e Tito stava coordinando il lavoro del giornale. Una grande calma in un tripudio di andirivieini di redattori capo, capiservizio e inviati , telefonate e decisioni istantanee.

Lo ha descritto bene Barbellini Amidei nel suo ricordo dopo la morte: «C’era un ordine nell’apparente caos del suo tavolo. Macinava centinaia di fogli di carta, tanti andavano in tipografia e tanti finivano nel cestino». E poi un cammeo: «Era un napoletano di ghiaccio». Non aveva torto. Infatti, gli rimase l’amarezza quando, in predicato di venire a dirigere “Il Mattino”, gli fu preferito altro direttore per motivi politici. Non so se si può dire: quello era il suo sogno. Me ne resi conto quando, nel periodo della sua direzione de “Il Secolo XIX, mi chiese di scrivergli dei pezzi su Napoli: «Non pezzi di cronaca – mi raccomandò – piuttosto articoli che raccontino la città. Facciamogliela conoscere questa nostra grande capitale ai miei lettori genovesi che pensano che lì ci sia solo un porto».

Recensione pubblicata il 29 febbraio 2020

Un tuffatore e tre narratori, il giallo eterno di un affresco

Atticus? Bute? Spina? Ma chi è l’autore di questo libro in cui si racconta di un giovane, Bute, che aveva rivaleggiato con Poseidonio quando, complice Eros, gli sottrasse Thalàssia, “occhi azzurri come il nostro mare”, e gli procurò una ferita inguaribile che solo il mare riusciva a mitigare e che Thanatos chiuse per alcune migliaia di anni in una tomba? La Tomba che divenne per sempre quella del Tuffatore nel 1968, quando Mario Napoli la portò alla luce. Atticus pochi anni dopo scriveva corsivi per la “Voce della Campania”. Così si firmava, per scelta di vita, Gigi Spina. E ora, con una diacultura, che comprenderete quando leggerete il suo libro, è diventato l’io narrante Bute-Spina e, sottinteso, Atticus, per portarci con lui nel “cinema” di Calvino a vedere un sorprendente “film della mente” che potrebbe anche intitolarsi “Inchiesta di un poliziotto della cultura” e che potrebbe iniziare con la frase: «A noi, agli antichi, tuffo faceva venire in mente salto, il salto nel vuoto per incontrare la morte».

Scusatemi. Ho una confusione in testa dopo avere letto questo libro di Gigi Spina, piccolissimo solo per numero di pagine, “Il segreto del Tuffatore – Vita e morte nell’antica Paestum”, Liguori editore. Cerco di mettere un po’ d’ordine tra i due libri contenuti in così poco spazio: il racconto vivo e palpitante, con scrittura precisa come si conviene a un filologo classico dagli orizzonti sterminati, e un’appendice ragionata che è di fatto un altro libro e che dà l’dea di quale patrimonio culturale l’autore abbia potuto avvalersi.

In queste pagine si respira a pieni polmoni, soffio leggero e penetrante, l’aura della Magna Grecia cara a una comunità che vive per caso, per scelta, per vocazione in quel territorio salernitano. Lo capisco anche dalla dedica anonima nella premessa quando l’autore scrive che “una cara amica” gli ha chiesto di scrivere. Mi metto sulla sua lunghezza d’onda e come lui scoprirà il segreto del Tuffatore così io mi consolo svelandone uno più piccolo, dicendo che potrebbe essere Luisa Cavaliere, intellettuale e giornalista di lungo corso, che anima da anni “entusiasmanti imprese di diffusione della cultura”.

Dunque, il giallo. Che nasconde quella tomba che sta a Paestum come i Bronzi stanno a Riace? Anche questi ultimi, egregio commissario, meriterebbero un’inchiesta per capire innanzitutto come siano finiti – non dovrebbe essere un caso – in quello scrigno di civiltà che è lo Ionio. Si parte da Bute, l’io narrante, che è, e non poteva essere diversamente, figlio di un grande pittore che volle dargli il nome del mitico figlio di Teleonte. Questo Bute, che era venuto ad Elea, insomma Velia, dall’Attica (e ti pareva!), aveva abbandonato i remi e si era gettato in mare dalla nave degli Argonauti per raggiungere le Sirene e partecipare al loro canto, diversamente da Ulisse che, con i marinai assordati dalla cera ficcata nelle orecchie, si era fatto legare all’albero maestro solo per ascoltarlo, il canto delle Sirene.

