La camorra che violenta la politica

Come da tradizione, quella notte era destinata all’affissione dei manifesti. Era venerdì e a mezzanotte era stata chiusa la campagna elettorale, bisognava andare a dormire ma a quel tempo non si usava e ognuno cercava di ricoprire quanti più tabelloni e muri in un tripudio di simboli, prevalenti la falce e martello del Pci e lo scudo crociato della Dc. All’incrocio di via Regina Margherita con viale Europa ci ritrovammo schierati noi comunisti da una parte e i democristiani dall’altra. Tensione alta, non era chiaro il motivo, di sicuro era forte la voglia un po’ guasconesca di prevalere. Ed era evidente la preoccupazione dei dirigenti dell’uno e dell’altro fronte anche perché tra i galoppini, molti pagati, della Dc e tra qualcuno dei nostri non si aspettava altro che di venire alle mani. Non mancavano teste calde. Tra noi c’era “palla ‘e sciore”, un pregiudicato che compariva solo dopo il comizio di chiusura delle campagne elettorali per dare una mano a quello che diceva era il suo partito. Cacciarlo? Non era semplice, in ogni caso si sapeva che come era comparso all’improvviso, così il lunedì sera, a schede scrutinate, sarebbe sparito. Fatto sta che platealmente mise le mani in tasca ed estrasse una “cordamiccia” agitandosi per innescarla con la brace di una sigaretta e minacciando di lanciarla sugli avversari. Si evitò il peggio grazie a un dirigente con le spalle solide e, sull’altro schieramento, al parlamentare calato da Gragnano.

Castellammare viveva di pane, lavoro e politica. Nelle fabbriche non c’era spazio per i delinquenti, sarà così per decenni e quando al tempo del terremoto la camorra tentò di mettere le mani sulle ditte appaltatrici del cantiere navale la difesa fu tanto granitica che un sabato mattina la città fu svegliata dalla bomba che esplose al Supercinema dove doveva tenersi – e si tenne! – una manifestazione del Pci annunciata da un manifesto che a caratteri cubitali intimava: “Giù le mani dal cantiere”. Non che la camorra non ci fosse stata nei decenni precedenti, essa era rigorosamente confinata nell’angolo benché alcuni suoi esponenti svolgessero attività bene in vista, anche alberghiere, e ambissero a loro modo al “rispetto”. Ma il rispetto, per dirla tutta, ce l’avevano, anche loro, per i partiti, i sindacati e le altre organizzazioni del tessuto democratico, in uno strano sistema di convivenza.

Poteva accadere che il futuro boss antagonista e sconfitto del clan D’Alessandro, Mario Imparato, addirittura svolgesse attività politica prima di dileguarsi nei boschi tra Quisisana e Pimonte dove trovò la morte. E ancor prima che il futuro suocero del boss di Torre Annunziata venisse incautamente proposto come funzionario di partito mentre scriveva sonetti politici. E si potrebbe continuare.

Un po’ ci giustificavamo ricordando spesso una frase attribuita a Togliatti: siamo un fiume in piena che lungo il suo corso accoglie di tutto ma via via si depura e arriva pulito e trasparente alla foce… Un giallo fresco di stampa, “Il comunista” di Angelo Mascolo, ambientato nella settimana delle elezioni politiche del 1948, ne racconta qualche frammento.

Che c’entra questo amarcord con i fatti di questi giorni? L’arrivo della commissione di accesso agli atti del Comune è un vulnus per la città. Si vedrà quanto ci sia di vero nel sospetto che le attività amministrative siano condizionate dalla camorra, ma l’immagine che viene fuori dalle inchieste di questi anni, propedeutiche alla decisione del prefetto Valentini e del ministro Lamorgese, è quella di una città di camorra. Se un clan da tre generazioni spadroneggia in ogni direzione, dominando da un quartiere collinare trasformato in una fortezza inaccessibile, qualche domanda bisogna farsela: sullo Stato, sul Comune, sugli imprenditori, sulla politica, sui cittadini, sulla scuola. Mentre le terme restano chiuse, le acque minerali sono a rischio, l’industria è abbarbicata al suo cantiere-simbolo, l’antica fertile campagna è ridotta al lumicino dalla disordinata e spesso selvaggia espansione urbanistica, un capillare sistema di tangenti è un normale fattore dell’economia e minacce e perfino due omicidi hanno investito il mondo della politica e del Comune, da anni una battaglia più sotterranea che pubblica è in corso sul destino delle aree dismesse, specialmente quelle in prossimità del mare dalle parti di via De Gasperi: una vicenda su cui si sono giocate, vinte e perse tante campagne elettorali. Che quegli spazi, così appetibili, debbano essere utilizzati non ci piove ma l’incognita è su che cosa e come fare e chi debba tenere le redini del comando. Gli squarci che le recenti inchieste giudiziarie hanno gettato sull’operazione non lasciano tranquilli.

