Quando lei non c’è i malati terminali di Aids si sentono orfani. Una donna minuta, sembra ancora più piccola nel suo abito bianco, il dolce volto definito dal copricapo dello stesso colore, non dimostra la sua età, passa tra dolori e sofferenze, tra peccati e tragedie come un angelo. La sua pensione la trascorre in Aspromonte a Castellace, una frazione di Oppido Mamertina, tra la Casa Famiglia destinata agli “appestati” dei nostri tempi e la chiesa, dopo una vita passata tra gli ammalati del Cardarelli e degli Incurabili di Napoli. Ma la straordinarietà di questa donna semplice e forte, capace di carezzare corpi ridotti a larve e pronta a dare prove di granitica durezza, sta forse in qualcosa che si capisce solo se la si lascia parlare (purché non la si fotografi). Perché suor Alessandra Colace, una figlia della carità di Santa Giovanna Antida Touret, ha uno sguardo laico su cose e persone che non sminuisce la sua profonda, inconfutabile, accertata religiosità.

Madre, lei è campana?

«No, sono calabrese. Calabrese di Zambrone, vicino a Tropea. Forse pensano che io sia napoletana perché ho trascorso gran parte della mia vita a Napoli, dal 1958 al 1998».

Quanti anni ha?

«Settanta li ho fatti il 12 giugno scorso. Vengo da una famiglia numerosa di otto figli, quattro maschi e quattro donne, una famiglia contadina, non aristocratica. Avevamo le nostre terre. Una famiglia molto religiosa, molto osservante. Siamo venute fuori tre suore».

Chi vi ha spinto a fare la scelta?

«Un giorno è passato un missionario che ci ha aperto la porta.  Mia sorella è partita per l’istituto delle suore di Reggio. Io l’ho seguita ma non volevo andare nelle missioni né negli ospedali».

Aveva paura delle malattie?

«Non lo so. Ero negata. Forse perché mio padre era stato malato, era stato operato allo stomaco a Roma, e mi diceva di aver conosciuto delle suore molto brave ma anche molto severe. E io non pensavo di avere queste caratteristiche. Avevo 14 anni. Mi assicurarono che non mi avrebbero mandato in un ospedale. Nel 1959 sono andata a Napoli per entrare nel convento di Regina Coeli. Il primo impiego dopo un anno di noviziato fu all’ospedale Cardarelli. Ho avuto titubanze ma ebbi molte rassicurazioni. Pazienza!».

Si è ritrovata così nel più grande ospedale del Mezzogiorno, dove ogni reparto è un palazzo. 

«Era un mondo diviso in padiglioni, eravamo 83 suore. Mi sono trovata molto bene con i napoletani. Nel 1973 sono stata mandata all’ospedale Incurabili sempre a Napoli e nel 1998 sono andata in pensione».

Che non ha goduto visto il posto dove ora si trova. Come è accaduto?

«Il mio superiore mi ha detto che c’era bisogno urgente di me in Calabria. Ho posto una condizione: non voglio fare più l’infermiera perché sono stanca. E lui: dove ti mandiamo devi solo dare una mano. Così sono venuta a Castellace. Era il primo settembre del 1998».

Che cosa c’era qui?

«La comunità delle suore e i malati. Mi si chiedeva di fare la responsabile, quando io sapevo di essere venuta solo per dare una mano. Però, una volta che ci sei dentro…».

La Casa Famiglia già c’era?

«Sì, era stata impiantata anche bene, ma era agli inizi. I malati, che vengono da tutte le parti, ovviamente anche dalla Calabria, allora erano napoletani. La casa era nata per seguire e curare i malati terminali di Aids. Ma devo dire che tra cure e attenzioni molti si riprendevano. Se vede i ragazzi nostri, non sembrano malati. Si sa che lo sono perché stanno a Casa Famiglia, qualcuno ha il volto scarnito, ma è difficile pensare che siano ammalati».

Qual è il suo ruolo?

«Fare un po’ tutto, come la mamma nella famiglia. Sono a disposizione per tutte le loro necessità. Per qualsiasi cosa si rivolgono a me». 

