Chi pensa di imbrigliarlo in uno schema sbaglia. 61 anni, Filippo Callipo, per tutti Pippo, non è etichettabile, qualsiasi abito politico gli sta stretto e indossa anche quello imprenditoriale con spregiudicatezza tale da consentirgli di marciare insieme ai lavoratori nello sciopero regionale proclamato dai sindacati. Destra? Centro? Sinistra? Non chiedetegli coerenze di appartenenza, lui dice di stare con la Calabria dove la sua impresa è radicata e da dove esporta un marchio apprezzato in Italia e all’estero, al punto che oggi dire tonno e dire Callipo è la stessa cosa. Anche lo sport, con la Volley Tonno Callipo, non è estraneo ai suoi interessi. È sicuramente una delle personalità più forti di questa terra, qualcuno lo corteggia, altri lo combattono. Si batte contro la ‘ndrangheta, ma teme di più un’altra mafia di cui avverte con preoccupazione il tentativo di isolarlo. In effetti il suo progetto fa paura a parecchia gente. Per ora è racchiuso in una spilletta di latta rotonda da attaccare alla giacca, vi è impressa la sagoma della regione e uno slogan. “Io resto in Calabria”.
Che significa?
«Una decisione maturata nel tempo, ma anche una sfida a chi magari pensa di potermi scoraggiare – parlo di tutte le mafie esistenti in Calabria – e farmi andare via come hanno fatto molti imprenditori calabresi. “Io resto in Calabria” vuol dire: sappiate che dovete incontrarvi e scontrarvi anche con me. La figlia dell’onorevole Moro in un incontro a Gizzeria, ricordando la frase con la quale in un processo la madre aveva definito suo marito (“Moro era una pietra di inciampo”), mi disse: lei, presidente, è una pietra di inciampo».
Un ruolo scomodo, non le pare?
«A me non dispiace. In Calabria devono fare i conti con me finché ho vita».
La sua, un’impresa solida, ha corso qualche rischio?
«Sì. Invece di investire in un’impresa di gelati, che partirà tra un mese a Pizzo e che occuperà 20- 25 persone, o fare un villaggio turistico nella Piana di Maierato, che ne occuperà altre 25, avrei potuto investire benissimo in un altro posto, come moltissimi calabresi hanno fatto e come mi hanno consigliato di fare. Mi hanno raccontato di gente che ha comprato degli alberghi al Nord sia sulla zona adriatica sia su quella tirrenica, o villaggi turistici in Umbria, o ha investito in zone agricole e in vigne. La ricchezza calabrese in questi anni è andata fuori. Non posso fare nomi, sono amici, ma tantissimi imprenditori sono veramente scappati dalla Calabria. Quando sanno che io ho fatto questi investimenti in Calabria mi dicono che sono un pazzo a continuare a resistere qua».
Quanto pesa la tradizione familiare nella sua decisione di restare a tutti i costi?
«Nel tonno sicuramente tantissimo perché questa è un’azienda fondata dal mio bisnonno il 14 gennaio del 1913. Però le altre aziende potevano essere tranquillamente fatte in Umbria, nelle Marche, nel Veneto, sarei stato accolto benissimo e magari meno ostacolato che in questa zona».
Torneremo più avanti su questi temi, parliamo ora di questa storia familiare. Un testimone passato di generazione in generazione, che continuerà con i suoi figli?
«Penso di sì. La prima società, la Giacinto Callipo e figli, era nata per lavorare il prodotto in esubero al consumo a Pizzo. Non c’erano trasporti, il tonno doveva essere consumato sul posto, il mio bisnonno e i suoi tre figli pensarono di conservarlo dapprima in modo molto artigianale».
Come?
