Rosa Villecco Calipari

Il doppio cognome richiama una delle pagine più tragiche ed eroiche degli ultimi anni, lei lo porta con naturalezza e fierezza ma sarebbe un errore immaginare che il suo ruolo pubblico sia il risultato di un’attenzione dovuta più a Nicola che a lei. La senatrice Rosa Villecco Calipari è di suo un’importante donna del Sud e la storia d’amore, che continua, con l’uomo ucciso da “fuoco amico” mentre salvava con il suo corpo Giuliana Sgrena appena liberata dai sequestratori iracheni, è tra due forti personalità. Conferma, se ce ne fosse bisogno che da sempre le donne sono la risorsa umana più interessante della Calabria. E verrà sempre troppo tardi il giorno in cui irromperanno sulla scena per togliere finalmente un po’ di spazio agli uomini.

Nata a Cosenza qualche anno fa.

«Il 24 marzo 1958». 

In una casa dominata da donne.

«Papà, avvocato, morì quando avevo quattro anni. È un’infanzia strana la mia. Ero figlia unica. Rimasi con la mamma, la zia e i nonni materni, soprattutto mia nonna. Erano tre donne molto diverse tra loro».

Sua madre era casalinga?

«Sì. Era nota perché in una famiglia impegnata in politica stava dietro al padre quando era giovane. C’è l’aneddoto carino di quando mamma andò a Roma e conobbe Sandro Pertini, che, famoso per essere un uomo amante delle belle donne anche più giovani di lui, disse: Pietro, peccato che tua figlia sia troppo giovane altrimenti le avrei fatto la corte. Quando poi divenne presidente della Repubblica, ricordo di aver preso io la telefonata dal Quirinale alla morte di mia nonna – avevo vent’anni – con la quale Pertini chiedeva o di Giacomo o di Anna, la piccola che lui ricordava».

Parliamo di Pietro e Giacomo Mancini, ricordiamolo.

«Certo».

Torniamo a sua madre. Pupà?

«Era il nomignolo. Aveva tre sorelle e un fratello, fu la più coccolata da nonni e zii, e dal fratello Giacomo che aveva dieci anni più di lei. Quando era piccolina, avrà avuto una decina di mesi, e la nonna era andata a trovare il marito al confino in Sardegna, era stata molto male, piangeva moltissimo, neanche la balia riusciva a tranquillizzarla, per cui mio zio Giacomo la teneva sempre in braccio. Il legame tra loro nacque allora. Lei lo ha sempre adorato».

Passiamo a sua zia.

«Zia Menuccia era una donna molto autoritaria e forte. Aveva scelto di non sposarsi. Vivere sola in Calabria – la ricordo negli anni Sessanta – allora non era una cosa semplicissima. Nello stesso tempo era una donna fragilissima, perché all’esterno dava l’impressione di una donna dura, poi all’interno dava l’idea di una solitudine affettiva, l’unico affetto vero ero io».

E poi la nonna, una De Matera.

«Nonna Peppina è stata per alcuni aspetti la personalità a cui mi sono rifatta di più. Sembrava molto fredda, invece è riuscita a far passare una serie di messaggi educativi di forza e di determinazione. Ancora a novant’anni, gestiva affetti e relazioni pubbliche. Mi colpiva il suo coraggio».

Con il marito antifascista in pieno ventennio ce ne voleva?

«Infatti. Rimase sola, con cinque figli, con una situazione economica non semplice tanto che fu aiutata dal fratello in quella fase. Pensi a questa donna che partiva per la Sardegna in anni in cui peraltro non era facile viaggiare. Per di più nonno e nonna nascevano da famiglie molto differenti. Lei veniva da una famiglia patrizia, si innamorò perdutamente di mio nonno, ho letto le stupende lettere d’amore che si scrivevano. Ricordo che avevo diciotto anni e lei mi disse: un matrimonio funziona quando c’è la passione. Una passione che tra lei e il marito non era mai finita. Avevano un rapporto paritario assoluto, una cosa non comune a quell’epoca».

Giacomo Mancini amava raccontare la fierezza di sua madre, di quando gli insegnava a cantare la Marsigliese.

«Nonna parlava correttamente il francese. E io ho preso da lei anche questo: parlo non bene inglese, parlo correttamente francese. Da lei ho preso la caratteristica di essere dolce e comunicativa, ma anche la capacità di distacco e di giudizio verso gli altri che si trasforma in disprezzo quando una persona non mi piace. Mia nonna non camuffava, era molto nitida». 

Solo donne, dunque, nella sua formazione?

«No. A parte mio zio Giacomo che, oltre all’affetto, era un po’ il mito, c’era un uomo nella mia vita, che è stato il secondo marito di mia madre. Gaspare Turcaro, primario di neurologia per vent’anni a Cosenza, che è ancora vivo e che nella mia adolescenza ha avuto un ruolo. Un intellettuale che veniva dall’università di Napoli, aveva fatto ricerca, arrivò per amore in Calabria, perché mia madre non si sarebbe mai allontanata da Cosenza. Lui ha svolto una funzione molto viva nella Cosenza di quegli anni».

Anni di fermento?

«Anni ricchi di dibattito, di confronto politico, di grande apertura della città. Fiorivano centri studi, si facevano convegni in continuazione, si era aperta la libreria Feltrinelli nella zona antica. Gaspare influì molto nel mio percorso culturale suggerendomi libri, discutendo». 

Visto che parliamo di uomini che per lei hanno contato, torniamo indietro a suo nonno Pietro. 

«A nonnino. Un omone con un vocione ma per me era nonnino».

Pietro Mancini nell’Italia uscita dal fascismo poteva aspirare a qualsiasi incarico in Italia. Invece si ritirò dalla vita pubblica non appena suo figlio Giacomo si candidò alla Camera.

«Mi vuol far fare riferimenti alla politica di oggi?».

No, parliamo di suo nonno.

«Con Giacomo aveva difficoltà a comunicare, tra loro si scrivevano lettere. Quanto a me, con lui il contatto ero sensoriale, le mani, la voce, perché non vedeva. Mi colmava di tenerezze e complimenti. Sapevo che era un uomo importante. Gli leggevo il quotidiano. L’uomo politico l’ho scoperto dopo, leggendo quello che lui o altri hanno scritto, soprattutto i suoi discorsi sulla Costituzione. In lui ritrovo una grande etica politica, una politica alta, una capacità non di scontro ma di congiungere. Il 17 marzo 1947, nel commentare i primi sette articoli della Costituzione, disse: tra noi ci sono stati scontri anche violenti, però poi siamo addivenuti tutti a una decisione comune. Che nasceva dalla volontà di costruire uno Stato, una Repubblica condivisi. E questo è il mio principio morale». 

Lei ha avuto la fortuna di vivere in un ambiente familiare molto ricco e vivo. Era così anche la Cosenza di allora?

«La mia famiglia è stata sempre un po’ atipica. In essa molti temi di oggi c’erano tutti: la laicità, la proiezione al futuro, l’intensa discussione quotidiana su tutto quello che avveniva in Calabria e oltre. Però, c’erano tante famiglie che hanno segnato la città positivamente, penso a Guarasci, a Misasi, a Principe, storie e culture politiche diverse che consentivano un dibattito molto fervido». 

Gli studi dove?