In uno scenario di progressivo decadimento della città e di incertezze sul suo destino si registra una presenza della camorra, non più ai margini ma soprattutto dal terremoto in avanti asfissiante e insopportabile anche se ad essa, fatta salva l’iniziativa meritoria ma ancora inadeguata degli apparati dello Stato e la schiena diritta di tanti sindaci e amministratori, in qualche modo ci si è fatto il callo.

Il simbolo di questa deriva dell’etica pubblica è in quanto accaduto nell’ultimo Consiglio comunale, la proverbiale goccia che ha portato alla nomina della Commissione d’accesso, quando il neo eletto presidente del Consiglio comunale ha elogiato il padre, un camorrista a termini di legge. Le sue parole non sono l’aspetto rilevante perché un figlio che ricorda il genitore, dei cui errori non porta responsabilità, può essere criticato ma anche umanamente compreso. Di grave c’è stato l’applauso dei consiglieri di maggioranza. In quella sala dedicata a Falcone e Borsellino era l’ultima cosa che doveva accadere.

La città, promette lo stemma comunale, deve risorgere. Con un bagno di verità. Si è troppo lasciato correre, lo si faceva anche in quel tempo di cui scrivevo all’inizio, ma, pur tra contraddizioni, esisteva un presidio democratico forte e articolato. Quando la camorra decise di non stare più alla porta ma di scendere in campo con crescente spregiudicatezza e prepotenza – Castellammare vantò anche il primato di un consigliere comunale “giustiziato” in quanto capo locale della Nuova Camorra di Cutolo – tra paure, complicità e sottovalutazioni si è intrapreso un cammino più che accidentato. E tutto questo è intollerabile in una città baciata dalla natura e storicamente resa vitale dalla passione e dalla maestria dei suoi abitanti. Sui social imperversano con successo gruppi che ricostruiscono non senza nostalgia per immagini e documenti il passato. “Libero Ricercatore”, una banca della memoria attivissima, ha pubblicato una foto della Villa Comunale splendidamente ombreggiata da un “bosco” di platani. Dava fresco, stimolava identità, invitava a stare insieme in quello spazio della cultura, della politica, della vita. Pure quello ora è un dolce e amaro ricordo.

*Articolo pubblicato il 29 maggio 2021 sul Corriere del Mezzogiorno

Napoli, si discute dei nomi non dei progetti

Un nuovo sindaco? Una nuova amministrazione? Per fare che? Soprattutto, per quale Napoli? Domanda più che lecita almeno per due motivi: il chiacchiericcio interminabile sui candidati senza uno straccio di discussione – e non parliamo di idee – sui programmi, e la constatazione che la città da decenni è ferma al palo, sottoposta a cambiamenti per lo più dettati dalle circostanze. L’unica opera di valore strategico – qui c’è per davvero un’idea di futuro – è la metropolitana il cui completamento va faticosamente realizzandosi. Ma pensiamoci un attimo, essa è il frutto di un colpo di mano geniale: il buco che Maurizio Valenzi e Luigi Buccico fecero a piazza Medaglie d’Oro quarantacinque anni fa. Furono dileggiati come la “banda del buco”, ma Napoli è così, una città dialettica, molto dialettica, e chi rompe gli indugi deve attendere il riconoscimento tardivo della storia, spesso post mortem. A dire il vero, in quegli anni, tra un colera e un terremoto, si progettò anche altro per il futuro. Un’interminabile discussione non fu inutile perché produsse una scelta urbanistica che ha definito il nuovo skyline della città: il Centro Direzionale progettato da Kenzo Tange, il primo agglomerato di grattacieli realizzato in Italia.

È molto? È poco? Complicato rispondere. Perché in una città così riccamente stratificata non è facile, per esempio, scegliere tra un’opera di rammendo, come raccomanda Renzo Piano, che poi architettonicamente fa scelte a suo modo rivoluzionarie, o interventi radicali sul tessuto urbano degradato. Sarebbe comunque un modo, sia l’uno che l’altro, per un’operazione urbanistica volta a migliorare la qualità della vita, il fatto è che Napoli da tempo non è rammendata – e come ce ne sarebbe bisogno! – ma al tempo stesso non è destinataria di alcun intervento di programmazione. A conti fatti la più importante scelta strategica, mentre il suo destino industriale è stato compromesso in profondità e vastità, fu la variante urbanistica generale fatta approvare da Vezio De Lucia, assessore della prima giunta Bassolino.

