Meglio come imprenditore del commercio o del calcio? Difficile dire e dividere perché Lillo Foti è riuscito a fare cose prodigiose nell’uno e nell’altro campo. I suoi negozi di abbigliamento sono tappe obbligate per chi vuol vestir bene a Reggio ma anche a Lamezia o a Milano; la sua Reggina staziona da anni in serie A, anche tra marosi che avrebbero travolto, com’è accaduto, società ben più accorsate, ed è riconosciuta come una delle realtà meglio gestite e, quindi, più sane del calcio italiano. Lui è il padrone riconosciuto della Reggina, deve fare i conti con un popolo che tiene  alla squadra come ad una persona di famiglia e perciò ama alla follia chi sa farlo sognare ma può anche dare del filo da torcere a chi non assicura le giuste soddisfazioni sportive. Amico dei politici, si tiene alla larga dalla politica anche se, volendo, potrebbe aspirare a qualsiasi poltrona. Probabilmente la dritta giusta la trova in famiglia, dove ogni giorno quattro donne lo giudicano, lo criticano, lo contestano, gli danno consigli: se passa il loro esame il resto viene più facile.

Presidente, lei ha mai giocato al calcio?

«Da ragazzino in ambito prettamente amatoriale, in collegio o nel quartiere».

Lei è nato nel febbraio del 1950, in quale zona?

«Nel cosiddetto Rione Pescatori».

Un rione tra i più popolari di Reggio.

«Negli anni Cinquanta c’erano presenti i ferrovieri. Il rione pescatori è vicino allo stadio, a poche centinaia di metri».

Intanto lei tirava a calci con i suoi coetanei. All’epoca Reggio non aveva grandi primati nel calcio.

«No, poi negli anni successivi, il periodo del Granillo è stato importante per lo sport calcistico reggino. Nel rione c’erano varie squadre, la Matteotti, la Maestrelli, ma erano piccole realtà».

Suo padre che attività svolgeva?

«Si muoveva nell’ambito del commercio, dell’abbigliamento. Aveva un piccolo negozio al centro, sul corso. Da lì siamo partiti». 

La famiglia era impegnata nel commercio?

«No, diciamo che era una di quelle famiglie numerose, erano dieci figli».

La tradizione è continuata?

«No, noi siamo stati tre figli, io sono il più grande, ho un fratello e una sorella».

Che studi ha fatto?

«La maturità classica al Campanella e poi mi sono iscritto a legge dando qualche esame ma ho preferito fin da ragazzino dedicarmi all’attività commerciale. È stata una scelta abbastanza chiara».

Suo padre voleva che lei studiasse?

«No, mia madre pretendeva sicuramente, secondo la mentalità classica di quei tempi, di avere un figlio con una laurea. Sono venuto meno a questo suo desiderio. Mio padre vedeva bene che proseguissi la sua attività e lo ha fatto con una grande disponibilità: è una delle cose che ho apprezzato di più negli anni. Ha avuto la forza di mettersi da parte nonostante fosse giovane e di lasciare a me di continuare la sua attività».

All’epoca della sua infanzia Reggio Calabria che città era?

«Prima degli anni Cinquanta era una città di grande vivibilità, con un’aria molto signorile, con alcuni posti importanti di riferimento come il Comunale, lo Show Garden al Lido. Per noi giovani queste due realtà erano un ritrovo fondamentale».

Amicizie importanti che poi le sono rimaste?

«Compagni di scuola. Il vicesindaco di adesso Gianni Rizzica, l’avvocato Pino Benedetto con cui ho un sodalizio che dura. Con Pino ci conoscevamo da piccoli. Dal Rione Pescatori ci siamo trasferiti in centro, nella zona del Duomo, e c’è stata una frequentazione continua, un rapporto che è rimasto a distanza di cinquant’anni».

Un’amicizia importante?

«L’unica amicizia importante». 

Che cos’è l’amicizia per lei?

«È un rapporto che deve avere una conoscenza di tanti anni, alla base di tutto bisogna mettere in luce i pregi e occultare qualche difetto che abbiamo un po’ tutti. La parentela uno se la trova, l’amicizia uno se la sceglie e sotto questo aspetto è molto più importante».

Lei nel 1970 aveva vent’anni. A Reggio c’era la rivolta. Lei come ha vissuto quei fatti?

«Da spettatore attento, contrariato da alcuni episodi non certamente positivi che hanno poi messo in difficoltà la mia città. A distanza di quasi quarant’anni ritengo che ci sia stata una reazione da parte della gente e che poi in seguito questa sia stata supportata o utilizzata da qualche forza politica. Sulla strada c’era la gente, c’era il popolo, le famose barricate di Santa Caterina e del Gebbione, di Sbarre e del Calopinace erano frutto di un sentimento autenticamente popolare».

