di Antonio Ferrara 

Non è un saggio né un romanzo. Con “Casomai avessi dimenticato” (Rogiosi editore, 200 pagine, 16 euro) Matteo Cosenza manda in stampa un’autobiografia storicizzata, nella quale protagonisti e vicende politiche tra Castellammare di Stabia Napoli e la Calabria vengono letti attraverso l’attività politica e professionale dell’autore, dagli esordi da giovanissimo attivista della Fgci all’esperienza di asse soie all’urbanistica nella sua città e poi di consigliere provinciale di Napoli fino alla scelta del giornalismo. 

L’autore ha diretto il quindicinale “La voce della Campania”, la redazione napoletana di “Paese Sera”, ha lavorato per 16 anni al “Mattino” e dal 2006 al 2014 ha guidato “Il Quotidiano della Calabria”, oggi scrive per il “Corriere dei Mezzogiorno”. 

Questo attraversamento umano e professionale che dagli anni Sessanta del ginnasio giunge fino all’esperienza calabrese è scandito da scambi epistolari, ricordi e annota zioni che Cosenza ricostruisce attraverso quelle “”carte che hanno affollato una vita. Ogni frase, ogni riga – scrive – contiene una storia, un incontro, un fatto, delle persone”. Attingendo a questa vasta raccolta di documenti che il politico-cronista Cosenza ha archiviato per decenni, ecco prendere forma episodi e vicende che inquadrano il secondo Novecento.

Sullo sfondo il rapporto complesso con il Pci e con una generazione di dirigenti politici che dal padre Saul (operaio e dirigente comunista) fino a Napolitano, Valenzi, Berlinguer e altri hanno incrociato la sua vita. Alcuni di questi non furono facili, come quelli con Napolitano, segretario della Federazione napoletana che lo rimprovera (siamo nel 1965, Cosenza ha l6 anni) per aver organizzalo come Fgci a Castellammare una conferenza di Ruggero Zangrandi. antifascista che aveva dedicato libri di inchiesta sulla fuga dei Savoia e la mancata difesa di Roma dopo il 1943, ma era inviso a Mario Palermo e agli intellettuali comunisti per le sue posizioni critiche sulla pacificazione post-bellica in Italia. Sin da subito Cosenza non nasconde la consapevolezza della sua indole fortemente indipendente che lo porterà a una convivenza non facile con il partito comunista, manche con i genitori e la sua città. La sua passione per la parola Letta e scritta (che è alla base della sua attenzione per l’archiviazione di documenti) verrà incanalata nel giornalismo. 

Ecco i primi giornali ciclostilati, come “Nuova Iskra”, poi il periodico stabiese “Cronache”, infine il salto a Napoli con “La Voce della Campania”, dove incrocia tanti giovani, compreso Giuseppe D’Avanzo, che Cosenza portò con sé a “Paese Sera”, dove entrò nel 1979. Due anni prima, Co-senza aveva rinunciato a trasferirsi a Milano dove aveva avuto un colloquio con Michele Tito, vicedirettore del “Corriere della Sera”, dalle comuni origini stabiesi. Nelle pagine del libro scorrono questo e tanti altri episodi e personaggi, da Pier Paolo Pasolini a Francesco De Martino, da Giorgio Amendola a Giacomo Mancini, da Gerardo Chiaromonte ad Antono Gava, da Giancarlo Siani a Mimmo Maresca.

Recensione pubblicata su Repubblica il 13 luglio 2020