di Ugo Cundari

Impegno politico e giornalismo, sempre con la schiena diritta, sono le colonne sulle quali regge il racconto autobiografico “Casomai avessi dimenticato” (Rogiosi. pagine 212. curo 16) dello stabiese Matteo Cosenza, con illustrazione di copertina realizzata da Riccardo Marassi. Si inizia con i ricordi di tanti uomini della sinistra, che allora voleva dire soprattutto Pci: Mario Palermo, «uno dei più pregiati fiori all’occhiello del partito che a Napoli vantava entrature di prim’ordine nella borghesia colta e operosa», Maurizio Valenzi. Giorgio Napolitano, Guido De Mardno, Gerardo Chiaromonte, Antonio Bassolino, con molte pagine dedicate al giornalista Ruggero Zangrandi «venditore di verità ingrate, e la verità più grande l’ha raccontata sul carattere degli italiani, il camaleontismo». Cosenza da giovane lavorava in fabbrica a Torino. «per fare l’esperienza di tanti compagni, con il rischio di finire schiacciato da un sacco di cinquanta chili e i capi che ti chiamano meridionale di merda». Negli anni 70 scoppia il fuoco sacro della passione del giornalisrmo, a vent’anni lavora alla «Voce della Campania». Qui, tra i tanti giovani che faranno carriera, c’è anche Giuseppe D’Avanzo, già allora autore di inchieste sui poteri forti come il Banco di Napoli di Ventriglia. L’obiettivo della testata è di scovare una «identità di comunità» di una regione come la Campania, entità fumosa, indefinibile. Questo è uno dei passaggi più significativi del libro. L’Identità di comunità che cerca Cosenza è anche quella di Napoli e del Sud, sulla scia delle ricerche sul Meridione di Gramsci vero nume tutelare dell’autore, insieme al padre, il compagno Saul. La «Voce della Campania» lancia una serie di progetti inediti, come i 30 fascicoli sulla storia della Regione da allegare al giornale, poi un’analoga iniziativa sulla geografia della Campania, infine 44 fascicoli per dare valore al suo «patrimonio custodito e sedimentato nel tempo». Nel ’79 Cosenza passa alla redazione napoletana di «Paese sera», le riunioni politiche si fanno più accese, la sua voce spesso fuori dal coro lo espone a diversi attacchi di chi, nel partito, vorrebbe posizioni più malleabili. Arriva il declassamento all’edizione pomeridiana per due anni, poi «l’espiazione ha fine» e Cosenza diventa capo dell’edizione napoletana del giornale. Qualche anno e passa a «Il Mattino», dove lavora per sedici anni come inviato e capo della redazione di Salemo, della Grande Napoli e degli Interni: l’impegno più importante, il giornale più importante della sua caniera» le redazioni più numerose da guidare allo scoop. Poi la direzione de «Il Quotidlano della Calabria», poi… un libro per ricordare quanto fatto e quanto scritto Casomai avessi dimenticato. Recensione pubblicato su “Il Mattino” il 22 luglio 2020