I malati che le chiedono?

«Quando non hanno niente, chiedono sigarette e altro. Chiedono la terapia. Vogliono sapere se si comportano bene con i familiari. Vogliono essere incoraggiati, aiutati». 

I familiari vengono a trovarli?

«Alcuni sì, alcuni no. Ci sono familiari che si fanno vedere e collaborano con noi. Alcuni sono proprio abbandonati, i familiari non ne vogliono sentir parlare».

Lei come li giudica?

«Ci sono familiari addolorati perché hanno avuto molti dispiaceri, sono stati derubati».

Non per il tipo di malattia?

«Qui siamo nel mondo della droga e lei sa che il drogato nel momento in cui ha bisogno vuole i soldi e basta. La maggioranza sono anche alcolizzati. Bisogna stare attenti nel farli uscire perché un po’ di fiducia la si deve accordare ma sempre tenendo conto delle condizioni in cui si trovano».

E sono tutti malati di Aids, visti spesso come appestati?

«Sono tutti conclamati. Per me sono persone come altre. Sono malati da tenere nel cuore. Io me li accarezzo, me li bacio, me li stringo. Per la gente purtroppo…».

Per anni gli abitanti hanno chiesto di mandarli via dal paese. La vostra è stata una bella sfida.

«Lo so. Quando porto i malati in chiesa, mi siedo a un banco e vedo che gli altri scappano». 

Dalla chiesa?

«No, dalla zona in cui ci troviamo noi». 

Gli abitanti, dunque, continuano a creare il vuoto attorno alla Casa Famiglia?

«ll paesino una volta non voleva, poi c’è stata la nostra attività ma soprattutto il merito di aver fatto restare la Casa Famiglia a Castellace è del parroco Serafino Violi».

Diciamo che la chiesa ha portato un guaio in questo paesino.

«Non è così perché il parroco ha dato delle motivazioni».

Quali?

«Che questi malati sono Gesù Crocifisso, che là c’è il Calvario, quando andate là vi dovete inginocchiare e farvi la croce».

Lei è d’accordo?

«Certo. Sono veramente dei Crocifissi anche se hanno un po’ di colpe. Però, se andiamo nel profondo di queste creature, la massima responsabilità è delle famiglie e dell’ambiente sociale in cui hanno vissuto. Quindi non è colpa tutta loro. Alcuni magari sì, hanno messo le famiglie in croce, le hanno ridotto alla povertà. Però, ciò non toglie che dobbiamo accoglierli e amarli come fa Nostro Signore».

Ha avuto momenti di tristezza e di delusione?

«Quando fai tanto, cerchi di aiutarli, e vedi che tentano di imbrogliare… Queste cose ti fanno male, però io quando esco di là e vado in chiesa, dico: poverini, questi sono. Mi addolora, ma non sono questi i dispiaceri grossi».

E quali sono?

«Quando a questi ragazzi manca qualche cosa. Pensi, ora con questo calore non fanno nulla, stanno chiusi in casa, non hanno il minimo che gli serve. Questi sono figli di Dio, sono ragazzi. Oppure quando gli manca qualche cosa da mangiare. Io dico che una cosa la dobbiamo togliere a noi e non a loro».

Ne ha visto guarire qualcuno?

«Guarire proprio no, miglioramenti sì. Di recente c’è stata una ragazza di Napoli che ha avuto pure un tumore alla gamba, poverina, è guarita. Sia chiaro però che è sempre sieropositiva». 

Ne ha visti morire?

«Hai voglia! Più di uno. Tanti giovani. Una cosa terribile». 

Chi ricorda più?

«Un po’ tutti. L’ultimo che se n’è andato, Daniele, che non voleva ricoverarsi, aveva 45 anni, calabrese della zona di Paola».

Aveva famiglia?

«La mamma e un fratello. Ma aveva tagliato i ponti con tutti. Non voleva sapere niente di nessuno. La famiglia se l’è portato a casa sua quando è morto. La famiglia di un’altra ragazza non si è fatta viva neanche quando è morta». 

Lei che prova di fronte a un comportamento del genere?