«Il liceo Telesio e poi l’università ad Arcavacata. Il campus era nato nel 1972, io entrai nel ’76. C’erano ancora grandi nomi, Andreatta, Silos Labini, preside di scienze economiche dove mi iscrissi e mi laureai. È stata una bellissima esperienza, anche se all’inizio contò la volontà familiare. Influenzata dalla personalità del mio patrigno, volevo fare medicina. Ho conosciuto ad Arcavacata molti docenti a cui sono ancora legata come Giovanni Mazzetti che allora ci faceva studiare Keynes. Marco Biagi è stato mio professore di diritto del lavoro, giovanissimo, molto carino, le studentesse se ne innamoravano, parlava già di part time ma ci insegnò lo statuto dei lavoratori ed era rigorosissimo quando ci valutava».

Che voto le diede?

«Ventotto. Ricordo anche docenti calabresi. L’attuale rettore, Latorre, è stato mio professore di statistica generale. Con Renato Guzzardi diedi il primo esame, quello di matematica».

La tesi? 

«Nel 1982, in diritto pubblico dell’economia, sulle partecipazioni straordinarie nel Mezzogiorno e le Regioni. Avevo lavorato per un anno pensando alla possibilità di continuare ricerca nell’università». 

Rimase ad Arcavacata?

«Per un breve periodo per partecipare a un concorso. Avevo preso 110 e lode e la sera a cena i professori mi proposero di restare. I candidati erano sedici, fui la sesta, i posti erano due. Quindi, andai in Germania per un contratto con l’università di Saarbrucken. Una città molto simile a Cosenza, ha anche il fiume, in una regione depressa, la più povera. Volevo rompere il cordone ombelicale con la famiglia, svezzarmi e costruire una mia identità».

Provava a camminare con le sue gambe?

«Prima di partire, esattamente la sera del quattro marzo 1983, incontrai a una cena mio marito, che era arrivato a Cosenza nel 1981. Un colpo di fulmine. Non ho desistito. Tra l’altro mio marito era fidanzato ufficialmente e stava per sposarsi, mancavano due mesi al matrimonio. Fece saltare tutto nel giro di quindici giorni. Io comunque partii per la Germania. Ci vedevamo nei weekend a Como». 

Le chiedeva di tornare in Calabria?

«No. Questa forse è stata la forza del nostro rapporto di coppia. Il grande rispetto delle scelte dell’altro da parte di entrambi. I tempi non erano così pronti per le convivenze per cui lui mi propose: stiamo a 1500 chilometri di distanza, almeno possiamo stare insieme sposandoci. Un grande gesto di generosità e di fiducia».

Lei cosentina, Nicola reggino. Una bella miscela.

«Molto diversi. Mio marito aveva delle caratteristiche tipiche dei reggini, era una persona chiusa e introversa, molto diffidente. All’inizio. Con me no. Siamo riusciti quasi subito a entrare in comunicazione profonda. Mi definiva la sua migliore amica. Avevamo anche differenze culturali. Nel 1970 lui aveva difeso Reggio capoluogo».

Matrimonio nel duomo di Vibo Valentia. Come mai?

«Prima ci dovevamo sposare in casa, poi ci furono dei problemi familiari. Così decidemmo di sposarci a mezza strada in modo da rendere più facile l’arrivo delle rispettive famiglie».

Dirigeva già la squadra mobile di Cosenza?

«No. Era il vice di Salvatore Lanzaro. Era arrivato da Genova su richiesta del questore dell’epoca. Cosenza la conosceva molto poco, però riuscì ad inserirsi abbastanza velocemente nella città pur col suo carattere timido. Apprezzava molto la compagnia degli amici veri, era sempre un passo indietro, era molto riservato, sì riservato».

Lo si capiva anche vedendo le sue immagini.

«Era una persona molto elegante nei tratti, nei modi, nel rapportarsi con gli altri. Forse questo è il motivo per cui i giornalisti romani lo definivano un poliziotto atipico. Aveva un aplomb piuttosto inglese, era molto ironico, ma era anche molto reggino per il sarcasmo, frasi brevi ma coincise».

Come fu la sua esperienza cosentina?

«Non facile. Perché Cosenza non era nel periodo più tranquillo. In quegli anni ci furono scontri tra i clan, tra la vecchia e la nuova emergente ‘ndrangheta. Si sosteneva che la ‘ndrangheta non esisteva, quella vera era reggina, al massimo nella Locride. Invece Nicola cominciò a sottolineare il contrario e diede anche una collaborazione in termini statistici a Pino Arlacchi che allora era all’università, per dimostrare che c’era stato un passaggio dal gangsterismo all’associazionismo ‘ndranghetistico. Furono anni abbastanza caldi». 

Gli anni dell’omicidio di Sergio Cosmai, direttore del carcere.

«Mi toccò molto emotivamente. Ricordo ancora tutto: il giorno in cui è avvenuto, il come, il dolore nostro, poi l’affanno di Nicola anche dopo anni a Roma quando fu al centro Criminalpol. E ricordo queste cose perché ci fu un incrocio strano. Cosmai fu ucciso, dopo poco tempo Nicola fu sotto scorta perché cominciavano le minacce. Fummo costretti a fare un’esperienza all’estero più per motivi di prudenza che per altro».

Dove andaste?

«In Australia. Lui lavorò nell’International Crime Authority sulle ‘ndrine calabresi che controllavano la droga che partiva da lì e arrivava sulle coste ioniche. Era il 1988».

Poi tornaste in Italia.

«A Roma, Nicola passò alla squadra mobile. Io frattanto avevo fatto una breve esperienza a Cosenza come commercialista nello studio Scarnati, era nata la prima figlia. Decisi di entrare in pubblica amministrazione. Non che mi piacesse molto, però in quel momento era la scelta più razionale. Entrai al ministero delle finanze dove ho lavorato per undici anni. Un’esperienza molto formativa, ma la più dura è stata quella successiva di quasi sette anni alla presidenza del consiglio dei ministri. Era l’aprile ’99, lo scriva, per piacere, perché non sono andata lì con Berlusconi. Intanto era nato il mio secondo figlio. Le sottolineo la data: 4 marzo 1993».

Perché?

«Dieci anni dopo la conoscenza con Nicola, che avvenne il 4 marzo 1983. Mio figlio nacque il 4 marzo 1993. Mio marito morì il 4 marzo 2005. Una coincidenza impressionante».

Il fato?

«Non ci credo, però la coincidenza l’ho notata. Sono fortemente convinta del libero arbitrio».

Nel frattempo suo marito entrava nei Servizi. Lei come si trovò?

«Io che sono una persona molto comunicativa mi trovai in un ambiente ovviamente molto riservato, totalmente chiuso all’esterno, con logiche di estrema discrezionalità, dove tutto avveniva senza alcun parametro ma solo con criteri soggettivi. A un cambio di direttore ti puoi trovare dall’altra parte. Una realtà che cambierà con la riforma a cui stiamo lavorando noi e le forze di opposizione». 

Nicola come si trovò in questo mondo?

«Il momento difficile fu quando col cambio del capo della polizia, il prefetto Masone a cui era molto legato, con Giovanni De Gennaro, col quale pure aveva un ottimo rapporto, fu in qualche modo costretto a fare dei passi indietro. Questo può capitare in qualsiasi amministrazione, e naturalmente crea frustrazione e insoddisfazione. Anche a Nicola, soprattutto perché non c’era alcuna motivazione. Tuttavia mio marito era non solo riservato ma anche rispettoso dei ruoli istituzionali per cui accettò il cambiamento. Lui allora stava al Servizio Centrale Operativo, per un periodo lavorò come consulente ministeriale con Alessandro Pansa, attuale prefetto di Napoli, che ricordo sempre con affetto. Però Nicola era un operativo e il ministero gli stava stretto. Stette anche male fisicamente».