«Facevano la cottura a bagnomaria e poi lo conservavano in scatole grandi da dieci chili. Prima incominciarono in un grande magazzino sotto casa, nel 1923 costruirono il primo stabilimento nella zona di Pizzo Marina, dove ancora ci sono i ruderi, avuta in concessione dal demanio per trent’anni. Da lì mio padre si spostò nella zona Marinella, a nord di Pizzo, comprando la vecchia Tonnara Argitola. Poi passammo a uno stabilimento affianco, più moderno e adatto alla produzione, fino al 31 dicembre 1987 quando abbiamo chiuso lì e ci siamo trasferiti qui, nella nuova sede, iniziando la lavorazione il 2 giugno 1988».
Mai una pausa?
«No, come ho potuto ricostruire dagli atti societari presso la Conservatoria notarile».
Fino a che anno siete riusciti a lavorare il tonno di questo mare?
«Una volta si lavorava solo questo, quindi era una lavorazione stagionale. A metà degli anni Sessanta mio padre incominciò l’importazione dalla Norvegia da dove arrivava il tonno surgelato con i vagoni ferroviari. Ricordo che ero piccolino, andavamo la notte alla stazione per fare presto perché bisogna lavorare subito il prodotto. Fu allora che l’attività cominciò ad allargarsi a quasi tutto l’anno».
Vi dedicavate solo al tonno?
«No. Allora non c’erano tanti grossisti, per cui eravamo impegnati a rifornire tutta la Calabria di altri prodotti: acciughe salate che in parte producevamo in parte compravamo in Sicilia, stoccafisso e baccalà d’inverno, uva passita sia di Pantelleria sia della Turchia, le scope di palma della Sicilia, le nocciole, le castagne secche, la lana sporca dalla Sicilia che allora veniva usata per i materassi da regalare ai figli che si sposavano».
Perché sporca?
«Perché così si garantiva che non era riciclata».
E dopo il tonno dalla Norvegia?
«È arrivato quello pescato nell’Oceano Indiano».
Quanta qualità è rimasta della tradizione di una volta?
«Nel nostro prodotto manteniamo la vecchia tradizione di lavorazione. Cambia solamente la cottura, perché prima si cuoceva in acqua, ora si cuoce a vapore, per cui il tonno mantiene ancora di più le sue caratteristiche. Qui da noi si lavora come ottant’anni fa. Il tonno viene toelettato a mano, l’inscatolamento è fatto a mano tranne che per le scatolette da ottanta grammi perché sarebbe impossibile per i costi, ma i vasetti, anche da duecento grammi, vengono riempiti a mano. Poi è fondamentale la selezione dell’olio, che è un complemento molto importante».
Il segreto della bontà qual è?
«La stagionatura. Appena concluso tutto il processo, il tonno è pesce lesso, non è tonno all’olio. Poi dopo tre-quattro-sei mesi, quando si combina con l’olio, acquista il sapore che sentiamo».
Questo è il segreto del tonno, ma qual è il segreto del successo del suo marchio che ha valicato da tempo i confini della Calabria e dell’Italia?
«Nella mia famiglia c’è stata una grande fortuna: il passaggio del testimone è stato molto lungo, non c’è mai stato un trasferimento drastico. Ricordo mio nonno che aveva 92 anni e che con mio padre si confrontava in ufficio e la sera a casa. E io ho avuto la stessa fortuna con mio padre a cui sono stato molto vicino per tantissimi anni».
Unico figlio?
«Unico maschio con tre sorelle che non sono nell’azienda. Con mio padre la collaborazione è stata importante perché certe cose non si possono trasferire per iscritto ma bisogna viverle, entrarci dentro e essere convinti che quella è la cosa giusta da fare, magari cercando eventualmente anche di migliorarla. Vedo che certe aziende hanno dei problemi perché i padri fanno un passo indietro e lasciano ai figli ritenendo che loro, provenendo dalla Bocconi, siano pronti a mandare avanti l’azienda».
Lei quando ha preso effettivamente le redini dell’azienda in mano?
«Nel 1980 abbiamo cominciato a costruire a Maierato il nuovo stabilimento. Poi mio padre è morto nel 1985 dopo una breve malattia, quindi fino al 1984 abbiamo lavorato insieme. Prima lui era il capo».
