di Floriana Guerriero

È un racconto che attraversa la storia del giornalismo, di una generazione e insieme del paese quella che consegna Matteo Cosenza in “Casomai avessi dimenticato”, Rogiosi edizioni. Una narrazione che consegna la forza del giornalismo e insieme la fatica di un mestiere, che non ha mai smesso di raccontare la società in cui viviamo. Tanti i protagonisti della politica e del mondo del giornalismo che fanno la loro comparsa nelle pagine, da Maurizio Valenzi a Enrico Berlinguer fino a Giancarlo Siani. Cosenza, una vita dedicata al giornalismo, dal Mattino alla guida del Quotidiano della Calabria, racconta di aver scoperto per caso come la storia di Siani abbia intrecciato la sua. Una scoperta avvenuta leggendo il soggetto del film di Maurizio Fiume “E io ti seguo” sull’assassinio del giornalista del Mattino.

«Oggi sono andato – scriveva Giancarlo – a prendere Matteo Cosenza per portarlo al liceo Umberto per una lezione. Matteo voleva sapere perché ogni giorno dal Vomero vado a Torre. Sorridendo ho risposto: visto cosa mi tocca fare per diventare giornalista ed entrare al Mattino». Siani aveva infatti collaborato tra il 1983 e il 1984 attivamente con Lamberti sia al corso di giornalismo che all’Osservatorio sulla camorra. «Lo conoscevo bene – scrive Cosenza – per gli articoli che scriveva da Torre Annunziata per il Mattino, che ogni tanto mi costringevano a fare qualche rimprovero al nostro corrispondente. Il suo, come si sa, non era il lavoro spesso un po’ routinario di cronaca locale, lui leggeva la realtà, collegava, ricostruiva, scavava, resocontava e commentava». Inevitabile il richiamo alle polemiche su una morte che poteva forse essere evitata e sulle responsabilità del Mattino. «Penso che il direttore del Mattino – scrive Cosenza – sia stato tormentato da questi pensieri e si sia convinto davvero che Siani fosse stato mandato allo sbaraglio. Si chiedeva “Abbiamo sbagliato qualcosa?” Pietro Gargano gli rispondeva: “Sbagliammo tutto”». Eppure, ricorda Cosenza, l’errore era nel sistema, l’essere abusivi era una strada obbligata anche se si poteva contare su una raccomandazione. Una strada, quella di Cosenza, direttore de La Voce della Campania e poi di Paese Sera Napoli, che abbraccerà presto quella del Mattino, dap-rima con la querela per un articolo diffamatorio sul caso Siani pubblicato da Paese Sera, risolto con una cena e poi con la proposta di entrare nella squadra. «Eravamo al dolce – racconta Cosenza – quando Calise si rivolse al nonno e gli chiese: Direttò ma quanno c’o pigliammo a Matteo?. Dalle reazioni capii che l’unico a sorprendersi ero io. Infatti, il direttore del Mattino rispose con tutta calma “Se lui è d’accordo, si può fare”. Iniziò così il mio viaggio non facile verso il giornale della città». 

Tra storie, voci e volti a prendere forma è una riflessione sul giornalismo: «Quando ero entrato al Mattino avevo cercato una risposta ad una domanda che mi facevo da sempre: perché quello era il giornale per antonomasia della città, da dove derivava il suo radicamento fino a farlo diventare un suo imprescindibile punto di riferimento, quasi uno dei monumenti di Napoli?… Una volta dentro quel palazzo una risposta me la diedi: a quel tempo – negli anni poi molte cose sono cambiate – realizzavano il giornale persone che rappresentavano Napoli nei suoi vari aspetti, che in essa erano intrecciate con una fitta trama che consentiva di cogliere umori, sensibilità, storie e notizie. Nel bene e nel male». 

Ma il libro è soprattutto il racconto di come sia nata la passione per il giornalismo, autobiografia e memoria si fondono, così grande e piccola storia, Matteo spiega come sia nata in lui la passione per la lettura, frutto di una malattia che lo costrinse a letto, una passione che viaggia di pari passo con quella per la politica, ereditata dal padre, operaio comunista, tanto che presto Cosenza si ritroverà costretto a scegliere tra le due. «Perchè all’inizio, nella mia Castellammare, non erano gli altri a chiedermi di fare i giornalisti bensì ero io a caccia di loro per far crescere l’egemonia culturale prima che politica del mio partito nel territorio». Fino alla fuga a Torino, dopo una lite con i suoi per toccare con mano la fatica del lavoro, la disperazione dei tanti che emigravano al Nord in cerca di fortuna ma non sempre la trovavano. 

O ancora la scommessa de La Voce della Campania che sceglieva di pubblicare la Storia della Campania, riunendo intorno ad un tavolo il gotha dell’Università campana. Una scommessa strettamente legata al sogno del riscatto delle aree interne, impreziosita dalla partecipazione di Giuseppe Galasso. Era proprio Galasso a sottolineare come «un punto di unificazione regionale c’è stato soprattutto negli ultimi mille anni più che in precedenza quando Napoli ha svolto le funzioni di capitale del Regno in modo da fungere da centro metropolitano di tutte le altre province del Mezzogiorno e non soltanto di quelle tre più vicine di cui parliamo nel caso della Campania… Dopo la fine del Regno, Napoli si è trovata esposta ad una quasi insuperabile difficoltà di convertirsi da capitale del Regno a capitale del territorio diversamente definito».

O ancora la risposta di Enrico Berlinguer alla lettera di Cosenza che gli manifestava il disagio di un compagno sconcertato per le trame visibili o nascoste intorno a Paese Sera, dopo le dimissioni di Andrea Barbato e l’ombra di una società di import-export europeo che incombeva. «Caro Cosenza – rispose Berlinguer – ci sono diversi compagni che lavorano in giornali che non sono del partito e alcuni di essi non sempre si comportano da comunisti. Pur comprendendo i sentimenti che ti hanno spinto a scrivermi non vedo perché debba sentire disagio un compagno per il fatto di lavorare a Paese Sera. Tieni conto, fra l’altro che la linea e gli atteggiamenti politici del giornale saranno influenzati in misura notevole dal lavoro e dell’orientamento dei redattori». La sera del 3 aprile del 1983 l’editore annunciava la chiusura di Paese Sera che però giornalisti e poligrafici decisero di tenere in vita.

È lo stesso Cosenza a spiegare il senso del volume che ribadisce la forza delle idee e delle passioni e insieme il potere delle parole: «Io lo intendo come un tributo alla carta, alla parola scritta e dattiloscritta, a quella stampata, al nero su bianco che mi ha accompagnato da sempre. Non senza qualche tormento e tradimento. Quando in uno stanzino di Paese Sera comparvero tre postazioni video dove noi giornalisti portavamo i nostri articoli dattiloscritti per vederli trasformati in caratteri verdi che comparivano su uno schermo nero, eravamo curiosi, scettici, perplessi”. 

Recensione pubblicata sul “Quotidiano del Sud” edizione Irpinia domenica 27 settembre 2020 – VISUALIZZA ARTICOLO