Che però fu strumentalizzato?

«Di politica sono completamente out».

Ma nonostante i suoi vent’anni lei non si fece coinvolgere? Non fu tentato di partecipare?

«No. Forse ho avuto la coscienza dei vent’anni di allora che erano abbastanza diversi da quelli di oggi. Avevo un’educazione diversa, e c’era una maggiore attenzione da parte della famiglia che non permetteva aggregazioni particolari».

Vista a distanza di tanto tempo, quella rivolta è servita a Reggio?

«Secondo me ha penalizzato lo sviluppo della città, ha frustrato le aspirazioni, e non c’è stato il sostegno da parte delle istituzioni che hanno quasi dimenticato per un attimo Reggio».

Lei intanto entra nel negozio di suo padre. Quando prese effettivamente il testimone dell’attività?

«Quasi subito. Anche perché da ragazzino me ne interessavo. A ventidue anni, dopo il militare, ero già pronto per la full immersion nell’azienda, e grazie alla disponibilità di mio padre, al suo buon senso o alla mancanza di egoismo, mi assunsi la responsabilità».

Come ricorda suo padre?

«Lui è morto nel 1983. Lo ricordo come una persona eccezionale, gli debbo molto».

Quand’è che fa la prima cosa sua al vertice dell’azienda?

«Feci una serie di scelte che si rivelarono positive e che hanno permesso all’azienda di avere una struttura e un processo di sviluppo sempre più ampi».

Qual è stato il segreto del successo?

«La presenza di collaboratori e collaboratrici che con le loro idee hanno contribuito ai risultati di cinquant’anni di attività».

Al punto che lei oggi ha il novanta per cento dei negozi del corso. È vero?

«No, è un’esagerazione. C’è una buona presenza sul corso. E poi negozi a Lamezia, a Cosenza, a Milano».

Lei ha scelto di operare nell’abbigliamento firmato, di alta qualità. Vestir bene e anche vestir caro. Era una scommessa difficile?

«Cercavamo di coprire uno spazio, e la scelta fatta si è dimostrata quella giusta».

Si è sposato con una signora di Siracusa. Dove l’ha conosciuta?

«Allo stadio di Siracusa. Si giocava Siracusa-Reggina. Gabriella tifava per il Siracusa, e in quell’occasione in tribuna c’è stata la conoscenza che è diventata un rapporto che va avanti dal 1978. Abbiamo tre figlie, Giorgia, Francesca e Fabrizia».

Nella sua attività imprenditoriale ha vissuto anche momenti di particolare difficoltà. Davanti ad un suo negozio fecero trovare una testa di bue con tanto di richiesta estorsiva, e poi una bomba esplose davanti ad un altro suo locale. La sua famiglia corse dei rischi, lei affrontò la situazione con una posizione particolarmente ferma.

«Ci fu qualche difficoltà, però è tutto superato. Era un momento un po’ particolare, di cose meno positive che fanno parte del passato e meno ci si ritorna e meglio è».

Veniamo all’incontro con la Reggina.

«Avvenne a maggio del 1986. C’era una grande difficoltà della società A.S. Reggina a trovare dei dirigenti. All’epoca l’amministrazione comunale aveva un po’ a carico le sorti della società e la Reggina rischiava il fallimento. L’intervento di un gruppo di giovani – c’era l’avvocato Benedetto, il dottore Lucio Dattola, attuale presidente della Camera di Commercio, e Lorenzo Nucera. E lì nacque questa avventura che ha dato tantissime emozioni e passioni al tifoso reggino».

Da allora si può dire che lei non abbia sbagliato un colpo. Si occupa personalmente di tutto, da quante magliette hanno i giocatori alle scelte degli allenatori. Quanto è valsa questa sua pignoleria nel positivo andamento della società e della squadra?

«Tutto questo ha contribuito. In una piccola realtà, in assenza totale di risorse economiche, nessun peso politico, pochissima comunicazione, l’obbligo di tutti è di rinserrare le fila e di cercare attraverso un’attenta valutazione e scelte abbastanza chiare il processo che possa poi portare a dei risultati».

Lei si occupa di tutto?

«Mi interesso di tutto, fermo restando che alla reggina c’è un gruppo di collaboratori abbastanza validi, di giovani che hanno entusiasmo e che danno un contributo alla crescita di questo marchio che oggi è importante e che trasmette la calabresità internazionale».

Purtroppo in questo momento si esportano marchi non certo positivi al di là del Pollino. Il vostro è una bella eccezione.