Ricordate il “Regno del Possibile”? In questi giorni, a seguito di uno scambio di messaggi, l’architetto Gerardo Mazziotti, che ancora non ha digerito la fine ingloriosa di quel progetto, mi ha indotto a riprendere i molti volumi che raccolgono il piano, il dibattito, la cartografia e tutti i documenti della società “Studi Centro Storico Napoli”. Il suo presidente, Enzo Giustino, non edulcorò la pillola e pubblicò un volume conclusivo in cui puntualmente si dava conto di tutte le posizioni. Le accuse furono pesantissime: l’operazione fu definita da un fronte vasto e qualificato una nuova edizione di “mani sulla città” e gli imprenditori privati che avevano lanciato la proposta si videro affibbiare propositi di ogni tipo, in sintesi esclusivamente speculativi. La città, la cultura e la politica si divisero, non si fecero desiderare gelosie accademiche e l’esito fu zero più zero. Quell’immenso lavoro non fu bocciato perché non fu mai esaminato in una sede istituzionale, semplicemente finì nel nulla (Raffaele Cantone una volta ha affermato che “Napoli è la città in cui si decide il Nulla”).

Andrea Geremicca, il dirigente comunista ricordato in questi giorni, anni dopo dichiarò che «il “Regno del Possibile” fu un tentativo di modernizzare la città e anche di sperimentare collaborazioni nuove tra privati e amministrazione pubblica», e rammentò che «negli Anni Quaranta Luigi Cosenza, certo non sospettabile di simpatie speculative, aveva proposto un piano regolatore che prevedeva lo sventramento dei Quartieri Spagnoli con l’apertura di una parallela di via Toledo». Severo fu il giudizio di Gerardo Chiaromonte: «Non vorrei che un giorno dovessimo rimpiangere l’occasione mancata di un dibattito serio e responsabile». Aldo Masullo: «È immorale, incivile e impolitico, per opporsi al male (le mani sulla città) difendere il peggio (la sofferenza delle persone e l’immobilismo mortale della città). Se ne discuta almeno».

Chiude questa piccola antologia (ci fu anche un clamoroso scambio di messaggi tra Gorbaciov e il sindaco Lezzi) Giuseppe Galasso: «L’urbanistica è la via per cui Napoli può stendere il ponte di cui ha bisogno tra il suo passato (che è tutt’altro che da rimpiangere in blocco) e il suo futuro (che è ancora tutt’altro che chiaro), ed essa è ormai, assai più di ieri, anche una lotta contro il tempo. L’adulterazione dell’identità e dell’immagine di Napoli sarebbe, lasciando passare il tempo infecondamente, assai più grave di altri attentati ad essa».

Città dialettica, molto dialettica? Stando a quel dibattito non si direbbe, ma discutere e non decidere, compresa naturalmente la bocciatura, non è la sintesi tra una tesi e la sua antitesi. A ben vedere anche lo stucchevole dibattito di questi mesi attorno al futuro sindaco è figlio di tale modo di procedere. Prima, e non subito, i nomi e poi, a parte rituali e scontati impegni per il verde, l’ordine, la pulizia e… l’innovazione, si vedrà per fare cosa, per esempio se aprire o chiudere via Caracciolo o la Galleria Vittoria.

*Editoriale pubblicato il 12 maggio 2021 sul Corriere del Mezzogiorno

 

 

Il commissario e il comunista

«In quel quadrato di mondo Annone non intercettò un filo di disperazione. Non c’erano fabbriche rumorose, volti ermetici di operai incalliti dalle fatiche, massaie che si spaccavano i piedi sul selciato per riempire mezzo litro d’acqua. Pure i pescatori, che dal mare si arrampicavano in piazza Tasso scalando vicoli angusti, si portavano dietro una calma e una fiducia che i loro simili a Castellammare avrebbero solamente sognato; non c’erano sirene di fine turno, grida, muri diroccati e cortei di manifestanti del Fronte Popolare con i fazzoletti intorno al collo e la faccia di Garibaldi sbandierata ai quattro venti. Da quando era sceso dal treno il commissario si era imbattuto solo in una sfilza di manifesti con il simbolo dello scudo crociato. Erano affissi a ogni angolo della città e sembravano una corte di legionari pronta a contrastare l’avanzata dei rossi della penisola.  Su uno di questi, in parte annerito dalla pioggia, si leggeva: “Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no!”».

Castellammare, anche anni dopo quel periodo tempestoso, era considerata –  così la racconteranno i dirigenti nazionali del Pci calati con assiduità nella città – l’Emilia rossa in un Veneto bianco dove questo ultimo era esattamente la Penisola Sorrentina. Dopo il cantiere navale e Pozzano, appena entrati nella Statale 145, con il Vesuvio a destra che si specchiava nel mare, non cambiava solo il panorama. Che distanza siderale tra la tranquillità di Sorrento e la città delle fabbriche, dei partiti, della lotta politica, degli scontri, della cronaca ad un passo da diventare storia! Angelo Mascolo con il suo nuovo romanzo (“Il comunista”, Homo Scrivens editore, pagine 258, euro 15) fa di questo contrasto il pretesto per attraversare e scandagliare Castellammare e svelarne nel bene e nel male la sua valenza nazionale.

Il suo è un giallo, il secondo con il commissario Vito Annone, costruito come un congegno ad orologeria che ruota attorno all’omicidio del candidato del Fronte Popolare alla Camera nella settimana infuocata delle elezioni del 1948.