Quando ebbe l’incarico che poi doveva portarlo all’operazione più tragica?

«Prima gli venne offerto di andare a gestire l’ufficio immigrazione della questura di Roma, un ufficio disastrato, con quarantamila fascicoli fermi, corruttela diffusa. Riuscì in quello che sapeva fare benissimo: ridare regole. La sua speranza comunque era quella di tornare a essere operativo. Ma passava di delusione in delusione, e questo lo fece soffrire. E allora scelse il Sismi, perché era una sfida e perché poteva essere una cosa importante per il paese».

E così si occupò di sequestri nell’area più calda del mondo. 

«Nell’area mediorientale è andato almeno per un anno e mezzo». 

Lei era preoccupata?

«Quando si fanno scelte di condivisione di questo tipo non si può non essere consapevoli dei rischi che l’altro corre e che, quindi, indirettamente anche tu corri. Di rischi – ricordi l’esperienza cosentina – mio marito ne aveva corsi tanti nella sua vita. Però, devo dire che – e posso dirlo anche per le mogli di tutti coloro che fanno questo tipo di lavoro – la paura viene accantonata, rimossa altrimenti non si potrebbe vivere».

Ma lei in quell’anno e mezzo rimosse la paura?

«La mia ansia aumentò. E non posso dire che quando era assente, ed era molto assente non solo quando andava in Iraq ma anche in altri paesi dove le situazioni non è che fossero più semplici, non ho avuto paura. La esprimevo poco perché non ho mai voluto condizionarlo. Non gli chiedevo di rimanere, forse oggi è il mio unico cruccio soprattutto alla luce di quello che è avvenuto dopo. Aveva un ruolo molto alto e non è che doveva giocare lui sempre in prima persona. Questo avrei dovuto chiederlo come moglie e come madre dei nostri figli. Ora sento la colpa di non essere stata più invasiva, di non aver interferito». 

Sapeva che faceva?

«Sapevo tutto. Sapevo dov’era e cosa faceva. Ogni tanto mi chiamava, cercava di mettersi in contatto telefonico, a volte mi faceva capire che sperava di chiudere le trattative».

Poi quel 4 marzo 2005 le arrivò la notizia. Come?

«Quella sera ero uscita un po’ prima dal mio ufficio perché era il compleanno di mio figlio. In auto ho fatto una telefonata sul cellulare di mio marito che avevo sentito la mattina quando aveva cercato il bambino per fargli gli auguri. Poi non l’avevo più sentito. Ho chiamato e ho sentito una voce in arabo, quella che normalmente dice che il numero non è raggiungibile. Ovviamente non capivo perché ma sapevo che era in Iraq quando sentivo questo tipo di voce. Ed era in Iraq. Poi lui mi chiamava attraverso altri cellulari. In quel momento non era acceso e dopo ho capito perché. Io ho chiamato nel momento in cui lui è stato ucciso. Era all’incirca proprio quell’ora. Gli ho mandato un messaggio che probabilmente non ha mai ricevuto. Poi sono arrivata a casa».

Chi glielo ha detto?

«Ho trovato la casa piena di persone. Ho capito al volo che qualcosa di molto grave era successo. Ci hanno messo tanto a dirmelo, nessuno aveva il coraggio di dirmi la verità».

Tanto quanto?

«Più di quarantacinque minuti. Dicevano che aspettavano delle conferme. I loro occhi mi sfuggivano, non mi guardavano. Io pensavo che era stato rapito dagli iracheni. Sapevo che la Sgrena era stata liberata perché mia figlia mi chiamò per dirmelo. La notizia uscì prima, non ho mai capito come Al Jazira abbia fatto ad averla. Pensavo agli iracheni, vedevo scene di decapitazione, mai e poi mai avrei immaginato quello che era accaduto. Poi mi hanno parlato di un incidente di macchina. Allora ho pensato a un’autobomba. Solo alla fine mi dissero: no, hanno sparato sulla macchina. Anche lì ho pensato agli iracheni. E loro: no, sono stati gli americani. Non riuscivo a capire. Come gli americani? Perché?».

Tutta l’Italia ebbe un moto di commozione per il gesto di suo marito che morì per coprire col suo corpo Giuliana Sgrena.

«Tutta l’Italia, ma anche all’estero. È un caso che ha suscitato non solo un’emozione ma anche una riflessione sulla mancanza di diritto internazionale di alcuni paesi».

Ha pensato mai che suo marito sarebbe vivo se si fosse comportato diversamente?

«Il comportamento di mio marito non mi ha stupito. Nicola è stato ricordato come una vittima del dovere. È un eroe appunto per il suo gesto di sacrificio e generosità. Le dico che non poteva essere che questo. Lo hanno capito anche i suoi figli. Nicola veniva da una famiglia molto cattolica, ha fatto lo scout per moltissimi anni – a Reggio c’è una delle comunità scout più grosse -, aveva un sistema di valori che va oltre l’adempimento del dovere, che in quel caso era già compiuto. Quello che ha fatto era una risposta ai suoi valori morali. Non è stata una reazione istintiva, ma estremamente razionale. Se fosse stato istintivo avrebbe fatto quello che ha fatto chi guidava, per esempio, quello che ha fatto anche Giuliana. So oggi che la perizia balistica ha dimostrato che lui si è piegato su Giuliana». 

Cosa si augura?

«Un primo successo, impensabile due anni e mezzo fa, è chi si stia celebrando un processo. Il secondo è che la presidenza del Consiglio dei ministri si è costituita parte civile. Mi auguro che si possa accertare la verità e condannare tutti i responsabili». 

Come si supera una tragedia come la sua? Con la responsabilità verso i figli?

«No, mi perdoni. C’è una responsabilità verso i ragazzi ma se fosse questo avrei fatto la mamma. Io ho temuto che si volesse far cadere il silenzio sul caso che era molto, molto scomodo. Le mie scelte successive nacquero da una reazione da cittadina che chiedeva legalità. Sono andata in giro per l’Italia, e durante questi incontri quando sostenevo la necessità di rispettare le regole, notavo che la gente mi chiedeva di continuare: lei ha coraggio, noi siamo con lei». 

E così ha deciso di impegnarsi attivamente in politica?

«Quando mi proposero di candidarmi, dopo essermi consultata con i miei figli che per me sono le persone più importanti, decisi autonomamente e accettai la candidatura leggendola come una continuità di questo impegno».

È anche una testimonianza?

«No, attenzione, è un impegno. Se lei guarda la mia attività in Parlamento vedrà che la mia non è una testimonianza. Anzi per assurdo da quando ho questo ruolo io non ho mai parlato da senatrice del caso Calipari. Ho sempre distinto i ruoli. È uno stile». 

Non pensa di essere un simbolo?

«Non voglio esserlo. Qualcuno – e non chi mi ha candidato ma chi non voleva che mi candidassi – ha cercato di chiudermi in questo ruolo. Anche in Calabria c’è chi mi ha definito donna-simbolo o donna-immagine. Non lo sono. Io sto lavorando per la politica, credo nella politica, ho avuto il coraggio di fare le mie scelte, mi sono tesserata nei Ds, sono impegnata nella costruzione del Partito Democratico perché credo in questo percorso».