La qualità migliore di suo padre?
«Avere tanto rispetto per il prossimo. E per prossimo dico operai, dico fornitori, dico clienti. Ed è quello che io ho appreso. Con i nostri duecento operai ho un rapporto meraviglioso, di grande amicizia. Ogni tanto c’è lo screzio ma mai a livello di lavoro. Quando all’inizio venne il sindacato, mi pare la Cisl, gli operai dissero che il loro sindacato era don Pippo. Io li difendo e loro sono tranquillissimi. Hanno piena fiducia in me. Se qualcuno merita il licenziamento, si arriva addirittura alle dimissioni se c’è la motivazione».
Momenti di asprezza?
«Mai. Li abbiamo sempre chiariti. Ho sempre cercato soluzioni che andassero a favore dell’operaio e dopo dell’azienda. E i risultati si vedono. La qualità del prodotto dipende tutta da loro, non da Pippo. È la nostra carta vincente. Molti colleghi mi dicono che da me c’è un’oasi felice, ma questa non si inventa».
Non c’è il rischio del paternalismo?
«No, qui non c’è il paternalismo ma il rispetto della persona. Pensi, trent’anni fa quando chiamavamo all’estero incominciavano col chiederci dov’era Pizzo e poi precisavano: se tu non mandi prima il bonifico noi non ti mandiamo la merce. Noi con il rispetto di tutti i termini, delle regole, dei pagamenti, oggi godiamo di una grande stima dei nostri fornitori. E poi la clientela ha grande fiducia in noi. Per produrre occorre un gioco di squadra, però poi è importante avere un rapporto fiduciario con i fornitori che ti mandano la merce come tu la chiedi, e con i clienti che sono orgogliosi di avere nelle loro vetrine il marchio Callipo».
Lei che studi ha fatto?
«Mi sono diplomato ragioniere, poi ho fatto un paio di esami a Messina, ma mio padre era solo e dopo un esame rinviato tre volte mi chiamò in azienda. Ho fatto l’università con lui».
Dunque, prende in mano l’azienda e si fa conoscere fino a diventare presidente della Confindustria calabrese. Un bel cammino?
«Prima ho fatto un’esperienza a Vibo quando c’è stata la gemmazione della provincia da Catanzaro. Sono stato il primo presidente a Vibo per quattro anni. Avevo a che fare con aziende più piccole di cui vedevo le sofferenze per aver un fido o un tasso. E poi stavo sempre in mezzo alla gente».
Successivamente passa alla presidenza regionale.
«È stata ovviamente l’esperienza più forte, è durata cinque anni, che mi ha fatto avere maggiormente contatto con il governo calabrese».
Un contatto tormentato. Alla Regione c’era il centrodestra e la consideravano un antagonista.
«Sì. C’era Chiaravalloti. Io ero iscritto a Forza Italia perché credevo al progetto iniziale di Berlusconi sulla snellezza dell’amministrazione e sugli operatori economici, poi mi sono ricreduto. Avevo ottimi rapporti con il centrodestra, l’assessore al lavoro Mangialavori era mio cognato. Il motivo di rottura avvenne quando io promossi un accordo con il sindacato – c’erano Pignataro della Cgil, Sbarra della Cisl e Castagna dell’Uil – per fare un tavolo unico di concertazione, che doveva analizzare i problemi calabresi e elaborare due-tre proposte da sottoporre al presidente Chiaravalloti. Tutto questo non fu visto bene».
Il tavolo fu definito incestuoso?
«No, un tavolo perverso. Chiaravalloti aggiunse: che cosa crede di fare Callipo? Imprenditori e sindacati volevano solo indicare qualche soluzione. Una logica accettabilissima ma respinta dal governo calabrese».
Perché?