Rossi, bianchi e neri. Le macerie materiali e morali della guerra sono più che un ricordo anche se non si sentono più i fragori delle bombe sul cantiere navale e sulla città ma nuovi ordigni hanno minato l’unità nazionale, alimentato la divisione, avvelenato il clima politico. La campagna elettorale a Castellammare ne è la prova, il delitto di Catello Savarese, il candidato del Fronte, fa il resto.

Personalità complessa, una sorta di candidato “indipendente” di altri tempi, operaio del cantiere navale, sindacalista, intraprendente, orfano, un matrimonio eccellente che fa scandalo: sposa una donna ricca e bella, di una delle famiglie più in vista della citta. Mascolo fa dire a uno dei suoi personaggi: «Ai compagni poteva andare bene che uno di loro, uno che lo stesso partito aveva scelto per la sua lunga militanza nel sindacato, se la facesse con i borghesi?» (vent’anni dopo, tanto per stare ai ricordi personali, ancora faceva discutere che un giovane dirigente comunista potesse fidanzarsi con una ragazza di una nota famiglia democristiana).

Il commissario si muove in questo mondo. La sua investigazione mette a fuoco le varie ipotesi e si sviluppa in piena campagna elettorale fino a due giorni prima del voto quando con un colpo di scena, esemplare per il significato storico e politico, scopre l’assassino. Sul suo cammino incontra il fascista irriducibile che, finita la paura della sconfitta e approfittando della generosa amnistia togliattiana, baldanzosamente rialza la testa e le mani, l’imprenditore che di un orfanatrofio devastato da un crollo vuol fare un affare di cemento sul mare (tema ricorrente e sempre attuale nella città), il medico che disprezza i bolscevichi e chiede voti scambiandoli con promesse e favori, l’avvocato comunista, il professore del liceo classico trasformatosi in ghostwriter di Savarese… La fabbrica, i cortei, i pestaggi, le minacce, i depistaggi: lo sguardo di Mascolo mette a fuoco situazioni e persone ma soprattutto un clima incandescente, quasi una guerra come di fatto sostiene.

Ma era davvero una guerra? Era l’odio il sentimento prevalente? Si potrebbe rispondere affermativamente se si pensa soltanto che appena tre mesi dopo ci fu l’attentato a Togliatti che non si trasformò in un’insurrezione perché il segretario del Pci dalla barella ordinò ai compagni di stare calmi. In quei giorni a Castellammare accadde di tutto, si pensò addirittura, scarseggiando armi e bombe a mano, di prelevare del tritolo dalle cave di Pozzano. In realtà la “Stalingrado del Sud”, in sintonia con il paese, era dentro un passaggio della storia, dal sogno della rivoluzione proletaria alla piena consapevolezza democratica quando il partito che più di tutti aveva combattuto contro il fascismo e i nazisti l’acquisì nel 1956 con la linea della “via italiana al socialismo”. Un po’ alla volta se ne convinsero tutti, dal compagno che per anni, munito di martello e scalpello, andava in giro per i comuni confinanti e “cancellava” dai pali della luce gli stemmi del fascio, all’altro che, appena dopo la nascita dell’Msi, si fece espellere per aderire al neonato partito e rubare gli elenchi degli iscritti.

La città non era e non è mai stata monocolore. Neri, rossi e bianchi si sono battuti e confrontati, ma non solo odio e violenza, perché la passione politica e ideale è stata il sale e il pepe della sua storia. Il libro di Angelo Mascolo, un giallo ben scritto, con la precisione dell’archeologo qual è e il ritmo del podista, come quello sicuro e determinato del suo commissario, un personaggio ricco di dolore e di saggezza, ne racconta un bel pezzo. Annone è tornato e ne è valsa la pena.

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Il Pd ora ha un problema

Con la discesa in campo di Sergio D’Angelo, ultimo in ordine di tempo dopo Alessandra Clemente e Antonio Bassolino, a sinistra c’è, potrebbe esserci, una folla di candidati a sindaco di Napoli, dove quel condizionale è legato al filo sottilissimo dell’eventualità di qualche “riconciliazione” in corsa o nel probabile ballottaggio. E naturalmente ci sarà un quarto, il candidato di Pd e Cinquestelle, o perfino, ipotesi allo stato più vaga, un quinto se questi all’ultimo momento dovessero prendere strade diverse. Dunque il Pd ha un problema politico prima ancora che elettorale. Finora è stato attento soprattutto a procedere con passo felpato tra le contraddizioni interne, gli accordi sulla scacchiera nazionale e innanzitutto la convivenza con De Luca, ed esterne, la complicata interlocuzione con i Cinquestelle . In questo estenuante lavorio, quasi la costruzione di un traballante castello di carte, ha chiuso molte porte. In una logica di ammiraglia ha fatto capire a tutti: al centro ci siamo noi, voi siete pedine, o vi acconciate alla bisogna o non andrete lontano.