Rosa Villecco Calipari. Anche nel cognome un impegno che continua?

«È chiaro che quello che sono oggi è il frutto di tutta un’esperienza, anche quella drammatica, di una vita».

I suoi figli come vivono questo suo impegno?

«I miei figli hanno condiviso la scelta, l’hanno appoggiata e sostenuta. Mia figlia, la più fragile, mi disse: mamma, ti è sempre piaciuta la politica, perché dovresti dire di no? Certo, i miei figli non vivono una situazione facile. Loro vogliono rimanere nel privato, per loro la mamma lavora, ha solo cambiato lavoro. Mi vorrebbero più con loro, però capisco che sono fieri e orgogliosi della loro mamma».

Un ricordo di Nicola?

«… no… vuole un ricordo, un fatto?».

Qualsiasi cosa.

«Nicola non lo ricordo. Nicola vive con me. Per me non è mai morto. Lui e io siamo insieme. Non lo penso come una persona che non c’è più. Le dico una cosa. Io avevo paura degli elicotteri. Nicola amava il volo, amava l’acqua, amava il mare. Non ho mai voluto volare in elicottero, l’unica volta che ci sono salita ho avuto il panico. Bene, io oggi salgo sugli elicotteri militari e sono tranquillissima e mi sembra che io sia anche lui. Quindi, Nicola c’è». 

Franco Piperno

Accusato di delitti terribili – ventitré omicidi, compreso quello di Aldo Moro -, ritenuto uno degli ispiratori del terrorismo o, se si preferisce, un “cattivo maestro”, ha consumato la sua vita tra lotte e insegnamento, tra latitanza e carcere. Personalità complessa e per tanti versi enigmatica, ha il fascino, per molti perverso, dell’intelligenza e dell’affabulazione, ha un rapporto forte con la Calabria dove è nato, lavora e vive. Odiato, amato, temuto, ricercato, sospettato, Franco Piperno custodisce segreti importanti della storia italiana, qualcuno si intuisce tra le parole, i toni, gli accenti, i puntini sospensivi, il movimento degli occhi. Che si illuminano quando parla di una ragazza dal nome strano, Svava.

Dove nasce?

«A Catanzaro nel 1945». 

Famiglia borghese?

«Mio padre faceva il direttore didattico. Discendeva da ebrei venuti in Italia subito dopo l’Unità d’Italia nella zona del Papato: Pipero diventò Piperno con le leggi razziali del fascismo. Mia madre era della Sila dove il mio bisnonno, che aveva fatto un po’ di fortuna, aveva comprato delle terre, e mio nonno, quando fu costruita la diga dell’Ampollino, si ritrovò un emporio come quelli orientali dove si vendeva tutto, specialmente agli operai del Nord che lì lavoravano».

Dove ha studiato?

«A Catanzaro, l’università l’ho fatta a Pisa, poi scuola di specializzazione a Roma, ho insegnato al Politecnico di Milano, sono ritornato qua, un po’ prima dei guai giudiziari mi sono trasferito a L’Aquila».

Che città era Catanzaro?

«Da ragazzo ho avuto un fenomeno di rigetto della mia città. Mi sembrava ipocrita. Mi sono iscritto alla Fgci – ero per la verità l’unico iscritto, – e a parte alcuni funzionari di partito, persone autentiche che avevano occupato le terre, c’erano avvocati comunisti, che per quanto considerati al pari dei criminali dai benpensanti erano comunque dei comunisti addomesticati».

Perché decise di iscriversi alla federazione dei giovani comunisti?

«Intanto per il venir meno del mio rapporto con la religione. E poi tra il ’57 e il ’58 sono andato da un mio zio a Melito Porto Salvo che aveva un po’ di terra e lì ho visto i miei cugini e altri ragazzi lavorare in condizioni dure, a piedi scalzi. Mi interessava meno la cultura contadina dell’insalata di pomodori o della marmellata d’amarene».

Fu la scoperta dell’ingiustizia?

«Soprattutto dell’ipocrisia pubblica. A scuola a Catanzaro quando sollevavo dei problemi – c’era anche Olivo, l’attuale sindaco – il preside non mi rispondeva, semplicemente mi puniva. Da piccolo ho letto Campanella e mi sorprende che nel descrivere il Sud non gli viene mai in mente di parlare di povertà e di mancanza di lavoro, dice giustamente che il problema è la menzogna e l’ipocrisia del Sud. Veda, qui in questa università di Arcavacata la maggioranza dei ragazzi sono considerati nullatenenti ma arrivano con auto di grande cilindrata. Al Sud, non solo in Calabria, si “chiagne e fotte”».

Un giudizio pesante sui meridionali.

«No, ci sono anche valori positivi come l’amicizia, la solidarietà, la famiglia, ma la dimensione pubblica è inesistente o quasi».

Come nasce la sua passione per la fisica?

«Io ed altri amici subivamo l’influenza straordinaria di Giovanni Mastroianni, un professore di filosofia del liceo di Catanzaro. E fino all’ultimo sono stato indeciso tra filosofia o fisica. Non mi piaceva di mio padre, professore di filosofia, il ragionare in libertà che invece in fisica è costretto alla concretezza. Mi sembrava che la fisica fosse una filosofia ma meglio fondata. Evidentemente mi sbagliavo, perché quando andai a fare il concorso in Normale mi aspettavo che esigessero una dissertazione, non so, del tipo filosofia della natura, e invece mi chiesero un calcolo su come si orienta una vela se c’è un vento o una corrente di un certo tipo o di un altro». 

Pensa di aver fatto una scelta sbagliata?

«No, la ritengo ugualmente sbagliata di come se avessi fatto filosofia. All’università ho deciso di restare a fisica perché ho pensato che a quel punto un errore valeva l’altro». 

Alle sue spalle c’è la foto di Einstein. È un caso?

«Einstein tra i fisici del Novecento è stato una figura guida, per la lotta al nazismo ma anche per la posizione contro l’uso delle armi atomiche e per i suoi atteggiamenti libertari. Un grande fisico e una straordinaria figura morale. Lui è uno di quei quattro che hanno salvato l’onore della fisica abbastanza compromesso dopo la brutta luce della bomba atomica su Hiroshima».

Perché si iscrisse alla Normale di Pisa?

«Ho seguito il consiglio del professore di filosofia e feci il concorso in Normale. Dopo due anni sono stato cacciato perché avevo preso due ventiquattro, e il massimo consentito era prenderne uno solo. Nessuna discriminazione. È una scuola molto selettiva, del resto ti davano da mangiare, da dormire e anche diecimila lire al mese».

Comunque non ha abbandonato il suo impegno politico?

«A Pisa ho conosciuto un altro partito comunista. Molti di quei dirigenti avevano fatto la Resistenza, c’era soprattutto l’organizzazione delle Case del Popolo, il ferroviere, il professore universitario, c’era un’aria straordinaria che ancora oggi rimpiango, in Toscana il partito comunista era davvero inserito nella società a differenza della Calabria dove c’erano figure importanti ma che io definirei liberali piuttosto che comunisti e socialisti».

Quando si stacca dalla casa madre comunista?