Ve la faccio breve, anche se la tentazione di raccontare tutto il libro è forte, per confermarvi che Gigi-Bute-Atticus racconta la sua storia di amore, prima negato, poi conquistato e sottratto all’amico, il futuro Tuffatore, che sarà tale per un’invenzione narrativa (e se poi fosse la verità?).

Poseidonio, si è detto, soffrì molto per questa perdita e il pensiero di Thalàssia riempiva le sue giornate e le sue notti. Il suicidio sembrò l’unica medicina per guarire dal mal d’amore. Il doloroso rimorso degli amici, soprattutto di Bute, faceva da sottofondo alla preoccupazione dei genitori che la memoria del figlio potesse in qualche modo essere danneggiata. Occorreva una catarsi post mortem, meglio, per stare al passo di Spina, un’espiazionedi letteraria memoria: dipingere nella tomba una scena di simposio con tutti i suoi amici. Che è quella raffigurata nelle quattro lastre laterali, la cui bellezza fissa un mondo e una cultura, il gioco, l’amore omosessuale, l’alito di raffinatezza di Sibari che è appena sull’altro mare.

Mancava il dipinto più importante, la lastra superiore, quella che doveva onorare il defunto. Bute approfittò del legame familiare per dare l’idea al pittore, che ovviamente era suo padre, ma non gli rivelò il motivo del suicidio, vale a dire la propria responsabilità, “il tradimento, la cattiveria”: «Padre, Maestro, ci ho pensato a lungo, vorrei che il nostro amico Poseidonio, il migliore di noi, avesse da te qualcosa di più che un simposio. Lo so, tu vuoi che rimanga sempre avvolto dal calore del vino, dei discorsi e dei giochi degli amici. Ma la sua passione era il mare: tuffarsi per trasformarsi nell’altro elemento. Se potesse continuare a tuffarsi, immortalato nella posa più elegante che un tuffatore può assumere, sospeso fra un trampolino e l’acqua, con i muscoli tesi e lo sguardo assorto, e se il mare nel quale si tuffa sovrastasse la terra che lo ricopre, quasi un rovesciamento contro natura, penso che potremmo ricordarlo per sempre nel gesto che lui faceva meglio di tutti noi, come il dio del mare che portava nel nome».

Come le tombe dei faraoni, quel tuffo diventerà patrimonio della cultura universale, ma lo sarà non per una manifestazione sfacciata di potenza e di sfida, bensì di modernità e leggerezza. Spina ci gira attorno e lo ispeziona amorevolmente con richiami al cinema, una passione di cui vuole contagiarci, anche con immagini come quelle del tuffo di Vittorio Gassman in “C’eravamo tanto amati” di Scola, quando i suoi vecchi compagni, irriducibili comunisti, lo scoprono ricco, agiato e insoddisfatto. Nell’attimo in cui si lancia nel vuoto, non si sa se per volare o per affondare, di fatto suggella un fallimento che l’autore lascia intravedere come quello di una generazione sospesa tra un passato eroico, un presente deludente e un domani incerto.

Restano il giallo e il suo segreto, che, per restare al cinema, mi hanno fatto pensare a Montalbano, un commissario a me caro, e spero anche a Spina. Le sue indagini sono poliziesche come si conviene al suo mestiere, ma in lui c’è dell’altro, sicuramente una visione dell’uomo e della vita non manichea, non rigida, non imbalsamata. Montalbano tende alla verità, talvolta anche forzando la legge, ma soprattutto cerca il senso delle cose e il motivo profondo dei comportamenti umani, Spina, con un’invenzione geniale, punta al verosimile e lo fa attraverso una strada, arata nel corso di una vita, che lo conduce all’essenza di un capolavoro d’arte e di cultura. E d’ora in poi noi vedremo il Tuffatore con occhi nuovi, con uno sguardo lungo che dal passato antichissimo ci porterà, se il mondo non impazzisce, ancora molto lontano

Fonte https://www.foglieviaggi.cloud/blog/un-tuffatore-e-tre-narratori-il-giallo-eterno-di-un-affresco