Un messaggio che forse è stato ascoltato con attenzione da Alessandra Clemente, candidata da de Magistris ancora prima dell’apertura dei giochi. Lei ora si trova in una condizione non facile: quando fu lanciata dal sindaco questi era ancora sulla piazza, ma poi, con un colpo, va detto, geniale e, forse, anche vincente, si è candidato alla presidenza della Regione Calabria dove è in piena campagna elettorale per cui la sua presenza e il suo sostegno saranno oggettivamente ridotti. Chissà se quando sono circolate voci a proposito di un eventuale suo ritiro non sia stata questa preoccupazione ad alimentarlo.

Quanto a Bassolino il Pd ha rotto i ponti definitivamente con lui. L’ex sindaco era stato beffato cinque anni fa quando, sbagliando, partecipò alle primarie, poi da lui stesso definite generosamente “farlocche” al punto da ritenere irripetibile un’esperienza del genere. In tutto il tempo in cui Bassolino faceva intendere che sarebbe sceso in campo i dirigenti a vario titolo del Pd lo hanno prima ignorato, poi hanno iniziato a blandirlo: torna a casa, sei una risorsa e via complimentando. Lui ha pensato che fosse un modo per irretirlo costringendolo poi ad accettare e sostenere le loro soluzioni che chiaramente avrebbero teso ad accantonarlo, insomma una trappola. E così, tra avvertimenti e segnali, si è andati avanti per mesi fino alla sua decisione – è pur sempre uno dei fondatori del Pd – di candidarsi.

Infine Sergio D’Angelo. Anche questa era una candidatura annunciata da mesi. E che il numero uno del Terzo Settore, una persona esperta, di pluridecennale esperienza e di provate capacità non ne impedisse la circolazione era un segnale chiaro. Poteva essere sentito. Almeno ufficialmente c’è stato il silenzio che non si sa quanto giustificato dalle precedenti e da tempo concluse collaborazioni con de Magistris. In tremila, si sa, hanno sottoscritto un appello per chiedergli di candidarsi e lui lo ha fatto.

Un problema politico prima che elettorale. Tre candidati, in particolare Bassolino e D’Angelo, di grande spessore e storia, “gente di sinistra” come li definisce Luigi Roano sul Mattino, che se ne vanno per conto proprio, “si allontanano fino a diventarne avversari”. Il Pd punta al campo largo, una sorta di casa per più fedi, ma poi abbandona vaste aree della prateria nella quale dovrebbe trovarsi il suo popolo. Lo ha fatto già cinque e dieci anni fa regalando la città a de Magistris. Perché? Anni fa Moretti chiedeva a D’Alema di dire “una cosa di sinistra”, ora si osanna Fedez che pare ne abbia detta una. Prossimamente su questo schermo.

*Editoriale pubblicato il 5 maggio 2021 sul Corriere del Mezzogiorno

 

 

 

Una laguna sulla Maiella

Milioni di anni fa il mare addolciva i lineamenti della Valle dei Peligni, fino ad altezze che lasciavano in superficie le cime imperiose della Maiella, dei monti Porrara e Morrone. Poi la terra nel suo eterno e spesso traumatico sommovimento cambiò la fisionomia del territorio fino al profilo che ne abbiamo da molti millenni e che nel Museo Naturalistico di Lama dei Peligni fu ricostruito con un suggestivo plastico. Frequentando da una vita questi luoghi e ignorando la loro storia geologica non poca fu la mia sorpresa unita a diffidenza quando incontrai un abruzzese della costa, che s’aggirava su queste montagne con pochi attrezzi e che mi parlava di pesci e conchiglie che cercava rompendo con delicatezza le lastre di pietra: «Qui – mi diceva – c’era il mare, questa di Palena era una laguna».

Si chiamava Erminio Di Carlo, classe 1935, la sua Fiat Panda 4×4 del 1985 aveva percorso 600mila chilometri, tanti anche quelli conservati nelle sue gambe abituate a scalare. Una singolare storia, la sua. Era di Arielli, sulle colline che scendono verso Ortona. Faceva l’imprenditore e dava lavoro a una trentina di persone, poi per una serie di disavventure finì male, perse la voglia di stare tra la gente e si riparò tra le pietre. L’intuito fece il resto, quando si rese conto che tra le stratificazioni della parete che precipitava sull’area della sorgente dell’Aventino si nascondeva una straordinaria storia geologica. Iniziò così a sfogliare con metodo le pietre aprendole come un libro e scoprendo tesori inaspettati: una conchiglia, un pesce, il dente di uno squalo, una foglia o anche l’animaletto conservato nel corso di milioni di anni.