«In realtà abbastanza presto. Io e altri ventidue studenti di Pisa fummo radiati dal partito nel 1967. La rottura con il partito era avvenuta già nel 1964 quando facemmo la prima occupazione ponendo, con grande scandalo dei docenti comunisti, questioni come il controllo degli studenti sulla prestazione didattica dei professori. Non c’ero solo io, c’era Adriano Sofri, c’era un’altra figura importante anche se meno conosciuta, Gianmario Cazzaniga. Avevamo sollevato in termini nuovi il tema della scienza e poi da lì siamo passati alle fabbriche dove davamo volantini della sezione universitaria che il partito non voleva. In una fabbrica della Marzotto lavorammo contro i bassi salari mentre il partito comunista faceva le manifestazioni contro le basi Nato. E fui radiato. Un giorno Giancarlo Pajetta mi disse che dovevo considerarmi un fortunato perché la radiazione era meno della espulsione. Ci chiesero di fare autocritica, ma le cose ormai avevano preso un’altra piega».

Che avrebbe portato al terrorismo.

«Sì, ma io mi muovevo in altro modo. Nel 1976 venni a Cosenza, e qui incontrai Berlinguer, che avevo conosciuto a Parigi nel Maggio Francese, che infatti venne a trovarci con Alberto Jacoviello, giornalista dell’Unità e marito di Maria Antonietta Macciocchi che era corrispondente da Parigi del giornale. Non è che non facessi politica ma ero su un’altra strada».

Sta di fatto che lei ha dovuto rispondere di accuse pesanti?

«Cinquantadue per la precisione. Tra i capi di imputazione c’erano ventitré omicidi, diverse rapine, altre cose che non ricordo e anche intralcio al traffico.  In Canada il giudice, che esaminava la domanda di estradizione, disse: gli italiani non si sono scordati niente».

Com’è finita giudiziariamente?

«La maggior parte delle accuse me le hanno tolte subito, poi hanno eliminato una prima volta Moro ma, quando sono tornato in Canada, per rendere più convincente l’istanza di estradizione lo hanno rimesso».

Lei era accusato di essere l’ispiratore di via Fani, del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro?

«Al giudice dissi subito che molti dei delitti addebitatimi erano avvenuti quando non ero in Italia. Lui disse: ma noi non la accusiamo di essere l’esecutore materiale. Risposi: ma così potete accusarmi di tutto. E lui: le daremo tutto. Così avvenne, ma fu una mossa eccessiva perché all’estero hanno avuto dei dubbi sulle accuse».

Ci parla di via Fani?

«Ero in attesa di partire per l’America. Nel frattempo sequestrano e uccidono Moro, e accusano una mia moglie, Fiora Pirri Ardizzone, di essere materialmente presente a via Fani. Lei aveva gli occhi a mandorla e una delle ragazze che conoscevo, Adriana Faranda, aveva anche lei gli occhi a mandorla». 

Ma quando ha saputo di via Fani che ha pensato?

«Per dirla tutta, che loro facessero qualcosa di eclatante me l’aspettavo perché la crisi dei gruppi extraparlamentari aveva fatto sì che fra i militanti che si occupavano del servizio d’ordine, che erano quelli più propensi allo scontro e qualche volta maneggiavano anche le armi, c’era stata un’emorragia tanto da Potere Operaio tanto da Lotta Continua verso le Brigate Rosse. Sapevo che loro a Roma avevano una serie di contatti ed avevano determinazione e una certa preparazione. Che poi l’obiettivo fosse Moro o Andreotti… Sa, io da tempo pensavo che avrebbero puntato a Andreotti, perché abitavo a via dei Coronari e vedevo dalla finestra che Andreotti (e anche Giacomo Mancini) andava a piedi dal Parlamento a casa sua, alla fine di Corso Vittorio Emanuele. Mi ha sorpreso che sia stato colpito Moro ma non il fatto che avessero fatto una cosa alta e drammatica».

Ha pensato che potevano risalire a lei?

«Quando hanno preso mia moglie era evidente che sarebbero arrivati a me o a Toni Negri. Non subito, ma ci arrivarono. Lei faceva delle cose veramente rischiose. Ma io quando sono venuto a Cosenza e mi hanno affidato il nuovo dipartimento di fisica, ero completamente preso da questa attività straordinaria e non pensavo ad altro. E poi ho avuto una rottura, che è stata anche una rottura personale, con mia moglie per il fatto che lei era una di quelle compagne che resistevano». 

Rottura perché non condivideva la lotta armata?

«In realtà io nel 1973, con la crisi del petrolio, mi ero reso conto che era cambiato lo scenario di classe. Mi aveva impressionato che la quota di assenteismo dal 20-23 per cento fosse scesa al 2-3 per cento. Le cose in Italia erano cambiate. Potere Operaio si era sciolto. Mentre nel ’68 tra gli operai della Fatme di Roma eravamo più forti della Cgil e sostenevamo la paga uguale per tutti. Pensavamo di potercela fare. Intanto erano nati i consigli di fabbrica, poi la crisi del petrolio e il mutamento profondo, di cui si ebbe piena cognizione nel 1980 con la protesta dei quadri dirigenti della Fiat».

I quarantamila in piazza a Torino…

«Tempo fa a casa di Maurizio Barracco ho incontrato Cesare Romiti, che si ricordava di quegli anni e mi ha detto: voi non avete idea di che forza avevate nelle fabbriche. Mi ha raccontato che in quegli anni arrivò una delegazione giapponese e loro la mandarono in giro da sola nella fabbrica perché gli operai, se vedevano lui e Agnelli, avrebbero lanciato bulloni».

Quando tempo è stato in carcere?

«Con i premi ho fatto otto mesi dei due anni di condanna, una parte a casa mia».

Condannato per che cosa?

«Per associazione sovversiva. Credo di essere l’unico italiano condannato per questo reato. Anche mia moglie ha avuto lo stesso reato ma le sono stati addebitati anche reati specifici». 

Si lamenta?

«Per dieci anni sono stato fuori Italia. Ma non posso lamentarmi. L’università, sia pure con molte resistenze, mi ha ripreso. Mi è stata tolta subito l’interdizione dai pubblici uffici. Ciò che mi offende è che mi avevano accusato di fatti gravissimi come ventitré omicidi. Cosa possibile quando c’è una guerra civile, ma erano fatti in cui non c’entravo. Loro i comunisti – casa di mia suocera per rapporti familiari era frequentata da Emanuele Macaluso – sapevano benissimo che non c’entravo, ma mi ci hanno tirato dentro anche sul tema della trattativa per liberare Moro».

Conobbe Giacomo Mancini in quella fase?

«Giacomo è una conoscenza che risale al liceo. Il mio professore di greco, un socialista, si chiamava Riolo, ci portò ad un processo per diffamazione contro Mancini intentato dal presidente della Cassa di Risparmio locale. Gli strinsi la mano. Fu condannato a centoventimila lire di multa, per il giudice un modo di dire che aveva ragione. Lui non aveva vinto, ma per noi aveva vinto. Poi l’ho perso di vista».

Fino a quando?

«Erano passati molti anni, io ero segretario nazionale di Potere Operaio e Lino Jannuzzi, molto amico di Giacomo, mi ha cercato perché Giacomo voleva parlarmi. Sono andato nel suo studio a via Della Croce. C’erano i moti di Reggio. Lui aveva qualche preoccupazione sui fascisti, noi invece pensavamo che bisognava stare fra la gente. C’era anche un cattivo rapporto tra lui e la città di Reggio. Non se ne fece niente. Poi fui a pranzo a casa sua a piazza Cairoli. L’ho di nuovo perso di vista. Quando sono venuto qui, il primo anno, mi ha invitato per il Capodanno a casa sua. E siamo diventati amici. Ho fatto anche il suo assessore».