«Non penso niente, non giudico. Li affido solo al Signore. Dico: Signore, tu sai i motivi che li spingono a questo. Noi non sappiamo e non possiamo giudicare né lei né loro. Certo, se mi chiedono notizie dopo rispondo: non avete voluto sapere nulla in vita, ora…».

Molti malati non sono credenti?

«Tanti. Alcuni si professano atei».

Lei pensa che Dio li ha abbandonati?

«Mai. Penso che il Signore li ami di un amore particolare. Anche se si professano atei, per il Signore sono sempre i prediletti. In qualsiasi situazione. Questo è il Purgatorio per loro. Li aiutiamo. Questi ragazzi sono molto buoni, uno meglio dell’altro».

Qualcuno ha cambiato idea e ora crede in Dio?

«No. La colpa la do a me stessa perché mi dico che non sono abbastanza testimone».

Per lei sarebbe una grande gioia?

«Certo. Il Signore sa lui, spetta a lui. A noi tocca seminare, il raccolto sarà suo».

La più grande gioia della sua vita?

«Il donarmi».

La cosa di cui chiede perdono a Dio?

«La mia mancanza di generosità, di testimonianza, forse la mia mancanza di fede. Non sempre crediamo abbastanza».

Sentirla parlare fa pensare anche al calo delle vocazioni che c’è stato e c’è nella chiesa. Che ne pensa?

«Un po’ ci siamo secolarizzati, un poco perché i figli sono diminuiti e non ci sono più le famiglie numerose di una volta, e un poco per la volontà di Dio perché la vocazione è un dono di Dio. In un mondo dove c’è tutto e non mancano i comodi andare a consacrarsi non è facile».  

Giovanni Paolo II già ricurvo che abbraccia quasi facendola sparire Madre Teresa di Calcutta: che le fa pensare? 

«Che bello! Quella era una santa! Una persona che si dava veramente. Aveva dei doni particolari. Ti veniva di abbracciarla, ho avuto il piacere di vederla una volta. Il suo sguardo…».

Pensa mai a suo padre? A sua madre?

«Ho ricordi molto belli dei miei genitori. Erano molto teneri, molto affettuosi, non ci facevano i cianci che si fanno oggi, allora per tirare avanti bisognava lavorare. Però, erano molto delicati, non ci facevano mancare niente. Nelle mie preghiere chiedo loro perdono perché non sempre sono stata all’altezza di tali genitori». 

Lei chiede sempre perdono.

«A tutti. Mi sento inadeguata, non molto fedele alla mia vocazione. Anche se ce la metto tutta».

Perché non fedele alla vocazione?

«Perché mi faccio prendere dalla pigrizia». 

Per lei Dio che cos’è?

«È tutto. È un padre buono». 

L’Aids è stata considerata da molti, anche cattolici, una sorta di punizione per costumi sessuali condannati da una certa morale. La sua idea?

«Ho sentito anche io chi diceva e dice: ben gli sta, se sono così è perché l’hanno meritato, se la sono cercata loro. Io dico: nessuno di noi cerca il male». 

Ci sono stati miracoli?

«No. I miracoli possono essere magari quelli che ce li portano per spacciati e poi si riprendono e stanno bene. I miracoli del tipo “alzati e cammina” non ce ne sono. Il miracolo è la fede, è l’amore. Mario è venuto qui varie volte moribondo. Don Bruno Cocolo, il direttore, gli ha fatto di notte anche l’estrema unzione, la mattina si è risvegliato e si è anche lamentato: mi avete fatto l’estrema unzione, ma io non muoio. Infatti sta bene».  

Che sentimenti hanno per lei?

«Sento un grande bene attorno a me».

Ha settant’anni, quando pensa di smettere?

«Sa, non sempre è facile. Ho anche momenti di sconforto. Quando le cose vanno bene è merito dell’amministrazione, se vanno male la suora diventa il parafulmine. Posso andare via quando voglio, non devo neanche dimettermi perché sono volontaria, ma poi vengo qui e dico: ma questi ragazzi a chi li lascio? E riprendo la mia missione come prima».