«Il percorso di questi anni ha permesso la presenza di questo marchio da oriente a occidente, da nord a sud, in qualche maniera ha aggregato la passione e l’entusiasmo di tanti calabresi sparsi dappertutto. Penso che non appartenga solo alla città di Reggio questo entusiasmo. La partecipazione coinvolge non solo la provincia che ha un ruolo altrettanto da protagonista ma penso, dalle attestazioni che mi arrivano, che siano tutti i calabresi, da Cosenza a Castrovillari a Reggio Calabria, a sentirsi rappresentati in maniera dignitosa e decorosa dalla Reggina. In poche parole sono tutti un po’ tifosi reggini».

Lei che gira con la squadra dappertutto sente questo entusiasmo, ma non avverte anche un pregiudizio negativo nei confronti dei calabresi?

«No, pregiudizio no. Non sono mai stato vittimista, mi piace affrontare la realtà. Vivo di pochi sogni, spero in tanti fatti. So perfettamente quali sono le difficoltà del territorio spesso utilizzato e non sostenuto in maniera poco costruttiva per tutta una serie di problemi». 

Le dico qualche nome. Italo Falcomatà.

«Io con la politica non c’entro niente. Voglio mettere le mani avanti».

No, presidente, non deve, se non vuole, parlare di politica, ma solo di persone. Falcomatà.

«Un rapporto grandissimo sul piano personale. Ci siamo confrontati sullo stadio, misi a disposizione del vecchio comunale la Reggina. Riconosco a Falcomatà di aver recitato un ruolo importante per la città in un momento in cui la sua immagine si era persa».

Giuseppe Scopelliti.

«Con lui la città sta crescendo. Falcomatà ha messo le fondamenta e Scopelliti sta contribuendo ad alzare qualche piano».

Marco Minniti.

«Ha un ruolo importante, mi auguro che possa dare anche dal ruolo istituzionale che ha in questo momento ha, un contributo utile alla crescita della comunità calabrese. Sia Minniti che Scopelliti sia la Provincia e la Regione, debbo ringraziarli perché in un momento difficile della Reggina sono stati a fianco della società e ci hanno consentito di andare avanti negli ultimi due anni che non sono stati facili per noi. Parlo di Loiero, Bova, Adamo».

Naturalmente si riferisce a calciopoli. La Reggina ha subito dei colpi duri, lei è stato coinvolto in prima persona tant’è che attualmente è ancora squalificato. Ne siete comunque usciti.

«Perché non abbiamo pensato a fare recriminazioni ma abbiamo pensato a far crescere la Reggina, che ha risposto in termini di grande correttezza: abbiamo messo in campo le virtù dei calabresi che sono la perseveranza e il silenzio. Sono ancora squalificato, il sistema ha ritenuto di sospendermi, ho difficoltà ancora a capire per che cosa».

Lei quando sbaglia è disposta ad ammetterlo?

«Sì, penso di aver messo sempre la mia faccia in tutte le cose. Me lo riconoscono tutti».

Ci fu un brutto episodio nello spareggio con il Verona del campionato 1999-2000, che la vide coinvolta in prima persona. Un incidente di percorso?

«Quella è la macchia più grossa, perché ci fu una responsabilità mia al cento per cento, ben più di quanto è accaduto con calciopoli. E penso che quell’esperienza sia servita».

La Reggina per lei è passione o un affare?

«Nasce come passione, negli anni si è trasformata in un’azienda che ha dato delle opportunità di lavoro a quaranta-cinquanta persone all’interno del Santagata e poi ha fornito la possibilità a qualche giovane di realizzare un sogno».

Sua moglie è ancora tifosa del Siracusa?

«No, mia moglie è diventata uno dei confronti più duri da affrontare, mia moglie e le mie figlie. Sono loro che mi contestano di più, le scelte che faccio, nonostante i miei silenzi, sono oggetto di critiche da parte della mia famiglia».

Tiene conto delle loro critiche?

«No, io vado avanti per la mia strada».

Presidente, il suo sogno per la Reggina?

«Uno stadio importante, ho sempre creduto che bisogna dare delle strutture perché le aziende possano svilupparsi. La Reggina ha il Santagata. Non conta tanto creare i sogni o cullare illusioni, è molto più utile che si possa costruire qualche cosa che si fondi su strutture e formazione».

Calcisticamente il maggiore traguardo alla portata della Reggina?

«Restare in A e sognando di poter un giorno partecipare a qualche evento che possa gratificare il tifoso».

Prudenza massima?

«Realismo».

La sua è una società in ordine per riconoscimento generale. Non sembra vero che dal profondo Sud arrivi un messaggio del genere. Come si ottiene un tale risultato? 

«Lavorando».