Che giudizio ne dà?

«Non vorrei esagerare con la retorica, ma lui era uno statista. Ho conosciuto Ingrao, che mi ha sposato, ho conosciuto altri dirigenti comunisti, ma Giacomo aveva un’esperienza di governo. Ho avuto l’impressione che fosse un politico che non si piegava, poi magari non affermava tutte cose giuste. Nell’orazione funebre ho detto che non ritengo Giacomo un socialista per come io intendo la parola».

Lui cosa apprezzava di lei?

«Stimava la mia indipendenza di giudizio, era affascinato dal fatto che mi lasciassi prendere dal ragionamento, che è anche il mio guaio».

Era spregiudicato?

«Aveva la spregiudicatezza del borghese meridionale. Grande cultura accompagnata da grande cinismo».

Lei ha fatto l’assessore alla cultura a Cosenza. Organizzò molte feste?

«Soprattutto la cosa buona fu quella di recuperare il centro storico prima che ci fossero i finanziamenti. Le famiglie patrizie erano già tutte andate via, quello era diventato il luogo della delinquenza. Abbiamo cominciato a inventare delle ricorrenze, come Carlo V che in realtà era venuto a gennaio e noi lo celebrammo a giugno, abbiamo fatto “I falchi di Federico”, tutte cose che avevano il carattere di mirabilia. Era un modo per dire alla gente: guardate che avete una storia. E Cosenza si prestava perché è stata una città libera, al contrario di Catanzaro e Reggio». 

Cosenza è un po’ orfana di Mancini. La sua assenza è una presenza molto forte?

«Sì, è senz’altro vero. Con Giacomo ero amico ma anche qualcosa di più, quasi un parente perché lui mi ha anche protetto personalmente. Premesse tutte queste cose, dico, come farei con mio padre, che tuttavia Giacomo proprio per la formazione di alto borghese aveva anche un fondo autoritario. Intendiamoci, sto parlando di una personalità notevole. Però, e l’ho detto anche a lui, malgrado abbia contato moltissimo in questa città alla fine non è riuscito, salvo suo nipote – è una brava persona, ma è più un caso di familismo – a lasciare una scia di persone. Perché era una persona che tendeva ad accentrare tutto e, salvo rari casi come il mio, lui non sopportava chi frapponeva ostacoli. Lo faceva senza calcolo. Però, era una personalità che alla fine schiacciava, per cui o stavi con lui o contro di lui. Questo è stato il guaio per la città. Forse il merito maggiore di Giacomo sarebbe stato che la città non avesse avuto più bisogno di una personalità così grande come la sua. Come dice Brecht, guai al paese che ha bisogno di eroi».

Lei è anche grande amico di Eva Catizone, che raccolse l’eredità di Mancini.

«Io conoscevo e collaboravo con il padre di Eva. Lei era piccolina, avrà avuto nove-dieci anni. L’ho vista crescere, poi sono andato in Canada. Quando sono ritornato, lei è venuta alla nostra radio Ciroma. Con lei Giacomo fece una mossa intelligente: una figura della borghesia cittadina, giovane e donna, alla guida della città». 

A proposito di donne lei ne ha avuto molte. Ma non è di questo che è invitato a parlarci, semmai del frutto di una di queste storie. Lei ha scoperto di essere padre a sessant’anni. Ce lo racconta?

«Ho una figlia, Svava, di ventidue anni. Per me è stata un’esperienza unica, anche incredibile. Sapevo di avere una figlia, ma finché all’età di sedici anni non si è fatta viva non la conoscevo. Avevo degli amici che ogni tanto mi parlavano di lei. Essendo un irresponsabile, fin da ragazzino ho pensato di non volere figli e in tutti i modi ho sempre evitato di averne, invece questa signora, una canadese sposata con un islandese, ha deciso di tenerla perché non aveva figli e aveva difficoltà ad averli con il marito. Tutto questo accadeva quando ero in Canada. Un giorno sul computer ho trovato una mail in francese di una che diceva che voleva venirmi a trovare. All’inizio ho pensato che fosse una tipa che avevo conosciuto. Non solo non le ho risposto, ho anche evitato di leggere le altre lettere. A un certo punto c’erano troppi messaggi andati indietro e lei mi ha mandato una mail: sono tua figlia. Ho avuto una commozione vera. L’ho chiamata e pian piano siamo diventati amici. È una persona straordinaria».

Svava ha già avuto grattacapi politici e giudiziari. Questione di Dna?

«È una no global, è stata anche arrestata alle manifestazioni contro il G8. Evidentemente, lei sapendo che io mi sono impegnato per fare un po’ di male in giro, ha pensato di emularmi… Ma sono cose di ragazzi. In cambio va molto bene. Sa, io poi sono un piccolo borghese e la prima cosa a cui tengo è se studia o non studia. Lei fa relazioni internazionali, lavora per mia fortuna con le organizzazioni non governative, conosce un sacco di lingue. Sono orgoglioso quando vado in giro con lei, conosce perfino l’islandese, per via di suo padre, parlato da duecentomila persone appena».

Diceva che siete amici.

«Questo probabilmente è favorito dal fatto che l’ho conosciuta quando era grande, e non ho avuto quel rapporto di tenerezza iniziale che credo sia fondamentale nella paternità. Mia figlia è importante. E poi gli elementi significativi della mia vita sono volti di donne a cominciare da quello di mia madre, Maria Nicola».

Che vive dove?

«A Cosenza. Tutte le volte che posso vado a mangiare da lei la domenica. È anche una donna difficile, di grande energia. Pensi a quello che ha passato con un figlio latitante o in carcere. Per mio padre è stata effettivamente dura. Lei no, ha tenuto con grande dignità. Il matriarcato è la grande forza della società meridionale».

Renato Nisticò ha scritto un libro, “L’Arcavacante”, su questa università ricostruendo in forma di romanzo il clima degli anni di piombo. Parla di lupi e di un lupo mannaro. Lei sa chi è il lupo mannaro di quegli anni?

«Mio nonno, che stava in Sila, aveva cani e anche un lupo. Poi ho letto Lorenz e “Zanna Bianca”. E quando sono uscito di prigione un mio amico mi ha detto: Franco, che regalo vuoi? Ho risposto che volevo un lupo per accoppiarlo con la mia cagna per rinsanguarla avendo letto che il cane ha dello sciacallo e del lupo. Poi ho lasciato qui cane e lupo perché non potevo portarli alla frontiera. Ho scritto un racconto sull’argomento, i disegni li fece Pazienza». 

Ma non ha detto chi è il lupo mannaro?

«Difficile dirlo, perché l’autore finisce con il mettere diversi caratteri nel suo romanzo».

Che giudizio dà del terrorismo?

«Quello di allora o quello di adesso?».

Il terrorismo che la vide in qualche modo protagonista.

«Credo che il terrorismo sia stato la conseguenza della sconfitta. Non sarebbe neanche giusto parlare di terrorismo, meglio parlare di lotta armata perché non è che hanno messo le bombe in un cinematografo, hanno fatto nella maggior parte dei casi, soprattutto per quanto riguarda le Br, omicidi mirati. A via Fani hanno tagliato le gomme della macchina del fiorista per evitare di ammazzarlo. Non sto mica dicendo che hanno fatto bene. Conoscevo molti di loro, non solo quelli che sono venuti dal mio gruppo. La mia impressione è che il loro rafforzarsi fosse legato all’indebolirsi delle possibilità di massa. Un fenomeno sociale destinato alla sconfitta ha dei colpi di coda micidiali. Forse un’amnistia a quel tempo avrebbe consentito di evitare la lunga scia, che, guardi, non è mica finita. Le Brigate Rosse non sono state sconfitte sul piano politico ma su quello della repressione dello Stato, che, beninteso, era anche inevitabile. Ma quella generazione non ha cambiato idea, e nell’immaginario dei giovani di oggi che si ribellano i brigatisti restano un simbolo».