Quest’animaletto, meno noto di Ciro, il piccolo dinosauro star di Pietraroia nel Sannio, ebbe nome Prolagus. In venti centimetri sono perfettamente conservati il cranio, la colonna vertebrale, le sottilissime costole, le zampette e la coda, insomma otto milioni di anni e non sembra. Ma quando questo fossile, come ha fatto con tutte le altre sue scoperte (“sono solo un paleontologo autodidatta”), lo sottopose ai professori Paul Mazza, Marco Rustioni e Giuseppe Aruta dell’Università e del Cnr di Firenze, le conclusioni furono emozionanti: «Da piccoli dettagli, come la mancanza di ossa alle estremità o il diverso colore della roccia attorno allo scheletro, si può ritenere che l’animale, un coniglio di quei tempi, sia morto cadendo in acqua e la carcassa abbia galleggiato a lungo, finendo poi in una spiaggia fangosa. Le abitudini di Prolagus la dicono lunga sull’antico clima di Palena, caldo e umido, e sull’ambiente, ricco di foreste. Lo studio, infine, delle differenze tra la specie vissuta sulla Maiella e le altre scoperte altrove permettono di stabilire che un ampio tratto di mare isolava i monti abruzzesi dal Gargano».

Ma dove finiva tutto quello che Di Carlo trovava? In un deposito, una sorta di museo privato con oltre duemila reperti, nella sua casa di Arielli. Il sogno veleggiava più su, verso Palena: un museo. Durò anni, al principio pochi gli credevano, qualcuno sospettava anche chissà quali interessi, ma bastava conoscerlo da vicino per sapere quanto poco gli importasse il denaro (rifiutò i 154mila marchi che un collezionista tedesco voleva dargli per il “coniglietto”) e che la sua era una missione dentro una vita spartana, quasi francescana: a malapena riuscì a rendere abitabile un malmesso rudere dalle parti del fiume Aventino. Angustie finanziarie mentre le riviste scientifiche internazionali gli dedicavano servizi a più pagine e la Soprintendenza archeologica della provincia di Chieti decideva di sostenerlo. Così, prima in una sala attigua al teatro comunale di Palena poi dal 2001 nello splendido Palazzo Ducale, è stato realizzato il Museo Geopaleontologico dell’Alto Aventino dove si riscoprono le origini remote di questi luoghi, un viaggio all’indietro di oltre una mezza dozzina di milioni di anni.

Se ne può avere un assaggio in un video di Nando Napoleone, memoria visiva e scritta di Palena e i suoi vasti dintorni, degli uomini e della natura, delle storie e delle tradizioni. Fu realizzato un anno fa per il Comune di Palena e, con l’ausilio del geologo Paolo Pitzianti, descrive le “sorgenti di Capo di Fiume” (dove nasce l’Aventino dopo un viaggio sotterraneo di qualche chilometro), il sito (le pietre che Di Carlo indagava) e il Museo. Un anno dopo, il 22 aprile scorso, il Parco della Maiella e quello dell’Aspromonte in Calabria sono entrati nella rete globale dei Geoparchi dell’Unesco.

Ho detto della mia antica amicizia con Erminio Di Carlo. E quando ho visto il documentario di Napoleone ho pensato a due cimeli di quel lontano tempo. Sono due fossili che Di Carlo volle regalarmi e che da almeno trent’anni sono religiosamente esposti su una parete di casa mia: una foglia impressa per ambo i lati su due pezzi di pietra “sfogliata” nel sito geologico di Palena e la punta di un dente conservata in una pietra. Questo secondo reperto è corredato da una didascalia che mi dettò lo scopritore: “Dente di carcharadon carcharias (squalo bianco) età presumibile: 5 milioni di anni, trovato in una depressione della Maiella: cava di Lettopalena”. Ho anche pensato al museo e mi sono chiesto se fosse più giusto goderne noi della famiglia e gli amici o farli fruire a tutti in un contesto più congeniale. E così, non senza sofferenza per il carico di valore e di memoria, i due fossili lasceranno presto la mia abitazione napoletana e saranno donati al museo. Sarebbe piaciuto a Erminio e, soprattutto, tornano a casa loro.

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Sindaco e presidente uniti dallo “spoils system”

Per quanto deprecabile, soprattutto quando riguarda funzioni tecniche, lo “spoils system” è una pratica politica acclarata e raramente contestata. Chi vince si prende il bottino, per stare all’etimologia, e governa per il tempo del mandato con l’ausilio di persone ritenute più congeniali al proprio disegno di gestione e, ovviamente, più affidabili. Il sindaco di Napoli in scadenza prorogata (i consiglieri comunali che gli hanno consentito di bypassare l’inciampo del bilancio farebbero bene a tacere) forse ha pensato di salvaguardare almeno per un triennio la fine del suo impero decennale. Da qui le sue scelte sulle aziende pubbliche comunali con un giro di valzer che renderà stabili appunto per tre anni le poltrone che ora si stanno per assegnare. Tutto lecito, sia chiaro, e da un ex magistrato non ci si potrebbe attendere comportamento diverso, ma è evidente che così facendo imbriglia le decisioni di chi, chiunque sia, sarà chiamato dai cittadini ad amministrare per cinque anni a partire dal prossimo autunno. A pensar male c’è anche il sospetto che in tal modo si rafforzerebbe la candidatura del suo vicesindaco, Alessandra Clemente, che per la verità, stando a qualche sondaggio che già circola, non sembra avere molte chances. Va però obiettato che se si conquista la simpatia dei nuovi amministratori si perde anche quella dei vecchi per cui il conto va in pareggio e può essere perfino controproducente come si vede dalla moria di assessori durante il lungo impero ora finalmente alle ultime battute.