«Perché eravamo noi a dire e a proporre, e questo voleva dire avere degli interlocutori a cui dare spiegazioni. Tutto questo non piace perché questi signori una volta eletti preferiscono chiudersi nel loro castello, alzare il ponte levatoio e far finta che fuori tutto proceda bene. Il governo Chiaravalloti ha chiuso completamente le porte non solo in faccia a noi ma anche al sindacato, non ci ha più ricevuto».
Una scelta del centrodestra forse comprensibile nei confronti dei sindacati ma un po’ meno degli imprenditori.
«In realtà i tavoli si smembrarono un po’ alla volta e non per colpa dei sindacati ma degli imprenditori di Reggio, di Cosenza, di Crotone, che piano piano si dileguarono. Mi sono anche dato delle spiegazioni ma sono solo dei pensieri».
Inizialmente la Confindustria era unita?
«Convinta e unita».
Poi venne l’isolamento.
«Esatto. Mi isolarono. E il lavoro fu vanificato. Fu un’occasione mancata. Tant’è vero che i problemi che avevamo dieci anni fa li abbiamo oggi».
Ma lei non ha cancellato il suo rapporto con i sindacati. Al recente sciopero regionale ha sfilato insieme ai suoi operai a Catanzaro e addirittura è salito sul palco da dove il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani teneva il comizio. Insomma non perde il vizio?
«Sono venuti quelli della Cgil a chiedermi di salire, io sono stato onorato di salutare Epifani. Forse sono un po’ anomalo, io sono cresciuto con gli operai, vivevo con loro quando avevo otto-dieci anni, gli sgraffignavo la merenda, la sera mi sedevo con un operaio che io chiamavo zio Carmelo, mangiavo con lui la sua colazione. E dopo mi sono sempre compenetrato con loro, lavoravo con loro, scaricavo tonno, non è che mio padre mi mise dietro un tavolo dicendomi: tu adesso sei il capitano del bastimento. No, lui mi mandò in produzione e io per molti anni scaricavo camion di tonno congelato».
Era evidentemente più magro.
«Non solo, avevo anche qualche anno in meno. Il sindacato non lo vedo come la bestia nera. Non è che non ci sono i problemi ma fanno parte di una dialettica naturale. Ecco, quel giorno lì mi chiamarono sul palco, ma io avevo dichiarato la mia adesione allo sciopero sin da quando i sindacati lo avevano proclamato: partecipo – dissi – affinché le cose cambino in Calabria. Non andavo lì a fare la passerella, era uno sciopero condiviso. E i miei operai quando seppero della mia decisione dissero che avrebbero partecipato anche loro perché loro che stanno bene con tutti i loro diritti non possono girarsi dall’altra parte e non guardare la gente che sta male e magari sbarca il lunario facendo qualche lavoretto in nero».
I suoi colleghi imprenditori come l’hanno giudicata?
«Sono arroccati su certi principi. Una parte ha risposto positivamente. Altri no perché concepiscono il loro rapporto con i lavoratori come tra padroni e sudditi».
Il tavolo con i sindacati che fa andare in bestia il centrodestra, sul palco con i sindacati che scendono in piazza contro il centrosinistra. Anche questo governo è un’altra occasione mancata?
«Sì. Alcuni amici mi dicono che sono stato l’artefice della non ricandidatura di Chiaravalloti e che ho favorito l’avvento del governo di centrosinistra. Ho votato Loiero. Mi sarei aspettato un grandissimo cambiamento e non ci voleva tanto visto che si partiva da zero. Il programma di Loiero era – è, perché io lo conservo ancora – abbastanza consistente, ma in questi due anni e qualche mese non c’è stata determinazione nell’affrontare i problemi. Rimpasti, diverse giunte, si vede che non riesce a trovare gli uomini giusti, c’è una logica di partiti, di quelli che ancora sono rimasti, che forse non lo fa governare, però con la percentuale avuta – quasi il settanta per cento – poteva fare molto».
Loiero dice che il suo primo bilancio è positivo.