Lei è ancora comunista?

«Sì. Più che un partito politico immagino un modo di vivere in cui uno privilegi le cose comuni. Per me ci sono tracce di comunismo nella Crotone di Pitagora, nei gesuiti che vanno in America Latina, nei kibbuz israeliani. Penso che la differenza tra gli uomini non debba tradursi in una disuguaglianza».

Carmela Franklin Vircillo

Colta, potente, italiana, americana. Calabrese. Insegna latino medievale alla Columbia University di New York, soprattutto è la direttrice dell’American Academy di Roma, porta di ingresso della cultura d’oltreoceano in Italia, un’istituzione che si avvale di fondi privati raccolti tra i magnate americani dell’economia, collocata sul Granicolo (undici edifici distribuiti in un parco lussureggiante di oltre quattro ettari) e che ospita in 67 appartamenti artisti soprattutto americani. Investimenti in cultura per milioni di dollari, una cifra non monetaria dà l’idea dell’impegno: nella biblioteca sono contenuti 134mila volumi. Nome meridionale, cognome calabrese, Carmela Franklin Vircillo aveva una passione: lo studio.

Vogliamo partire da Santa Caterina Albanese dove lei è nata 58 anni fa?

«Sì. Ricordo tutto, dove sono nata, come sono cresciuta, la mia famiglia, le mie maestre, i miei maestri, la mia scuola, i miei parenti, i miei giochi. Dopo tutto, sono partita da Santa Caterina Albanese che avevo quattordici anni anche se l’ultimo anno ho frequentato il quarto ginnasio a Cosenza dove ero a pensione in una famiglia. La scuola media l’ho fatta a Malvito viaggiando con il bus che ci prendeva ogni mattina quando non dimenticavo o quando non era rotto, e ci portava a Malvito».

E quando era rotto?

«A piedi. Quattro-cinque chilometri. Una bella passeggiata. Per questo io sono diventata una grande jogger. L’esperienza dell’infanzia mi ha convinto di essere atletica, ma anche da bambina lo ero abbastanza».

Suo padre?

«Era un professore, mia zia, Irma Ippolito, è un medico e sta a Cosenza».

Come mai la sua famiglia andò in America? Da quello che dice non dovette trattarsi di un’emigrazione indotta dal bisogno?

«Diciamo che non era normale, tipica. Non siamo mai riusciti a capire veramente la decisione, che non è stata immediata. Certamente c’era nella nostra come in tutte le famiglie calabresi la tradizione dell’America. C’erano rami della famiglia di mia madre che erano andati in America: mio nonno materno, che era quasi cresciuto lì, aveva sposato mia nonna che era di Cerreto, ed era un matrimonio combinato, ma ogni tanto tornava dall’America e lo fece definitivamente quando andò in pensione. Fece soldi e comprò proprietà che hanno permesso a mia zia di diventare medico. Nella famiglia di mio padre, anche suo padre era andato in America molto prima che io nascessi, vi era rimasto alcuni anni, aveva guadagnato e aveva comprato una proprietà che si chiama Quartarone. Grazie a questo potette mandare il figlio a scuola, l’altro figlio era rimasto in America».

Da quello che dice sembra che l’America fosse dietro l’angolo.

«Parliamo piuttosto di una tradizione, di un’America come posto di rifugio, alternativo, di crescita. E anche se mio padre era maestro e avrebbe potuto rimanere, non si è mai capito perché andò. All’inizio è andato per un paio di anni e poi è rimasto. Ad un certo punto mia madre gli ha detto: o torni tu o veniamo noi». 

E siete andati voi.

«Nell’agosto del 1964. All’inizio eravamo d’accordo che mia madre e mia sorella più piccola si sarebbero fermate un paio d’anni con papà mentre io e mio fratello maggiore saremmo tornati a Cosenza a finire il liceo. Invece quando è venuta la fine di agosto mia madre non se l’è sentita di farci tornare. Siamo rimasti così, senza preavviso».

A proposito di liceo a Cosenza, ha frequentato il Telesio?

«Sì, la quarta ginnasiale. Sapevo che cosa mi avrebbe dato il liceo in termini di qualità ma ci sono stata poco. Ho incontrato calabresi lungo la mia vita, tra cui il grande Enzo Crea, morto il 20 agosto scorso, che hanno frequentato quel liceo, che mi sembra abbia svolto una funzione molto importante per i calabresi che sono partiti».

A Cosenza stava da sola?

«Ero da sola in una famiglia, e questo ha sviluppato la mia indipendenza».

Quindi in America è rimasta per caso?

«Per caso, e anche per scelta perché a un certo punto papà e mamma mi hanno detto di provare la scuola americana. Una volta cominciata, è durata. Anche l’effetto dello sradicamento non si è risolto fino ad una certa maturità quando abbiamo parlato degli effetti di questo trauma anche se al momento incosciente».

Un mondo nuovo, nuova anche la lingua.

«Ho imparato presto e benissimo la lingua, ero bravissima a scuola. Però si cambia la posizione. Da una famiglia ben conosciuta e ben stimata di un paesino calabrese ad assumere il ruolo di immigrata in una società in cui l’immigrato resta sempre un immigrato».

Dunque, frequenta le scuole americane. Da dove nasce la sua passione per il latino e il greco?

«Ero stata sempre brava a scuola, non solo in latino e in greco ma in tutte le materie, anche in matematica. Vincevo le gare che si facevano anche a New York. Credo che la scelta del latino e del greco per me sia stata determinata dal distacco dalla mia terra, da un modo intellettuale di legarmi ad essa. Era un mio modo di pormi, già a quattordici anni mi definivo una studiosa. Ero superiore a tutte le ragazze della mia scuola, c’era anche una specie di snobismo perché essere bravi in latino e in greco, non in italiano che non ho mai studiato in America perché la consideravo una cosa inferiore, mi sembrava un modo con cui definirmi superiore agli altri nel campo scolastico. Oltretutto era anche una continuazione della scelta del liceo classico, che era considerata la scuola migliore e più difficile».

Con questa scelta, come la definisce lei, snobistica le si aprono le porte dell’America. Come arrivò ad Harvard?

«Con una borsa di studio. Harvard per me è stata un paradiso. Mi sono sentita a casa, queste bellissime biblioteche dove c’erano tutti i libri del mondo, piene di studenti che si interessavano delle stesse cose di cui io mi interessavo, con questi professori che capivano la mia terra, cioè la sua storia e la sua tradizione».

Del resto lei veniva dalla terra della Magna Grecia.

«Ecco. Questo mi dava un certo status. I professori mi avevano accolto bene anche nel liceo americano. È stato un sistema che per me ha funzionato benissimo, perché non è rigido come quello italiano. Hanno potuto scegliere per me, togliermi da una classe per mettermi in un’altra, mi hanno aiutato molto».

Conferma che l’America premia il merito.