Di “spoils system” non si preoccupa l’inquilino di Santa Lucia che essendo all’inizio del secondo mandato se lo può fare secondo gusti e necessità. Oltretutto, avendo generosamente caricato sulle proprie spalle una molteplicità di deleghe normalmente ricoperte da assessori, e incontrando pochi intralci in un Consiglio regionale assiso sugli spalti più che sulle seggiole istituzionali, può ben dire che lui la riforma costituzionale – governatore piuttosto che presidente della Regione – l’ha fatta in corso d’opera. Non mette conto ricordare le discusse decisioni in tema di cultura operate da Vincenzo De Luca… ce n’è sempre una fresca di giornata come quella della guida della Fondazione Ravello dove forse l’onnipotente, nonostante giocasse in casa, pare abbia trovato nel sindaco del delizioso comune un interlocutore resistente. Dalla cultura all’acqua la salernitanità, non disgiunta da complicati equilibri politici, è onorata dall’odierno rinnovo dei vertici della Gori, la società idrica che raggruppa un’ottantina di comuni dell’area vesuviano-sarnese e il privato Acea.

Nell’insanabile scontro di questi anni tra le due massime figure istituzionali della Campania, il presidente della Regione e il sindaco di Napoli, pur con caratteristiche, modalità e risultati diversi, si intravede qualche punto di contatto in questa gestione del potere fortemente caratterizzata. Storie e vite diverse le loro, caratteri forti e alternativi, profili professionali non assimilabili, il politico e il magistrato, in comune la visione politica essendo o essendo stati ambedue comunisti, alla fine inconciliabili al punto di prescindere totalmente dallo spirito di collaborazione più che doveroso operando ambedue nello stesso territorio. Ora questo duello sta per concludersi ma potrebbe addirittura continuare dal momento che de Magistris, che se ne sta andando in Calabria, nel prossimo futuro potrebbe confrontarsi da pari grado con De Luca. Si vedrà, ma ora e qui che cosa resta sul terreno? Molte macerie e una grande domanda di normalità. Più che speranza una necessità.

 

*Articolo pubblicato il 24 aprile 2021 sul Corriere del Mezzogiorno

Unical, buon compleanno

Cinquant’anni di vita e, si può dire, non li dimostra. L’Università della Calabria nacque da una vicenda tragica, gli scontri per Reggio capoluogo, uno stato d’assedio senza precedenti nella storia repubblicana, concluso con la sfilata dei carri armati per le strade della città e sancito da un compromesso, il Pacchetto Colombo, che spezzò in due la nascente Regione, con sede del governo a Catanzaro e sede del consiglio a Reggio: al riguardo va detto con il senno di poi – ma le cose erano chiare anche allora – che non c’era modo migliore per far fallire la nuova e tanto attesa articolazione dello Stato. Piuttosto va sottolineato il ricordato pacchetto Colombo: centro siderurgico a Gioia Tauro (mai nato mentre venivano distrutti terreni altamente produttivi per far posto al porto), un po’ di mance qua e là e la nascita dell’Università a Cosenza. L’ateneo fu poi realizzato sulla collina di Arcavacata nel comune di Rende, dall’altra parte del pianoro su cui sovrasta con gli splendori del passato la vecchia Cosenza.
Nacque come qualcosa di nuovo, un campus, grazie a una personalità straordinaria quale Beniamino Andreatta ma il parterre, se pensiamo solo a Paolo Silos Labini, era di prim’ordine. E tali furono i progettisti e poi i docenti che calarono su quei cubi e su quel ponte per scommettere sulla Calabria delle idee e delle competenze e su un altro Sud.
Scommessa vinta? Bisogna chiederlo alle migliaia di studenti che lì si sono fatti le ossa e si sono laureati. Molti sono andati via, e continuano a farlo, ma questo è un altro problema che non attiene alle responsabilità dell’Università, che forse nel tempo ha accumulato il limite della separatezza, vale a dire la carente ricaduta del suo ruolo sulla società calabrese nei suoi vari aspetti, politica in primis.
Se ne può discutere, ma su un fatto non ci sono dubbi: per quanto dentro un compromesso che alla fine è risultato un fallimento per la Calabria, quella scelta fu giusta. La Calabria sarebbe davvero altra cosa senza quell’ateneo, che è un patrimonio concreto di intelligenza e di studio, di competenze e di cultura, anche di tensioni gravi e in qualche modo vitali se solo si ricordano gli anni tempestosi del terrorismo quando da quelle parti si aggiravano arcavacanti e lupi mannari.
Nei miei anni di lavoro in Calabria, terra che frequentavo anche prima e continuo a farlo con gioia immensa, ho sempre pensato che quell’università potesse essere la leva per invertire la storia calabrese, nel senso di rinnovarla, darle un colpo d’ala, liberarla dalle catene del pregiudizio e della cattiva percezione interna ed esterna. Finora non è stato così o lo è stato solo in piccola parte, ma sono sempre convinto che da lì potrebbe venire la sterzata che cambia in profondo lo stato di cose. L’augurio è che ciò possa avvenire nei prossimi cinquant’anni ma da subito e non tra cinquant’anni, soprattutto che i giovani non si sentano in transito in quelle aule: vadano pure altrove in un mondo senza confini ma possano anche ritornare altrimenti la loro sarebbe una fuga, il peggio che possa capitare e che finora è capitato troppo spesso.