«Dovrebbe spiegare perché in Calabria non c’è sviluppo, non c’è lavoro, la ‘ndrangheta ancora è quella che è anche se molto più combattuta dalle forze dell’ordine, non c’è un piano di sviluppo. E queste cose non le deve dire a me, che il mio piano di sviluppo lo faccio con le mie aziende, ma ai calabresi che stanno aspettando di capire che cosa devono fare, se espatriare e dove. Mi chiedo: vogliamo utilizzare le risorse della Calabria? Non ne siamo capaci? E allora chiamiamo gente da fuori, dalla Germania, dall’Inghilterra. Non siamo capaci di sfruttare ancora il turismo, il mare continua a essere sporco. Lui chiese scusa ai turisti, ma quest’anno la situazione non è migliorata, forse solo in qualche posto isolato».
Ma lei non doveva far parte del governo Loiero?
«Il 3 luglio del 2006, nei giorni dell’alluvione di Vibo, mi fu proposto l’assessorato ai lavori pubblici ma io non me la sentivo perché per questa materia avrei dovuto affidarmi a collaboratori, preferivo e preferisco fare una cosa in cui sono della materia. E qual è la mia materia se non la produzione, l’attività industriale, l’ambiente imprenditoriale. Ho avuto e ho ottimi rapporti con gli imprenditori del Nord e con i presidenti di Confindustria da D’Amato a Montezemolo. Mi dicevano che i lavori pubblici gestiscono miliardi, ma non era questa la cosa che poteva interessarmi. Fare qualcosa per la Calabria vuol dire fare quello che so e dove posso».
E lì si è rotto un rapporto?
«No. Magari il presidente Loiero ha pensato che quello che è successo dopo sia stata una mia ritorsione, ma non è così nel modo più assoluto».
Con Prodi come va?
«Quando il 9 marzo 2006 Prodi venne a Reggio solo me ha incontrato, neanche i suoi. In un colloquio di tre quarti d’ora gli dissi io la frase che pronunciò davanti alle telecamere: la Calabria sarà la figlia prediletta del nuovo governo».
Ma non è stato così?
«Parlando con persone a lui vicine, mi dicono che la Calabria non è che si fa sentire. La figlia prediletta deve avere anche un po’ di voce».
Loiero sta spesso a Roma.
«Forse per tenere i contatti. Di sicuro noi non ne vediamo benefici».
Riprendiamo in mano questa spilletta. “Io resto in Calabria” è una scelta forte, può essere anche un movimento?
«Non lo so».
Qual è il futuro di Callipo? Si sa che la stanno corteggiando molto, soprattutto quelli del centrodestra. È così?
«Sì. Diciamo che c’è qualche contatto a livello romano. Un assessore regionale in carica mi chiedeva di che tendenza io sia. Ho risposto che io sono per lo sviluppo della Calabria, per la lotta alla criminalità, per dare lavoro ai calabresi, per combattere la burocrazia che ho definito mafia con la carta e con la penna, per il rispetto degli altri e soprattutto dei deboli che non arrivano ai politici, per la regolarità dei concorsi. Ora, se questo è di destra io sono di destra, se questo è di sinistra io sono di sinistra. Non sono schierato con un partito».
Ma con chi ha avuto i contatti? Con An?
«Sì».
Fini, Gasparri?
«No, Alemanno. Ci siamo visti a Vibo».
Questa spilletta potrebbe diventare il simbolo di un candidato a Governatore della Calabria?
«Questo è un messaggio, ai giovani delle scuole dico che è un augurio e aggiungo che dietro il messaggio “Io resto in Calabria” c’è un’altra parola che non si vede: io devo fare il mio dovere».
I giovani partono perché non vogliono dire grazie a qualcuno restando qui. È d’accordo?