«Assolutamente. Sono sempre grata e ho una grande ammirazione per questa terra, anche se ne conosco i grandi difetti, però continuo a dire specialmente alle mie figlie, che sono molto più critiche di me verso gli Stati Uniti, che ci sono questi esempi e che io non sono l’unica, ad Harvard e anche nelle scuole delle mie figlie ne ho incontrati tanti».

Quanti anni hanno le sue figlie? 

«Una, Barbara, ne ha diciotto ed è al primo anno ad Harvard anche lei, la più grande, Corinne, ne ha ventotto, ha due lauree, si sta specializzando come medico in chirurgia ortopedica. Vedo tante ragazze che vengono scelte e premiate con borse di studio. Le possibilità ci sono».

Suo marito?

«È un americano».

Lei ha sposato l’America in tutto e per tutto. 

«Sì, ero innamorata dell’America. L’idea di sposare un italo-americano non mi è mai passata per la testa».

Alla fine ha poi avuto in sorte di potersi ricolllegare alla sua terra venendo in Italia a rappresentare la cultura americana come direttrice dell’American Academy.

«È stata una grande fortuna. Sono stata borsista all’Accademia nel 1985 e nel 1986, ed è stata la mia prima esperienza di ritorno in Italia come studiosa. Ho potuto studiare alla Biblioteca Vaticana i manoscritti medievali. Sono tornata in Italia venendo in un ambiente che era parallelo a quello che frequentavo in America. Nell’autunno del 2001 sono venuta di nuovo come residence, invitata dal direttore come una senior scholar. Mi trovavo infatti lì durante l’11 settembre. E poi mi avevano sempre invitato a prendere in considerazione la direzione, ma la mia situazione familiare non me lo permetteva (le figlie erano ancora piccole). Poi ho accettato pensando: se non lo faccio ora non lo farò più. Come famiglia abbiamo deciso. Ho partecipato e ho vinto il concorso».

Adesso la famiglia è divisa tra Roma e l’America?

«Le mie figlie stanno a New York. Io e mio marito, che è un ministro anglicano che lavora alla chiesa episcopale e anche per l’Accademia, viviamo a Roma».

Quindi, suo marito è un suo dipendente?

«No, dipende dall’America. Ma questa è una cosa molto americana che è quella di far diventare la coppia una entità sola grazie alla sistemazione dei membri della famiglia».

L’Accademia che fa?

«Intanto diamo borse di studio a giovani artisti americani che vogliamo che vengano formati dalla cultura romana. In questo momento abbiamo un borsista, un giovane ingegnere che è capo di una squadra di ricerca per capire l’arco romano, di cui non si conoscono ancora i segreti. Diamo modo a tanti di venire in Italia e di aprirsi all’influenza italiana, ma abbiamo anche borsisti italiani, la nostra biblioteca, una delle migliori di studi classici e di storia dell’arte, è aperta a scolari italiani. Non prendiamo solo da Roma, ma diamo qualcosa anche a Roma e all’Italia in generale».

E alla Calabria?

«Sono stata un paio di volte all’università della Calabria, ho amici che non avevo prima e mi fa piacere. Però, con l’università della Calabria come istituzione non sono riuscita ancora a sviluppare una relazione. Vorrei portare gli amministratori dell’Accademia nel corso del meeting annuale di maggio in Calabria dove non sono mai stati».

Magna Grecia. Commenti come vuole questi nomi di città. Locri?

«La mafia».

Non la Magna Grecia?

«Anche. Tutti e due».

Reghion?

«Reggio, naturalmente i grandi bronzi. Per me era il porto per andare a Messina da mia zia».

Sibari?

«La grande città della Magna Grecia e anche lo scalo dell’autostrada dove si esce per Cosenza».

Crotone?

«Un altro grande paese della Magna Grecia ma purtroppo anche la mafia».

Insomma un’idea molto pragmatica?

«Quello che si legge nei giornali e quello che si impara a scuola. Il passato non è molto presente. Quando vengo in Calabria non è che il passato è molto messo in evidenza. Le bellezze della Calabria dovrebbero essere più valorizzate».

Se lei per caso dovesse governare la Calabria che cosa farebbe?

«Migliorerei l’educazione, perché so che la formazione nel Sud non sta andando bene. Dati recenti hanno dimostrato che un laureato nel Sud non verrebbe promosso al Nord. Questa mi sembra una grande novità rispetto a quando ero ragazza. Noi eravamo ben educati. È un grande problema per il futuro della Calabria. In secondo luogo cercherei di fermare l’emigrazione, che continua come vedo nella mia famiglia: un mio cugino che abita a Venezia, altri cugini che non trovano lavoro in Calabria. Infine cercherei di rendere la regione più efficiente, più attiva nel fare. Penso alle strade che sono mezze finite, le case che sono mezze finite, l’autostrada che non si finisce mai. L’incompiutezza. È uno scandalo. Al Nord non lo consentirebbero. Al Sud ci perdoniamo».

Il difetto dei calabresi?

«Pensare troppo alla loro famiglia».

Il pregio?

«Pensare troppo alla loro famiglia».

Torniamo a New York. Prima ha ricordato l’11 Settembre. Che ne pensa?

«È una grande tragedia per New York, una grande tragedia anche personale perché noi conosciamo persone che sono morte quel giorno. Però rappresenta anche un momento in cui New York, l’America e il mondo si sono uniti, un periodo in cui c’era un senso di solidarietà che purtroppo non esiste più. Io non condivido le decisioni del mio governo che penso abbiano allargato la tragedia invece di rimarginarla. Né penso di essere l’unica americana a pensarla così sulla guerra in Iraq. Gli americani sono ottimisti. I vecchi ateniesi quando succedeva qualche tragedia avevano l’abitudine di eliminare quel giorno dal calendario, gli americani non fanno così, celebrano la tragedia e nel farlo celebrano il trionfo sulla tragedia, non stanno lì soltanto a piangere. Di qui la delusione di oggi».

Lei è più americana o più italiana, e quanto si sente ancora calabrese?  

«Mi sento sempre calabrese specialmente quando sono in America dove mi sento più italiana, in Italia mi sento più americana. In America penso sempre alla Calabria, a questa terra del Sud. I miei studenti alla Columbia pensano che io sia del Nord, che io sia milanese, perché sono istruita, sono professoressa, ci so fare. Dico loro: voi siete proprio razzisti, io invece sono calabrese del Sud povero dell’Italia».

Lei tra l’altro ha un nome che è tutto un programma.

«Assolutamente. Mi tradisce o mi rivela. Sono molto cosciente della mia storia, che abbraccio ma che mi rendo anche consapevole di quello che non devo fare. Poi io

ho sposato una persona del Mississippi che è la Calabria dell’America, quindi la cultura del Sud fa parte del dna familiare».

Le sue figlie come vedono la Calabria?

«Come la terra che spiega la loro madre, che gliela fa capire. Hanno visitato la Calabria, sono state nella mia famiglia, però non è un posto dove vorrebbero vivere. Una volta che dovevo fare un lavoro alla Biblioteca vaticana ho lasciato le mie figlie in Calabria con i parenti. Corinne voleva fare jogging, però c’era qualcuno che la seguiva perché non voleva che lo facesse, e lei mi ha chiamato: mamma, ma qui è ancora il medioevo? E io: sì, ma tu fa finta di essere un’antropologa e di studiare questa società e di capirla. Penso che anche loro abbiano un affetto per la Calabria, che la conoscano e la capiscano abbastanza bene perché attraverso la Calabria capiscono la loro mamma».

Mamma Calabria?

«Sì, mamma Calabria».