La saggezza è condizione della felicità

Parricidio, incesto, infanticidio… il pensiero va a Edipo e alle tragedie di Sofocle che ne hanno reso eterno il dramma. Storia nota, visitata e rivisitata, assurta a gettonata materia scientifica nell’omonimo complesso freudiano, memorabile l’omonimo film in cui Pasolini confessa, alla sua maniera, di essere Edipo. Si può ancora scriverne senza correre il rischio di ripetere cose risapute? Evidentemente sì se non si smette di produrne. Appena qualche mese fa Luciano Violante con “Insegna Creonte” ha ricomposto con un’intrigante lettura la sua esperienza di magistrato e di politico. Ma già prima, tre anni fa, insieme a Marta Cartabia aveva affrontato il tema con “Giustizia e mito”, qui facendo i conti con Antigone, Edipo e Creonte, e i rispettivi conflitti tra coscienza individuale e ragion di stato, tra colpa e errore, tra la legge e la sua violazione. Ed ecco fresco di stampa un nuovo libro, “Cháos“ (editore Marcianum Press, 102 pagine, euro 13). Lo ha scritto Raffaele Bussi che ritorna, dopo l’intermezzo del libro sul suo concittadino stabiese Michele Tito, all’amata cultura classica greca già raccontata in “Ulisse e il cappellaio cieco”.

Si sa, Laio, re di Tebe e marito di Giocasta, apprende dall’oracolo di Delfi che il suo prossimo figlio lo avrebbe ucciso e avrebbe sposato la madre. Crede alla profezia, e fa deportare il figlio in una foresta. Salvato da un pastore e allevato poi dal re di Corinto, Polibio, il bambino viene chiamato Edipo per il piede gonfio a causa delle ferite procurate dai morsi delle bestie. Da grande Edipo incontra Laio e, ignorando che fosse il padre, lo uccide. Diventa poi re di Tebe, dopo aver risposto all’enigma della Sfinge, che impediva a chiunque di entrare nella città, ricevendo in cambio il trono da Creonte e sposandone la sorella Giocasta, ignaro che fosse sua madre. Dal matrimonio nascono quattro figli dei quali lui è padre e fratello. Quando si scopre la verità Giocasta si impicca e lui si acceca e poi se ne va mendicando nell’Attica accompagnato dalle figlie Antigone e Ismene.

Bussi inizia da qui il suo viaggio “sui passi di Edipo”. La forma è quella agile e serrata del dialogo platonico che, con uno sguardo sull’oggi, ricostruisce il tormentato percorso di Edipo, il quale sa che «la sventura farà ricadere la colpa anche sui figli” che pagheranno gli errori di chi li ha generati. Moriranno, infatti, i due figli-fratelli nel contendersi il potere a Tebe e morirà Antigone, “murata in una grotta”, per aver disobbedito all’ordine di Creonte di lasciare insepolto il fratello Polinice che gli si era opposto.

La tragedia mescola colpe ed errori, ma è al tempo stesso – questo il filo del libro – espressione di un mondo disordinato, il “cháos”, che è inevitabile quando «la mente cancella le norme del buon governo… barattandole con le proprie… Creonte non ha esitato a proporci una tirannia che di democrazia aveva solo la facciata». All’arroganza del potere si oppone la sola Antigone infrangendo la “legge” del re. Il capo dei saggi può concludere: «Tebani, la saggezza è la prima condizione della felicità. Attenti a commettere empietà contro gli dei, ma anche contro gli esseri umani, come ha fatto Creonte contro il povero Edipo venendone ripagato con la stessa moneta». Violante la spiega così: «La democrazia non esiste in natura, essa è frutto di una costruzione dell’intelligenza, della voglia di libertà delle persone». E saggezza e intelligenza non fanno mai rima con il delirio di onnipotenza in pubblico e in privato.

*Articolo pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno il 14 aprile 2021