«È la realtà. In Calabria o hai qualche aggancio o hai qualche attività familiare oppure devi scendere a compromessi. Qui da noi è tutto precariato perché bisogna tenere al guinzaglio i giovani, che così sono sempre sudditi. Al di là del lavoro e dello sviluppo, bisogna far uscire da questi giochi i calabresi e non solo chi cerca lavoro, ma imprenditori, commercianti, artigiani che devono andare a elemosinare una concessione, un permesso, un certificato il più banale che ci sia. Questo serve al politico che poi al momento opportuno ti ricorda che ti ha dato il certificato di nascita. Per questo mi verrebbe voglia di fare una rivoluzione, di quelle vere. La povera gente è taglieggiata per la pensione, per l’invalidità, per una visita di controllo. Se non c’è la raccomandazione non passa niente. Ai ragazzi dell’università ho detto: dovete pretendere, fate il vostro dovere fino in fondo ma vi dovete pure incazzare».
Lei ha due figli?
«Uno di ventitré e uno di tredici. Il primo si laureato in economia aziendale alla Bocconi e ha finito un master a Barcellona».
Il loro futuro è continuare la tradizione familiare. Ma in maniera diversa da lei che lavorava insieme agli operai?
«Ho voluto che mio figlio studiasse perché a me è mancata la cultura scolastica. Però, al rientro farà l’operaio bocconiano in azienda per un paio di anni, poi passerà in amministrazione».
Che idea suo figlio ha della Calabria?
«Fino a qualche tempo fa era molto preoccupato perché pensava che mi potesse succedere qualche cosa».
Lei ha corso qualche rischio?
«Direttamente non me ne sono mai accorto ma spesso ho avuto dei timori, li ho tuttora. Li esternavo a due miei amici, il colonnello dei carabinieri e il colonnello della finanza di Vibo che mi stanno molto vicini. Non ho paura della mafia con la pistola ma della mafia con la penna, perché la ‘ndrangheta, per quante esternazioni possa fare io, continuerà nelle sue attività, mentre all’altra potrebbe venir meno il giocattolo, perché la gente sta prendendo coscienza».
Come fa a dirlo?
«Lo vedo dalle persone che incontro per strada».
Le chiedono di scendere in campo?
«Tutti. Si aspettano da me qualche cosa, non so nemmeno cosa e se ne sono all’altezza. E questo mi provoca una lotta interna».
Forse a Alemanno può dire di no, ma dirlo alla gente è più difficile. È così?
«Sì. È il grosso dilemma di questo momento. Fare una scelta vuole dire lasciare le aziende perché le cose non si possono gestire a metà, però le aziende vanno avanti perché ho un personale di prim’ordine di cui mi fido».
La tentazione è forte?
«Io lo farei, avrei bisogno di una squadra. Non dico di operare in piena autonomia perché questo è impossibile, però senza tanti condizionamenti io la farei questa cosa».
Ci sono le forze per fare una bella squadra?
«In Calabria abbiamo tante di quelle professionalità, e tantissime stanno pure fuori in posti importanti e sarebbero felicissime di dare gratis una mano alla Calabria».
Ma non la preoccuperebbe di essere il governatore del centrodestra?
«Non mi crea problemi perché non dovrei sposare la storia di una formazione politica, dovrei solamente essere al servizio della Calabria. Punto. Forse è un’utopia, una cosa che non succederà mai».
Se con il centrodestra la trattativa non va in porto, con il centrosinistra non sembrano esserci margini di confronto, la terza possibilità è un movimento autonomo che scende in campo?
«Questo potrebbe essere. Potrebbe essere un esperimento per vedere che cosa vogliono veramente i calabresi. Fare un terzo polo al di fuori dei partiti è una cosa difficilissima, però lì c’è veramente la prova del nove per vedere se i calabresi vogliono un cambiamento radicale, un’inversione a U, oppure se gli sta bene così. Ho anche il dubbio che molta gente viva bene in questi intrecci tra ‘ndrangheta e politica. Però, potrebbe essere una prova. Quantomeno con la mia coscienza io mi sarei messo a disposizione: vi sta bene così e allora intruppatevi, ma io continuerò a restare in Calabria».

